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martedì 26 dicembre 2017

2018 #Amore #Denaro #Salute





Zodiaco e AMORE nel 2018

Il 2018 si rivela bollente per alcuni e un po’ meno per altri. 
Astri e Sesso: le previsioni per il 2018 parlano chiaro. 
Tutto dipende dalle congiunzioni astrali! 


Di che segno sei ?

Cosa fare (e come): segno per segno guida allo zodiaco dell'eros tra predilezioni, 
tentazioni ed errori da non commettere mai.
L'eros segno per segno. L'ariete ama il petting, il leone predilige il ménage à trois, la vergine ha bisogno di una soundtrack, con l'acquario vade retro volgarità. Per raggiungere l'orgasmo ecco che 
vengono in aiuto (anche) le stelle a consigliare come comportarsi con il partner nell'intimità. Cosa non fare a letto e come eccitarlo, su cosa optare tra le lenzuola (o senza) quando scoprite con che 
segno avete a che fare. Eccovi una guida pratica che potrebbe aiutarvi.



Il dominio di Marte, rende questo segno molto sensibile e reattivo agli stimoli erotici, così l’orgasmo rischia di essere raggiunto troppo velocemente. Eppure il segno non disdegna ogni forma di 
petting, anche perché è generoso e si preoccupa della soddisfazione del partner.
Cosa non fare: evitate di far pesare che siate voi a condurre il gioco. Lasciate che sia l’Ariete a farlo, o a credere di poterlo fare. 
Come eccitarlo: ama essere provocato e sfidato dalla trasgressione in ogni forma
 purché intensa...continua a leggere



Benvenuti nel segno che incarna il piacere della materia, e ovviamente il sesso non fa eccezione. Il Toro adora amoreggiare in modo classico, comodo, possibilmente in un luogo che lo metta a suo 
agio e che lo faccia stare tranquillo. Ha poi bisogno di calma e di concentrazione per dare libero sfogo alla sua passionalità.
Cosa non fare: durante l’amplesso meglio non dargli l’impressione di essere distratti o poco coinvolti, non lo sopporterebbe. È molto geloso. 
Come eccitarlo: lasciandogli spesso l’iniziativa e mettendolo 
sempre a suo agio... continua a leggere 




Il sesso, come ogni altra attività, da queste parti viene vissuto come qualcosa da respirare anche a livello mentale, senza mai trascurare la componente cerebrale. Perché pure l’amplesso è una 
sorta di scoperta, un’avventura. Fondamentale, per questo segno, percepire la sessualità come stimolo alla curiosità. 
Cosa non fare: non date l’impressione di vivere il vostro incontro come qualcosa di scontato, che non lasci alcuno spazio alla fantasia e all’immaginazione. Perché è un segno che ha bisogno di 
andare lontano con il pensiero. 
Come eccitarlo: alimentate ogni tipo di fantasia erotica ma in modo sempre
 intelligente e intrigante...continua a leggere  




Inguaribili romantici, i nati di questo segno vivono il sesso come una naturale estensione del sentimento che, tuttavia, sanno cogliere in modo estremamente caldo e passionale. Trattateli con 
delicatezza, in modo gentile e estremamente affettuoso, perché loro hanno un disperato bisogno di sentirsi amati e desiderati. 
Cosa non fare: tutto (o quasi) è concesso purché si rispetti la loro privacy, qualcosa per cui non ammettono deroghe o eccezioni.
Come eccitarlo: le cose mai messe troppo in mostra lo intrigano e lo stuzzicano, 
evitate di ostentare... continua a leggere 



Il Leone ha sempre bisogno di sentirsi il vero protagonista di ogni situazione, e la camera da letto non fa eccezione. Non si tratta di egoismo o di disinteresse verso il partner (al quale dedicherà 
invece molta attenzione), solo avrà bisogno di collocarsi al centro dell’attenzione, di essere il vero oggetto del desiderio. 
Cosa non fare: non fategli mai credere che l’accoppiamento sia per voi qualcosa di scontato o abitudinario, invece ogni volta inventate qualcosa di speciale lasciandolo, però, 
sempre al centro del gioco.
Come eccitarlo: si dice che una sua fantasia erotica ricorrente sia farlo a tre, ma guai a sfidare la sua possessività. Deve decidere lui...continua a leggere 




Il nome del segno evoca, già in partenza, un rapporto non sempre facile e lineare con la sessualità. Perché nella Vergine è sempre presente una forma di pudore atavico, qualcosa che esige 
comunque misura, buon gusto e un’igiene quasi maniacale. Non trascurate la sua vera e propria avversione per le secrezioni corporali.  
Cosa non fare: non imponetegli di fare o di non fare ciò che desidera. La Vergine ha bisogno di esplorare il corpo del partner per dare forma al piacere. 
Come eccitarlo: la Vergine si sente a suo agio in un ambiente pulito, possibilmente profumato, con musica in sottofondo e non troppa luce...  continua a leggere




Ogni cosa è piacere, è divertimento, è stupore. La Bilancia, però, tende a dare la precedenza ad altre componenti della sessualità come ad esempio la stabilità delle relazioni e lo stimolo che da, 
esse, ne riceve. La seduzione non deve necessariamente portare all’atto fisico ma può essere semplicemente una preziosa conferma. 
Cosa non fare: alla larga da tutte le cose o dai comportamenti dozzinali. Ben vengano invece le cose raffinate, i profumi ricercati, un modo di fare leggero e mai eccessivo. 
Come eccitarlo: intrigate la Bilancia con un modo di fare che sia brillante, intelligente e elegante. Il segno da moltissima importanza ai dettagli estetici...continua a leggere  





Benvenuti nel regno del segno più sexy che ci sia. Perché lo Scorpione vive la sessualità come forma irrinunciabile dell’essere, e lo testimonia la forza intensa e seducente che esprime in ogni 
istante, il gusto dark per le cose torbide, per il tradimento e l’intrigo. Costante la fantasia erotica che lo rende un partner speciale. 
Cosa non fare: cercate di non dirgli troppe volte di no. Il suo impulso sessuale ha, infatti, bisogno di esprimersi liberamente e non sopporta proprio i rifiuti.  
Come eccitarlo: maliziosamente, lasciategli credere che non ha capito qualcosa, che gli state nascondendo una verità. Tenetelo acceso con la curiosità...continua a leggere 




Da buon segno di fuoco, non mancano in lui la giusta dose di passione e di calore. Tende a sedurre con una certa facilità grazie alla sua apertura e al suo modo amichevole e cordiale di 
comportarsi. Ma guai a pretendere tutto e subito da lui, perché il Sagittario ama, sopra ogni cosa, la leggerezza della libertà.  
Cosa non fare: la sua grande carica erotica si dice lo porti ad essere un segno facilmente conducibile all’orgasmo. Così non amerà chi ci rinuncia o tarda eccessivamente.   
Come eccitarlo: ha bisogno di essere provocato in maniera molto esplicita per poter accendere la scintilla che non si spegne mai in lui... continua a leggere 





Lento e avveduto, il Capricorno non sempre è un segno facile e veloce nell’approcciare la sessualità. Il suo è un modo di muoversi che ci va piano, avendo bisogno di capire che la persona che ha 
davanti faccia al suo caso. Poi però dimostrerà di possedere l’esaltazione di Marte dando prova di una intensità erotica davvero notevole. 
Cosa non fare: evitate di inondarlo di emoticon, di messaggi a effetto, di frasi strappacuore copiate magari da qualche sito. Lui non ama le cose che esagerano per dolcezza, perché si sentirebbe 
goffo e incapace di comportarsi in modo adeguato.     
Come eccitarlo: lui non ha bisogno di cose troppo originali o inaspettate. Ben venga una situazione di grande tranquillità e comodità, perché lui ha già scelto... continua a leggere




Si dice che questo sia il segno meno interessato al sesso e dintorni. In parte è vero, ma attenzione a non scambiare il suo disinteresse verso le cose troppo materiali per inappetenza sessuale. 
Adora la componente mentale del rapporto, quella fatta di giochi, di preliminari e di seduzione leggera. Ha bisogno di entrare in punta di piedi nel vostro letto.
Cosa non fare: alla larga dalle passioni più volgari e scontate come la gelosia senza senso o ogni forma di possessività, tutte energie che si porrebbero subito in conflitto 
con il suo amore per la libertà.     
Come eccitarlo: seducetelo con tecniche e preliminari sempre leggeri, sussurrati, accennati. Lasciate che si accenda un po’ per volta... continua a leggere





Questo è il segno per cui tutto può essere divertente e eccitante purché abbia un senso. La sua componente d’acqua li rende sicuramente ottimi e intensissimi amanti, capaci di grandi cose. La loro 
infallibile intuizione saprà sempre soddisfare il partner dandogli ciò di cui ha bisogno, soprattutto durante l’amplesso. 
Cosa non fare: non imponetegli di decidere o di prendere l’iniziativa. Fate invece in modo che i Pesci arrivino, senza quasi accorgersene, all’intimità. In questo modo non avranno accumulato 
tensione e sapranno dare il massimo.      
Come eccitarlo: facendogli sentire la vostra presenza e coprendolo di attenzioni senza però schiacciarlo. Non fategli mancare mai la musica... continua a leggere 






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sabato 23 dicembre 2017

LASCIATECI IN PACE CON LE TASSE PER UN’INTERA LEGISLATURA




LETTERA APERTA ALLA POLITICA

Dopo una strenua battaglia, il cittadino italiano, sorretto dalle autorità europee, ha ottenuto il rilevante obiettivo di autotassarsi facendo finta di tassare le grandi catene di distribuzione telematica. Se si ordina un prodotto su una di queste reti, arriva il conto con il prezzo già aumentato di una tassa, anche se la Web e l’e.commerce tax non sono state ancora approvate dal Parlamento; la seconda viene presentata come minore di quella che sarebbe dovuta essere, più altre clausole incomprensibili: il cittadino deve essere riconoscente per questo atteggiamento favorevole al popolo. Lo sbocco era del tutto prevedibile fin dall’inizio della rivendicazione di tassare le vendite per via telematica e lo Stato, sempre in nome della giustizia contributiva, ha ottenuto il bel risultato di aumentare la pressione fiscale su chi già paga imposte e tasse. È difficile comprendere la soddisfazione del cittadino comune, mentre è più semplice capire quella del Governo, che può contare su maggiori risorse per soddisfare i suoi interessi elettorali. Può darsi che a seguito delle tasse le catene telematiche vendano meno, ma è certo che i cittadini vedono decurtato il loro potere d’acquisto. Dopo tanto parlare della necessità di ridurre la pressione fiscale come viatico per lo sviluppo e l’occupazione è stato perseguito e raggiunto l’obiettivo opposto. Sarebbe stato giusto se, all’atto dell’introduzione della tassa, si fosse disposto una riduzione proporzionale di quelle già operanti, per piccola che fosse; sarebbe stato importante il segnale positivo che avrebbe inviato. Questa speranza resta una pia illusione: gli appetiti della politica sono inesauribili, ovviamente per il bene del popolo; le spese cresceranno in proporzione. Quando le tasse vengono aumentate a tutti i produttori, si stabiliscono di fatto condizioni simili a quelle di un monopolista e la traslazione dell’imposta sul consumatore finale è certa. Di queste battaglie di presunta equità sociale potremmo anche farne a meno, anzi dovremmo. Continuiamo a confezionare frittate economiche senza preoccuparci del gusto che esse hanno e di chi le mangerà. Il Parlamento dovrebbe decidere la distribuzione del reddito, ma esso manca una visione più generale di come si affronta il problema. Traiamone due riflessioni.
La prima è che, dopo mezzo secolo di attività redistributiva via tasse e spese che hanno raddoppiato il peso dello Stato sui redditi dei cittadini, la distribuzione del reddito è peggiorata: i ricchi sono più ricchi e i poveri più poveri. Il Rapporto 2018 sulle World Inequality recentemente diffuso è impressionante, non solo per l’Italia. Tuttavia, gli autori dello studio, presi da sacro furore sociale, invece di concentrare l’attenzione sugli effetti perversi del sistema tributario, l’hanno appuntata sulla globalizzazione. Essi sostengono che è il libero scambio o il neoliberismo e non la libera e caotica tassazione a causare il peggioramento della distribuzione del reddito. Si fa finta di ignorare che il mercato fa il suo dovere di produrre al meglio sfruttando le condizioni che la legge a esso offre; i Parlamenti dovrebbero determinare la distribuzione del reddito, ma procedono secondo una logica falsa: se non si incrementa la competizione tra unità operative, la democrazia fallisce nel suo compito redistributivo. Poiché in Italia i settori non esposti alla concorrenza prevalgono, l’azione riequilibratrice del Parlamento non solo è neutralizzata, ma presenta effetti perversi: il povero diviene più povero e il ricco più ricco. Il mercato competitivo è la garanzia e non l’ostacolo per un’equa distribuzione. È una musica che suona male alle orecchie dei lavoratori, ma devono conoscere lo spartito se vogliono veramente tutelare il potere di acquisto dei loro salari.
La seconda riguarda la campagna elettorale in corso. Veniamo impegnati su temi marginali, come la responsabilità di tizio o caio sulla crisi dell’economia, su quella specifica delle banche o sui riflessi delle due sugli umori dei Partiti. Tutte richieste sacrosante, che però dovrebbero essere di ordinaria amministrazione. Qualche timido sollecito è rivolto alla politica di affrontare i temi di fondo di che cosa fare per il futuro del Paese, ma la lotta tra Partiti procede come se il problema si risolvesse mandando al Governo Tizio invece che Caio, senza farci dire esattamente quali siano le loro intenzioni. Sulle tasse le differenze non paiono di sostanza. Se veramente volessero il bene del Paese, l’impegno di chi sarà eletto o delle coalizioni designate a governare dovrebbe essere quello di impegnarsi a non toccare imposte e tasse per l’intera prossima legislatura. Né in aumento, né in diminuzione. Solo così il cittadino e le imprese saranno in condizione di capire le tasse che devono pagare e di programmare l’uso del proprio reddito; partendo da lì, si potrà provvedere a una seria riforma fiscale, dal lato delle entrate, come delle spese, per porre ordine al caos e alle ingiustizie. Anche questa è una musica ostica per le orecchie della maggioranza dei cittadini, sempre speranzosi di avvantaggiarsi di un provvedimento o di un altro, che i Partiti sono lieti di concedere convinti che questi producono consenso e voti. I cittadini non hanno capito che è una pura illusione aspettarsi di stare meglio a spese di altri, ancora meno se ricchi, perché questi sanno come difendersi. Il Rapporto sulla World Inequality ne è chiara testimonianza.
Viviamo in un vero e proprio equivoco fiscale dal quale solo il cittadino con il suo voto può tentare di uscire. Chieda quindi ai candidati e ai partiti di pronunciarsi chiaramente in materia. Se avrà il coraggio di farlo, ci si può avventurare a prevedere che i risultati non saranno quelli che i sondaggi elettorali attuali indicano probabili. Il quesito che andrebbe rivolto agli elettori dai sondaggisti dovrebbe essere: “voterebbe chi si impegnasse a garantire stabilità fiscale per 5 anni e più concorrenza tra produttori, soprattutto pubblici o parapubblici, locali o nazionali”. I risultati sarebbero di per se stessi di una qualche utilità, perché sarebbe l’elettore e non l’eletto a stabilire che cosa deve fare il Governo. Ossia funzionerebbe meglio la democrazia.

Da ... Paolo Savona, MF 22 dicembre 2017

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Previsioni per il 2018



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La Riforma delle Tasse USA è Legge


Soprattutto tagli di tasse alle imprese, con aliquote crollate.
 L’EU subirà molto la competizione fiscale USA

La riforma fiscale di Donald Trump è legge. E’ dovuta passare due volte alle Camere per un cavillo formale ma alla fine è stata approvata. Sostanzialmente i tagli alle tasse sono tra i maggiori della storia in termini assoluti, non i più alti a livello di % sul PIL. La vera differenza la fa la suddivisione tra taglio delle tasse alle Corporations e taglio alle tasse ai privati.

Come già riportato dai media tradizionali, la grande differenza della riforma Trump rispetto ad altre simili dei suoi predecessori sta nei forti tagli alle tasse delle aziende, riducendo l’aliquota al 21%, un livello molto competitivo con il resto del mondo. Ossia da oggi le Corporations USA avranno tutti gli incentivi a tornare a casa, come sede di computazione dei profitti. Inoltre la nuova legge obbliga le aziende USA a rimpatriare gli enormi utili tenuti all’estero – non tassati, un regalo dell’era Obama soprattutto ale aziende della tecnologia a cui era davvero tanto affezionato – pagando il 15% di tasse se i profitti sono liquidità o l’8% se sono assets illiquidi, con depauperamento dei conti delle banche straniere (soprattutto EU) che fino a fine anno facevano da depositari per tali ingenti somme. Insomma, ecco finalmente la declinazione fiscale dell’America First. L’EUropa in particolare, quella delle tasse sempre in salita, subirà conseguenze particolarmente pesanti in termini di competizione fiscale con gli USA.

Incredibilmente in questa riforma sembrano ribaltarsi i ruoli: per le persone fisiche Trump il repubblicano ha introdutto serie limtazioni alle deduzioni fiscali degli interessi da ipoteche che incidono soprattutto su chi detiene immobili di altissimo valore. In particolare questo provvedimento ha colpito i ricchissimi – stile hedge fund managers – delle zone dove gli immobili sono più cari, la East Cost di New York, le aree più ricche della Florida e soprattutto la hyper Dem West Coast di San Francisco e dintorni. Viceversa i vantaggi maggiori li avrà la middle class dell’America profonda. Vedasi le due immagini che seguono.

Effettivamente, è vero, il Dem Obama ebbe a livello fiscale un occhio di assoluto riguardo per la finanza e per i milionari/miliardari di Wall Street, cosa che l’amministrazione Trump ha invece accuratamente evitato. Ca va sans dire che la finanza newyorkese in particolare è furente con Trump, come indicato da zerohedge.com

E l’Italia? mentre Trump taglia le tasse e aiuta la crescita interna anche riducendo la disoccupazione ed incrementando i salari, l’Italia aumenta le imoste di circa 30miliardi di euro all’anno – media degli ultimi 5 anni – ma senza dirlo, sperando che la gente non se ne accorga. Per farvi capire, Trump questa sera ha lanciato un messaggio chiarissimo alla gente, a reti unificate: a febbraio 2018 quando riceverete la busta paga guardate la differenza di stipendio, almeno avrete chiaro l’effetto della riforma. Se gli italiani faranno la stessa cosa dopo la finanziaria di Gentiloni va bene se non tireranno fuori il forcone… Ben si capisce la fretta trumiana di implementare prima di fine anno la nuova legge, ecco perchè i Dem han fatto di tutto per ritardardarla al prossimo anno in modo da non rendere effettivi e e soprattutto visibili gli effetti ai votanti USA.

Inoltre Trump ha sottolineato di voler aiutare gli americani a guadagnare di più, invertendo la politica di Obama che – come successo in Italia, Renzi ha copiato l’ex Presidente nero degli USA – ha ridotto sì la disoccupazione ma riducendo fortemente anche la partecipazione al lavoro e gli stipendi con la conseguenza che la gente oggi lavora giusto per sopravvivere o non cerca più lavoro (…). Non casualmente, appena dopo l’approvazione della riforma Trump il colosso AT&T ha annunciato investimenti miliardari in USA ed un bonus speciale ai propri 200’000 dipendenti di 1000 dollari. Inutile dire che le Corporations USA, anche per gli effetti di detta nuova legge, saranno incentivate a spostare occupazione e profitti a casa propria, a danno dell’occupazione estera.

L’Italia deve imparare dagli USA. Il rischio è fare crack, se si seguono i consigli di Francia e Germania è sicuro, due paesi che vogliono l’Italia morta per spartirsela. E dunque danno buoni consigli visto che non possono più dare il cattivo esempio.

Il prossimo anno in Italia dovrà succedere qualcosa, speriamo con le buone. Assolutamente. Altrimenti l’Italia è finita come entità territoriale autonoma, ne abbiamo già avuto l’antipasto con il tentativo di concedere il passaporto austriaco ai sudtirolesi, vedrete che nei prossimi anni i francesi faranno la stessa cosa coi valdostani e magari anche coi piemontesi.

La riforma costerà circa 1.450 miliardi di dollari e aggiungerà in 10 anni mille miliardi ai ventimila miliardi di dollari di debito pubblico americano. L’effetto è una riduzione delle imposte sulle imprese e sui contribuenti più abbienti, con un taglio delle detrazioni fiscali, in primo luogo quelle sulle tasse pagate negli Stati: un cambiamento che potrebbe significare un aggravio
 del carico per alcuni contribuenti.

LA LEGGE VOLUTA DA TRUMP 16 dicembre 2017
Riforma fisco Usa, tassa del 15,5% sul rimpatrio dei capitali offshore
Per quanto riguarda le imprese, oltre alla riduzione dell’aliquota d’imposta dal 2018, viene ridisegnata la tassazione degli utili all’estero, con una sorta di operazione di rimpatrio dei capitali e il passaggio alla tassazione territoriale degli utili, con clausole anti-elusione (base erosion anti-abuse tax - Beat). I profitti attualmente all’estero saranno tassati all’8% (asset illiquidi) e al 15,5% (asset liquidi). In base alla Beat, gli utli generati all’estero saranno tassati al 5% il primo anno, al 10% fino al 2025 e poi al 12,5%, con aliquote più elevate per le banche. Queste prelievo scatta se attraverso le operazioni infragruppo, la società abbassa l’imposta liquidata sotto il 10%.

Gli interessi pagati dalle imprese sui debiti contratti sono detraibili solo in misura pari al 30% del reddito lordo, con una soglia più restrittiva nel corso del decennio. Gli investimenti in macchinari possono essere ammortizzati immediatamente fino al 2022. Le società semplici, restano tassate come le persone fisiche, ma hanno una detrazione del 20% del reddito.

I tagli sulle imposte sui redditi delle persone fisiche non saranno permanenti, ma scadranno nel 2025. I repubblicani contano che verranno prorogati nelle prossime legislature. Le aliquote restano sette, ma livelli e scaglioni di reddito si abbassano, anche per l’aliquota massima. Molte detrazioni sono eliminate (fra cui, appunto, quella per le imposte statali e locali, a parte una franchigia), ma quella standard è circa raddoppiata; il credito di imposta per i figli è raddoppiato, come pure la franchigia sull’imposta di successione. Le famiglie con reddito medio, l’anno prossimo, vedranno un taglio delle tasse di circa 900 dollari (in media), mentre l’1% dei contribuenti, i più ricchi (redditi oltre 733mila dollari l’anno), potranno contare su uno sconto di circa 51mila dollari, secondo il Tax Policy Center, un think tank indipendente di Washington. L’effetto sarò quindi regressivo.

La riforma fiscale, inoltre, riesce dove era fallita quella sul sistema sanitario e abroga un cardine dell’Obamacare, rendendo volontarie e non obbligatorie le polizze individuali, annullando la sanzioni prevista per chi non lo fa con effetto dal 2019. Facile prevedere che milioni di americani sceglieranno di non assicurarsi e resteranno senza copertura sanitaria.
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Previsioni per il 2018



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Gerusalemme Capitale : ONU Boccia



Cosa c’è di sbagliato nella risoluzione Onu

Ancorché il voto di ieri all’Assemblea generale delle Nazioni Unite di condanna alla decisione statunitense di spostare l’ambasciata Usa a Gerusalemme capitale (che tale era e tale rimane) non sia un fulmine a ciel sereno, sorprendono invece i numeri di chi non l’ha condivisa: 21 Paesi assenti, 35 astenuti e 12 contrari; 128 Paesi favorevoli alla condanna, tra cui l’Italia ovviamente, che essendo stata sovente dalla parte sbagliata della storia, non ha voluto rinunciare alle tradizioni.

Tra i nuovi astenuti rispetto al passato alcuni Paesi europei storicamente a favore delle centinaia di risoluzioni dell’Assemblea generale contro Israele (che fanno la felicità di chi ha in antipatia lo Stato ebraico): Repubblica Ceca, Ungheria, Romania, Lettonia, Croazia. Si sono, poi, astenuti anche altri Paesi non europei, altrettanto a sorpresa: Ruanda, il Messico, il Malawi, la Colombia. Si è astenuta però anche l’Australia, storicamente vicina a Israele e Stati Uniti.

Ma soprattutto l’Inghilterra. Si sa che Matthew Rycroft, ambasciatore britannico, prima della votazione in Consiglio di sicurezza, aveva dichiarato che la decisione del presidente Usa Donald Trump di spostare l’ambasciata a Gerusalemme non avrebbe agevolato “le prospettive di pace nella regione”. Avendo noi in Italia un ottimo ex attore comico che è diventato leader politico, sappiamo che quello non è un itinerario senza ritorno, visto che l’altrettanto ottimo Rycroft potrebbe diventare uno dei migliori librettisti degli attori comici per la sua sensazionale battuta, perché solo a lui poteva venire in mente di dichiarare che ci sono prospettive di pace nella regione, proprio come in una pièce del teatro dell’assurdo.

Quanto all’Italia, il delegato al Consiglio di Sicurezza Sebastiano Cardi, aveva dichiarato in tale sede che lo status di Gerusalemme quale futura capitale dei due Stati è soggetto a negoziati fra Israele e Palestina, che gli Usa potrebbero giocare un ruolo cruciale al riguardo, e che l’Italia attende proposte per una sistemazione. Contrariamente a Rycroft, Cardi ha condannato almeno l’attacco coi missili da Gaza contro Israele; gli altri delegati invece sui missili di questi giorni hanno preferito tacere, forse ritenendo che agli ebrei un poco di missili in testa potessero addirittura far bene.

La notizia è che finalmente le Nazioni Unite e le sue Agenzie potranno liberamente affermare che Gerusalemme era più probabilmente una città dell’Honduras che una città ebraica. Quando si acquista la Bibbia e si leggono i libri sacri ebraici collocati prima dei Vangeli, scoprendo che in tutti i passaggi Gerusalemme è centrale, i numerosi odiatori potranno dire che si tratta di errori di stampa. Grazie a tutti i paesi votanti (insistiamo, Italia compresa), ormai si sa anche che spetta all’Onu decidere la strada e il numero civico delle ambasciate. C’è solo augurarsi che a noi, dato il peso specifico che abbiamo nel contesto internazionale per colpa di decisioni come questa, non spettino le periferie.

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Previsioni per il 2018



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martedì 19 dicembre 2017

Per non pagare Canone Rai dichiararlo entro l'anno.


Agenzia delle Entrate, tempo fino al 31 gennaio ma così si evitano rimborsi

I cittadini Italiani che non sono in possesso di un apparecchio televisivo possono comunicarlo all'Agenzia delle Entrate fino al 31 gennaio 2018, utilizzando il modello di dichiarazione sostitutiva di non detenzione, disponibile online. Tuttavia, dal momento che la prima rata del canone tv per l'anno 2018 scatta già a partire da gennaio, per evitare il primo addebito - e quindi di dover poi richiedere il rimborso - è preferibile presentare la dichiarazione sostitutiva in via telematica entro la fine di dicembre (o entro il 20 dicembre se viene presentata per posta in forma cartacea). Lo fa sapere l'Agenzia delle Entrate con una nota. La Legge di Stabilità 2016 ha introdotto la presunzione di detenzione dell'apparecchio tv nel caso in cui esista un'utenza elettrica nel luogo in cui una persona ha la propria residenza anagrafica e ha previsto che, per i titolari di una utenza elettrica di tipo residenziale, il pagamento del canone tv per uso privato avvenga mediante addebito sulla bolletta elettrica, in 10 rate mensili. 

Per superare questa presunzione ed evitare quindi l'addebito in fattura, i cittadini che non possiedono l'apparecchio televisivo devono presentare una dichiarazione sostitutiva all'Agenzia delle Entrate, con cui dichiarano che in nessuna delle abitazioni per le quali il dichiarante è titolare di un'utenza elettrica è detenuto un apparecchio tv (da parte del dichiarante stesso o di altro componente della famiglia anagrafica). Il modello può essere utilizzato anche da un erede per dichiarare che nell'abitazione in cui l'utenza elettrica è ancora temporaneamente intestata a un soggetto deceduto, non è presente alcun apparecchio tv. Il modello di dichiarazione sostitutiva è disponibile sui siti internet dell'Agenzia delle Entrate e della Rai. Nei casi in cui non sia possibile l'invio telematico, è prevista la presentazione del modello, insieme a un valido documento di riconoscimento, tramite servizio postale, in plico raccomandato senza busta all'indirizzo: Agenzia delle Entrate Ufficio di Torino 1, S.A.T. - Sportello abbonamenti tv - Casella Postale 22 - 10121 Torino. La dichiarazione sostitutiva può essere presentata anche tramite posta elettronica certificata. 
La dichiarazione di non detenzione ha validità annuale. 
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Previsioni per il 2018



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lunedì 18 dicembre 2017

Vittorio Emanuele III



Vittorio Emanuele III

DATA DI NASCITA
Giovedì 11 novembre 1869
LUOGO DI NASCITA
Napoli, Italia
DATA DI MORTE
Domenica 28 dicembre 1947  (a 78 anni)
LUOGO DI MORTE
Alessandria d'Egitto, Egitto

Il terzo Re d'Italia Vittorio Emanuele III di Savoia nasce a Napoli il giorno 11 novembre 1869. Figlio di Umberto I di Savoia e di Margherita di Savoia, regnerà sovrano in Italia dal 1900 al 1946, imperatore d'Etiopia dal 1936 al 1943 e Re di Albania dal 1939 al 1943. Battezzato Vittorio Emanuele Ferdinando Maria Gennaro, sarà noto come "Re soldato" e "Re di Peschiera" per la sua costante e assidua presenza al fronte durante la prima guerra mondiale; viene chiamato anche "Sciaboletta" per la sua bassa statura (153 cm), per la quale si sarebbe reso necessario forgiare una sciabola particolarmente corta, che evitasse di strisciare in terra.


Grazie a molti viaggi e soggiorni all'estero ha modo di completare la propria educazione approfendendo materie giuridiche, politiche, amministrative e statistiche. Studiando i problemi del settore fonda a Roma l'Istituto Internazionale d'Agricoltura. I campi che predilige sono però quello storico, la paleografia e la diplomazia.

Vittorio Emanuele III sarà anche un grande collezionista e studioso numismatico: il "Corpus Nummorum Italicorum" (1914-1943), è una monumentale opera in venti volumi sulle zecche italiane, di cui egli stesso è autore (lascerà l'opera incompiuta in dono allo Stato italiano).

Il 24 ottobre 1896 a Roma, sposa la principessa Elena, figlia di Re Nicola del Montenegro da cui avrà cinque figli: Iolanda, Mafalda, Giovanna, Maria ed Umberto.

Vittorio Emanuele III sale al trono dopo l'assassinio del padre Umberto I (29 luglio 1900).

Appoggia l'iniziativa coloniale intrapresa da Giolitti con lo sbarco in Libia (29 settembre 1911) e l'annessione delle isole egee del Dodecaneso (maggio 1912, durante la Guerra Italo-Turca). Con la pace di Losanna (18 ottobre 1912) l'Impero Ottomano riconosce all'Italia il possesso della Tripolitania e della Cirenaica.

Nella prima guerra mondiale il Re sostiene la posizione inizialmente neutrale dell'Italia. E' molto meno favorevole rispetto al padre per ciò che riguarda la Triplice Alleanza (l'Italia ne faceva parte con Germania ed Impero Austro-Ungarico) ed è ostile all'Austria; promuove inoltre la causa dell'irredentismo del Trentino e della Venezia Giulia.

Le vantaggiose offerte che giungono dall'Intesa (Francia, Gran Bretagna e Russia), formalizzate nel Patto di Londra, inducono Vittorio Emanuele ad abbandonare la Triplice Alleanza.

Le ostilità sul fronte italiano iniziano il 24 maggio 1915, data dalla quale Re Vittorio Emanuele III è costantemente presente e impegnato al fronte. Durante le operazioni affida la Luogotenenza del Regno allo zio Tommaso Duca di Genova.

Invece di stabilirsi nella sede del Quartier Generale di Udine, il Re alloggia nel vicino paese di Torreano di Martignacco, presso Villa Linussa (da allora chiamata Villa Italia).

Pare che ogni mattina il Re visitasse in macchina il fronte o le retrovie. La sera, quando tornava, un ufficiale di Stato Maggiore lo ragguagliava sulla situazione; il Re esprimeva i suoi pareri, senza mai scavalcare i compiti del Comando Supremo. Dopo la disfatta di Caporetto (combattuta fra il 23 e il 24 ottobre 1917, la sconfitta fu tanto pesante che il termine Caporetto è entrato nella lingua italiana come sinonimo di disfatta), il Re destituisce Luigi Cadorna, al suo posto pone Armando Diaz. L'8 novembre 1917, al Convegno di Peschiera, convince gli scettici Primi Ministri Alleati - specialmente Lloyd George di Gran Bretagna - che la volontà dell'Italia è quella di resistere, e che lo Stato Maggiore Italiano è determinato a fermare l'avanzata nemica sul Piave: getta di fatto le basi per la vittoria di Vittorio Veneto del novembre successivo.

La vittoria italiana porta al ricongiungimento con l'Italia del Trentino e di Trieste, ed all'annessione dell'Alto Adige, dell'Istria, di Zara e di alcune isole della Dalmazia, come Lagosta.

Dopo la guerra l'Italia entra in una crisi economica e politica con conseguenti agitazioni sociali che i deboli governi liberali dell'epoca non sono in grado di controllare. Vi è il diffuso timore di una rivoluzione comunista simile a quella in corso in Russia; nel contempo la nobiltà teme di essere travolta dalle idee liberali e socialiste. Queste condizioni porteranno all'affermarsi di ideologie autoritarie e illiberali che, sostenute poi dalla monarchia, consentiranno l'ascesa del fascismo. Nel 1922 dopo le dimissioni del presidente del consiglio Luigi Facta, Vittorio Emanuele affida a Benito Mussolini l'incarico di formare un nuovo governo.

"Non si fidava completamente di Mussolini, ma si fidava ancora meno dei suoi avversari ed era convinto che costoro, se avessero preso il mestolo in mano, avrebbero ricreato il caos del dopoguerra. Comunque, a una cosa era assolutamente deciso: a non farsi coinvolgere nella lotta politica, come del resto gli dettava la Costituzione di cui, quando gli faceva comodo, sapeva ricordarsi." 
(Cit. Indro Montanelli, Storia d'Italia)
Nel mese d'aprile del 1924 vengono indette nuove elezioni, che si svolgono tra gravi irregolarità. Il deputato socialista Giacomo Matteotti denuncia queste irregolarità: viene ucciso il 10 giugno 1924. 
Il 3 gennaio 1925 Mussolini rivendica la responsabilità dell'accaduto, 
dando inizio di fatto alla dittatura fascista. Il Re, 
che fino ad allora aveva conservato il controllo dell'esercito, 
non fece nulla per opporsi.

Il 3 ottobre 1935 le truppe italiane in Eritrea e Somalia invadono l'Etiopia. Entrati in Addis Abeba il 5 maggio 1936, il 9 maggio viene proclamato l'impero dell'Africa Orientale Italiana: Vittorio Emanuele III assume quindi il titolo di Imperatore d'Etiopia.

Nel 1938 il Re firma le leggi razziali del governo fascista che introducono pesanti discriminazioni persecutorie nei confronti degli Ebrei.

Nell'aprile 1939 viene conquistata l'Albania: Vittorio Emanuele III, scettico sull'opportunità dell'impresa, viene proclamato Re.

Prima che Mussolini dichiari guerra a Francia e Gran Bretagna, schierandosi a fianco di Hitler nella seconda guerra mondiale, il Re, conscio dell'impreparazione militare Italiana, aveva espresso - insieme a gran parte del regime - il proprio parere contrario alla guerra.

Durante una visita in Albania nel 1941, Vittorio Emanuele sfugge ad un attentato.

Il Re osserva con sempre maggior preoccupazione l'evolversi della situazione militare ed il progressivo asservimento delle forze italiane agli interessi tedeschi.

Fra l'autunno del 1940 e la primavera del 1941 sopraggiungono diversi disastri militari. La sconfitta nella seconda battaglia di El Alamein del 4 novembre 1942 porta nel giro di pochi mesi all'abbandono totale dell'Africa. Il Gran Consiglio del Fascismo, il 25 luglio 1943, vota contro il supporto alla politica di Mussolini. Vittorio Emanuele lo fa arrestare nominando in sua vece Pietro Badoglio, che il 3 settembre firma un armistizio con gli Alleati (reso noto l'8 settembre). L'esercito si ritrova allo sbando sotto i colpi delle numerose unità tedesche,
 inviate in Italia all'indomani della caduta di Mussolini.

Il Re fugge da Roma, imbarcandosi per Brindisi, dove viene fissata la sede del governo. Vittorio Emanuele si assicura la protezione dell'esercito americano e il 13 ottobre dichiara guerra alla Germania. Senza abdicare, affida al figlio Umberto il compito di governare la parte della nazione che si trova sotto il controllo alleato.

L'11 settembre 1943 i tedeschi liberano Mussolini, che pochi giorni dopo a Salò proclama la Repubblica Sociale Italiana, dividendo formalmente l'Italia in due parti. Il 25 aprile 1945 un'offensiva alleata e l'insurrezione generale proclamata dal Comitato di Liberazione Nazionale, portano le truppe nazifasciste alla resa.

Screditato per l'appoggio fornito alla dittatura fascista, il 9 maggio 1946 Vittorio Emanuele III abdica in favore del figlio Umberto II di Savoia. Meno di un mese dopo, il 2 giugno 1946, un referendum istituzionale porrà fine alla monarchia a favore della forma repubblicana dello Stato italiano.

Vittorio Emanuele, con il titolo di «Conte di Pollenzo», 
si ritira in esilio ad Alessandria d'Egitto. Qui muore il 28 dicembre 1947.

"Il rientro dei resti del re 
atto di compassione,
 no a revisionismi"


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Previsioni per il 2018



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domenica 17 dicembre 2017

Trump vieta le parole : transgender e feto


Trump vieta le parole «transgender» e «feto» nei documenti della sanità
Le altre parole bandite sono vulnerabile, diritto, basato sulle evidenze, basato sulla scienza.

L'amministrazione Trump sta proibendo ai funzionari della principale agenzia sanitaria nazionale di utilizzare un elenco di sette parole o frasi - tra cui "feto" e "transgender" - in documenti ufficiali in preparazione per il budget del prossimo anno.

Agli analisti politici dei Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie di Atlanta è stato detto giovedì l'elenco dei termini proibiti con alti funzionari del CDC che supervisionano il budget, secondo un analista che ha preso parte al briefing di 90 minuti. I termini proibiti sono "vulnerabile", "diritto", "diversità", "transgender", "feto", "evidence-based" e "scientific-based".

In alcuni casi, gli analisti hanno ricevuto frasi alternative. Invece di "base scientifica" o "evidence-based", la frase suggerita è "CDC basa le sue raccomandazioni sulla scienza in considerazione con gli standard e i desideri della comunità", ha affermato la persona. In altri casi, non sono state offerte immediatamente parole sostitutive.

Il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani, che sovrintende al CDC, "continuerà a utilizzare le migliori prove scientifiche disponibili per migliorare la salute di tutti gli americani", ha detto il portavoce di HHS Matt Lloyd al Washington Post. "HHS incoraggia anche fortemente l'uso dei risultati e dei dati delle prove nelle valutazioni del programma e nelle decisioni di budget."

La questione su come affrontare questioni come l'orientamento sessuale, l'identità di genere e i diritti di aborto - tutti hanno ricevuto una visibilità significativa sotto l'amministrazione Obama - è emersa ripetutamente nelle agenzie federali da quando il presidente Trump è entrato in carica. Diversi dipartimenti chiave - tra cui HHS, oltre a Giustizia , Istruzione, Edilizia abitativa e Sviluppo urbano - hanno cambiato alcune politiche federali e come raccolgono informazioni governative su lesbiche, gay, bisessuali e transgender americani.

Ricordo che anche il regime fascista aveva proibito l'utilizzo di alcune parole?
 Ecco, così per dire...

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Previsioni per il 2018



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giovedì 14 dicembre 2017

Trump ha la Dentiera



Trump farfuglia durante il discorso, diventa un caso
Casa Bianca minimizza. Ironia sul web, 'ha la dentiera'

Donald Trump ha la dentiera? Se lo chiede il popolo dei social media dopo lo storico discorso su Gerusalemme, nel quale il presidente americano a tratti ha letteralmente farfugliato alcune parole, suscitando l'interesse anche degli esperti. Tanto che la portavoce della Casa Bianca, Sarah Sanders, si e' dovuta difendere dalle domande dei giornalisti definendo "ridicole" le ipotesi avanzate ("il presidente aveva solo la bocca asciutta") e rassicurando sullo stato di salute del presidente, Sanders ha spiegato anche che Trump farà i controlli medici di routine all'inizio del nuovo anno. Controlli dei quali saranno diffusi i risultati.
    L'incidente e' avvenuto alla fine del discorso, quando il tycoon ha visibilmente biascicato nel pronunciare Stati Uniti d'America. "C'e' sicuramente qualcosa di anormale", ha commentato Sanjai Gupta, neurochirurgo ed esperto di sanità della Cnn. Ma come lui la pensano anche altri. Intanto sui social impazza l'hashtag 'donalddenture' soprattutto dopo che il popolare anchorman Trevor Noah ha mostrato un segmento del discorso in cui Trump sembra muovere la bocca in modo da aggiustarsi qualcosa in bocca. "Pensateci - ha sottolineato Noah - denti falsi, capelli falsi, fan falsi... non c'e' una parte del suo corpo che sia reale".
    "Interessante - si legge in un tweet - la dentiera di Trump sta cercando di scappare dalla sua bocca nel momento in cui sta finendo il discorso. Unisciti al club della dentiera".  



Gli internauti sui social network si sono scatenati, per l’ennesima volta, contro Donald Trump. In questo caso con ironia, per la presunta dentiera del presidente americano che durante lo storico discorso in cui ha riconosciuto Gerusalemme come capitale dello Stato di Israele, ha pronunciato la classica formula di chiusura “God bless the United States“, ovvero Dio benedica gli Stati Uniti, con evidenti difficoltà. Il noto comico televisivo Trevor Noah nella sua trasmissione “The Daily Show” ha ulteriormente rincarato la dose. E sul web un po’ tutti si sono scatenati. Il New York Magazine l’ha definita scherzosamente l’ultima teoria complottista: ma i denti del presidente sono veri oppure ha una dentiera? La domanda e’ rimbalzata sui social media, come ossessivamente accade per ogni questione connessa al “commander in chief” americano. Il sorriso ultra brillante e bianco del presidente, in ogni caso, aveva gia’ destato qualche sospetto, tanto da scomodare nei mesi scorsi addirittura il blog del Center for Cosmetic Dentistry di Atlanta, specializzato appunto in interventi estetici. I dentisti avevano sentenziato: il sorriso impeccabile di The Donald e’ sicuramente aiutato un rivestimento di porcellana. Il dubbio quindi resta, come pure il malefico hashtag #DentureDonald. Dopotutto, a 71 anni, non ci sarebbe poi nulla di così strano.

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Gerusalemme e Trump

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Previsioni per il 2018



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sabato 9 dicembre 2017

Berlusconi paga i boss di Cosa nostra



Mafia, l’appunto dimenticato nello studio di Giovanni Falcone:
 “Berlusconi paga i boss di Cosa nostra”

"Cinà in buoni rapporti con Berlusconi. Berlusconi dà 20 milioni a Grado e anche a Vittorio Mangano". È il contenuto di un foglietto trovato all'interno di quello che è stato l'ufficio del giudice ucciso a Capaci, all'interno del palazzo di giustizia di Palermo, ormai diventato un museo. A fare la scoperta è stato uno dei più stretti collaboratori del magistrato, Giovanni Paparcuri

Un appunto rimasto per trent’anni dimenticato. Un foglio di carta utilizzato come block notes probabilmente durante un interrogatorio e rimasto poi disperso tra i faldoni senza che nessuno ci facesse mai caso. Eppure il suo contenuto è rilevante. C’è scritto: “Cinà in buoni rapporti con Berlusconi. Berlusconi dà 20 milioni a Grado e anche a Vittorio Mangano“. Parole tracciate con la calligrafia di Giovanni Falcone ed emerse all’interno di quello che è stato l’ufficio del giudice, all’interno del palazzo di giustizia di Palermo, ormai diventato un museo. A riportare la notizia dell’esistenza dell’appunto è il giornalista Salvo Palazzolo sul quotidiano la Repubblica. A fare la scoperta, invece, è stato uno dei più stretti collaboratori del magistrato, Giovanni Paparcuri, che dopo essere andato in pensione accoglie nel “bunker” del pool antimafia i visitatori.

Qualche giorno fa, Paparcuri stava sfogliando alcuni scritti di Falcone conservati al museo, quelli che contengono le vecchie dichiarazioni del pentito Francesco Marino Mannoia, utilizzate ormai in centinaia di processi. All’ improvviso, si è imbattuto nell’appunto che parla di Berlusconi: mai nessuno se n’era accorto prima. Paparcuri ha subito informato la procura. Quelle parole annotate da Falcone, infatti, sembrano confermare quanto già emerso durante il processo a Marcello Dell’Utri, condannato in via definitiva – e attualmente detenuto – a sette anni di carcere per concorso esterno a Cosa nostra. Recentemente sia Berlusconi che il suo storico braccio destro sono stati nuovamente iscritti tra gli indagati per le stragi di mafia del 1993 come possibili mandanti occulti degli attentati a Firenze, Roma e Milano dalla procura del capoluogo toscano. 

Gaetano Cinà – che nell’appunto viene indicato come “in buoni rapporti con Berlusconi” – è un mafioso molto amico di Dell’Utri, ed è l’uomo che nel 1987 gli annuncia al telefono l’arrivo a Milano di un’enorme cassata con il simbolo della Fininvest. Mafioso è anche Gaetano Grado, un uomo d’onore spesso di stanza a Milano negli anni ’70. Vittorio Mangano è il noto stalliere di Arcore, capo della famiglia mafiosa di Porta Nuova a Palermo, assunto da Berlusconi nel 1974 a Villa San Martino ufficialmente come fattore. Tutti personaggi e fatti ormai già noti, dunque, quelli appuntati da Falcone. Il problema è che nei verbali del collaboratore di giustizia Mannoia non c’è traccia di riferimenti a Berlusconi. Interpellato da Repubblica su questo appunto Mannoia ha risposto: “Non ricordo. Sono ormai anziano e malato. E poi non posso rilasciare alcuna dichiarazione alla stampa”. Al processo Dell’Utri Mannoia si è avvalso della facoltà di non rispondere. Dallo stesso procedimento è emerso, però, come il capo di Mannoia, Stefano Bontate, nel 1974 incontrò Berlusconi a Milano, grazie alla mediazione di Dell’Utri. La Cassazione ha considerato provato che Berlusconi stipulò un patto di protezione con Cosa nostra, prima per evitare i sequestri di persona negli anni ’70 a Milano, poi per la “messa a posto” dei ripetitori tv in Sicilia. “A noialtri ci dava 250 milioni ogni sei mesi”, ha detto intercettato in carcere il boss Totò Riina. 

La scoperta dell’appunto di Falcone, però, genera un ulteriore domanda: davvero il giudice non ha mai approfondito quei collegamenti tra Berlusconi e Cosa nostra messi nero su bianco in quel foglio di carta? Prima del 1994, a Palermo non è mai risultata alcuna indagine su Dell’Utri e quindi su Berlusconi. Eppure in un’intervista rilasciata il 21 maggio del 1992, cioè due giorni prima della strage di Capaci, Paolo Borsellino parla chiaramente di collegamenti tra Mangano, Dell’Utri e Berlusconi. Lo fa parlando con i giornalisti Jeanne Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi in quella che è diventata una delle interviste più misteriose degli ultimi trent’anni. I giornalisti chiedono notizie di Vittorio Mangano, visto che Borsellino aveva indagato su di lui nel 1975. Poi, a una domanda su Dell’ Utri, Borsellino risponde: “So che esistono indagini che lo riguardano e che lo riguardano insieme a Mangano. Credo che ci sia un’ indagine che attualmente è a Palermo con il vecchio rito processuale nelle mani del giudice istruttore, ma non ne conosco i particolari”. Quell’indagine, però, ufficialmente non è mai esistita. Come l’appunto di Falcone.


La procura toscana ha ottenuto dal gip la riapertura del fascicolo sui mandanti occulti dopo aver ricevuto la registrazione dei colloqui in carcere del boss, di cui Sekret, il nuovo format di inchiesta di Marco Lillo disponibile sulla piattaforma Loft, ha diffuso l'audio sul nostro sito. Il legale dell’ex premier Ghedini: “Notizie infamanti prima del voto”
DA  https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/10/31/stragi-di-mafia-berlusconi-e-dellutri-indagati-firenze-dopo-le-intercettazioni-di-graviano-audio-esclusivo/3946945/

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giovedì 7 dicembre 2017

Trump soffia sul Fuoco a Gerusalemme



Gli Stati Uniti riconosceranno Gerusalemme capitale di Israele, trasferendo nella Città santa la propria ambasciata. Donald Trump rompe gli indugi e lo annuncia in una fitta serie di telefonate, a partire da quelle ai diretti interessati: il premier israeliano Benyamin Netanyahu e il leader dell'Autorità palestinese Abu Mazen. A niente sono valse le fortissime preoccupazioni espresse dagli alleati arabi ed europei che nelle ultime ore hanno sommerso la Casa Bianca di appelli alla prudenza, inviando al presidente americano un chiaro messaggio: non si può scherzare col fuoco, con la regione mediorientale pronta ad esplodere.

Un piccolo gruppo di truppe Usa, intanto, è stato riposizionato per essere più vicino a paesi che presentano timori di disordini in seguito all'atteso annuncio del presidente Donald Trump del riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele e l'indicazione di voler spostare nella città da Tel Aviv l'ambasciata americana. Lo riferisce la Cnn citando fonti ufficiali americane. Si tratterebbe principalmente di Marine solitamente impiegati per la sicurezza di ambasciate Usa.

Sarebbe un errore fatale. In campo anche Papa Francesco, che ha parlato al telefono con Abu Mazen. Ma il dado sembra ormai tratto. Resta solo da capire la tempistica dello strappo fortemente voluto dal tycoon, una delle solenni promesse fatte durante la campagna elettorale. La mossa della Casa Bianca era attesa già lo scorso fine settimana. Proprio le reazioni dei governi amici, messi al corrente del piano di Trump dagli ambasciatori Usa, l'hanno fatta slittare, spingendo l'amministrazione a rivedere per l'ennesima volta ogni minimo dettaglio. La posta in gioco del resto è altissima, e il rischio concreto è quello di un vero e proprio terremoto in Medio Oriente e di un'ondata di violenze contro Israele e contro gli interessi americani.

Senza escludere - avvertono gli 007 Usa - un'escalation del terrorismo internazionale. Nonostante ciò, la svolta dovrebbe essere ufficializzata nelle prossime ore: il New York Times l'annuncia per domani, mercoledì 6 dicembre. L'ipotesi più probabile è quella di una dichiarazione di principio da parte del presidente Trump cui non seguirebbe un immediato trasloco dell'ambasciata Usa. Ambasciata che come tutte le altre rappresentanze diplomatiche si trova da decenni a Tel Aviv, visto che ad oggi Gerusalemme non è riconosciuta come capitale d'Israele da parte della comunità internazionale. Con i palestinesi che rivendicano il settore Est della città come capitale del loro futuro Stato.

Perché si passi dalle parole ai fatti, dunque, potrebbero volerci ancora dei mesi, se non degli anni. Ma l'effetto annuncio di Gerusalemme capitale potrebbe già provocare dei danni incalcolabili, con lo spettro di una nuova sanguinosissima intifada dietro l'angolo. Tutti i principali gruppi palestinesi hanno già dato il via libera alla protesta, annunciando 'tre giornate della collerà fino a venerdì. E il sistema di difesa israeliano si prepara per una «possibile rivolta violenta», con la polizia, lo Shin Bet e il comando centrale dell'esercito in stato di massima allerta. Dai Paesi arabi all'Europa è un coro di no a Trump.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha invitato i 57 Paesi membri dell'Organizzazione della cooperazione islamica (Oic) a riunirsi tra una settimana (il 13 dicembre) a Istanbul per un summit straordinario sull'attesa decisione di Donald Trump. Lo ha reso noto il suo portavoce, Ibrahim Kalin, spiegando che Erdogan ha avuto in queste ore contatti telefonici in merito con il suo omologo palestinese Abu Mazen e i leader di Iran, Arabia Saudita, Qatar, Tunisia, Pakistan, Indonesia e Malesia.

Il re di Giordania Abdallah e il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi hanno espresso direttamente al presidente americano tutta la loro contrarietà mettendolo in guardia dalle conseguenze pericolose in tutta la regione. Anche per l'Arabia Saudita cambiare i diritti dei palestinesi sullo status di Gerusalemme porterà ad un'esasperazione dei sentimenti dei musulmani in tutto il mondo. Mentre il premier turco Recep Tayyip Erdogan ha avvertito la Casa Bianca che l'eventuale riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele rappresenta «una linea rossa per i musulmani» e potrebbe portare alla rottura delle relazioni diplomatiche della Turchia con lo Stato ebraico.

Le stesse preoccupazioni arrivano in queste ore dalle cancellerie europee. Da Parigi e Berlino si ribadisce in maniera compatta come l'unica strada da seguire per risolvere la questione mediorientale sia quella dei due Stati: «La questione dello status di Gerusalemme dovrà essere risolto nel quadro dei negoziati di pace fra israeliani e palestinesi», il monito del presidente francese Emmanuel Macron.


La Palestina e lo stato di Israele
Perché la guerra?

Il conflitto arabo-israeliano, che da cinquanta anni ha trasformato la terra di Palestina in un campo di battaglia permanente, è un prodotto tragico del nazionalismo, inserito in un contesto di forte conflittualità religiosa.
Israele, stato indipendente dichiarato il 14 maggio 1948, si costituisce al termine di una contraddittoria politica di decolonizzazione attuata con gravissime responsabilità da Francia e Gran Bretagna.

La Palestina non è mai stata una nazione indipendente. Fino al 1914 era parte dell'impero Ottomano; una regione scarsamente popolata, arretrata e con un sistema semifeudale. Gli abitanti erano in grandissima maggioranza poveri braccianti al servizio di proprietari terrieri. Nel 1880 la zona contava circa 24 mila ebrei e 150 mila arabi. Nel 1945 gli arabi erano saliti a 1 milione e 240 mila, mentre gli ebrei erano 553 mila. Solo Gerusalemme era un centro urbano di una qualche importanza.

Cosa accadde nel frattempo? La prima guerra mondiale segnò la fine dell'impero Ottomano; l'area mediorientale passò sotto il controllo (protettorato) franco-inglese. Le diplomazie dei due stati avviarono un triplice gioco:

A) fu promessa l'indipendenza ai grandi proprietari arabi in cambio del loro appoggio in guerra (1915)

B) Balfour (premier britannico) rispose alla pressione del movimento sionista dichiarando di vedere con favore la creazione di uno stato ebraico indipendente in Palestina (1917).

C) l'accordo Sykes-Picot, siglato nel marzo 1915, e tenuto a lungo segreto, fissò la spartizione dell'intero Medio Oriente in aree di influenza.

La creazione dello stato di Israele

I Trattati di Versailles assegnarono la Palestina al protettorato britannico.
Sia ebrei che arabi si aspettavano una qualche forma di indipendenza; la Gran Bretagna non va oltre a qualche proposta di spartizione territoriale; la conflittualità tra le popolazioni - sempre più numerose - cresce continuamente. Il vento di guerra, e i rischi di una penetrazione tedesca nell'area, indussero il ministro Eden a favorire una strategia di accordo tra i paesi arabi e a proporre (1939) la costituzione di uno stato indipendente, basato sulla coesistenza etnica. Per limitare la supremazia ebraica e per non rompere l'alleanza con i paesi islamici, fu fortemente limitata l'immigrazione ebraica - fissata a quota 75.000.
Con l'inizio in grande scala della persecuzione nazista, è facile immaginare quale ripercussione drammatica abbia comportato questa scelta.
Non mancarono scontri tra terrorismo ebraico e autorità britanniche, considerate ostili al sionismo. Terminata la guerra, forse anche in seguito all'ondata emotiva dell'olocausto, l'immigrazione verso la Palestina non fu più ostacolata dal controllo britannico. Nell'immediato dopoguerra la zona era teatro di scontri tra ebrei e britannici, e tra ebrei e arabi. Nel maggio 1947 La Gran Bretagna annunciò all'ONU che si sarebbe ritirata dalla regione. Nel novembre dello stesso anno dalla stessa assemblea delle Nazioni Unite venne la proposta di dividere la regione in due parti: agli ebrei sarebbe andata la zona del Negev (permetteva una notevole espansione e capacità di accoglienza di nuovi immigrati). Usa, Urss e Francia si dichiararono a favore; la Gran Bretagna si astenne; stati arabi, India, Grecia e Pakistan votarono contro.
Quando le truppe inglesi lasciarono il Medio Oriente, nel maggio 1948, fu immediatamente proclamato lo stato di Israele.
Gli stati arabi considerarono la creazione dello stato ebraico - fondato su basi religiose e razziali - un atto di forza intollerabile: un esercito di palestinesi e truppe dei paesi arabi circostanti attaccò il nuovo stato iniziando la lunga stagione delle sconfitte militari. Aggressioni dei paesi arabi e controffensive violentissime portarono i soldati di Israele ad occupare vaste zone interamente abitate dai palestinesi. I conflitti del 1956, 1967 e 1973 aprirono le porte alla tragedia dei "territori occupati": le alture del Golan, la striscia di Gaza e la Cisgiordania diventarono campi di guerriglia permanente; con una popolazione a grandissima maggioranza palestinese (1,5 milioni gli arabi acquistati nei confini israeliani) discriminati e disprezzati da autorità e coloni. Soltanto nella controffensiva del 1949 e in seguito ai disordini dovuti alla proclamazione del nuovo stato ci furono quasi 1 milione di palestinesi espulsi dalla propria terra, accolti in miserabili campi profughi messi a disposizione dai paesi arabi e dall'UNRRA.





Le guerre e l'intifada

Dal 1949 il conflitto ha assunto connotati sempre più drammatici.
Nel 1956 i palestinesi costituiscono un movimento di liberazione (Al-Fatah) capace di collaborare con le forze armate degli stati arabi e di muovere azioni di guerriglia nel territorio israeliano. Nel 1967 - con fronti caldi come Siria e Egitto - scoppiò una crisi internazionale intorno al controllo del golfo di Aqaba (Sharm el Sheikh), innescato principalmente da Nasser , presidente dell'Egitto. Forte dell'appoggio sovietico - se Usa e Francia erano filo-israeliani, ovviamente i sovietici erano filo-arabi -  Nasser annunciò il blocco delle navi che attraversavano il golfo di Aqaba per rifornire Israele. Lo stato ebraico rispose con la forza: il 5 giugno 1967 l'aviazione bombardò gli aeroporti dei paesi arabi; le truppe di terra occuparono Gaza, Sherm el Sheikh, la Cisgiordania e Gerusalemme, le alture del Golan, l'Alta Galilea e il Sinai.
L'attacco passò alla storia come la guerra dei 6 giorni: il 10 giugno le offensive erano già terminate.
Ma le ferite aperte risultarono gravissime: lo scontro all'interno del territorio palestinese si trasformò in guerriglia permanente, con una militarizzazione molto estesa del movimento di liberazione arabo e un ricorso alla rappresaglia indiscriminata e violentissima.
Nel 1969 nasce l'OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) sotto la guida di Yasser Arafat. Intanto anche il Libano, con il bombardamento di Beirut nel 1968 ad opera dell'aviazione israeliana, entrava nella spirale di guerra del Medio Oriente. La Francia di De Gaulle divenne sostenitrice della pacificazione nell'area, appoggiando di fatto l'azione diplomatica dei paesi arabi.
1972
E' l'anno del massacro di Monaco. Il 5 settembre un commando di guerriglieri palestinesi fece irruzione negli alloggi israeliani del villaggio olimpico, prendendo in ostaggio nove atleti e uccidendone due. Quando le trattative fallirono le truppe speciali assaltarono il commando: nel conflitto rimasero uccisi cinque feddayyin, un poliziotto e tutti gli ostaggi.
1973
Anwar Sadat, successore di Nasser alla presidenza dell'Egitto, tentò nuovamente nell'autunno del 1973 di cambiare i rapporti di forza nell'area. Il 6 ottobre, sfruttando l'effetto sorpresa offerto dalla festività dello Yom Kippur, Egitto e Siria attaccarono. Dopo primi parziali successi, l'armata araba fu costretta alla ritirata, al punto da veder quasi minacciato Il Cairo. Il 22 ottobre la controffensiva ebbe termine.
Sadat si convinse dell'irrimediabilità della presenza di Israele e avviò una serie di contatti che portarono a una normalizzazione completa dei rapporti tra i due paesi e una fuoriuscita dell'Egitto dalla spirale di violenza del conflitto arabo-israeliano (trattato di pace di Washington, 1979). Sadat, tacciato di tradimento della causa araba, fu assassinato nell'autunno 1981.
Teatro principale degli scontri divenne il Libano, dove si erano rifugiati circa 200.000 palestinesi, armati e decisi a sostenere in grande scala azioni terroristiche e militari contro Israele. Il paese era caduto in una tragica guerra civile su cui Siria e Israele stavano pesantemente contribuendo. All'inizio del 1980 Israele invase il Libano meridionale coinvolgendo nella controffensiva anche i territori palestinesi e proclamò Gerusalemme capitale dello stato. I fatti sono terribilmente complicati per gli intrecci tra scontri locali e religiosi con le questioni di politica internazionale e di supremazia nell'area. Il massacro di Sabra e Shatila (settembre 1982) - un campo di profughi palestinesi alla periferia di Beirut - ad esempio è stato compiuto da truppe dell'esercito cristiano-libanese ma con la complicità dell'esercito israeliano, guidato tra gli altri da Sharon, che aveva il controllo dei campi.

Il resto è storia recente, con l'Intifada, la progressiva istituzionalizzazione dell'OLP e i decisivi accordi, con la mediazione USA, della prima metà degli anni '90 (1994, autonomia a Gaza e Gerico). L'assassinio di Rabin e i continui problemi di coesistenza sono sfociati nei primi mesi del 2000 nella ripresa gravissima dello scontro militare, cercato e alimentato dal governo Sharon.

Si tratta della Seconda Intifada, a cui sono seguiti attentati e conferenze di pace, parziale applicazione dell'autonomia amministrativa nei territori palestinesi e continui attacchi terroristici e controffensive militari. L'agenzia Afp aggiorna i dati delle vittime della Seconda Intifada - iniziata il 28 settembre 2000 - settimanalmente. Al 16 dicembre 2008 i numeri ci dicono:

Palestinesi 5302

Isrealiani 1082

Altre vittime 79    TOT  6463

Nel dicembre 2008, a seguito di una serie di lanci missilistici effettuati dalla striscia di Gaza e che hanno provocato in otto anni circa 15 morti e alcune centinaia di feriti, Israele lancia una durissima offensiva militare denominata "piombo fuso" . L'attacco provoca 1203 vittime tra i palestinesi - tra cui 450 bambini - e oltre 5000 feriti; mentre i morti dell'esercito di Tel Aviv sono stati 10 e 3 i civili. L'Onu ha condannato l'aggressione con la risoluzione 1860 del 8 gennaio 2009.

Ariel Sharon è in stato vegetativo permanente dall'aprile 2006. Il suo successore e attualmente premier in carica è  Benjamin Netanyahu. Entrambi appartengono al Likud, partito di destra, fautore di una politica di occupazione armata e una sottomissione dell'autorità politica palestinese.

Yasser Arafat fondatore e guida dell'Olp è morto nel 2004. Suo succesore è Abu Mazen leader del partito Al Fatha (i moderati palestinesi). L'altro partito importante e vincitore delle ultime elezioni è invece Hamas, molto attivo nella vita sociale e sostenitore di una linea di scontro aperto con Israele.

Nota - La presenza ai vertici istituzionali di Israele e dei territori palestinesi dei due partiti fautori dello scontro rende impossibile la risoluzione del conflitto. In caso di un nuovo e definitivo accordo, infatti, sia il Likud che Hamas perderebbo gran parte del consenso elettorale. E' loro interesse pertanto mantenere la situazione incandescente e alimentare lo scontro ogniqualvolta le pressioni internazionali sembrano aprire scenari diversi. Penso sia questa terribile trappola a inchiodare le popolazioni israeliane e palestinesi a un destino terribile e apparentemente immodificabile. La storia ci dice però che la questione è politica e non religiosa; che quindi sono le scelte a determinare i fatti e non viceversa, come troppo spesso politici e media vogliono far credere.

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