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giovedì 18 maggio 2017

Aumento dell’IVA deciso su pressione EUropea


 La cosa certa sono le decisioni del Governo Italiano pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale.

Ovvero, si, l’IVA italiana verrà aumentata. E non di poco. Capisco che siete increduli ma è così; so anche che i giornali parlano di tutto ma non di cose importanti come questa.
Di seguito l’aumento DECISO e NON Previsto.

L’aliquota Iva ad oggi del 10% passerà al:

• 11,5% dal 01.01.2018 (+1.5% rispetto al 2017)

• 12,0% dal 01.01.2019 (+2% rispetto al 2017)

• 13,0% dal 01.01.2020 (+3% rispetto al 2017)

Mentre l’aliquota ad oggi Iva del 22% passerà al:

• 25,0% dal 01.01.2018 (+3% rispetto al 2017)

• 25,4% dal 01.01.2019 (+3.4% rispetto al 2017)

• 24,9% dal 01.01.2020 (+2.9% rispetto al 2017)

• 25,0% dal 01.01.2021 (+3% rispetto al 2017)

Con buona pace di quelli che pensavano che le tasse non aumentassero. Preparatevi: purtroppo la
matematica dei conti statali – per altro messi nero su bianco nel documento programmatico ufficiale
dello Stato, il DEF – che dice che il prossimo anno sarà una strage. E la Troika – sigh – temo arriverà.

ANCHE PERCHE’ AUMENTARE L’IVA NEL 2018 SIGNIFICA FRENARE I CONSUMI OSSIA LA CRESCITA DEL PIL, DI FATTO DETERMINANDO A TERMINE (6-9 MESI) UN ULTERIORE BUCO NEI CONTI [MAGGIORE RAPPORTO DEFICIT/PIL] DA COPRIRE CON ULTERIORI TASSE. UN CANE CHE SI MORDE LA CODA.

L’EU VUOLE FARE IN MODO DI FAR ARRIVARE LA TROIKA IN ITALIA; STANNO CERCANDO DI

FARLO DAL 2011 .

Si noti bene: se la situazione dei conti statali dovesse peggiorare, cosa praticamente certa, sono pronto a scommettere che le aliquote IVA già approvate – quelle sopra – saliranno ulteriormente rispetto a quanto indicato. Chiaro, prima delle mazzate ci saranno le elezioni, poi bastonerannno: vorrete mica che vi diano la giusta ragione per incazzarvi votando contro l’EUropa austera…

In tutto questo purtroppo l’atteggiamento dei media di tacere le notizie cattive

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venerdì 12 maggio 2017

Jobs Act: assunzioni false per intascare soldi pubblici


 Jobs Act: assunzioni fasulle per intascare soldi pubblici

La denuncia dell’ufficio Entrate dell’Inps, che stima un totale di 600 milioni di euro di sgravi contributivi indebitamente percepiti nel triennio 2015-2017, segna l’ennesima debolezza della riforma del lavoro detta Jobs Act, che proprio sugli sgravi contributivi basa gran parte della sua auspicata efficienza. O quanto meno sui numeri che periodicamente si rimpallano governo e opposizioni a proposito dei nuovi posti di lavoro.


Se al diminuire degli sgravi fiscali sono diminuite anche le assunzioni, ora si scopre che una 
sbandierata assunzione ogni quindici è addirittura falsa. Circa 100mila lavoratori su un milione e mezzo assunti nel 2015 con l’esonero totale di contributi previdenziali non avevano diritto allo sgravio: le aziende coinvolte sono circa 60mila.

Il danno per le casse dello Stato non è di poco conto, perché per stessa ammissione dei funzionari 
dell’Inps così si sono persi 600 milioni di euro, cioè soldi dei pensionati e dei contribuenti. Tra le 
centinaia di migliaia di persone che hanno beneficiato della cosiddetta decontribuzione, ossia dello 
scontro triennale da 8.500 euro l’ anno sui versamenti all’ Inps, ce ne sono circa 100 mila che non ne 
avevano diritto. Le aziende hanno dichiarato di averli assunti, ma in realtà o non lo hanno fatto oppure erano già dipendenti dell’impresa che, 
fingendo di metterli in regola, ha ottenuto un ingiusto vantaggio.

Ma non è tutto, perchè nel mirino dell’Inps sono entrate anche le false aziende con relativi falsi 
lavoratori. Posizioni create al solo scopo di usufruire delle indennità di disoccupazione, una truffa 
escogitata per poter raggirare l’ istituto previdenziale, con un danno stimato in 160 milioni. Anche questa volta a danno dei pensionati e dei contribuenti.

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GLI IMPRENDITORI ITALIANI GUADAGNANO MENO DEI DIPENDENTI
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giovedì 4 maggio 2017

Il Gioco d’Azzardo strega gli italiani.


 Business record da 95 miliardi
Gratta&Vinci, slot machine e videopoker: nel 2016 giro d’affari cresciuto del 7 per cento Un milione i ludopatici, non c’è intesa per la regolamentazione più severa del settore
Videopoker e casinò on line hanno visto un’impennata nel 2016 rispetto allo scorso anno quanto a numero di giocate e soldi spesi
Nemmeno il Pil della Cina cresce così. Il 7 per cento in un anno è un incremento record e la cifra di 95 miliardi rappresenta il 4,4 del nostro prodotto interno lordo, più di quanto lo Stato investa sull’istruzione (poco più del 4%) e poco meno di quanto gli italiani, tutti, spendano per mangiare. Il cardinale Angelo Bagnasco ha appena tuonato contro il gioco d’azzardo «legale» («una nuova droga, un cancro che lo Stato non solo non contiene, ma favorisce e ci lucra»), che i bilanci di fine anno superano le cifre record che ha appena enunciato.

Dice Bagnasco: «L’affare azzardo rende più di 88 miliardi di euro all’anno: è stato studiato per far perdere, produce povertà e malattia». Quel dato si riferisce al 2015. Poche ore dopo arrivano i risultati del 2016 appena concluso e i miliardi sono diventati 95: ovvero, il 7% in più.

Giocano tutti. Le stime dicono che il 54,4 per cento degli italiani, quasi 30 milioni, si concede ogni anno almeno una volta il gusto dell’azzardo legale; se si fa il calcolo solo sulla popolazione adulta, si sfiora il 70 per cento. Quasi un milione di loro appartiene alla schiera dei patologici: da curare. In mezzo c’è un’area grigia di chi trascorre ore nei bar, nelle tabaccherie, tra slot, gratta e vinci e lotto istantaneo. Due milioni e mezzo di giocatori che, pur non compulsivi, investono cifre consistenti di denaro nella speranza del colpo di fortuna che possa cambiare la loro vita.

La fotografia di un’Italia ancora in crisi vede un comparto in continua crescita. Quello del 2016 è un nuovo record (persino sorprendente, se si considera la lotta all’azzardo intrapresa ormai da decine di amministrazioni locali) e l’altro dato monstre è rappresentato dal paragone con il non lontano 2008: in questi otto anni, la spesa per i giochi è raddoppiata. Le slot machine e le nipotine videolottery di nuova generazione fanno ancora la parte del leone, anche se l’incremento è modesto e il maggior gettito per lo Stato è stato determinato solo dall’aumento delle imposte. Ma crescono vorticosamente, analizza l’agenzia specializzata Agipro, tutti i giochi di scommesse e quelli online. Risfodera appeal persino il SuperEnalotto, che viaggia al 52% in più sul 2015 grazie alla lunga caccia al 6, finita il 27 ottobre scorso con la maxi vincita di Vibo Valentia (163 milioni), e il restyling che ha garantito un jackpot ancora più ricco e la possibilità di vincere anche con il 2. S’impennano Poker e casinò online di quasi il 20 per cento rispetto all’anno precedente.

«Di fronte a questi dati - commenta il parlamentare Lorenzo Basso - davvero non si capisce la ritrosia degli operatori ad accettare le nostre proposte: divieto assoluto di pubblicità e riduzione drastica, se non l’abolizione, degli apparecchi da gioco dai bar, dalle tabaccherie, da tutti i luoghi non dedicati».

Basso, deputato Pd, area cattolica, da anni combatte una battaglia per la regolamentazione severa del settore, insieme a una pattuglia di colleghi bipartisan. Un riordino del settore atteso da anni, da mesi in attesa di un accordo nella conferenza Stato-Regioni, mai giunto all’approdo definitivo. Dopo decine di rinvii, è di nuovo in calendario alla fine di gennaio. Contiene anche, quel provvedimento, la riduzione di un terzo delle slot machine presenti sul territorio che era stata annunciata dall’ex premier Renzi. Risultato: per ora non pervenuto, mentre Comuni e Regioni vanno avanti in ordine sparso. Le accuse di non voler arrivare a un accordo sono respinte al mittente dal vice presidente di Confindustria Sistema Gioco, che rappresenta gli operatori del settore. Attacca il vicepresidente Massimiliano Pucci: «Non siamo noi a non voler chiudere, ogni volta che siamo a un passo, gli enti locali aggiungono un tassello in più. Allora diciamo pure che l’azzardo legale in Italia è del tutto vietato, che noi dobbiamo essere esposti alla pubblica gogna e che tutto deve tornare a com’era prima di queste leggi, quando il comparto era tutto nelle mani della criminalità.
Proviamo, sperimentiamo quel che succede».
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martedì 2 maggio 2017

La Tua Azienda ed il Tuo Sito


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mercoledì 26 aprile 2017

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sabato 8 aprile 2017

Numeri Identificativi per la Polizia Italiana


Codici Identificativi sulle Divise della Polizia

Guadagnare tempo. Appellarsi a qualsiasi iter e cavillo legislativo pur di non far giungere il provvedimento in Aula. La tecnica del governo è palese: il disegno di legge per introdurre i numeri identificativi per le forze dell’ordine non deve passare. E già 30 giorni sono stati ottenuti.

L’ordine giunge dall’alto. Va congelato in Commissione Affari Costituzionali, dove si trova già da settimane. Nessuna calendarizzazione in Senato. Si sollevano gli scudi. Eppure si tratta di una battaglia di civiltà che ci uniformerebbe al resto d’Europa. Non per l’esecutivo, il tema è “divisivo” e capace di rompere le nostrane larghe intese. Il ministro Angelino Alfano è pronto a battagliare per respingere quel che considera un attacco alla polizia, il premier Matteo Renzi fa lo gnorri pur di evitare nuove rogne.

Ma andiamo per ordine. Negli ultimi mesi sono stati ben 3 i ddl presentati in Commissione Affari Costituzionali sulla questione: uno a firma di Peppe De Cristofaro (Sel), uno di Marco Scibona (M5S) e l’ultimo di Luigi Manconi (Pd). I testi erano pressoché identici, alla fine si è deciso di convergere su quello del senatore sellino De Cristofaro. Dopo un complesso iter, la Commissione ha concluso l’esame degli emendamenti per poter giungere in Aula. Qui il primo stop del governo che non ha calendarizzato il dibattito, tanto da far gridare allo scandalo l’opposizione: “Non vuole il provvedimento e sta facendo di tutto per perdere tempo”.

Chi si oppone fortemente è Angelino Alfano, il quale – messo alle strette – giovedì scorso è stato costretto a recarsi in Commissione Affari Costituzionali per negoziare con M5S, Sel e parte del Pd. Il ministro dell’Interno ha prima attaccato il ddl parlando di “mancata uniformità e di proposta incompiuta” e poi ha chiesto di ritirarlo, dicendo di voler presentare un nuovo provvedimento governativo – da votare tutti insieme – sulla “sicurezza urbana” che avesse una norma sull’identificazione degli agenti in piazza. Proposta rispedita al mittente da Vito Crimi, relatore del ddl a firma De Cristofaro.

“Una proposta inaccettabile sia nel metodo che nel merito – spiega lo stesso senatore di Sel – Nel metodo perché trovo imbarazzante chiedere alle opposizioni di votare un testo dell’esecutivo, salvandolo dall’impasse, ritirando il proprio ddl. E ovviamente nel merito: nel ddl sulla sicurezza urbana, di cui ancora non conosciamo il contenuto, temo ci saranno norme repressive e sul controllo dei manifestanti che non condividiamo”. In soldoni, per votare una norma sull’identificazione degli agenti, magari annacquata, il ministro chiedeva il sì su un intero pacchetto ancora sconosciuto ai più.

Un accordo a scatola chiusa che ha visto anche i senatori Pd contrariati. Da qui la mediazione di aspettare in Commissione Affari Costituzionali il testo del governo, per votare successivamente in Aula i due disegni di legge, contestualmente, uno dopo l’altro. Il provvedimento del governo dovrebbe, condizionale è d’obbligo, giungere entro fine aprile.

“Era l’unico modo purtroppo per far arrivare il nostro ddl in discussione a Palazzo Madama – spiega ancora De Cristoforo – Una volta che il provvedimento sarà giunto a votazione si stanerà il governo: o il ddl passa coi voti nostri, del M5S e del Pd ponendo fine al vulnus italiano in materia o l’esecutivo e il Pd si prenderanno la seria responsabilità di aver bocciato un provvedimento di civiltà”.

Un provvedimento, tra l’altro, che ci intima l’Europa con una recente risoluzione e che ha il semplice scopo di introdurre delle modalità di individuazione che, ove richiesto dalle circostanze, tutelino quanti tengono comportamenti conformi alle norme. Nessun nome e cognome sui caschi, ma un identificativo alfanumerico che – si legge nel testo – “ha un duplice effetto trasparenza: verso l’opinione pubblica, che sa chi ha di fronte, e a garanzia di tutti i poliziotti che svolgono correttamente il loro servizio”.

Due i punti cardine della norma: “Il casco di protezione indossato dal personale delle Forze di polizia [...] deve riportare sui due lati e sulla parte posteriore una sigla univoca che consenta l'identificazione dell'operatore che lo indossa”, vietando “di indossare caschi o altri mezzi di protezione del volto che non consentono l'identificazione dell'operatore, o di indossare caschi assegnati ad altri”. Inoltre verrebbe introdotto il “divieto al personale delle Forze di polizia, anche se autorizzato a operare non in uniforme per ragioni di servizio, di portare indumenti o segni distintivi che lo possono qualificare come appartenente alla stampa o ai servizi di pubblico soccorso, quali medici, paramedici e vigili del fuoco”.

Il governo – grazie all’astuzia di Alfano – ha guadagnato almeno altri 30 giorni con tale mossa, ma il problema resta intatto. In Europa siamo un’anomalia, da tempo si chiede di legiferare in materia. La speranza è che prima o poi i nodi vengano al pettine. Il ddl è congelato, al momento. Fino a quando?

Identificativi per gli agenti: Italia maglia nera in Europa

di Gabriele Mastroleo e Giuseppe Montalbano

I recenti fatti di Blockupy, con un ragazzo italiano arrestato e detenuto in Germania da oltre una settimana, e un ddl presentato il sei giugno di due anni fa, ma ancora arenato in Commissione al Senato, in attesa di approdare nell'Aula di Palazzo Madama, hanno riportato l'attenzione sul tema della democratizzazione delle forze dell'ordine a livello europeo e – nello specifico dell'Italia – dell'introduzione di numeri identificativi per le forze di polizia. Una misura sostenuta dalle istituzioni europee come complemento necessario ad un effettivo controllo democratico sulle forze dell’ordine e già adottata in gran parte dei Paesi del vecchio continente, che ha visto finora l’Italia in una posizione di grave arretratezza e chiusura, come denunciato anche dal recente rapporto di Amnesty sulla situazione dei diritti umani in Italia.

Risale al settembre 2001, all’indomani del G8 di Genova, il primo European Code of Police Ethics sottoscritto dal comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, che agli articoli 14 e 45 raccomanda l’adozione di strumenti identificativi per tutti gli agenti in servizio, come condizione essenziale ad assicurarne la responsabilità e prevenirne gli abusi nei confronti dei cittadini. Prendendo le mosse dai principi sanciti da quel testo, nel dicembre 2012, fu il Parlamento Europeo ad approvare una risoluzione nella quale si esprimeva profonda preoccupazione per tutta una serie di violazioni compiute dagli Stati membri in materia di diritti umani.

Il lungo documento dedicava un passaggio agli abusi di polizia, esprimendo “preoccupazione per il ricorso a una forza sproporzionata da parte della polizia durante eventi pubblici e manifestazioni nell'UE”, invitando gli Stati membri “a provvedere affinché il controllo giuridico e democratico delle autorità incaricate dell'applicazione della legge e del loro personale sia rafforzato, l'assunzione di responsabilità sia garantita e l'immunità non venga concessa in Europa, in particolare per i casi di uso sproporzionato della forza e di torture o trattamenti inumani o degradanti” e infine esortando i Paesi dell'Ue “a garantire che il personale di polizia porti un numero identificativo”.

Nel gennaio 2014, un documento simile passa in Commissione per le libertà civili e la situazione si delinea in maniera ancora più grave: si esprime infatti “preoccupazione per i numerosi casi di maltrattamenti operati dalle forze di polizia e dalle forze dell'ordine, soprattutto attraverso l'uso sproporzionato della forza contro partecipanti pacifici e giornalisti in occasione di manifestazioni e l'impiego eccessivo di armi non letali, come i manganelli, i proiettili di gomma e i taser”, ribadendo poi la richiesta agli Stati membri “di garantire la presenza di elementi di identificazione sulle uniformi delle forze dell'ordine e di assicurare che queste ultime rispondano sempre delle loro azioni”, oltre che “sia posta fine ai controlli di polizia basati sulla caratterizzazione etnica e razziale”.

La proposta di risoluzione, approvata un mese dopo dal Parlamento europeo, “esprime preoccupazione per l'imposizione di un numero crescente di limitazioni al diritto di riunione e di manifestazione pacifica e fa presente che i diritti di riunione, associazione ed espressione costituiscono la base del diritto a manifestare”, invitando in maniera esplicita gli Stati membri “a non adottare misure che possano compromettere o penalizzare l'esercizio delle libertà e dei diritti fondamentali”, attraverso provvedimenti atti a garantire che “l'uso della forza avvenga solo in casi eccezionali e debitamente giustificati da una minaccia reale e grave per l'ordine pubblico”. La risoluzione è chiara: “Le forze di polizia sono innanzitutto al servizio della sicurezza e della protezione delle persone”.

La situazione in Italia

Come accennato, in Italia aspetta di sbarcare al Senato un ddl, primo firmatario Peppe De Cristofaro, titolato “Disposizioni in materia di identificazione degli appartenenti alle Forze dell'ordine”, che prevede di “introdurre delle modalità di individuazione che, ove fosse richiesto dalle circostanze, tutelino quanti tengono, e sono naturalmente la maggioranza, comportamenti conformi alle norme e alle circostanze”. Intorno al testo si era raccolta, almeno a parole, una larga maggioranza, dal Pd al Movimento 5 Stelle: fatto sta, però, che il provvedimento è fermo già da due anni.

Due i punti cardine della norma: “Il casco di protezione indossato dal personale delle Forze di polizia [...] deve riportare sui due lati e sulla parte posteriore una sigla univoca che consenta l'identificazione dell'operatore che lo indossa”, vietando “di indossare caschi o altri mezzi di protezione del volto che non consentono l'identificazione dell'operatore, o di indossare caschi assegnati ad altri”. Inoltre verrebbe introdotto il “divieto al personale delle Forze di polizia, anche se autorizzato a operare non in uniforme per ragioni di servizio, di portare indumenti o segni distintivi che lo possono qualificare come appartenente alla stampa o ai servizi di pubblico soccorso, quali medici, paramedici e vigili del fuoco”.

Nel frattempo, però, è già partita la sperimentazione delle telecamerine in dotazione alle forze dell'ordine per riprendere quanto avviene nei cortei, avallata dal prefetto Alessandro Pansa con queste parole: “Il regolamento serve a bilanciare esattamente il ricorso all’esercizio legittimo della forza attraverso le modalità che devono essere confrontabili correttamente con la violenza che i tutori dell’ordine subiscono nel corso delle manifestazioni, nel corso dei loro interventi”. La legittimità delle telecamerine viene sancita a fine settembre dal Garante per la privacy, a condizione che sussistano situazioni di pericolo e che qualora quel pericolo non si concretizzi le immagini vengano cancellate.

Nelle stesse ore, con un emendamento nel decreto stadi presentato dal parlamentare di Forza Italia, Gregorio Fontana, viene infatti introdotto in via sperimentale l'utilizzo della pistola elettrica, la cosiddetta Taser, già in dotazione ad esempio, negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Francia e in Svizzera. Il deputato azzurro ha spiegato: “La pistola elettrica Taser, come è noto, è un'arma di dissuasione non letale: essa produce una scarica elettrica che rende la persona colpita inoffensiva per alcuni secondi, sufficienti alle forze dell'ordine per arrestarla”. Sui rischi del Taser si è invece espresso Francesco Romeo, direttore del reparto di Cardiologia del Policlinico Tor Vergata di Roma, interpellato dall'Adnkronos: “La pistola elettrica Taser provoca un danno muscolare e potrebbe quindi, teoricamente, causare un danno anche al muscolo cardiaco. Inoltre potrebbe interferire con alcuni dispositivi medici, tipo il pacemaker”. Se non bastasse il parere medico, un'inchiesta del 2012 parla di 500 persone morte per l'abuso della pistola elettrica solo negli Usa, mentre una commissione Onu considera la Taser “una forma di tortura, che in certi casi può condurre alla morte com'è dimostrato da numerosi studi e da episodi accaduti in seguito all'uso pratico di questi strumenti”.

Gli altri Paesi europei

In diversi Paesi europei esistono già provvedimenti per l’identificazione individuale degli agenti di polizia in servizio. Per quanto variegata, legata a misure in gran parte locali e non priva di contraddizioni, si può in generale constatare una rinnovata attenzione e iniziativa regolamentatrice a livello europeo su un tema tornato sull’agenda politica parallelamente alle contestazioni di piazza e agli abusi di potere da parte degli agenti nella gestione dell’ordine pubblico. Uno sguardo ai nostri vicini europei può darci un’idea delle buone pratiche da prendere ad esempio, così come dei rischi legati all’adozione di regole identificative “di facciata”, senza reali strumenti per assicurarne il pieno rispetto.

Regno Unito

Nel Regno Unito non esiste una regolamentazione unica per l’identificazione degli agenti, ma varia da regione a regione. La “Dress Code Policy” per la polizia metropolitana di Londra stabilisce l’obbligo per tutti gli agenti in servizio di esporre il codice identificativo nella spallina dell’uniforme, in modo che sia “visibile in ogni momento”. Non sono previste esplicite sanzioni per garantire il rispetto del regolamento, ma la sua violazione da parte degli agenti può determinare specifiche misure disciplinari, che restano però a discrezione dei commissariati. Dopo gli scontri tra manifestati e forze dell’ordine per il summit del G20 a Londra nel 2009, nel corso dei quali diversi agenti sono stati accusati dalla stampa e da partiti di entrambi gli schieramenti di non aver esposto il codice identificativo, il rispetto del ‘dress code’ da parte della Metropolitan Police Authority è diventato più stretto.

Francia

Fra le promesse di Hollande in campagna elettorale, il decreto del Ministero degli Interni firmato da Manuel Valls nel dicembre del 2013 ha introdotto in Francia l’obbligo per gli agenti in servizio, sia in uniforme che in borghese, di esporre un codice identificativo individuale di sette cifre, il “référentiel des identités et de l'organisation”. La normativa prevede eccezioni per gli agenti incaricati di presidiare la direzione generale della sicurezza interna, per quelli di servizio presso le sedi diplomatiche francesi all’estero, e quando sia richiesta la divisa ufficiale in occasione di cerimonie o commemorazioni. Sono inoltre esclusi dall’obbligo di identificazione alcune unità della polizia e della gendarmeria di Stato, come quelle di contrasto al terrorismo, i corpi incaricati della sicurezza del presidente della Repubblica e le unità di “ricerca, assistenza, intervento e dissuasione. L’identificazione del poliziotto attraverso un numero portato in maniera trasparente, spiega il ministero degli Interni transalpino, si fonda sull'esigenza di principi di trasparenza e responsabilità individuali. Nonostante il mancato richiamo nel decreto a misure sanzionatorie per gli agenti inadempienti, i sindacati di polizia hanno denunciato il ricorso a sanzioni disciplinari da parte del Ministero degli Interni per assicurare il rispetto dell’obbligo, come dichiarato pubblicamente dallo stesso Valls all’entrata in vigore della nuova normativa nel gennaio 2014.

Germania

In Germania non esiste l’obbligo di identificazione per la polizia federale, ma è invece adottato in diversi Länder per i corpi di polizia regionali, dove nella gran parte dei casi la polizia è libera di scegliere se riportare un’etichetta identificativa o meno. A Berlino, però, dal luglio 2011 la polizia ha l’obbligo di esporre un codice di riconoscimento di quattro cifre. Un provvedimento accolto tra le proteste dei sindacati di polizia, che hanno a lungo dato battaglia per ripristinare la normativa precedente, che obbligava gli agenti a dichiarare il proprio codice identificativo solo se richiesto, lasciando poi ai singoli la possibilità di riportarlo sulla propria uniforme. Sulla scia dell’iniziativa berlinese, anche lo Stato di Brandeburgo ha introdotto nel 2013 l’obbligo di identificazione per le unità di polizia sotto la sua giurisdizione. Nello Schleswing-Holstein resta in sospeso un progetto di legge dal 2010 sull’introduzione di numeri identificativi, fortemente osteggiato dai cristiano-democratici. In Sassonia dal primo aprile 2012 è stato introdotto l’obbligo di matricole di riconoscimento per gli agenti, ma non per quelli che operano “in situazioni pericolose” (tra cui le manifestazioni): un’eccezione questa contro cui continuano a battersi le sinistre e numerosi comitati cittadini.

Spagna

Ad eccezione delle unità incaricate di mantenere l’ordine pubblico, anche in Spagna esiste sulla carta un obbligo di identificazione pubblica per gli agenti, anche se non sono previste misure per garantirne l’effettivo rispetto. Nel Paese è stata approvata proprio in questi giorni una legge definita di “stampo franchista”, con i soli voti del Partito Popolare al governo, ma osteggiata, secondo un sondaggio, da otto spagnoli su dieci. Le nuove norme prevedono sanzioni fino a 30mila euro per una serie di infrazioni, come l’esposizione di cartelli e simboli o il rifiuto ad abbandonare una manifestazione.

Grecia

Nel gennaio del 2010 il governo greco ha emendato il precedente regolamento sull’identificazione pubblica della polizia, introducendo l’obbligo per tutti gli agenti di rendere visibile nelle proprie spalline un codice di riconoscimento individuale. Per gli agenti in tenuta anti-sommossa, un codice relativo alla proprio unità di riferimento e all’identificazione del singolo è riportato in evidenza sul casco protettivo. In un rapporto del 2012 sugli abusi e le violenze perpetrate dalla polizia ellenica nelle proteste contro le politiche di austerità, Amnesty ha però denunciato la pratica adottata dalle unità preposte all’ordine pubblico di riportare il codice identificativo nella parte posteriore del casco, aggirando così di fatto l’obbligo di essere chiaramente identificabili dai manifestanti.

Belgio

Vi è una norma che obbliga gli agenti a portare una targhetta con nome, grado e forza di polizia. Tuttavia, nell’aprile 2013, la Commissione Interni del Senato ha fatto propria una proposta di Gérard Deprez del Mouvement réformateur tesa a mantenere l’identificabilità delle forze di polizia, ma al contempo a garantirne l’anonimato, per il rischio di ritorsioni. In pratica, si pensa a una norma che sostituisca i nomi sulle divise appunto con codici identificativi.

Olanda

Due sono le principali caratteristiche delle divise nel Paese: per gli agenti c’è l'obbligo di portare sull'uniforme una targhetta con il nome, ma contestualmente le forze di polizia che agiscono in situazioni di ordine pubblico portano un numero sul casco. La targhetta fa parte dell'uniforme, anche se vi sono casi in cui viene nascosta. Non vengono comunque previste disposizioni particolari per chi occulta la targhetta.

Turchia

Nel giugno 2013, attraverso il suo blog, il giornalista e attivista per i diritti civili, Lorenzo Guadagnucci, pubblicò una foto di un agente in divisa che in Turchia si stava scagliando contro una manifestante. Nel Paese di Erdogan, che aspira da anni a entrare nell’Ue, esiste l’obbligo di avere dei codici identificativi sui caschi, ma l’agente aveva pensato bene di occultare il proprio con una striscia di scotch colorato. Il caso ha voluto che una folata di vento scollasse per un istante quel nastro dal casco e che un fotografo freelance fosse lì a immortalarlo. Quell’immagine ha fatto il giro del mondo e il poliziotto - in un Paese che non brilla certo in materia di diritti civili - ha rischiato sanzioni. Si tratta di un fatto indubbiamente simbolico, ma che ne evidenzia - scrive Guadagnucci - uno molto più importante: “Il gesto dell'agente ritratto nella nostra fotografia, il suo goffo tentativo di occultamento del codice, dimostra che il timore d'essere identificati è un deterrente per gli agenti mal intenzionati e in generale un freno per gli eccessi preordinati nell'uso della forza”.

In Europa non mancano quindi esempi di cui fare tesoro per una maggiore tutela dei cittadini da eventuali abusi nella gestione dell’ordine pubblico. L’identificabilità degli agenti non basta da sola a risolvere il problema, ma è un passo necessario per rendere più trasparente l’operato della polizia, combattendo l’impunità e prevenendo la formazione di nuclei ideologizzati al suo interno. Anche in Italia si apre adesso la concreta possibilità di recuperare anni di ritardo e chiusura su un tema che tocca direttamente la qualità della democrazia e la libertà di espressione.
Un’occasione che non deve andare sprecata.

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Introduzione del Reato di Tortura in Italia

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G8 2001 Bolzaneto: Governo Ammette Abusi e Violenze della Polizia


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Introduzione del Reato di Tortura in Italia



Reato di Tortura in Italia

Per otto italiani su 10, Amnesty dovrebbe continuare a presidiare i casi di violazioni internazionali, senza dimenticare i fatti italiani: Bolzaneto al G8 di Genova, le torture inflitte a Stefano Cucchi e l'assassinio di Giulio Regeni sono i casi di grave violazione dei diritti umani
più presenti nella mente degli italiani

Solo il 33 per cento degli italiani ritiene che in Italia avvengano casi di tortura, a fronte di un 50 per cento secondo cui questa non avviene nel nostro Paese (il 17 per cento dice di non saperlo). I risultati dell’indagine, realizzata da Doxa per Amnesty International su un campione rappresentativo della popolazione italiana over 30, vengono resi noti proprio nella giornata in cui l’Italia ha riconosciuto i propri torti nei confronti di sei cittadini per quanto subito nella caserma di Bolzaneto
 durante il G8 di Genova del 2001.


Nonostante una percentuale così alta di italiani non creda ci siano casi di tortura nel Paese, l’indagine evidenzia che comunque la mancanza di rispetto per i più elementari diritti umani viene considerata una materia importante su cui intervenire, al punto che sei italiani su 10 sono favorevoli all’introduzione di uno specifico reato di tortura. Per otto italiani su 10, Amnesty dovrebbe continuare a presidiare i casi di violazioni internazionali, senza dimenticare i fatti italiani: Bolzaneto al G8 di Genova, le torture inflitte a Stefano Cucchi e l’assassinio di Giulio Regeni sono i casi di grave violazione dei diritti umani più presenti nella mente degli italiani.


Amnesty lancia la campagna di raccolta fondi con il 5×1000. “Sebbene un italiano su due ritenga che la tortura nel nostro paese non esista, la sensibilità verso la difesa e le violazioni dei diritti umani che hanno ottenuto maggiore spazio sui mezzi d’informazione destano interesse e partecipazione“, dichiara Riccardo Noury, portavoce Amnesty International Italia. E prosegue: “Da questa indagine emerge con chiarezza che dobbiamo continuare a lavorare con tutte le nostre forze per portare all’attenzione delle istituzioni, dell’opinione pubblica e dei media il tema della tortura, far crescere la consapevolezza su quello che avviene nel nostro paese e fuori dai nostri confini,
dare voce a chi non ce l’ha”.


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G8 2001 Bolzaneto: Governo Ammette Abusi e Violenze della Polizia


G8 di Genova, violenze a Bolzaneto: il governo ammette le sue colpe
La Corte Europea dei Diritti Umani prende atto della risoluzione amichevole tra le parti. Roma verserà 45 mila euro ciascuno ai cittadini vittime di abusi.
Il governo italiano ha riconosciuto i propri torti nei confronti di sei cittadini per quanto subito nella caserma di Bolzaneto il 21 e 22 luglio 2001, ai margini del G8 di Genova, e gli verserà 45 mila euro ciascuno per danni morali e materiali e spese processuali. Lo rende noto la Corte europea dei diritti umani in due decisioni in cui «prende atto della risoluzione amichevole tra le parti» e stabilisce di chiudere questi casi.

Il governo italiano, secondo quanto reso noto a Strasburgo, ha raggiunto una 'risoluzione amichevolè con sei dei 65 cittadini - tra italiani e stranieri - che hanno fatto ricorso alla Corte europea dei diritti umani. Ricorsi in cui si sostiene che lo Stato italiano ha violato il loro diritto a non essere sottoposti a maltrattamenti e tortura e si denuncia l'inefficacia dell'inchiesta penale sui fatti di Bolzaneto.


Con l'accordo, si legge nelle decisioni della Corte, il governo afferma di aver «riconosciuto i casi di maltrattamenti simili a quelli subiti dagli interessati a Bolzaneto come anche l'assenza di leggi adeguate. E si impegna a adottare tutte le misure necessarie a garantire in futuro il rispetto di quanto stabilito dalla Convenzione europea dei diritti umani, compreso l'obbligo di condurre un'indagine efficace e l'esistenza di sanzioni penali per punire i maltrattamenti e gli atti di tortura». Inoltre, nell'accordo il governo si impegna anche «a predisporre corsi di formazione specifici sul rispetto dei diritti umani per gli appartenenti alle forze dell'ordine». E propone di versare ai ricorrenti 45 mila euro ciascuno per danni morali e materiali e per le spese di difesa. In cambio i ricorrenti «rinunciano a ogni altra rivendicazione nei confronti dell'Italia per i fatti all'origine del loro ricorso.

Ma l'accordo non chiude certamente la questione. E, se possibile, alimenta nuove polemiche "Quella che offre lo Stato è una cifretta _ spiega  l’avvocato Laura Tartarini, che difende una ventina di persone tra le vittime della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto , che ha  accettato chi, tra cui due dei miei assistiti,  ha necessità economiche e personali. Per gli altri il ricorso continua». L'avvocata rileva che "sono passati 16 anni e non mi stupisco che alcuni di loro decidano di accettare l’offerta. Ma lo Stato si sta comportando in modo davvero poco consono, tanto che gli accordi in sede civile davanti ai giudici di Genova ancora non si trovano.
Questo accordo certo non rappresenta una soddisfazione morale».

Il processo di appello per le violenze di Bolzaneto si era concluso, nel giugno 2013, con  sette condanne e quattro assoluzioni. La quinta sezione penale della corte aveva  assolto Oronzo Doria, all’epoca colonnello  del corpo degli agenti di custodia,  e gli agenti Franco, Trascio e Talu. Erano invece state confermate  le 7 condanne che erano state inflitte dalla Corte d’Appello di Genova il 5 marzo 2010 nei confronti dell’assistente capo di Pubblica sicurezza Luigi Pigozzi (3 anni e 2 mesi) – che divaricò le dita della mano di un detenuto fino a strappargli la carne – degli agenti di polizia penitenziaria Marcello Mulas e Michele Colucci Sabia (1 anno) e del medico Sonia Sciandra. Per quest’ultima la Cassazione aveva ridotto la pena, assolvendola solo dal reato di minaccia. Pene confermate a un anno per gli ispettori della polizia Matilde Arecco, Mario Turco e Paolo Ubaldi che avevano rinunciato alla prescrizione. La pene erano però quasi integralmente coperte da indulto.

Nei giorni del G8 del 2001, ricostruì il processo, basato anche sulle testimonianze  di decine di vittime, oltre 300 persone vennero private della possibilità di incontrare i loro legali, umiliate, picchiate, minacciate. Tra le mura della caserma risuonarono a più ripresa inni fascisti, molti dei ragazzi vennero costretti a rimanere immobili per ore, le donne subirono violenze fisiche e morali.

La Cassazione aveva anche bocciato il ricorso della procura di Genova che chiedeva di contestare il reato di tortura, cosa che appunto avrebbe evitato l’estinzione del reato. Reato che come già era stato evidenziato nella sentenza Diaz non è contemplato dal nostro ordinamento.
da Repubblica



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domenica 2 aprile 2017

Cupola dietro la tratta dei Migranti



Così si muovono i trafficanti di esseri umani
Dalle indagini e dai racconti dei testimoni emergono una serie di reti criminali che fanno affari sulla pelle di chi cerca di arrivare in Italia, spesso con la complicità dei militari.
Ecco i nomi e le persone dietro questo business.

L’Happy hour della Cupola che gestisce il traffico di migranti va in scena ogni fine settimana in un coffee shop del quartiere Hal Andalus di Tripoli.
Tra una partita di biliardo e un aperitivo, i boss dello smuggling
decidono il destino di migliaia di persone, pronte a riversarsi sulle coste della Sicilia.


E’ la ricostruzione di un gruppo di migranti raccolta dall’Espresso. Quei ragazzi hanno vissuto per mesi a Tripoli, nelle baracche in riva al mare messe a disposizione dai capi dell’organizzazione. Il loro racconto coincide con i dati investigativi dei pm di Palermo Gery Ferrara e Claudio Camilleri, coordinati dal procuratore aggiunto Maurizio Scalia.

L’indagine ha smantellato uno dei gruppo legati al network multinazionale composto da etiopi, eritrei, libici e sudanesi. Per la Procura di Palermo ci sarebbero altre reti attive e la conferma arriva dai continui sbarchi sulle coste siciliane.

Grazie alle intercettazioni compiute sulle utenze di Medhanie Yehdego – ritenuto responsabile nel solo 2014 di almeno 7.000 sbarchi – è possibile ricostruire alleanze e regole della Cupola che gestisce il traffico di migranti. E se i testimoni ascoltati dall’Espresso parlano di un boss chiamato “Doctor Alì”, quel nome appare già nelle carte giudiziarie: la sua voce è stata tracciata via etere, proprio per i suoi contatti con Medhaine.


Alì è un trafficante libico, attento a tenere in ordine i conti. Dalla lettura dei dialoghi tra Alì e il trafficante eritreo si capisce che qualcosa non va. Il “doctor” si lamenta di non avere ricevuto la sua parte di compensi e minaccia Medhaine : ”se non avrò i miei soldi, saprò cosa fare”. Sempre al telefono, Alì rimprovera Medhaine di rovinare il mercato: “prima prendevi 1.000 dollari a persona e adesso ne chiedi soltanto 400”.

Il libico fissa il compenso per i suoi servizi: per ogni migrante che passa dal suo territorio dovrà ricevere 400 dollari. E’ la regola del business: la “domanda” di viaggi cresce, ma le tariffe non si devono abbassare. Per il bene dell’organizzazione è meglio trovare un’intesa e Medhaine ha ottimi argomenti per convincere i responsabili delle diverse fazioni della “Cupola” che controlla il traffico di migranti dalle coste del Nord Africa.

Medhaine è un bravo negoziatore, Alì viene rassicurato, avrà delle auto per gestire lo spostamento dei migranti in Libia – mezzi che il capo dei trafficanti ha acquistato a Dubai – e per ogni “cliente” otterrà un compenso di 300 dollari, un po’ meno di quanto preteso, ma quanto basta per trovare un accordo tra le diverse fazioni dei trafficanti.

Medhaine si paragona a Gheddafi per la sue capacità di leadership. E’ orgoglioso degli uomini che
compongono la sua organizzazione, li ha scelti uno per uno e al vertice del suo gruppo criminale,
proprio come faceva il colonnello deposto nel 2011, ha piazzato soltanto parenti e fedelissimi.

Ma nonostante queste precauzioni, vivere e lavorare a Tripoli di questi tempi è sempre un’incognita, con un buon carico di stress per il capo del network. Se da un lato il trafficante eritreo può contare su una rete di complicità con le forze di polizia locali, dall’altro si rende conto di essere l’unico “smuggler” che lavora in città e questa situazione, alla fine, potrebbe rivelarsi una trappola.

Sono le confidenze del trafficante di esseri umani, ascoltate in presa diretta dalle orecchie elettroniche piazzate dagli investigatori del Servizio centrale operativo della Polizia di Stato. Parlando con uno dei suoi soldati, Medhaine spiega che “i due magazzini dei miei colleghi si trovano uno a Tripoli l'altro in spiaggia. Sono tutte e due delle caserme. I colleghi sono tutti soldati ed hanno molte conoscenze”.

Forse anche il “Dottor Alì” è un militare libico. Così è descritto nel racconto dei migranti: ”Indossava una divisa verde, con delle coccarde blu e delle stellette”. Il rapporto con i militari libici è fondamentale per la tenuta del sistema: i barconi di Medhaine sono stati fermati in mare due volte dalle navi dei militari e sono stati lasciati andare via pagando. Una volta un barcone si è guastato in mare ed è stato soccorso proprio dai militari.
Lo scafo è stato accompagnato fino alle acque internazionali.

L’alleanza con i militari libici ha anche dei risvolti negativi. Medhane comprende che quel patto è un filo sottile, ed è un po' preoccupato. Ormai a Tripoli lavora solo lui e questo privilegio potrebbe far scattare la rivalsa degli altri “colleghi” o esporlo a ritorsioni o ricatti da parte di quelle forze militari che ad oggi sostengono le sue attività.

Quindi, spiega il capo dei trafficanti “gli altri potrebbero avere dei brutti pensieri”. Ha paura e pensa di lasciare il paese. Per questo, parlando con i suoi collaboratori, immagina di trasferire parte delle sue attività sulle coste egiziane – al telefono sostiene di aver organizzato già dei viaggi di migranti da quel Paese – e ammette di essere stanco di questo lavoro. Pensa di mollare, non subito però. Lo farà
soltanto alla fine della stagione 2015. Poi, Medhaine immagina di ritirarsi dagli affari e – da buon
cristiano qual si ritiene – aggiunge che “appena lascerà di lavorare creerà dei problemi tra quelli che
continueranno a fare questo lavoro per far si che tutto finisca”.

Intanto continua ad accumulare denaro. Per ottenerne sempre di più , il suo staff  ha messo a punto un sistema di catalogazione e riconoscimento alfanumerico per i migranti. Quei codici servono a spostare come pacchetti centinaia di persone alla volta e fare in modo che le quote del “mercato” vengano distribuite in modo equo tra tutti gli operatori. I migranti si comprano e si vendono anche a seconda della disponibilità delle barche.

Grazie a questo sistema, la Cupola può arrivare dappertutto e bucare non soltanto le frontiere dei paesi europei, ma anche quelle degli Stati Uniti, con clienti da portare a destinazione grazie a documenti e permessi falsi da ottenere al confine con il Messico.

Per Medhaine e i suoi complici il premio è un fatturato milionario, stimato in oltre 30 milioni di euro al mese. Dove finiscono quei soldi? Medhaine ne ha accumulati così tanti da poter immaginare di di
ritirarsi dagli affari. Il suo emigrare in Svezia, dove vivono la moglie e la figlia.

Prima, però, da bravo manager, il boss eritreo ha bisogno di un luogo sicuro per proteggere il suo
tesoro. Con il metodo dei trasferimenti moneygram o con il sistema “hawala”, il gruppo di Medhaine
riceve fondi da tutti i continenti.


Le tracce di queste operazioni finanziarie portano anche in America, Inghilterra, Germania, Norvegia e Israele. “Come posso gestire i miei soldi ?”chiede il trafficante a un suo complice e domanda anche se una volta arrivato in Svezia potrà avere problemi per il suo passato. Gli verrà suggerito di aprire un conto a Dubai da lì fare rientrare i soldi in Europa e di non preoccuparsi del governo svedese .Per
Medhaine c’è un solo monito: “non mettere piede in Italia – avverte un suo collaboratore al telefono – lì le forze dell’ordine sono cattive e ti arrestano”.

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sabato 1 aprile 2017

Perchè la Moneta si chiama EURO ?


Credo che proprio in pochi in Italia (ed anche in Europa) sappiano veramente il perché è stata chiamata Euro la moneta che da 14 anni abbiamo in tasca e che da 21 anni ne sentiamo parlare.

Ritorniamo indietro velocemente per capire la genesi di tale scelta. A Maastricht il 7 febbraio 1992 fu firmato il Trattato che modificò giuridicamente la vecchia CEE (Comunità Economica Europea) del 1957 in UE (Unione Europea) per poter creare il “mercato unico” necessario all’adozione di una moneta unica secondo l’idioma “one market, one money”. I vincoli e parametri macroeconomici a cui gli Stati firmatari si erano impegnati a rispettare, erano il presupposto per giungere alla convergenza che desse vita ad una moneta comune.


Il nome prescelto per la moneta da condividere era ECU (European Currency Unit, ovvero Unità di
Conto Europea) che si basava sin dal 1978 su un paniere ponderato delle valute nazionali europee
aderenti, il cui corso variava in funzione dei rapporti
di cambio delle valute stesse che vi partecipavano.

Credo che il nome ECU sia ancora scolpito in modo indelebile nelle menti di molti italiani che
contrassero mutui in tale valuta nei primi anni ’90 attratti da tassi inferiori rispetto a quelli in lire, indotti da banche (come al solito!) più inclini a fare i propri interessi che quelli della clientela tacendo sul ben più oneroso insito rischio di cambio. Sappiamo purtroppo come andò a finire, con il corso dell’ECU aumentato vertiginosamente rispetto alla lira e i conseguenti bagni di sangue a cui furono sottoposte decine e decine di migliaia di famiglie italiane nel pagarne il salato conto.

Ebbene in ogni caso la valuta che sarebbe scaturita da Maastricht si sarebbe dovuta chiamare ECU e
molti paesi membri, nonostante rimase di fatto sempre una divisa “virtuale”, si cimentarono già in
emissioni, riservate ai numismatici, coniando monete con tale valore.


Ma nel 1995 avvenne la “svolta”: nel Consiglio Europeo di Madrid avvenuto, il 15 e 16 dicembre 1995, fu deciso di cambiare il nome da ECU in EURO. Ma quale fu la vera motivazione di questo cambio di denominazione? Le note ufficiali si affrettarono nel dare delle spiegazioni “di comodo”, come ad esempio che la parola ECU si pronunciasse con troppo “francesismo” essendo il vecchio scudo francese. Altri dissero che essendo un acronimo inglese di European Currency Unit non sarebbe stato “gradito” a tutti e che il nome EURO fosse più direttamente riconducibile all’EUROPA.

Ma la vera realtà fu un’altra, imposta fortemente dalla delegazione tedesca capeggiata dal Cancelliere Helmut Kohl e dal suo potentissimo, inflessibile e “sopraccicliatissimo” Ministro delle Finanze Theo
Waigel (che d’allora verrà chiamato il “papà dell’euro”), che proposero ed ottennero immediatamente, il cambiamento del nome da ECU in EURO. Infatti nella lingua tedesca la pronuncia di “un ecu” si sarebbe detta “eine ecu” creando una imbarazzantissima assonanza con “eine kuh” cioè “una vacca” e che pertanto avrebbe creato ovviamente non pochi problemi ai tedeschi già fortemente “dispiaciuti” nell’abbandonare
il loro amatissimo marco simbolo del riscatto economico del paese.

Di fronte a tale evidenza, a cui non mancarono sorrisi e battutine nelle delegazioni, il Consiglio d’Europa di Madrid decretò all’unanimità di cambiare il nome in EURO, mandando definitivamente in pensione l’acronimo ECU, ma soprattutto ribadendo ancora per una volta (come se non ce ne fosse bisogno) che la Germania avesse il pieno potere di decisione su ogni cosa riguardo al nuovo ordine monetario che si stava instaurando in Europa e che avrebbe così fortemente condizionato il futuro dell’intero Vecchio Continente e con esso i destini dei paesi membri.

Viene spontaneo da chiedersi se lo stesso problema di assonanza non felice fosse stato avanzato da
altri paesi come ad esempio l’Italia, la Spagna o la Grecia, oggi la moneta che adottiamo si chiamerebbe ugualmente EURO o sarebbe rimasta con il vecchio nome di ECU?

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mercoledì 29 marzo 2017

Festival dei Beni Confiscati alla Mafia


Visite guidate, musica, teatro, libri, reading letterari 
e cinema all’insegna della cultura della legalità, dal 30 marzo al 2 aprile.

 Dopo la giornata della memoria delle vittime della mafia, lo scorso 21 marzo, il 
Festival dei Beni confiscati che si svolgerà a Milano dal 30 marzo a domenica 2 aprile: quattro giorni 
durante i quali conoscere, visitare e ricordare i luoghi della città, un tempo appartenuti alla criminalità organizzata, oggi testimonianza e presidio della cultura della legalità.

Il Festival dei Beni Confiscati alle Mafie è un evento nato cinque anni fa su impulso del Comune di 
Milano e con la collaborazione di Libera e realizzato con la direzione artistica della giornalista Barbara Sorrentini. Accompagnati dalle guide di Libera, sarà possibile visitare alcuni dei 161 beni fino a qualche anno fa covi di attività illecite, confiscati a criminali che operavano a Milano e trasferiti dallo Stato al Comune (altri 11 sono in arrivo) per impiegarli in attività di tipo sociale.

Il Festival proporrà anche numerosi eventi culturali tra cui la presentazione di libri ispirati dalla lotta alle mafie, reading teatrali, letture per bambini e una retrospettiva cinematografica dedicata a Pif 
(Pierfrancesco Diliberto) in collaborazione con la Cineteca Italiana. Il Festival aprirà giovedì 30 marzo con una mattinata a Casa Chiaravalle, il bene più grande confiscato a Milano alla criminalità.

“Raccogliamo il testimone lasciatoci dalla Giornata delle memoria delle Vittime della mafia – afferma l’assessore alle Politiche sociali, Pierfrancesco Majorino – e da tutti i ragazzi presenti martedì scorso in Piazzetta Capuana per proporre alla città un ulteriore momento di riflessione su come la criminalità organizzata abbia messo le radici anche a Milano e come la città abbia reagito opponendo cultura ed educazione alla legalità, riprendendosi i luoghi frutto delle attività illecite oggi divenuti simbolo e motore dell’inclusione sociale. La memoria che dobbiamo mantenere salda nel ricordo di chi è stato ucciso dalle mafie si tradurrà in eventi culturali per tutta la città, per vivere e far crescere specie nei più giovani la consapevolezza che la mafia esiste ma si può sconfiggere”.

“Con il Festival dei beni confiscati – spiega il direttore artistico Barbara Sorrentini - apriamo le porte dei luoghi della mafia, oggi luoghi di solidarietà sociale e cultura della legalità raccontandone la storia e riempiendoli di iniziative letterarie, cinematografiche, teatrali, di ragazze e ragazzi delle scuole per favorire l’incontro del passato con il futuro, anche grazie al racconto di persone che da anni, con inchieste, libri, film e con la propria vita contrastano ogni forma di mafia”.

Per questa quinta edizione il Festival ha consolidato il rapporto con gli studenti e il pubblico giovanile offrendo un programma che si rivolge innanzitutto a loro e si aprirà alla città coinvolgendo, per la prima volta, alcuni spazi esterni ma simbolici, tra cui il Liceo classico Manzoni: perché la cultura della legalità, che il Festival da cinque anni ha l’obiettivo di diffondere, quando entra in una scuola diventa educazione alla legalità.

Durante le giornate del Festival un gruppo di studenti seguirà gli appuntamenti per la redazione del 
Giornale dei ragazzi e documenterà l'iniziativa in tempo reale sui social network e online. Si parte con la lezione agli studenti di Sandro De Riccardis, giornalista e autore di "La mafia siamo noi", nella mattina di inaugurazione a Casa Chiaravalle. E sempre agli studenti è dedicato l’incontro nel bene gestito da Cangiari in via Monte Santo 10, con le attrici Federica Fracassi e Isabella Ragonese, 
in scena al Piccolo Teatro.

Molti e diversi sono i luoghi che ospiteranno il Festival, dai beni confiscati a spazi particolarmente 
significativi. Tra questi “I Frigoriferi Milanesi”, il centro per l’arte contemporanea che affaccia 
sull’Ortomercato, luogo storico di Milano finito anche in alcune indagini per infiltrazioni della criminalità organizzata, e la Cineteca di Milano (Spazio Oberdan in viale Vittorio Veneto 2 e Mic- Museo Interattivo del Cinema in viale Fulvio Testi 121), dove verrà proiettata una retrospettiva cinematografica dedicata Pif: i due film “In guerra per amore” (Oberdan) e “La mafia uccide solo d’estate”(Mic)  e il documentario “Un gelato per Saviano” (Mic).

Parte importante nel programma del Festival avranno gli incontri con alcuni autori noti per il loro 
impegno contro le mafie: lo scrittore Claudio Fava, tra gli sceneggiatori del film “I cento passi” e con una lunga esperienza in politica e nella Commissione Parlamentare Antimafia; Gioacchino Criaco, autore de "Il saltozoppo” e “Anime Nere” da cui è stato tratto e sceneggiato il film di Francesco Munzi, vincitore di nove David di Donatello. Proprio Criaco incontrerà gli studenti Liceo Classico Manzoni (in collaborazione con Feltrinelli) e in un bene confiscato (via Monte Santo 10) discuterà con Pif di mafia tra commedia e tragedia.

Il Festival chiuderà con un reading letterario sulla Milano criminale a cui parteciperanno alcun scrittori, con brani propri e il pubblico presente invitato a leggere pagine a tema.

Oltre alla collaborazione con Libera che curerà le visite guidate con le scuole nei beni confiscati e Radio Popolare, media partner, quest’anno il Festival si avvarrà delle collaborazioni di Feltrinelli, Unilibera, Cross di Sao -Associazione Saveria Antiochia, Agende Rosse, Tieffeu. 

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giovedì 23 marzo 2017

Pagina delle Stagioni



LE STAGIONI


PRIMAVERA


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ESTATE

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AUTUNNO

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INVERNO


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Pagina delle stagioni

http://www.mundimago.org/stagioni.html

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COSA TI PORTA IL 2017 ?



giovedì 16 marzo 2017

2017: DENARO , AMORE , SALUTE



COSA TI PORTA IL 2017 ?


#Amore

#Denaro

#Salute

#2017



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mercoledì 15 marzo 2017

Corsi di Formazione per Disoccupati Senza Controlli


L'affare della formazione: un miliardo l'anno per i disoccupati, ma senza controlli

Per studenti, "Neet" e dipendenti ogni anno nascono 40 mila corsi con il principale obiettivo di riempire le aule e accedere ai fondi pubblici, ma nessuno ne verifica l'efficacia

di MARCO RUFFOLO da Repubblica

Di cosa vorremmo accertarci prima di iscriverci a un corso di formazione finanziato da soldi pubblici ed europei con l'obiettivo di trovare lavoro? Che l'ente formatore sia serio, ovviamente. Che sia accreditato dalla nostra Regione. Ma c'è una cosa ancora più importante: se in passato corsi simili si siano tradotti in nuovi posti di lavoro, e in che misura. Conoscenza fondamentale per non perdere tempo e risorse, per evitare di arricchire gratuitamente i nostri formatori con soldi pubblici. Conoscenza fondamentale ma inaccessibile perché le Regioni, con qualche scarsissima eccezione, non fanno valutazioni per vedere se i disoccupati iscritti, pagati con fondi dell'Europa e dello Stato italiano, trovino poi lavoro grazie a quei corsi.

Ma c'è di più: quelle valutazioni le Regioni non sono tenute a farle. La conferma arriva dall'accordo con il quale l'Italia fissa gli obiettivi per accedere alle risorse del Fondo sociale europeo per il periodo 2014-2020. Quell'accordo avrebbe dovuto rimediare ai disastri della precedente programmazione, denunciati da un meticoloso lavoro di due economisti della voce.info, Roberto Perotti e Filippo Teoldi: 7 miliardi e mezzo polverizzati in 500 mila progetti di formazione privi di qualsiasi seria valutazione. Ma così non è. Nel nuovo documento, tra gli "indicatori di risultato" che dovrebbero dirci se un corso di formazione è utile o no, troviamo ad esempio: "Popolazione 25-64 anni che frequenta un corso di studio o di formazione professionale", oppure "quota di giovani qualificati presso i percorsi di istruzione tecnica professionale sul totale degli iscritti". O ancora: "Rapporto tra allievi e nuove tecnologie come Pc e tablet". In altre parole, un corso sarà tanto più apprezzabile e quindi finanziabile quanto più alto sarà il numero dei suoi iscritti, o quanti più tablet saranno messi a disposizione dei suoi studenti.

RIEMPIRE LE AULE
Dunque, basta riempire le aule e il gioco è fatto. Gli enti di formazione accreditati (in maggioranza privati) conoscono bene questo gioco: raccolgono un certo numero di disoccupati, contattano i docenti e infine propongono un progetto formativo alla Regione, che fa il bando e decide. A quel punto scatta il finanziamento pubblico. E ciò senza che siano rispettate due fondamentali condizioni: quella di aver dato prova in passato di aumentare i posti di lavoro con corsi simili, o quanto meno quella di conoscere ciò che serve alle imprese di quel territorio.

POCHE VERIFICHE
Certo, stabilire l'efficacia del corso non è impresa facile e tuttavia ci sono valutazioni sicuramente più accurate che vengono puntualmente ignorate dalle Regioni, come quella che mette a confronto due gruppi di disoccupati simili, uno sottoposto a formazione e l'altro no, e va a vedere dopo uno o due anni quanti di loro hanno trovato lavoro. Qualcosa del genere lo ha fatto tempo fa, in assoluta solitudine, la provincia autonoma di Trento grazie a un istituto di valutazione, l'Irvapp, per verificare l'efficacia di 64 corsi di formazione di lunga durata. Ma tutto è affidato al caso, e dopo la bocciatura del referendum costituzionale, che avrebbe trasferito allo Stato la competenza esclusiva nel definire le "disposizioni generali e comuni" della formazione, le Regioni restano padrone assolute, con venti legislazioni diverse. "Il vero problema - spiega Maurizio Del Conte - responsabile dell'Anpal, la nuova Agenzia nazionale per il lavoro - è che nella maggior parte delle nostre Regioni il finanziamento dei corsi è del tutto slegato dai risultati di inserimento lavorativo". "Non solo - aggiunge Maurizio Sacconi, presidente della commissione Lavoro del Senato - la formazione è slegata anche e soprattutto dai bisogni delle imprese che potrebbero assumere e da quelli degli stessi potenziali lavoratori. L'unica strada per farla funzionare è il sistema duale applicato dalla provincia di Bolzano: il che significa ancorare i corsi ai contratti di apprendistato, progettarli insieme alle imprese interessate. Casi positivi li troviamo anche in Lombardia, Veneto, Friuli e a Trento. Lì dove invece non si dà ascolto alla domanda, ecco che la formazione diventa, come è diventata quasi dappertutto in Italia, un grande business autoreferenziale".

IL BUSINESS DELLA FORMAZIONE
Ogni anno, per la triplice formazione a studenti, disoccupati e lavoratori, partono quarantamila corsi finanziati con fondi pubblici, oltre 9 milioni di ore, 670 mila allievi, centinaia di enti formativi. E un miliardo circa di risorse pubbliche o istituzionali, tra Fondo sociale europeo cofinanziato dallo Stato italiano e Fondi interprofessionali gestiti da imprese e sindacati. Al quale si aggiunge il contributo individuale degli utenti. Non si creda che siano tutti corsi inutili o quasi. Molte sono le iniziative lodevoli di enti formativi seri. Il problema è che, sganciati dai fabbisogni delle imprese, la loro efficacia è affidata al caso. E così fioriscono pacchetti preconfezionati di inglese e informatica, questi ultimi proposti, dice l'Isfol, dal 37,4% delle strutture. E su Internet si vendono addirittura kit per aprire corsi standard di formazione con l'indicazione degli uffici pubblici a cui rivolgersi per avere le sovvenzioni. "Già - commentano all'Atdal, l'associazione dei disoccupati over 40 - non ha alcun senso proporre a un operaio cinquantenne disoccupato un corso di alfabetizzazione informatica quando è chiaro che un qualsiasi diciottenne sarà in grado di fornire capacità operative incomparabilmente superiori. Eppure conosciamo situazioni in cui questi tipi di corsi sono stati organizzati proprio per operai".

Ma non ci sono solo i corsi standard, tutti più o meno generici. L'universo della formazione si popola anche di lezioni tra le più bizzarre, finanziate sempre con i fondi pubblici: dagli animatori teatrali agli assistenti di studi legali agli operatori sociali telefonici. "E poi ci sono i giochetti più o meno sporchi come il gaming - spiega Francesco Giubileo, esperto in sociologia del lavoro per la voce.info -: un ente formativo, sapendo che un'impresa ha già deciso di assumere, organizza artificiosamente un corso, dimostrando poi che quel corso è servito a creare posti di lavoro". Di qui alle truffe vere e proprie il passo è breve. Le più clamorose quelle organizzate in Sicilia: almeno 200 milioni di fatture fittizie e servizi mai forniti, sui 4 miliardi di corsi di formazione messi in campo dalla Regione negli ultimi dieci anni. Dai disoccupati agli occupati: anche qui la formazione mostra limiti evidenti, come rileva lo stesso Isfol. Si tratta di corsi brevi che le aziende mettono a disposizione dei propri dipendenti con i soldi dei Fondi interprofessionali. Nelle condizioni di scarsa produttività in cui versa gran parte del nostro tessuto produttivo, ci si aspetterebbe un orientamento formativo finalizzato all'innovazione e alla riqualificazione del personale meno istruito. Invece più della metà dei progetti è dedicata alla sicurezza del lavoro e al mantenimento delle competenze presenti, mentre a partecipare ai corsi sono soprattutto quadri e dirigenti.

L'ABUSO DEI TIROCINI
Ma il tema della formazione non finisce qui: oltre ai lavoratori che perdono il posto e agli occupati che tentano di riqualificarsi per conservarlo, ci sono gli oltre 2 milioni di giovani che non studiano, non lavorano e non si formano. I pur apprezzabili contribuiti degli istituti formativi successivi alla scuola (ristorazione in testa) non bastano a scalfire il fenomeno. Gran parte delle speranze di far perdere al nostro Paese il primato dei Neet è riposta nel progetto europeo "Garanzia Giovani". In Italia, dopo una partenza fiacca, il progetto ha avuto una buona accelerazione: più di un milione di iscritti, oltre 800 mila presi in carico. Quanti hanno trovato lavoro? Non lo sappiamo in assoluto ma solo limitatamente ai 266 mila giovani che hanno completato il tirocinio: circa la metà ha firmato un contratto, e solo 30 mila ragazzi sono stati assunti a tempo indeterminato, l'11% dei tirocinanti.

Se poi andiamo a vedere in che consistono questi tirocini, ci accorgiamo che sono per lo più slegati dalla formazione, tanto che si sta diffondendo un nuovo clamoroso abuso, dopo quello dei voucher: si spacciano per tirocini (500 euro al mese di compenso quasi sempre pagati in ritardo) rapporti di lavoro veri e propri, gratuiti e senza contributi. Scaduti i sei mesi, niente assunzioni: si cambia solo tirocinante. E via per un altro semestre. Insomma, una prassi al limite della truffa. Contro la quale la maggior parte delle Regioni, che continuano e continueranno a gestire l'intero percorso formativo, si guarda bene dall'intervenire.

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venerdì 10 marzo 2017

MDD : Riunione Periodica Lunedì 13-03-2017


Riunione Periodica MDD Lunedì 13-03-2017 dalle ore 15.00 presso c.so Porta Vittoria 43 Camera del Lavoro di Milano secondo piano Sala Fiom. 
Ordine del giorno: Relazioni dagli Incontri con Assessori e Senatori. 
NOTIZIE DAL WEB e Dalle Pagine dei Disoccupati di Tutta Italia. 
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lunedì 6 marzo 2017

8 Marzo Giornata Internazionale dell'Operaia


La prima “Giornata della donna” fu celebrata ufficialmente negli Stati Uniti il 28 febbraio 1909, mentre in alcuni paesi europei si tenne per la prima volta il 19 marzo 1911 su indicazione di Clara Zetkin. Le manifestazioni furono interrotte dallo scoppio della Prima guerra mondiale finché l’8 marzo 1917 nella capitale russa le donne guidarono un’imponente manifestazione per chiedere la fine del conflitto. In tal modo l’8 marzo del 1917 sancì l’inizio della Rivoluzione bolscevica in Russia. Per stabilire un giorno comune a tutte le nazioni, nel 1921 la Conferenza internazionale delle donne comuniste decise che l’8 marzo si celebrasse la
 “Giornata Internazionale dell’Operaia”
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