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sabato 8 aprile 2017

Numeri Identificativi per la Polizia Italiana


Codici Identificativi sulle Divise della Polizia

Guadagnare tempo. Appellarsi a qualsiasi iter e cavillo legislativo pur di non far giungere il provvedimento in Aula. La tecnica del governo è palese: il disegno di legge per introdurre i numeri identificativi per le forze dell’ordine non deve passare. E già 30 giorni sono stati ottenuti.

L’ordine giunge dall’alto. Va congelato in Commissione Affari Costituzionali, dove si trova già da settimane. Nessuna calendarizzazione in Senato. Si sollevano gli scudi. Eppure si tratta di una battaglia di civiltà che ci uniformerebbe al resto d’Europa. Non per l’esecutivo, il tema è “divisivo” e capace di rompere le nostrane larghe intese. Il ministro Angelino Alfano è pronto a battagliare per respingere quel che considera un attacco alla polizia, il premier Matteo Renzi fa lo gnorri pur di evitare nuove rogne.

Ma andiamo per ordine. Negli ultimi mesi sono stati ben 3 i ddl presentati in Commissione Affari Costituzionali sulla questione: uno a firma di Peppe De Cristofaro (Sel), uno di Marco Scibona (M5S) e l’ultimo di Luigi Manconi (Pd). I testi erano pressoché identici, alla fine si è deciso di convergere su quello del senatore sellino De Cristofaro. Dopo un complesso iter, la Commissione ha concluso l’esame degli emendamenti per poter giungere in Aula. Qui il primo stop del governo che non ha calendarizzato il dibattito, tanto da far gridare allo scandalo l’opposizione: “Non vuole il provvedimento e sta facendo di tutto per perdere tempo”.

Chi si oppone fortemente è Angelino Alfano, il quale – messo alle strette – giovedì scorso è stato costretto a recarsi in Commissione Affari Costituzionali per negoziare con M5S, Sel e parte del Pd. Il ministro dell’Interno ha prima attaccato il ddl parlando di “mancata uniformità e di proposta incompiuta” e poi ha chiesto di ritirarlo, dicendo di voler presentare un nuovo provvedimento governativo – da votare tutti insieme – sulla “sicurezza urbana” che avesse una norma sull’identificazione degli agenti in piazza. Proposta rispedita al mittente da Vito Crimi, relatore del ddl a firma De Cristofaro.

“Una proposta inaccettabile sia nel metodo che nel merito – spiega lo stesso senatore di Sel – Nel metodo perché trovo imbarazzante chiedere alle opposizioni di votare un testo dell’esecutivo, salvandolo dall’impasse, ritirando il proprio ddl. E ovviamente nel merito: nel ddl sulla sicurezza urbana, di cui ancora non conosciamo il contenuto, temo ci saranno norme repressive e sul controllo dei manifestanti che non condividiamo”. In soldoni, per votare una norma sull’identificazione degli agenti, magari annacquata, il ministro chiedeva il sì su un intero pacchetto ancora sconosciuto ai più.

Un accordo a scatola chiusa che ha visto anche i senatori Pd contrariati. Da qui la mediazione di aspettare in Commissione Affari Costituzionali il testo del governo, per votare successivamente in Aula i due disegni di legge, contestualmente, uno dopo l’altro. Il provvedimento del governo dovrebbe, condizionale è d’obbligo, giungere entro fine aprile.

“Era l’unico modo purtroppo per far arrivare il nostro ddl in discussione a Palazzo Madama – spiega ancora De Cristoforo – Una volta che il provvedimento sarà giunto a votazione si stanerà il governo: o il ddl passa coi voti nostri, del M5S e del Pd ponendo fine al vulnus italiano in materia o l’esecutivo e il Pd si prenderanno la seria responsabilità di aver bocciato un provvedimento di civiltà”.

Un provvedimento, tra l’altro, che ci intima l’Europa con una recente risoluzione e che ha il semplice scopo di introdurre delle modalità di individuazione che, ove richiesto dalle circostanze, tutelino quanti tengono comportamenti conformi alle norme. Nessun nome e cognome sui caschi, ma un identificativo alfanumerico che – si legge nel testo – “ha un duplice effetto trasparenza: verso l’opinione pubblica, che sa chi ha di fronte, e a garanzia di tutti i poliziotti che svolgono correttamente il loro servizio”.

Due i punti cardine della norma: “Il casco di protezione indossato dal personale delle Forze di polizia [...] deve riportare sui due lati e sulla parte posteriore una sigla univoca che consenta l'identificazione dell'operatore che lo indossa”, vietando “di indossare caschi o altri mezzi di protezione del volto che non consentono l'identificazione dell'operatore, o di indossare caschi assegnati ad altri”. Inoltre verrebbe introdotto il “divieto al personale delle Forze di polizia, anche se autorizzato a operare non in uniforme per ragioni di servizio, di portare indumenti o segni distintivi che lo possono qualificare come appartenente alla stampa o ai servizi di pubblico soccorso, quali medici, paramedici e vigili del fuoco”.

Il governo – grazie all’astuzia di Alfano – ha guadagnato almeno altri 30 giorni con tale mossa, ma il problema resta intatto. In Europa siamo un’anomalia, da tempo si chiede di legiferare in materia. La speranza è che prima o poi i nodi vengano al pettine. Il ddl è congelato, al momento. Fino a quando?

Identificativi per gli agenti: Italia maglia nera in Europa

di Gabriele Mastroleo e Giuseppe Montalbano

I recenti fatti di Blockupy, con un ragazzo italiano arrestato e detenuto in Germania da oltre una settimana, e un ddl presentato il sei giugno di due anni fa, ma ancora arenato in Commissione al Senato, in attesa di approdare nell'Aula di Palazzo Madama, hanno riportato l'attenzione sul tema della democratizzazione delle forze dell'ordine a livello europeo e – nello specifico dell'Italia – dell'introduzione di numeri identificativi per le forze di polizia. Una misura sostenuta dalle istituzioni europee come complemento necessario ad un effettivo controllo democratico sulle forze dell’ordine e già adottata in gran parte dei Paesi del vecchio continente, che ha visto finora l’Italia in una posizione di grave arretratezza e chiusura, come denunciato anche dal recente rapporto di Amnesty sulla situazione dei diritti umani in Italia.

Risale al settembre 2001, all’indomani del G8 di Genova, il primo European Code of Police Ethics sottoscritto dal comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, che agli articoli 14 e 45 raccomanda l’adozione di strumenti identificativi per tutti gli agenti in servizio, come condizione essenziale ad assicurarne la responsabilità e prevenirne gli abusi nei confronti dei cittadini. Prendendo le mosse dai principi sanciti da quel testo, nel dicembre 2012, fu il Parlamento Europeo ad approvare una risoluzione nella quale si esprimeva profonda preoccupazione per tutta una serie di violazioni compiute dagli Stati membri in materia di diritti umani.

Il lungo documento dedicava un passaggio agli abusi di polizia, esprimendo “preoccupazione per il ricorso a una forza sproporzionata da parte della polizia durante eventi pubblici e manifestazioni nell'UE”, invitando gli Stati membri “a provvedere affinché il controllo giuridico e democratico delle autorità incaricate dell'applicazione della legge e del loro personale sia rafforzato, l'assunzione di responsabilità sia garantita e l'immunità non venga concessa in Europa, in particolare per i casi di uso sproporzionato della forza e di torture o trattamenti inumani o degradanti” e infine esortando i Paesi dell'Ue “a garantire che il personale di polizia porti un numero identificativo”.

Nel gennaio 2014, un documento simile passa in Commissione per le libertà civili e la situazione si delinea in maniera ancora più grave: si esprime infatti “preoccupazione per i numerosi casi di maltrattamenti operati dalle forze di polizia e dalle forze dell'ordine, soprattutto attraverso l'uso sproporzionato della forza contro partecipanti pacifici e giornalisti in occasione di manifestazioni e l'impiego eccessivo di armi non letali, come i manganelli, i proiettili di gomma e i taser”, ribadendo poi la richiesta agli Stati membri “di garantire la presenza di elementi di identificazione sulle uniformi delle forze dell'ordine e di assicurare che queste ultime rispondano sempre delle loro azioni”, oltre che “sia posta fine ai controlli di polizia basati sulla caratterizzazione etnica e razziale”.

La proposta di risoluzione, approvata un mese dopo dal Parlamento europeo, “esprime preoccupazione per l'imposizione di un numero crescente di limitazioni al diritto di riunione e di manifestazione pacifica e fa presente che i diritti di riunione, associazione ed espressione costituiscono la base del diritto a manifestare”, invitando in maniera esplicita gli Stati membri “a non adottare misure che possano compromettere o penalizzare l'esercizio delle libertà e dei diritti fondamentali”, attraverso provvedimenti atti a garantire che “l'uso della forza avvenga solo in casi eccezionali e debitamente giustificati da una minaccia reale e grave per l'ordine pubblico”. La risoluzione è chiara: “Le forze di polizia sono innanzitutto al servizio della sicurezza e della protezione delle persone”.

La situazione in Italia

Come accennato, in Italia aspetta di sbarcare al Senato un ddl, primo firmatario Peppe De Cristofaro, titolato “Disposizioni in materia di identificazione degli appartenenti alle Forze dell'ordine”, che prevede di “introdurre delle modalità di individuazione che, ove fosse richiesto dalle circostanze, tutelino quanti tengono, e sono naturalmente la maggioranza, comportamenti conformi alle norme e alle circostanze”. Intorno al testo si era raccolta, almeno a parole, una larga maggioranza, dal Pd al Movimento 5 Stelle: fatto sta, però, che il provvedimento è fermo già da due anni.

Due i punti cardine della norma: “Il casco di protezione indossato dal personale delle Forze di polizia [...] deve riportare sui due lati e sulla parte posteriore una sigla univoca che consenta l'identificazione dell'operatore che lo indossa”, vietando “di indossare caschi o altri mezzi di protezione del volto che non consentono l'identificazione dell'operatore, o di indossare caschi assegnati ad altri”. Inoltre verrebbe introdotto il “divieto al personale delle Forze di polizia, anche se autorizzato a operare non in uniforme per ragioni di servizio, di portare indumenti o segni distintivi che lo possono qualificare come appartenente alla stampa o ai servizi di pubblico soccorso, quali medici, paramedici e vigili del fuoco”.

Nel frattempo, però, è già partita la sperimentazione delle telecamerine in dotazione alle forze dell'ordine per riprendere quanto avviene nei cortei, avallata dal prefetto Alessandro Pansa con queste parole: “Il regolamento serve a bilanciare esattamente il ricorso all’esercizio legittimo della forza attraverso le modalità che devono essere confrontabili correttamente con la violenza che i tutori dell’ordine subiscono nel corso delle manifestazioni, nel corso dei loro interventi”. La legittimità delle telecamerine viene sancita a fine settembre dal Garante per la privacy, a condizione che sussistano situazioni di pericolo e che qualora quel pericolo non si concretizzi le immagini vengano cancellate.

Nelle stesse ore, con un emendamento nel decreto stadi presentato dal parlamentare di Forza Italia, Gregorio Fontana, viene infatti introdotto in via sperimentale l'utilizzo della pistola elettrica, la cosiddetta Taser, già in dotazione ad esempio, negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Francia e in Svizzera. Il deputato azzurro ha spiegato: “La pistola elettrica Taser, come è noto, è un'arma di dissuasione non letale: essa produce una scarica elettrica che rende la persona colpita inoffensiva per alcuni secondi, sufficienti alle forze dell'ordine per arrestarla”. Sui rischi del Taser si è invece espresso Francesco Romeo, direttore del reparto di Cardiologia del Policlinico Tor Vergata di Roma, interpellato dall'Adnkronos: “La pistola elettrica Taser provoca un danno muscolare e potrebbe quindi, teoricamente, causare un danno anche al muscolo cardiaco. Inoltre potrebbe interferire con alcuni dispositivi medici, tipo il pacemaker”. Se non bastasse il parere medico, un'inchiesta del 2012 parla di 500 persone morte per l'abuso della pistola elettrica solo negli Usa, mentre una commissione Onu considera la Taser “una forma di tortura, che in certi casi può condurre alla morte com'è dimostrato da numerosi studi e da episodi accaduti in seguito all'uso pratico di questi strumenti”.

Gli altri Paesi europei

In diversi Paesi europei esistono già provvedimenti per l’identificazione individuale degli agenti di polizia in servizio. Per quanto variegata, legata a misure in gran parte locali e non priva di contraddizioni, si può in generale constatare una rinnovata attenzione e iniziativa regolamentatrice a livello europeo su un tema tornato sull’agenda politica parallelamente alle contestazioni di piazza e agli abusi di potere da parte degli agenti nella gestione dell’ordine pubblico. Uno sguardo ai nostri vicini europei può darci un’idea delle buone pratiche da prendere ad esempio, così come dei rischi legati all’adozione di regole identificative “di facciata”, senza reali strumenti per assicurarne il pieno rispetto.

Regno Unito

Nel Regno Unito non esiste una regolamentazione unica per l’identificazione degli agenti, ma varia da regione a regione. La “Dress Code Policy” per la polizia metropolitana di Londra stabilisce l’obbligo per tutti gli agenti in servizio di esporre il codice identificativo nella spallina dell’uniforme, in modo che sia “visibile in ogni momento”. Non sono previste esplicite sanzioni per garantire il rispetto del regolamento, ma la sua violazione da parte degli agenti può determinare specifiche misure disciplinari, che restano però a discrezione dei commissariati. Dopo gli scontri tra manifestati e forze dell’ordine per il summit del G20 a Londra nel 2009, nel corso dei quali diversi agenti sono stati accusati dalla stampa e da partiti di entrambi gli schieramenti di non aver esposto il codice identificativo, il rispetto del ‘dress code’ da parte della Metropolitan Police Authority è diventato più stretto.

Francia

Fra le promesse di Hollande in campagna elettorale, il decreto del Ministero degli Interni firmato da Manuel Valls nel dicembre del 2013 ha introdotto in Francia l’obbligo per gli agenti in servizio, sia in uniforme che in borghese, di esporre un codice identificativo individuale di sette cifre, il “référentiel des identités et de l'organisation”. La normativa prevede eccezioni per gli agenti incaricati di presidiare la direzione generale della sicurezza interna, per quelli di servizio presso le sedi diplomatiche francesi all’estero, e quando sia richiesta la divisa ufficiale in occasione di cerimonie o commemorazioni. Sono inoltre esclusi dall’obbligo di identificazione alcune unità della polizia e della gendarmeria di Stato, come quelle di contrasto al terrorismo, i corpi incaricati della sicurezza del presidente della Repubblica e le unità di “ricerca, assistenza, intervento e dissuasione. L’identificazione del poliziotto attraverso un numero portato in maniera trasparente, spiega il ministero degli Interni transalpino, si fonda sull'esigenza di principi di trasparenza e responsabilità individuali. Nonostante il mancato richiamo nel decreto a misure sanzionatorie per gli agenti inadempienti, i sindacati di polizia hanno denunciato il ricorso a sanzioni disciplinari da parte del Ministero degli Interni per assicurare il rispetto dell’obbligo, come dichiarato pubblicamente dallo stesso Valls all’entrata in vigore della nuova normativa nel gennaio 2014.

Germania

In Germania non esiste l’obbligo di identificazione per la polizia federale, ma è invece adottato in diversi Länder per i corpi di polizia regionali, dove nella gran parte dei casi la polizia è libera di scegliere se riportare un’etichetta identificativa o meno. A Berlino, però, dal luglio 2011 la polizia ha l’obbligo di esporre un codice di riconoscimento di quattro cifre. Un provvedimento accolto tra le proteste dei sindacati di polizia, che hanno a lungo dato battaglia per ripristinare la normativa precedente, che obbligava gli agenti a dichiarare il proprio codice identificativo solo se richiesto, lasciando poi ai singoli la possibilità di riportarlo sulla propria uniforme. Sulla scia dell’iniziativa berlinese, anche lo Stato di Brandeburgo ha introdotto nel 2013 l’obbligo di identificazione per le unità di polizia sotto la sua giurisdizione. Nello Schleswing-Holstein resta in sospeso un progetto di legge dal 2010 sull’introduzione di numeri identificativi, fortemente osteggiato dai cristiano-democratici. In Sassonia dal primo aprile 2012 è stato introdotto l’obbligo di matricole di riconoscimento per gli agenti, ma non per quelli che operano “in situazioni pericolose” (tra cui le manifestazioni): un’eccezione questa contro cui continuano a battersi le sinistre e numerosi comitati cittadini.

Spagna

Ad eccezione delle unità incaricate di mantenere l’ordine pubblico, anche in Spagna esiste sulla carta un obbligo di identificazione pubblica per gli agenti, anche se non sono previste misure per garantirne l’effettivo rispetto. Nel Paese è stata approvata proprio in questi giorni una legge definita di “stampo franchista”, con i soli voti del Partito Popolare al governo, ma osteggiata, secondo un sondaggio, da otto spagnoli su dieci. Le nuove norme prevedono sanzioni fino a 30mila euro per una serie di infrazioni, come l’esposizione di cartelli e simboli o il rifiuto ad abbandonare una manifestazione.

Grecia

Nel gennaio del 2010 il governo greco ha emendato il precedente regolamento sull’identificazione pubblica della polizia, introducendo l’obbligo per tutti gli agenti di rendere visibile nelle proprie spalline un codice di riconoscimento individuale. Per gli agenti in tenuta anti-sommossa, un codice relativo alla proprio unità di riferimento e all’identificazione del singolo è riportato in evidenza sul casco protettivo. In un rapporto del 2012 sugli abusi e le violenze perpetrate dalla polizia ellenica nelle proteste contro le politiche di austerità, Amnesty ha però denunciato la pratica adottata dalle unità preposte all’ordine pubblico di riportare il codice identificativo nella parte posteriore del casco, aggirando così di fatto l’obbligo di essere chiaramente identificabili dai manifestanti.

Belgio

Vi è una norma che obbliga gli agenti a portare una targhetta con nome, grado e forza di polizia. Tuttavia, nell’aprile 2013, la Commissione Interni del Senato ha fatto propria una proposta di Gérard Deprez del Mouvement réformateur tesa a mantenere l’identificabilità delle forze di polizia, ma al contempo a garantirne l’anonimato, per il rischio di ritorsioni. In pratica, si pensa a una norma che sostituisca i nomi sulle divise appunto con codici identificativi.

Olanda

Due sono le principali caratteristiche delle divise nel Paese: per gli agenti c’è l'obbligo di portare sull'uniforme una targhetta con il nome, ma contestualmente le forze di polizia che agiscono in situazioni di ordine pubblico portano un numero sul casco. La targhetta fa parte dell'uniforme, anche se vi sono casi in cui viene nascosta. Non vengono comunque previste disposizioni particolari per chi occulta la targhetta.

Turchia

Nel giugno 2013, attraverso il suo blog, il giornalista e attivista per i diritti civili, Lorenzo Guadagnucci, pubblicò una foto di un agente in divisa che in Turchia si stava scagliando contro una manifestante. Nel Paese di Erdogan, che aspira da anni a entrare nell’Ue, esiste l’obbligo di avere dei codici identificativi sui caschi, ma l’agente aveva pensato bene di occultare il proprio con una striscia di scotch colorato. Il caso ha voluto che una folata di vento scollasse per un istante quel nastro dal casco e che un fotografo freelance fosse lì a immortalarlo. Quell’immagine ha fatto il giro del mondo e il poliziotto - in un Paese che non brilla certo in materia di diritti civili - ha rischiato sanzioni. Si tratta di un fatto indubbiamente simbolico, ma che ne evidenzia - scrive Guadagnucci - uno molto più importante: “Il gesto dell'agente ritratto nella nostra fotografia, il suo goffo tentativo di occultamento del codice, dimostra che il timore d'essere identificati è un deterrente per gli agenti mal intenzionati e in generale un freno per gli eccessi preordinati nell'uso della forza”.

In Europa non mancano quindi esempi di cui fare tesoro per una maggiore tutela dei cittadini da eventuali abusi nella gestione dell’ordine pubblico. L’identificabilità degli agenti non basta da sola a risolvere il problema, ma è un passo necessario per rendere più trasparente l’operato della polizia, combattendo l’impunità e prevenendo la formazione di nuclei ideologizzati al suo interno. Anche in Italia si apre adesso la concreta possibilità di recuperare anni di ritardo e chiusura su un tema che tocca direttamente la qualità della democrazia e la libertà di espressione.
Un’occasione che non deve andare sprecata.

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Per otto italiani su 10, Amnesty dovrebbe continuare a presidiare i casi di violazioni internazionali, senza dimenticare i fatti italiani: Bolzaneto al G8 di Genova, le torture inflitte a Stefano Cucchi e l'assassinio di Giulio Regeni sono i casi di grave violazione dei diritti umani
più presenti nella mente degli italiani

Solo il 33 per cento degli italiani ritiene che in Italia avvengano casi di tortura, a fronte di un 50 per cento secondo cui questa non avviene nel nostro Paese (il 17 per cento dice di non saperlo). I risultati dell’indagine, realizzata da Doxa per Amnesty International su un campione rappresentativo della popolazione italiana over 30, vengono resi noti proprio nella giornata in cui l’Italia ha riconosciuto i propri torti nei confronti di sei cittadini per quanto subito nella caserma di Bolzaneto
 durante il G8 di Genova del 2001.


Nonostante una percentuale così alta di italiani non creda ci siano casi di tortura nel Paese, l’indagine evidenzia che comunque la mancanza di rispetto per i più elementari diritti umani viene considerata una materia importante su cui intervenire, al punto che sei italiani su 10 sono favorevoli all’introduzione di uno specifico reato di tortura. Per otto italiani su 10, Amnesty dovrebbe continuare a presidiare i casi di violazioni internazionali, senza dimenticare i fatti italiani: Bolzaneto al G8 di Genova, le torture inflitte a Stefano Cucchi e l’assassinio di Giulio Regeni sono i casi di grave violazione dei diritti umani più presenti nella mente degli italiani.


Amnesty lancia la campagna di raccolta fondi con il 5×1000. “Sebbene un italiano su due ritenga che la tortura nel nostro paese non esista, la sensibilità verso la difesa e le violazioni dei diritti umani che hanno ottenuto maggiore spazio sui mezzi d’informazione destano interesse e partecipazione“, dichiara Riccardo Noury, portavoce Amnesty International Italia. E prosegue: “Da questa indagine emerge con chiarezza che dobbiamo continuare a lavorare con tutte le nostre forze per portare all’attenzione delle istituzioni, dell’opinione pubblica e dei media il tema della tortura, far crescere la consapevolezza su quello che avviene nel nostro paese e fuori dai nostri confini,
dare voce a chi non ce l’ha”.


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G8 di Genova, violenze a Bolzaneto: il governo ammette le sue colpe
La Corte Europea dei Diritti Umani prende atto della risoluzione amichevole tra le parti. Roma verserà 45 mila euro ciascuno ai cittadini vittime di abusi.
Il governo italiano ha riconosciuto i propri torti nei confronti di sei cittadini per quanto subito nella caserma di Bolzaneto il 21 e 22 luglio 2001, ai margini del G8 di Genova, e gli verserà 45 mila euro ciascuno per danni morali e materiali e spese processuali. Lo rende noto la Corte europea dei diritti umani in due decisioni in cui «prende atto della risoluzione amichevole tra le parti» e stabilisce di chiudere questi casi.

Il governo italiano, secondo quanto reso noto a Strasburgo, ha raggiunto una 'risoluzione amichevolè con sei dei 65 cittadini - tra italiani e stranieri - che hanno fatto ricorso alla Corte europea dei diritti umani. Ricorsi in cui si sostiene che lo Stato italiano ha violato il loro diritto a non essere sottoposti a maltrattamenti e tortura e si denuncia l'inefficacia dell'inchiesta penale sui fatti di Bolzaneto.


Con l'accordo, si legge nelle decisioni della Corte, il governo afferma di aver «riconosciuto i casi di maltrattamenti simili a quelli subiti dagli interessati a Bolzaneto come anche l'assenza di leggi adeguate. E si impegna a adottare tutte le misure necessarie a garantire in futuro il rispetto di quanto stabilito dalla Convenzione europea dei diritti umani, compreso l'obbligo di condurre un'indagine efficace e l'esistenza di sanzioni penali per punire i maltrattamenti e gli atti di tortura». Inoltre, nell'accordo il governo si impegna anche «a predisporre corsi di formazione specifici sul rispetto dei diritti umani per gli appartenenti alle forze dell'ordine». E propone di versare ai ricorrenti 45 mila euro ciascuno per danni morali e materiali e per le spese di difesa. In cambio i ricorrenti «rinunciano a ogni altra rivendicazione nei confronti dell'Italia per i fatti all'origine del loro ricorso.

Ma l'accordo non chiude certamente la questione. E, se possibile, alimenta nuove polemiche "Quella che offre lo Stato è una cifretta _ spiega  l’avvocato Laura Tartarini, che difende una ventina di persone tra le vittime della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto , che ha  accettato chi, tra cui due dei miei assistiti,  ha necessità economiche e personali. Per gli altri il ricorso continua». L'avvocata rileva che "sono passati 16 anni e non mi stupisco che alcuni di loro decidano di accettare l’offerta. Ma lo Stato si sta comportando in modo davvero poco consono, tanto che gli accordi in sede civile davanti ai giudici di Genova ancora non si trovano.
Questo accordo certo non rappresenta una soddisfazione morale».

Il processo di appello per le violenze di Bolzaneto si era concluso, nel giugno 2013, con  sette condanne e quattro assoluzioni. La quinta sezione penale della corte aveva  assolto Oronzo Doria, all’epoca colonnello  del corpo degli agenti di custodia,  e gli agenti Franco, Trascio e Talu. Erano invece state confermate  le 7 condanne che erano state inflitte dalla Corte d’Appello di Genova il 5 marzo 2010 nei confronti dell’assistente capo di Pubblica sicurezza Luigi Pigozzi (3 anni e 2 mesi) – che divaricò le dita della mano di un detenuto fino a strappargli la carne – degli agenti di polizia penitenziaria Marcello Mulas e Michele Colucci Sabia (1 anno) e del medico Sonia Sciandra. Per quest’ultima la Cassazione aveva ridotto la pena, assolvendola solo dal reato di minaccia. Pene confermate a un anno per gli ispettori della polizia Matilde Arecco, Mario Turco e Paolo Ubaldi che avevano rinunciato alla prescrizione. La pene erano però quasi integralmente coperte da indulto.

Nei giorni del G8 del 2001, ricostruì il processo, basato anche sulle testimonianze  di decine di vittime, oltre 300 persone vennero private della possibilità di incontrare i loro legali, umiliate, picchiate, minacciate. Tra le mura della caserma risuonarono a più ripresa inni fascisti, molti dei ragazzi vennero costretti a rimanere immobili per ore, le donne subirono violenze fisiche e morali.

La Cassazione aveva anche bocciato il ricorso della procura di Genova che chiedeva di contestare il reato di tortura, cosa che appunto avrebbe evitato l’estinzione del reato. Reato che come già era stato evidenziato nella sentenza Diaz non è contemplato dal nostro ordinamento.
da Repubblica



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domenica 2 aprile 2017

Cupola dietro la tratta dei Migranti



Così si muovono i trafficanti di esseri umani
Dalle indagini e dai racconti dei testimoni emergono una serie di reti criminali che fanno affari sulla pelle di chi cerca di arrivare in Italia, spesso con la complicità dei militari.
Ecco i nomi e le persone dietro questo business.

L’Happy hour della Cupola che gestisce il traffico di migranti va in scena ogni fine settimana in un coffee shop del quartiere Hal Andalus di Tripoli.
Tra una partita di biliardo e un aperitivo, i boss dello smuggling
decidono il destino di migliaia di persone, pronte a riversarsi sulle coste della Sicilia.


E’ la ricostruzione di un gruppo di migranti raccolta dall’Espresso. Quei ragazzi hanno vissuto per mesi a Tripoli, nelle baracche in riva al mare messe a disposizione dai capi dell’organizzazione. Il loro racconto coincide con i dati investigativi dei pm di Palermo Gery Ferrara e Claudio Camilleri, coordinati dal procuratore aggiunto Maurizio Scalia.

L’indagine ha smantellato uno dei gruppo legati al network multinazionale composto da etiopi, eritrei, libici e sudanesi. Per la Procura di Palermo ci sarebbero altre reti attive e la conferma arriva dai continui sbarchi sulle coste siciliane.

Grazie alle intercettazioni compiute sulle utenze di Medhanie Yehdego – ritenuto responsabile nel solo 2014 di almeno 7.000 sbarchi – è possibile ricostruire alleanze e regole della Cupola che gestisce il traffico di migranti. E se i testimoni ascoltati dall’Espresso parlano di un boss chiamato “Doctor Alì”, quel nome appare già nelle carte giudiziarie: la sua voce è stata tracciata via etere, proprio per i suoi contatti con Medhaine.


Alì è un trafficante libico, attento a tenere in ordine i conti. Dalla lettura dei dialoghi tra Alì e il trafficante eritreo si capisce che qualcosa non va. Il “doctor” si lamenta di non avere ricevuto la sua parte di compensi e minaccia Medhaine : ”se non avrò i miei soldi, saprò cosa fare”. Sempre al telefono, Alì rimprovera Medhaine di rovinare il mercato: “prima prendevi 1.000 dollari a persona e adesso ne chiedi soltanto 400”.

Il libico fissa il compenso per i suoi servizi: per ogni migrante che passa dal suo territorio dovrà ricevere 400 dollari. E’ la regola del business: la “domanda” di viaggi cresce, ma le tariffe non si devono abbassare. Per il bene dell’organizzazione è meglio trovare un’intesa e Medhaine ha ottimi argomenti per convincere i responsabili delle diverse fazioni della “Cupola” che controlla il traffico di migranti dalle coste del Nord Africa.

Medhaine è un bravo negoziatore, Alì viene rassicurato, avrà delle auto per gestire lo spostamento dei migranti in Libia – mezzi che il capo dei trafficanti ha acquistato a Dubai – e per ogni “cliente” otterrà un compenso di 300 dollari, un po’ meno di quanto preteso, ma quanto basta per trovare un accordo tra le diverse fazioni dei trafficanti.

Medhaine si paragona a Gheddafi per la sue capacità di leadership. E’ orgoglioso degli uomini che
compongono la sua organizzazione, li ha scelti uno per uno e al vertice del suo gruppo criminale,
proprio come faceva il colonnello deposto nel 2011, ha piazzato soltanto parenti e fedelissimi.

Ma nonostante queste precauzioni, vivere e lavorare a Tripoli di questi tempi è sempre un’incognita, con un buon carico di stress per il capo del network. Se da un lato il trafficante eritreo può contare su una rete di complicità con le forze di polizia locali, dall’altro si rende conto di essere l’unico “smuggler” che lavora in città e questa situazione, alla fine, potrebbe rivelarsi una trappola.

Sono le confidenze del trafficante di esseri umani, ascoltate in presa diretta dalle orecchie elettroniche piazzate dagli investigatori del Servizio centrale operativo della Polizia di Stato. Parlando con uno dei suoi soldati, Medhaine spiega che “i due magazzini dei miei colleghi si trovano uno a Tripoli l'altro in spiaggia. Sono tutte e due delle caserme. I colleghi sono tutti soldati ed hanno molte conoscenze”.

Forse anche il “Dottor Alì” è un militare libico. Così è descritto nel racconto dei migranti: ”Indossava una divisa verde, con delle coccarde blu e delle stellette”. Il rapporto con i militari libici è fondamentale per la tenuta del sistema: i barconi di Medhaine sono stati fermati in mare due volte dalle navi dei militari e sono stati lasciati andare via pagando. Una volta un barcone si è guastato in mare ed è stato soccorso proprio dai militari.
Lo scafo è stato accompagnato fino alle acque internazionali.

L’alleanza con i militari libici ha anche dei risvolti negativi. Medhane comprende che quel patto è un filo sottile, ed è un po' preoccupato. Ormai a Tripoli lavora solo lui e questo privilegio potrebbe far scattare la rivalsa degli altri “colleghi” o esporlo a ritorsioni o ricatti da parte di quelle forze militari che ad oggi sostengono le sue attività.

Quindi, spiega il capo dei trafficanti “gli altri potrebbero avere dei brutti pensieri”. Ha paura e pensa di lasciare il paese. Per questo, parlando con i suoi collaboratori, immagina di trasferire parte delle sue attività sulle coste egiziane – al telefono sostiene di aver organizzato già dei viaggi di migranti da quel Paese – e ammette di essere stanco di questo lavoro. Pensa di mollare, non subito però. Lo farà
soltanto alla fine della stagione 2015. Poi, Medhaine immagina di ritirarsi dagli affari e – da buon
cristiano qual si ritiene – aggiunge che “appena lascerà di lavorare creerà dei problemi tra quelli che
continueranno a fare questo lavoro per far si che tutto finisca”.

Intanto continua ad accumulare denaro. Per ottenerne sempre di più , il suo staff  ha messo a punto un sistema di catalogazione e riconoscimento alfanumerico per i migranti. Quei codici servono a spostare come pacchetti centinaia di persone alla volta e fare in modo che le quote del “mercato” vengano distribuite in modo equo tra tutti gli operatori. I migranti si comprano e si vendono anche a seconda della disponibilità delle barche.

Grazie a questo sistema, la Cupola può arrivare dappertutto e bucare non soltanto le frontiere dei paesi europei, ma anche quelle degli Stati Uniti, con clienti da portare a destinazione grazie a documenti e permessi falsi da ottenere al confine con il Messico.

Per Medhaine e i suoi complici il premio è un fatturato milionario, stimato in oltre 30 milioni di euro al mese. Dove finiscono quei soldi? Medhaine ne ha accumulati così tanti da poter immaginare di di
ritirarsi dagli affari. Il suo emigrare in Svezia, dove vivono la moglie e la figlia.

Prima, però, da bravo manager, il boss eritreo ha bisogno di un luogo sicuro per proteggere il suo
tesoro. Con il metodo dei trasferimenti moneygram o con il sistema “hawala”, il gruppo di Medhaine
riceve fondi da tutti i continenti.


Le tracce di queste operazioni finanziarie portano anche in America, Inghilterra, Germania, Norvegia e Israele. “Come posso gestire i miei soldi ?”chiede il trafficante a un suo complice e domanda anche se una volta arrivato in Svezia potrà avere problemi per il suo passato. Gli verrà suggerito di aprire un conto a Dubai da lì fare rientrare i soldi in Europa e di non preoccuparsi del governo svedese .Per
Medhaine c’è un solo monito: “non mettere piede in Italia – avverte un suo collaboratore al telefono – lì le forze dell’ordine sono cattive e ti arrestano”.

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sabato 1 aprile 2017

Perchè la Moneta si chiama EURO ?


Credo che proprio in pochi in Italia (ed anche in Europa) sappiano veramente il perché è stata chiamata Euro la moneta che da 14 anni abbiamo in tasca e che da 21 anni ne sentiamo parlare.

Ritorniamo indietro velocemente per capire la genesi di tale scelta. A Maastricht il 7 febbraio 1992 fu firmato il Trattato che modificò giuridicamente la vecchia CEE (Comunità Economica Europea) del 1957 in UE (Unione Europea) per poter creare il “mercato unico” necessario all’adozione di una moneta unica secondo l’idioma “one market, one money”. I vincoli e parametri macroeconomici a cui gli Stati firmatari si erano impegnati a rispettare, erano il presupposto per giungere alla convergenza che desse vita ad una moneta comune.


Il nome prescelto per la moneta da condividere era ECU (European Currency Unit, ovvero Unità di
Conto Europea) che si basava sin dal 1978 su un paniere ponderato delle valute nazionali europee
aderenti, il cui corso variava in funzione dei rapporti
di cambio delle valute stesse che vi partecipavano.

Credo che il nome ECU sia ancora scolpito in modo indelebile nelle menti di molti italiani che
contrassero mutui in tale valuta nei primi anni ’90 attratti da tassi inferiori rispetto a quelli in lire, indotti da banche (come al solito!) più inclini a fare i propri interessi che quelli della clientela tacendo sul ben più oneroso insito rischio di cambio. Sappiamo purtroppo come andò a finire, con il corso dell’ECU aumentato vertiginosamente rispetto alla lira e i conseguenti bagni di sangue a cui furono sottoposte decine e decine di migliaia di famiglie italiane nel pagarne il salato conto.

Ebbene in ogni caso la valuta che sarebbe scaturita da Maastricht si sarebbe dovuta chiamare ECU e
molti paesi membri, nonostante rimase di fatto sempre una divisa “virtuale”, si cimentarono già in
emissioni, riservate ai numismatici, coniando monete con tale valore.


Ma nel 1995 avvenne la “svolta”: nel Consiglio Europeo di Madrid avvenuto, il 15 e 16 dicembre 1995, fu deciso di cambiare il nome da ECU in EURO. Ma quale fu la vera motivazione di questo cambio di denominazione? Le note ufficiali si affrettarono nel dare delle spiegazioni “di comodo”, come ad esempio che la parola ECU si pronunciasse con troppo “francesismo” essendo il vecchio scudo francese. Altri dissero che essendo un acronimo inglese di European Currency Unit non sarebbe stato “gradito” a tutti e che il nome EURO fosse più direttamente riconducibile all’EUROPA.

Ma la vera realtà fu un’altra, imposta fortemente dalla delegazione tedesca capeggiata dal Cancelliere Helmut Kohl e dal suo potentissimo, inflessibile e “sopraccicliatissimo” Ministro delle Finanze Theo
Waigel (che d’allora verrà chiamato il “papà dell’euro”), che proposero ed ottennero immediatamente, il cambiamento del nome da ECU in EURO. Infatti nella lingua tedesca la pronuncia di “un ecu” si sarebbe detta “eine ecu” creando una imbarazzantissima assonanza con “eine kuh” cioè “una vacca” e che pertanto avrebbe creato ovviamente non pochi problemi ai tedeschi già fortemente “dispiaciuti” nell’abbandonare
il loro amatissimo marco simbolo del riscatto economico del paese.

Di fronte a tale evidenza, a cui non mancarono sorrisi e battutine nelle delegazioni, il Consiglio d’Europa di Madrid decretò all’unanimità di cambiare il nome in EURO, mandando definitivamente in pensione l’acronimo ECU, ma soprattutto ribadendo ancora per una volta (come se non ce ne fosse bisogno) che la Germania avesse il pieno potere di decisione su ogni cosa riguardo al nuovo ordine monetario che si stava instaurando in Europa e che avrebbe così fortemente condizionato il futuro dell’intero Vecchio Continente e con esso i destini dei paesi membri.

Viene spontaneo da chiedersi se lo stesso problema di assonanza non felice fosse stato avanzato da
altri paesi come ad esempio l’Italia, la Spagna o la Grecia, oggi la moneta che adottiamo si chiamerebbe ugualmente EURO o sarebbe rimasta con il vecchio nome di ECU?

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mercoledì 29 marzo 2017

Festival dei Beni Confiscati alla Mafia


Visite guidate, musica, teatro, libri, reading letterari 
e cinema all’insegna della cultura della legalità, dal 30 marzo al 2 aprile.

 Dopo la giornata della memoria delle vittime della mafia, lo scorso 21 marzo, il 
Festival dei Beni confiscati che si svolgerà a Milano dal 30 marzo a domenica 2 aprile: quattro giorni 
durante i quali conoscere, visitare e ricordare i luoghi della città, un tempo appartenuti alla criminalità organizzata, oggi testimonianza e presidio della cultura della legalità.

Il Festival dei Beni Confiscati alle Mafie è un evento nato cinque anni fa su impulso del Comune di 
Milano e con la collaborazione di Libera e realizzato con la direzione artistica della giornalista Barbara Sorrentini. Accompagnati dalle guide di Libera, sarà possibile visitare alcuni dei 161 beni fino a qualche anno fa covi di attività illecite, confiscati a criminali che operavano a Milano e trasferiti dallo Stato al Comune (altri 11 sono in arrivo) per impiegarli in attività di tipo sociale.

Il Festival proporrà anche numerosi eventi culturali tra cui la presentazione di libri ispirati dalla lotta alle mafie, reading teatrali, letture per bambini e una retrospettiva cinematografica dedicata a Pif 
(Pierfrancesco Diliberto) in collaborazione con la Cineteca Italiana. Il Festival aprirà giovedì 30 marzo con una mattinata a Casa Chiaravalle, il bene più grande confiscato a Milano alla criminalità.

“Raccogliamo il testimone lasciatoci dalla Giornata delle memoria delle Vittime della mafia – afferma l’assessore alle Politiche sociali, Pierfrancesco Majorino – e da tutti i ragazzi presenti martedì scorso in Piazzetta Capuana per proporre alla città un ulteriore momento di riflessione su come la criminalità organizzata abbia messo le radici anche a Milano e come la città abbia reagito opponendo cultura ed educazione alla legalità, riprendendosi i luoghi frutto delle attività illecite oggi divenuti simbolo e motore dell’inclusione sociale. La memoria che dobbiamo mantenere salda nel ricordo di chi è stato ucciso dalle mafie si tradurrà in eventi culturali per tutta la città, per vivere e far crescere specie nei più giovani la consapevolezza che la mafia esiste ma si può sconfiggere”.

“Con il Festival dei beni confiscati – spiega il direttore artistico Barbara Sorrentini - apriamo le porte dei luoghi della mafia, oggi luoghi di solidarietà sociale e cultura della legalità raccontandone la storia e riempiendoli di iniziative letterarie, cinematografiche, teatrali, di ragazze e ragazzi delle scuole per favorire l’incontro del passato con il futuro, anche grazie al racconto di persone che da anni, con inchieste, libri, film e con la propria vita contrastano ogni forma di mafia”.

Per questa quinta edizione il Festival ha consolidato il rapporto con gli studenti e il pubblico giovanile offrendo un programma che si rivolge innanzitutto a loro e si aprirà alla città coinvolgendo, per la prima volta, alcuni spazi esterni ma simbolici, tra cui il Liceo classico Manzoni: perché la cultura della legalità, che il Festival da cinque anni ha l’obiettivo di diffondere, quando entra in una scuola diventa educazione alla legalità.

Durante le giornate del Festival un gruppo di studenti seguirà gli appuntamenti per la redazione del 
Giornale dei ragazzi e documenterà l'iniziativa in tempo reale sui social network e online. Si parte con la lezione agli studenti di Sandro De Riccardis, giornalista e autore di "La mafia siamo noi", nella mattina di inaugurazione a Casa Chiaravalle. E sempre agli studenti è dedicato l’incontro nel bene gestito da Cangiari in via Monte Santo 10, con le attrici Federica Fracassi e Isabella Ragonese, 
in scena al Piccolo Teatro.

Molti e diversi sono i luoghi che ospiteranno il Festival, dai beni confiscati a spazi particolarmente 
significativi. Tra questi “I Frigoriferi Milanesi”, il centro per l’arte contemporanea che affaccia 
sull’Ortomercato, luogo storico di Milano finito anche in alcune indagini per infiltrazioni della criminalità organizzata, e la Cineteca di Milano (Spazio Oberdan in viale Vittorio Veneto 2 e Mic- Museo Interattivo del Cinema in viale Fulvio Testi 121), dove verrà proiettata una retrospettiva cinematografica dedicata Pif: i due film “In guerra per amore” (Oberdan) e “La mafia uccide solo d’estate”(Mic)  e il documentario “Un gelato per Saviano” (Mic).

Parte importante nel programma del Festival avranno gli incontri con alcuni autori noti per il loro 
impegno contro le mafie: lo scrittore Claudio Fava, tra gli sceneggiatori del film “I cento passi” e con una lunga esperienza in politica e nella Commissione Parlamentare Antimafia; Gioacchino Criaco, autore de "Il saltozoppo” e “Anime Nere” da cui è stato tratto e sceneggiato il film di Francesco Munzi, vincitore di nove David di Donatello. Proprio Criaco incontrerà gli studenti Liceo Classico Manzoni (in collaborazione con Feltrinelli) e in un bene confiscato (via Monte Santo 10) discuterà con Pif di mafia tra commedia e tragedia.

Il Festival chiuderà con un reading letterario sulla Milano criminale a cui parteciperanno alcun scrittori, con brani propri e il pubblico presente invitato a leggere pagine a tema.

Oltre alla collaborazione con Libera che curerà le visite guidate con le scuole nei beni confiscati e Radio Popolare, media partner, quest’anno il Festival si avvarrà delle collaborazioni di Feltrinelli, Unilibera, Cross di Sao -Associazione Saveria Antiochia, Agende Rosse, Tieffeu. 

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giovedì 23 marzo 2017

Pagina delle Stagioni



LE STAGIONI


PRIMAVERA


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ESTATE

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AUTUNNO

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INVERNO


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Pagina delle stagioni

http://www.mundimago.org/stagioni.html

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giovedì 16 marzo 2017

2017: DENARO , AMORE , SALUTE



COSA TI PORTA IL 2017 ?


#Amore

#Denaro

#Salute

#2017



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mercoledì 15 marzo 2017

Corsi di Formazione per Disoccupati Senza Controlli


L'affare della formazione: un miliardo l'anno per i disoccupati, ma senza controlli

Per studenti, "Neet" e dipendenti ogni anno nascono 40 mila corsi con il principale obiettivo di riempire le aule e accedere ai fondi pubblici, ma nessuno ne verifica l'efficacia

di MARCO RUFFOLO da Repubblica

Di cosa vorremmo accertarci prima di iscriverci a un corso di formazione finanziato da soldi pubblici ed europei con l'obiettivo di trovare lavoro? Che l'ente formatore sia serio, ovviamente. Che sia accreditato dalla nostra Regione. Ma c'è una cosa ancora più importante: se in passato corsi simili si siano tradotti in nuovi posti di lavoro, e in che misura. Conoscenza fondamentale per non perdere tempo e risorse, per evitare di arricchire gratuitamente i nostri formatori con soldi pubblici. Conoscenza fondamentale ma inaccessibile perché le Regioni, con qualche scarsissima eccezione, non fanno valutazioni per vedere se i disoccupati iscritti, pagati con fondi dell'Europa e dello Stato italiano, trovino poi lavoro grazie a quei corsi.

Ma c'è di più: quelle valutazioni le Regioni non sono tenute a farle. La conferma arriva dall'accordo con il quale l'Italia fissa gli obiettivi per accedere alle risorse del Fondo sociale europeo per il periodo 2014-2020. Quell'accordo avrebbe dovuto rimediare ai disastri della precedente programmazione, denunciati da un meticoloso lavoro di due economisti della voce.info, Roberto Perotti e Filippo Teoldi: 7 miliardi e mezzo polverizzati in 500 mila progetti di formazione privi di qualsiasi seria valutazione. Ma così non è. Nel nuovo documento, tra gli "indicatori di risultato" che dovrebbero dirci se un corso di formazione è utile o no, troviamo ad esempio: "Popolazione 25-64 anni che frequenta un corso di studio o di formazione professionale", oppure "quota di giovani qualificati presso i percorsi di istruzione tecnica professionale sul totale degli iscritti". O ancora: "Rapporto tra allievi e nuove tecnologie come Pc e tablet". In altre parole, un corso sarà tanto più apprezzabile e quindi finanziabile quanto più alto sarà il numero dei suoi iscritti, o quanti più tablet saranno messi a disposizione dei suoi studenti.

RIEMPIRE LE AULE
Dunque, basta riempire le aule e il gioco è fatto. Gli enti di formazione accreditati (in maggioranza privati) conoscono bene questo gioco: raccolgono un certo numero di disoccupati, contattano i docenti e infine propongono un progetto formativo alla Regione, che fa il bando e decide. A quel punto scatta il finanziamento pubblico. E ciò senza che siano rispettate due fondamentali condizioni: quella di aver dato prova in passato di aumentare i posti di lavoro con corsi simili, o quanto meno quella di conoscere ciò che serve alle imprese di quel territorio.

POCHE VERIFICHE
Certo, stabilire l'efficacia del corso non è impresa facile e tuttavia ci sono valutazioni sicuramente più accurate che vengono puntualmente ignorate dalle Regioni, come quella che mette a confronto due gruppi di disoccupati simili, uno sottoposto a formazione e l'altro no, e va a vedere dopo uno o due anni quanti di loro hanno trovato lavoro. Qualcosa del genere lo ha fatto tempo fa, in assoluta solitudine, la provincia autonoma di Trento grazie a un istituto di valutazione, l'Irvapp, per verificare l'efficacia di 64 corsi di formazione di lunga durata. Ma tutto è affidato al caso, e dopo la bocciatura del referendum costituzionale, che avrebbe trasferito allo Stato la competenza esclusiva nel definire le "disposizioni generali e comuni" della formazione, le Regioni restano padrone assolute, con venti legislazioni diverse. "Il vero problema - spiega Maurizio Del Conte - responsabile dell'Anpal, la nuova Agenzia nazionale per il lavoro - è che nella maggior parte delle nostre Regioni il finanziamento dei corsi è del tutto slegato dai risultati di inserimento lavorativo". "Non solo - aggiunge Maurizio Sacconi, presidente della commissione Lavoro del Senato - la formazione è slegata anche e soprattutto dai bisogni delle imprese che potrebbero assumere e da quelli degli stessi potenziali lavoratori. L'unica strada per farla funzionare è il sistema duale applicato dalla provincia di Bolzano: il che significa ancorare i corsi ai contratti di apprendistato, progettarli insieme alle imprese interessate. Casi positivi li troviamo anche in Lombardia, Veneto, Friuli e a Trento. Lì dove invece non si dà ascolto alla domanda, ecco che la formazione diventa, come è diventata quasi dappertutto in Italia, un grande business autoreferenziale".

IL BUSINESS DELLA FORMAZIONE
Ogni anno, per la triplice formazione a studenti, disoccupati e lavoratori, partono quarantamila corsi finanziati con fondi pubblici, oltre 9 milioni di ore, 670 mila allievi, centinaia di enti formativi. E un miliardo circa di risorse pubbliche o istituzionali, tra Fondo sociale europeo cofinanziato dallo Stato italiano e Fondi interprofessionali gestiti da imprese e sindacati. Al quale si aggiunge il contributo individuale degli utenti. Non si creda che siano tutti corsi inutili o quasi. Molte sono le iniziative lodevoli di enti formativi seri. Il problema è che, sganciati dai fabbisogni delle imprese, la loro efficacia è affidata al caso. E così fioriscono pacchetti preconfezionati di inglese e informatica, questi ultimi proposti, dice l'Isfol, dal 37,4% delle strutture. E su Internet si vendono addirittura kit per aprire corsi standard di formazione con l'indicazione degli uffici pubblici a cui rivolgersi per avere le sovvenzioni. "Già - commentano all'Atdal, l'associazione dei disoccupati over 40 - non ha alcun senso proporre a un operaio cinquantenne disoccupato un corso di alfabetizzazione informatica quando è chiaro che un qualsiasi diciottenne sarà in grado di fornire capacità operative incomparabilmente superiori. Eppure conosciamo situazioni in cui questi tipi di corsi sono stati organizzati proprio per operai".

Ma non ci sono solo i corsi standard, tutti più o meno generici. L'universo della formazione si popola anche di lezioni tra le più bizzarre, finanziate sempre con i fondi pubblici: dagli animatori teatrali agli assistenti di studi legali agli operatori sociali telefonici. "E poi ci sono i giochetti più o meno sporchi come il gaming - spiega Francesco Giubileo, esperto in sociologia del lavoro per la voce.info -: un ente formativo, sapendo che un'impresa ha già deciso di assumere, organizza artificiosamente un corso, dimostrando poi che quel corso è servito a creare posti di lavoro". Di qui alle truffe vere e proprie il passo è breve. Le più clamorose quelle organizzate in Sicilia: almeno 200 milioni di fatture fittizie e servizi mai forniti, sui 4 miliardi di corsi di formazione messi in campo dalla Regione negli ultimi dieci anni. Dai disoccupati agli occupati: anche qui la formazione mostra limiti evidenti, come rileva lo stesso Isfol. Si tratta di corsi brevi che le aziende mettono a disposizione dei propri dipendenti con i soldi dei Fondi interprofessionali. Nelle condizioni di scarsa produttività in cui versa gran parte del nostro tessuto produttivo, ci si aspetterebbe un orientamento formativo finalizzato all'innovazione e alla riqualificazione del personale meno istruito. Invece più della metà dei progetti è dedicata alla sicurezza del lavoro e al mantenimento delle competenze presenti, mentre a partecipare ai corsi sono soprattutto quadri e dirigenti.

L'ABUSO DEI TIROCINI
Ma il tema della formazione non finisce qui: oltre ai lavoratori che perdono il posto e agli occupati che tentano di riqualificarsi per conservarlo, ci sono gli oltre 2 milioni di giovani che non studiano, non lavorano e non si formano. I pur apprezzabili contribuiti degli istituti formativi successivi alla scuola (ristorazione in testa) non bastano a scalfire il fenomeno. Gran parte delle speranze di far perdere al nostro Paese il primato dei Neet è riposta nel progetto europeo "Garanzia Giovani". In Italia, dopo una partenza fiacca, il progetto ha avuto una buona accelerazione: più di un milione di iscritti, oltre 800 mila presi in carico. Quanti hanno trovato lavoro? Non lo sappiamo in assoluto ma solo limitatamente ai 266 mila giovani che hanno completato il tirocinio: circa la metà ha firmato un contratto, e solo 30 mila ragazzi sono stati assunti a tempo indeterminato, l'11% dei tirocinanti.

Se poi andiamo a vedere in che consistono questi tirocini, ci accorgiamo che sono per lo più slegati dalla formazione, tanto che si sta diffondendo un nuovo clamoroso abuso, dopo quello dei voucher: si spacciano per tirocini (500 euro al mese di compenso quasi sempre pagati in ritardo) rapporti di lavoro veri e propri, gratuiti e senza contributi. Scaduti i sei mesi, niente assunzioni: si cambia solo tirocinante. E via per un altro semestre. Insomma, una prassi al limite della truffa. Contro la quale la maggior parte delle Regioni, che continuano e continueranno a gestire l'intero percorso formativo, si guarda bene dall'intervenire.

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venerdì 10 marzo 2017

MDD : Riunione Periodica Lunedì 13-03-2017


Riunione Periodica MDD Lunedì 13-03-2017 dalle ore 15.00 presso c.so Porta Vittoria 43 Camera del Lavoro di Milano secondo piano Sala Fiom. 
Ordine del giorno: Relazioni dagli Incontri con Assessori e Senatori. 
NOTIZIE DAL WEB e Dalle Pagine dei Disoccupati di Tutta Italia. 
Preparazione al Bando per il Tesserino Gratis Mezzi Pubblici ATM Milano. 
 Se sei disoccupato o se conosci dei disoccupati contattaci. 
 Ci riuniamo periodicamente in Camera del Lavoro Milano 
 - Corso di Porta Vittoria 43 - Sala Fiom 2° piano. 
 Scrivici : movdirdisoccupati(@)libero.it
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lunedì 6 marzo 2017

8 Marzo Giornata Internazionale dell'Operaia


La prima “Giornata della donna” fu celebrata ufficialmente negli Stati Uniti il 28 febbraio 1909, mentre in alcuni paesi europei si tenne per la prima volta il 19 marzo 1911 su indicazione di Clara Zetkin. Le manifestazioni furono interrotte dallo scoppio della Prima guerra mondiale finché l’8 marzo 1917 nella capitale russa le donne guidarono un’imponente manifestazione per chiedere la fine del conflitto. In tal modo l’8 marzo del 1917 sancì l’inizio della Rivoluzione bolscevica in Russia. Per stabilire un giorno comune a tutte le nazioni, nel 1921 la Conferenza internazionale delle donne comuniste decise che l’8 marzo si celebrasse la
 “Giornata Internazionale dell’Operaia”
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Le Origini della Giornata
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domenica 5 marzo 2017

Irlanda: fossa comune in Orfanatrofio Cattolico


Irlanda, trovata fossa comune con 800 corpi di bambini
In un orfanotrofio cattolico, dopo anni di segreti e insabbiamenti, l'orribile conferma: i piccoli, sotto i 3 anni, sepolti senza nome erano figli di ragazze madri.

Galway, 4 marzo 2017 - Orrore in Irlanda, dove un gruppo di esperti ha confermato l'esistenza di una fossa comune in un ex orfanotrofio cattolico gestito da suore nel nordovest della Repubblica d' Irlanda, che in base allo studio dei certificati di morte contiene i resti di circa 800 bambini. Appartenevano a piccoli di età compresa tra le 35 settimane e i 3 anni, deceduti tra il 1925 e il 1961.

Dopo anni di denunce e sospetti, ora ci sono le prove inoppugnabili su una pagina orribile della storia recente irlandese . I primi test del Dna compiuti sulle ossa sepolte in una struttura divisa in 20 camere evidenziano infatti che appartenevano a Bambini sotto i 3 anni, deceduti soprattutto durante gli anni Cinquanta. Si è arrivati a questa scoperta grazie al lavoro svolto da una commissione di inchiesta sulle 'case' per ragazze madri gestite da suore, luoghi dove venivano ospitati le donne che avevano avuto figli al di fuori del matrimonio, i loro bambini e anche molti orfani. La struttura dell'orrore si trova a Tuam, nella contea di Galway, e gli scavi erano iniziati nell'ottobre 2016. La vicenda era stata prima denunciata da uno storico locale e poi il 'mea culpa' della chiesa cattolica irlandese, che aveva in gestione molti di questi centri, aveva favorito la trasparenza su quei fatti terribili dopo anni di segreti e insabbiamenti.

Chi viveva nelle 'case' soffriva malnutrizione, malattie e miseria, con altissimi livelli di mortalità. Molti dei piccoli non riuscivano a sopravvivere a quegli stenti e una volta morti i loro corpi venivano disposti in modo sbrigativo nelle fosse comuni, tra l'altro senza alcuna indicazione delle loro identità.

La commissione pubblica d'inchiesta si è detta "scioccata" per quanto scoperto e ha chiesto l'intervento delle autorità competenti per dare degna sepoltura ai resti. Quella di Tuam non era l'unica struttura del genere in funzione. Se ne contavano almeno una decina sparse in tutta l'Irlanda, dove vennero mandate circa 35 mila donne incinte ma non sposate, per isolarle dal resto della società. Erano stati gli stessi vescovi irlandesi ad ammetterlo nel 2014: "Purtroppo c'è stato un tempo in cui le madri non sposate erano spesso giudicate e rifiutate dalla società, compresa la Chiesa".

Una vicenda legata a questa realtà è stata raccontata anche nel film 'Philomena'. È la storia vera di una donna che per cinquant'anni cerca quel figlio che da giovane ragazza madre aveva dovuto dare forzatamente in adozione a una coppia americana, seguendo la volontà delle suore di un istituto religioso irlandese in cui aveva partorito.

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http://cipiri.blogspot.it/2012/02/la-chiesa-e-i-conti-dello-ior.html

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giovedì 2 marzo 2017

Scomparso il Suicidio per Crisi Economica


Dall'inizio dell'anno 121 casi, il doppio rispetto a tre anni fa. Si litiga sull'attendibilità del metodo di rilevazione ma Istat da tre anni ha cancellato la sua e gli ultimi dati sono fermi al 2010. 
Ufficialmente il silenzio è dovuto alla difficoltà di attribuire al decesso una causa univoca. 
Ma potrebbe anche avere tutt'altre ragioni, anche Politiche

Sono 121 i casi di suicidio per motivazioni economiche registrati in Italia nel primo semestre 2016. Il dato è in crescita di quasi il 20% rispetto a quanto rilevato nella seconda metà dello scorso anno, quando il fenomeno sembrava segnare una prima inversione di tendenza nella sua triste escalation.

 Lo scorso mese di giugno in particolare, segnala Link Lab, il laboratorio di Ricerca Sociale della Link Campus University, è stato il peggiore dall’avvio dell’Osservatorio Suicidi per crisi economica (2012): 19 i casi, ancor più rispetto ad altri mesi tradizionalmente più tragici, come febbraio (16) e maggio (15). La Campania, seguita da Sicilia, Lombardia, Lazio e Marche, è la regione che ha registrato il maggior numero di vittime (13,6%) mentre per la prima volta il Veneto non è più la regione simbolo del triste primato, con un’incidenza passata dal 21,2% del 2015 al 7,4% di questo primo aggiornamento dell’Osservatorio.
 L’Osservatorio sui Suicidi per motivazioni economiche è stato avviato nel 2012 dall’Università degli Studi Link Campus University di Roma attraverso Link Lab, il suo Laboratorio di ricerca sociale, diretto dal sociologo Nicola Ferrigni. Per la prima volta non è il Veneto ma la Campania la regione più colpita. Per il direttore Ferrigni «i dati relativi ai primi sei mesi del 2016 disegnano una nuova geografia del fenomeno, che all’inizio interessava soprattutto l’Italia settentrionale e nello specifico le regioni del Nord-Est, storicamente ad elevata densità industriale, per poi conoscere nell’arco di un quadriennio una progressiva uniformità sull’intero territorio. Oggi invece il quadro appare decisamente trasformato, con la maggior parte dei suicidi avvenuti nelle regioni del Centro Italia (27,2%) e il Sud al 25,9%. In sensibile diminuzione – ha concluso il sociologo - sia il Nord-Est che il Nord-Ovest, rispettivamente con il 17,3% e 16%, mentre il dato cresce nelle Isole, ora al 13,6%, con un forte incremento in Sicilia». Tale differente geografia si riflette in una nuova rappresentazione della condizione professionale delle vittime di suicidio: oltre la metà (50,6%) dei casi coinvolge ora i disoccupati mentre scende al 34,6% (contro il 46,1% fatto registrare nel 2015) la percentuale di imprenditori suicidi, la percentuale più bassa fatta registrare dalla categoria dall’inizio del monitoraggio. Per quanto riguarda l’età, invece, l’aggiornamento segnala un incremento significativo del numero di vittime di età compresa tra i 45 e i 54 anni, cui fa da contraltare un costante andamento della fascia d’età dei 55-64enni, ma soprattutto il calo del numero di vittime tra i più giovani: dall’inizio dell’anno complessivamente l’8,7% delle vittime aveva meno di 35 anni. Nei primi 6 mesi dello scorso anno tale percentuale è invece stata pari al 12,4%. 
Nel complesso, dal 2012 è sempre il Veneto la regione epicentro del fenomeno, mentre le province più colpite sono Venezia, Padova, Napoli, Salerno e Treviso. 

Da cinque anni in Italia non si conta un suicidio per motivi economici che sia uno. 
La spia più tragica della crisi si è definitivamente spenta? Sarebbe una gran bella notizia, se non fosse smentita dalle evidenze della cronaca che, con frequenza quotidiana, testimonia quanti italiani arrivano a togliersi la vita per il lavoro perso, lo sfratto subito, la misera pensione o perché legati al cappio dei creditori. Come è possibile?

Il fatto è che, perfino sui morti, ci sono non una ma due Italie. E quella che conta, di punto in bianco, ha smesso di contare. Dal 2012 l’Istat, l’ente che fa la statistica ufficiale del Paese, non pubblica più il conteggio annuale dei suicidi economici. L’ultimo dato disponibile è fermo al 2010, con 187 casi tragicamente conclusi e 245 tentati. 

Perché lo Stato, all’improvviso, smette di contare gli schiantati dalla crisi? La risposta, che sembrerebbe semplice, non lo è. Lo stesso professor Ferrigni non sa trovare un argomento convincente. “Me lo chiedono in tanti, ma non trovo una ragione plausibile. Istat in questo campo era l’unico serbatoio dei dati ufficiali in quanto provenienti da fonte giudiziaria. Noi invece, per forza di cose, siamo costretti a impiegare una metodologia indiretta ed empirica che prevede la sistematica raccolta di notizie attraverso gli organi di informazione e il successivo controllo con le autorità di polizia, l’autore dell’articolo di stampa locale o il sindaco. Un lavoro di verifica il più scrupoloso possibile che ci porta a escludere per prudenza tutti i casi dubbi, tanto da farmi temere che il dato reale sia ben più tragico di quello che infine pubblichiamo”.

Istat, dunque, perché non parli? In realtà risponde l’Ufficio stampa dell’ente. “E’ vero, dal 2010 non rileviamo e pubblichiamo i dati sui suicidi e sulle cause. Ma dietro questa scelta non c’è alcun intento di oscurare o minimizzare il fenomeno”. La scelta di interrompere la serie, come spiega una nota dell’ente del 2012, sarebbe legata alla difficoltà di attribuire una causa univoca a ciascuno dei casi.  La rilevazione proveniva dai dati accertati dalla Polizia di Stato, dall’Arma dei Carabinieri e dalla Guardia di Finanza in base alle notizie contenute nella scheda individuale di denuncia di suicidio o tentativo di suicidio trasmesso all’atto della comunicazione all’Autorità giudiziaria. “Ma l’attribuzione della causa di decesso risultava spesso inattendibile e il rischio di sovrastima o sottostima era ritenuto troppo alto”. Così nel 2012 i vertici Istat hanno deciso di non usare più la fonte giudiziaria ma quella ospedaliera, e di non elaborare più la serie sulle cause di morte. “Anche perché è capitato, purtroppo, che i risultati delle statistiche venissero utilizzati in modo strumentale”.

E qui, forse, sta il punto delicato dell’intera faccenda. Dell’improvviso silenzio calato sui suicidi economici si potrebbe anche dare una lettura meno benevola. Con non poco cinismo la si potrebbe chiamare “operazione allegria”. Non può sfuggire, infatti, in quale clima politico e sociale sia maturata la decisione dei vertici dell’istituto. Se non bastano i titoli dei giornali di allora (“Crisi, in Italia è record di suicidi”, “Nord-Est, gli imprenditori si uccidono”…) è sufficiente una foto: quella del corteo del 4 maggio 2012, quando le vedove di 70 imprenditori che si erano tolti la vita dall’inizio dell’anno hanno sfilato a Bologna per manifestare la loro rabbia e il loro dolore.

Non si sa se ha prevalso allora la logica dello Stato-tutore che spegne le statistiche per evitare la spirale delle emulazioni, la caduta delle difese collettive, il sensazionalismo imperante dei giornali. Oppure quella del governo (che nomina i vertici di Istat) allora additato, magari a torto, come responsabile unico di tutte le tragedie. Fatto sta che da allora certe morti fanno solo notizia e non più statistica. E l’allarme sul fenomeno, come per magia, è scomparso.

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mercoledì 1 marzo 2017

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