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sabato 26 novembre 2016

Fidel Castro: MORTO “Hasta la victoria”


AVANA –  l’annuncio di Raul: “Caro popolo di Cuba: è con profondo dolore che compaio per informare il nostro popolo, gli amici ed il mondo, che oggi, 25 novembre del 2016, alle 10:29, ore della notte, è deceduto il comandante in capo della Rivoluzione Cubana Fidel Castro Ruz”: con queste parole, trattenendo a stento la commozione mentre legge un breve testo alla tv statale cubana, Raul Castro ha annunciato la morte del fratello. “Nel compiere l’espressa volontà del compaño Fidel i suoi resti saranno cremati domani sabato 26″ (oggi, ndr.),
 continua il presidente cubano.
“La commissione che organizzerà i funerali darà al nostro popolo un’informazione dettagliata
sull’organizzazione dell’omaggio postumo che verrà tributato
al fondatore della ‘Revolucion Cubana’.
Hasta la victoria siempre”, conclude il messaggio Raul Castro. Fidel Castro è morto la sera di venerdì 25 novembre all’età di novant’anni. Nato il 13 agosto 1926 a Biran, figlio del proprietario terriero
spagnolo Angel Castro e della cubana Lina Ruz, aveva studiato prima nei collegi La Salle e Dolores di Santiago de Cuba, poi, dal 1941 al 1945, a L’Avana, nella prestigiosa scuola gesuita di Belen, periodo che incide fortemente nella sua formazione culturale, così come in quella del fratello, Raul. Dopo la laurea in legge si candida alle presidenziali, progetto subito frustrato per il golpe del 10 marzo di Fulgencio Batista. La sua risposta è l’assalto alla Caserma della Moncada, il 26 luglio 1953.
Per Fidel un disastro: i ribelli vengono catturati e 80 di loro fucilati. Castro viene condannato a 15 anni di prigione e, nella sua difesa finale, pronuncia il famoso discorso su ‘La storia mi assolverà’, in cui delinea il suo sogno rivoluzionario. Dopo il carcere, amnistiato, va in esilio negli Stati Uniti, poi in Messico: è qui che conosce Ernesto Guevara. Insieme al ‘Che’, Raul ed altri 79 volontari, nel ’56 sbarca nell’isola a bordo del ‘Granma’. Il gruppo, sorpreso dalle truppe di Batista, viene decimato: in 21 riescono a rifugiarsi nella Sierra Maestra. I due anni di guerriglia mettono alle corde il dittatore. Il primo gennaio 1959 i ‘barbudos‘ entrano trionfalmente a L’Avana. Castro lo fa qualche giorno dopo. Fino al trionfo della ‘revolucion’,
l’isola viveva del commercio con Washington. Dopo la presa del potere di Fidel, il Paese diventa un
campo di battaglia della ‘guerra fredda’. Cuba riesce comunque a resistere al duro embargo americano e ad un attacco militare, quello della ‘Baia dei Porci’, organizzato dalla Cia formato da cubani reclutati all’estero. E’ poi stata al centro della crisi dei missili nel 1962, che ha rischiato di trascinare il mondo in una guerra nucleare mondiale. Forte di un inossidabile carisma e affascinante capacità oratoria, Fidel è stato per decenni il ‘nemico numero uno’ di Washington: con il risultato che, mentre accresceva la sua dipendenza dall’Urss, appoggiava i movimenti marxisti e le guerriglie in America Latina ed in Africa,
diventando tra i leader del movimento dei Paesi non Allineati. Nel frattempo, si sposa con Dalia Soto del Valle. Hanno cinque figli: Alexis, Alexander, Alejandro, Antonio e Angel. Perfino nel crepuscolo del suo mandato, Fidel e il sistema politico cubano sono riusciti nel bene e nel male a resistere alla
disintegrazione socialista e al crollo dell’Urss nel ’91. Per i cubani, Castro è stato il ‘Comandante’,
oppure semplicemente Fidel, sul quale sono state costruite tante storie: “non dorme mai”, “non scorda nulla”, “è capace di penetrarti con lo sguardo e sapere chi sei”, “non commette sbagli”. Nel 1996, a 70 anni, il riavvicinamento storico con la Chiesa cattolica di un Paese che non aveva mai davvero
abbandonato la fede. Castro è in visita in Vaticano, dove incontra papa Giovanni Paolo II. Alla morte del pontefice proclamerà tre giorni di lutto nazionale. Ha sempre avuto una salute di ferro fino all’improvvisa e grave emorragia all’intestino avuta al rientro di un viaggio dall’Argentina poco prima di compiere 80 anni. Malato, dopo aver delegato il potere al fratello Raul – prima in modo provvisorio il 31 luglio 2006, poi definitivamente nel febbraio 2008 – ha così cominciato il conto alla rovescia verso la fine di una vita leggendaria. L’era di Fidel si scioglie lentamente, in mezzo a una nuova Cuba ogni volta più ‘raulista’,
tra una serie di riforme economiche e la mano ferma del potere sul fronte politico: di sicuro una
transizione, la cui portata è però difficile da capire. La data chiave della nuova era è il 17 dicembre
2014: quel giorno, a sorpresa e con la mediazione di Bergoglio, L’Avana e Washington annunciano il
disgelo bilaterale. Fidel assiste da lontano al deshielo, ogni tanto scrive qualcosa ribadendo concetti
quali la ‘sovranità nazionale’ e il ‘no all’impero’. Ma in sostanza a dettare il ritmo dei cambiamenti ormai è Raul. I limiti al suo mandato Fidel li aveva fissati nel 2003, dirigendosi ai cubani: “Rimarrò con voi, se lo volete, finché avrò la consapevolezza di potere essere utile, se prima non lo decide la stessa natura. Nè un un minuto prima né un secondo dopo”.

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COSA TI PORTA IL 2017 ?



venerdì 25 novembre 2016

Referendum Costituzionale del 4 dicembre


Referendum Costituzionale:
 Guida alla Riforma

Come funzionerà il nuovo Senato? Che cosa significa superamento del bicameralismo perfetto? Come verranno approvate le leggi? Che cosa c’entra la legge elettorale con la riforma costituzionale?

Il voto del 4 dicembre si avvicina e gli italiani dovranno decidere se dire Sì o No alle modifiche stabilite dalla riforma costituzionale approvata dal Parlamento ad aprile di quest’anno.
La legge modifica il nostro sistema parlamentare e il rapporto tra Stato e Autonomie, cambia le modalità di elezione del Presidente della Repubblica e della Corte costituzionale.

Ecco una scheda con le principali novità introdotte dalla riforma 
e le ragioni dei favorevoli e dei contrari.
Superamento del bicameralismo perfetto
La riforma costituzionale modifica l’articolo 55 della Costituzione stabilendo che solo la Camera sarà chiamata a votare la fiducia al governo.
Montecitorio eserciterà funzioni di indirizzo politico e di controllo 
sull’operato del governo e funzioni legislative.

Il nuovo Senato rappresenterà le istituzioni territoriali e farà da raccordo tra Stato, Regioni, Comuni e tra questi e l’Unione Europea. Continuerà ad esercitare la funzione legislativa 
ma diversamente dal passato.
Parteciperà alle decisioni riguardanti le politiche europee e verificherà l’impatto delle direttive europee sulle realtà locali. Fornirà valutazioni delle politiche pubbliche e dell’attività della pubblica amministrazione. Verificherà l’attuazione delle leggi e darà parere su nomine del governo.

La Camera sarà eletta a suffragio universale, i deputati restano 630 di cui 12 eletti all’estero.
Il Senato sarà composto da 95 senatori scelti dai consigli regionali (su indicazione degli elettori) ai quali si aggiungeranno 5 senatori nominati dal presidente della Repubblica con un mandato di 7 anni.

Le ragioni del Sì
Si metterà fine al caos delle diverse maggioranze e finalmente ci sarà una rappresentanza parlamentare delle istituzioni territoriali.
Stop al doppio voto di fiducia al governo che spesso ha portato a maggioranze diverse.
Più stabilità governativa.

Le ragioni del No
Il Senato deve essere eletto dai cittadini.
Un sindaco di una grande città non potrà stare due giorni a settimana a Roma.


Il nuovo Senato
La riforma costituzionale modifica gli articoli 57, 58 e 59 della Costituzione riducendo da 315 a 95 i senatori, che saranno rappresentativi delle istituzioni territoriali e saranno 74 consiglieri regionali e 21 sindaci.

Ogni consiglio e le province autonome di Trento e Bolzano, eleggeranno un sindaco del proprio territorio e due o più consiglieri regionali in base alla densità di popolazione.
La scelta dovrà essere effettuata «in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri».

La legge ordinaria che dovrà regolamentare questa elezione indiretta dovrà quindi tenere conto che i cittadini dovranno indicare chi sarà destinato a Palazzo Madama.

Le ragioni del Sì
In Parlamento finalmente troveranno rappresentanza tutte le istituzioni territoriali.
I senatori saranno sempre indicati dai cittadini perché la legge regionale prevede l’indicazione (nome e cognome) sulla scheda, in più la legge ordinaria che andrà a regolamentare l’indicazione che dovranno fare i consigli regioni dovrà tenere conto che i cittadini daranno la loro preferenza su chi mandare a Palazzo Madama.

Le ragioni del No
Sarebbe opportuno anche un ridimensionamento della Camera.
I senatori verranno selezionati senza criteri.
Il Senato delle Autonomie dovrebbe avere la stessa potestà legislativa della Camera.


Elezione del Presidente della Repubblica
Per l’elezione del Presidente della Repubblica si modificano gli articoli 83, 85, 86 e 88 della Costituzione.
Con la riforma costituzionale il Capo dello Stato sarà eletto dal Parlamento in seduta comune ma, riducendosi il Senato, si riduce anche il numero dei parlamentari: in totale saranno 730 (contro i 1008 di oggi).

Cambieranno anche i quorum: serviranno i due terzi degli aventi diritto per i primi tre scrutini. Dal quarto scrutinio serviranno i tre quindi degli elettori (contro la maggioranza assoluta di adesso).

Solo dal settimo scrutinio basterà avere i tre quinti dei votanti e non degli aventi diritto. Per essere valido, però, il voto deve avere la presenza di almeno la metà più uno degli aventi diritto (ossia 366 parlamentari).

Non cambia la procedura per l’empeachment rispetto alla quale servirà sempre la maggioranza assoluta (rispetto ad un plenum di 730 persone).
La seconda carica dello Stato sarà il presidente della Camera.


Le ragioni del Sì
La procedura rafforza l’elezione del Presidente della Repubblica perché
il quorum è più alto fino al settimo scrutinio.

Le ragioni del No
Se rimane in vigore l’Italicum, la maggioranza in Parlamento potrà imporre
 il suo Presidente della Repubblica.


Referendum e leggi popolari
Vengono modificati gli articoli 71 e 75 della Costituzione in materia di Referendum e disegni di legge di iniziativa popolare.
Nascono due nuove tipologie di referendum: quelli propositivi e quelli di indirizzo, ma le novità dovranno essere indicate da norme costituzionali e da una legge bicamerale.
Per quanto riguarda i disegni di legge di iniziativa popolare, serviranno 150 mila firme (50 mila fino ad oggi) ma il Parlamento dovrà esaminarle ed approvarle in tempi certi.
Oggi invece molto spesso vengono dimenticate nei cassetti parlamentari.
Per il referendum abrogativo restano i requisiti attuali ma in caso di 800mila firme raccolte, il quorum può abbassarsi alla maggioranza dei votanti alle ultime elezioni politiche.

Le ragioni del Sì
Le leggi di iniziativa popolare dovranno necessariamente essere discusse dal Parlamento, cosa che invece oggi non accade.
Si introducono due nuove tipologie di referendum, quindi si dà più forza all’iniziativa popolare.
Raccogliendo 800 firme si abbassa il quorum per l’approvazione del referendum.

Le ragioni del No
Sale il numero delle firme da raccogliere quindi agire dal basso sarà più difficile.
L’obbligatorietà della discussione delle leggi di iniziativa parlamentare viene rimandata ai regolamenti parlamentari.


Riforma del Titolo V
La riforma costituzionale rivede il federalismo e tutto l’argomento riguardante le materia concorrenti: fisco trasporti e infrastrutture tornano al potere centrale.

Molte materia divise tra Stato e Regioni hanno creato un contenzioso enorme davanti alla Corte costituzionale negli ultimi quindici anni, vale a dire dalla data di approvazione del nuovo Titolo V (2001) ad oggi.

Fisco, trasporti e infrastrutture tornano allo Stato e, per la parte delle disposizioni generali anche salute e istruzione.
COn la clausola di supremazia, a tutela dell’interesse nazionale, il governo potrà intervenire con legge su materia regionali escluse quelle a statuto speciale.

Le ragioni del Sì
La riforma prevede una razionalizzazione del federalismo già in parte stabilita dalle numerose pronunce della Consulta.
In molti casi la sovrapposizione tra Stato e Regioni non ha fatto altro che penalizzare i cittadini.

Non ha senso frammentare alcune materie come l’energia.

Le ragioni del No
Si fa un passo indietro con una scelta centralista.
La riforma accresce le disparità tra le regioni a statuto speciale e quelle a statuto ordinario.
Nel 2001 il centrosinistra ha voluto la svolta federalista,
ora lo stesso centrosinistra vuole tornare al centralismo.
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giovedì 17 novembre 2016

SALUTE - BENESSERE: Riflessologia Plantare i Punti



Hai mai sentito parlare della riflessologia plantare?

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mercoledì 16 novembre 2016

ECOLOGIA: COP22 Accordo Globale sul Clima



Ai governi di tutto il mondo:

Noi tutti, cittadini globali, profondamente preoccupati dalla possibilità che Donald Trump faccia uscire gli USA dagli accordi sul clima di Parigi, ci appelliamo a tutti voi affinché acceleriate i vostri piani per portare a 0 le emissioni, verso il 100% di energia pulita, e per sostenere economicamente i paesi più vulnerabili, a prescindere dalla direzione che il nuovo presidente USA prenderà. Vi chiediamo anche di mandare a Trump un messaggio forte per fargli capire che l’accordo di Parigi è anche nell’interesse dell’economia e della sicurezza statunitensi, e che il mondo continuerà su questa strada anche se gli USA rallenteranno. La vostra leadership è oggi più cruciale che mai per evitare un disastro climatico.

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giovedì 10 novembre 2016

Trump NON è il mio Presidente


La protesta di migliaia di ragazzi davanti alla Trump Tower
La cosa più impressionante è l’età. Il più vecchio avrà trent’anni. La media è attorno ai venti: una cosa impensabile nelle manifestazioni italiane. 
Non un simbolo di partito, di un sindacato, di un’associazione.


Nessuno striscione, solo cartelli scritti a mano. Migliaia di ragazzi hanno invaso le strade di Manhattan ieri sera alle 7. Una manifestazione spontanea, auto organizzata. Si sono dati appuntamento a Union Square, hanno imboccato la Fifth Avenue, hanno girato a sinistra sulla trentesima, poi hanno imboccato la Sesta sino a Central Park, tra il traffico impazzito, i poliziotti incerti sul da farsi che li seguivano correndo, i passanti che solidarizzavano o si univano a loro. Una banda musicale di ottoni. Bandiere del movimento Lgbt, lesbiche gay bisex transgender. La maggioranza sono ragazzi della New York University, della Columbia, delle scuole superiori, di ogni etnia e religione. Cortei simili, anche se meno imponenti, si sono visti a Chicago e nelle città californiane. Ovviamente non cambiano di una virgola il 
messaggio che gli elettori hanno dato. Ma segnano la presenza di un’America giovane, che si colloca 
subito all’opposizione. Non legata al partito democratico: nessuno nomina Hillary, cui sembrano del 
tutto estranei. Divisa da slogan a volte contraddittori. Ma unita da un unico obiettivo polemico: Trump. Con qualche insulto pure per Rudolph Giuliani. E considerazioni decisamente critiche sugli elettori della Florida e di altri Stati che hanno votato per The Donald. 



Ecco alcuni dei cartelli: “Not my president”, 
non è il mio presidente Facciamo di nuovo amare l’America Trump fa odiare l’America Love trumps hate, l’amore vince l’odio Trump you’re fired, sei licenziato (tormentone di The Apprentice, lo show per cui Trump chiese alla Nbc 18 milioni di dollari a puntata e che contribuì alla sua popolarità) Impeachment per Trump Not in my name, non in mio nome Never lose hope, non perdere mai la speranza Trump razzista Trump antisemita Trump molestatore L’America non è mai stata grande L’America è sempre stata grande Black lives matter, le vite dei neri contano Trump odia le donne Trump togliti il parrucchino.





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mercoledì 9 novembre 2016

Presidente USA : Donald Trump


Amici,

Mi dispiace dover essere ambasciatore di cattive notizie, ma sono stato chiaro l'estate scorsa quando vi ho detto che Donald Trump sarebbe stato il candidato repubblicano alla presidenza. Ed ora vi porto notizie ancora più terribili e sconfortanti: Donald J. Trump vincerà a Novembre. Questo miserabile, ignorante, pericoloso pagliaccio part-time, e sociopatico a tempo pieno, sarà il nostro prossimo presidente. Presidente Trump. Forza, pronuciate queste parole perché le ripeterete per i prossimi quattro anni: "PRESIDENTE TRUMP".

In vita mia non ho mai desiderato così tanto essere smentito.

Posso vedervi adesso. State scuotendo la testa convinti: "No, Mike, non succederà". Purtroppo, state vivendo in una campana di vetro dotata di camera dell'eco, dove voi ed i vostri amici siete convinti che gli Americani non eleggeranno un idiota come presidente. Passate dall'essere scioccati al ridere di lui per il suo ultimo commento folle o per la sua presa di posizione narcisistica su qualsivoglia questione, come se tutto girasse intorno a lui. Poi ascoltate Hillary e osservate il nostro primo presidente donna, qualcuno che il mondo rispetta, una persona estremamente intelligente che si preoccupa dei nostri ragazzi, che porterà avanti il lascito di Obama perché è questo che vogliono gli Americani! Per altri quattro anni!

Dovete uscire da quella campana, adesso. Dovete smetterla di vivere nella negazione e guardare in faccia una verità che sapete essere profondamente attuale. Cercate di consolarvi con i numeri "il 77% dell'elettorato è composto da donne, persone di colore, giovani adulti sotto i 35 e Trump non otterrà la loro maggioranza", o con la logica "le persone non voteranno per un buffone o contro i loro interessi": è il modo in cui il cervello cerca di proteggervi dal trauma. Come quando sentite un rumore molto forte in strada e pensate "Oh, è appena scoppiata una ruota" oppure "Chi sta giocando con i petardi?" perché non volete pensare che c'è appena stata una sparatoria. È lo stesso motivo per cui tutte le notizie iniziali e i testimoni oculari dell'undici settembre dicevano "un piccolo areo si è accidentalmente schiantato contro le Torri Gemelle". Vogliamo (ne abbiamo bisogno) sperare per il meglio perché, sinceramente, la vita è già uno schifo ed è piuttosto dura tirare avanti stipendio dopo stipendio. Non possiamo sopportare altre cattive notizie. Quindi la nostra mente attiva "un'impostazione predefinita" quando qualcosa di spaventoso accade davvero.

Le prime persone falciate da quel camion, a Nizza, hanno passato i loro ultimi momenti sulla terra a fare cenni al conducente, perché pensavano avesse semplicemente perso il controllo del veicolo. Cercavano di dirgli che aveva oltrepassato le recinzione: "Attento", gridavano. "C'è gente sul marciapiede".

Beh, amici, questo non è un incidente. Sta succedendo. E se pensate che Hillary Clinton batterà Trump con i fatti, l'intelligenza e la logica, be' vi siete persi l'ultimo anno: con 56 primarie e caucus, 16 candidati Repubblicani le hanno provate tutte per fermare Trump ma niente è servito ad arrestare la sua furia devastante. Ad oggi, allo stato attuale, credo che succederà davvero e, per poter affrontare la cosa, ho bisogno che prima ne prendiate coscienza e poi, forse, potremo trovare un modo per uscire dal caos in cui siamo finiti.


Non fraintendetemi. Nutro grandi speranze per il mio paese. Le cose sono migliorate. La sinistra ha vinto la guerra culturale. I gay e le lesbiche possono sposarsi. La maggioranza degli americani ora adotta posizioni liberali in quasi tutti i quesiti elettorali. Paga uguale per le donne. Legalizzazione dell'aborto. Leggi più severe in materia ambientale. Più controllo sulle armi. Legalizzazione della marijuana. Un enorme cambiamento ha avuto luogo: chiedete ai socialisti, che hanno conquistato 22 paesi quest'anno. E per me non c'è alcun dubbio: se le persone potessero votare dal loro divano, con le loro X-box o Playstation, la vittoria di Hillary sarebbe schiacciante.

Ma non funziona così in America. Le persone devono uscire di casa e fare la fila per votare. E se vivono nei quartieri poveri, neri o ispanici, troveranno una fila più lunga e, per di più, si sta facendo di tutto per impedire loro di votare. Nella maggior parte delle elezioni è difficile raggiungere il 50% dell'affluenza ai seggi. E qui sta il problema in vista del prossimo novembre: chi avrà gli elettori più motivati, più convinti, alle urne? Conoscete già la risposta a questa domanda. Chi è il candidato con i sostenitori più rabbiosi? Quali fan impazziti si sveglieranno alle cinque del mattino il giorno delle elezioni, incitando le persone per tutto il giorno finché l'ultimo seggio elettorale non sarà chiuso ed assicurandosi che tutti i Tom, i Dick e gli Harry avranno espresso il loro voto? Già, proprio così. È questo l'estremo pericolo che stiamo correndo. E non ingannatevi: non serviranno i convincenti spot di Hillary, o le sconfitte subite da Trump nei dibattiti,
né gli ultraliberali che sottraggono voti a Trump a fermare la sua corsa.

Ecco i cinque motivi per cui Trump vincerà:

1. La "matematica" del Midwest. Ovvero, benvenuti nella Brexit della Rust Belt. Credo che Trump concentrerà buona parte della sua attenzione sui quattro stati blu della cosiddetta "Rust Belt" a nord dei Grandi Laghi: Michigan, Ohio, Pensylvania e Wisconsin. Quattro stati tradizionalmente democratici che hanno eletto governatori repubblicani dal 2010 (solo la Pensylvania, adesso, ha finalmente eletto un democratico). In Michigan, alle primarie di Marzo, sono stati di più i voti per i Repubblicani (1,32 milioni), rispetto a quelli riservati ai Democratici (1,19 milioni). Trump è avanti ad Hillary negli ultimi sondaggi in Pennsylvania mentre ha pareggiato in Ohio. Pareggiato? Come può la corsa essere così ravvicinata dopo tutto quello che Trump ha detto e fatto? Be' forse perché ha detto (correttamente) che il sostegno dei Clinton al NAFTA ha contribuito a distruggere gli stati industriali dell'Upper Midwest.

Trump colpirà Clinton su questo punto e sul supporto che Hillary ha accordato al TPP e ad altre politiche commerciali che hanno sontuosamente fottuto gli abitanti di questi 4 stati. Durante le primarie in Michigan Trump, all'ombra di una fabbrica Ford, ha minacciato l'azienda che se, avesse portato avanti il piano di chiudere la fabbrica e trasferirla in Messico, lui avrebbe applicato una tariffa del 35% su ogni vettura fabbricata in Messico e rispedita agli Stati Uniti. È stata musica per le orecchie degli operai del Michigan. Inoltre, quando Trump ha minacciato i vertici della Apple che li avrebbe costretti a fermare la produzione di iPhone in China, per trasferirla esclusivamente in America, be' i cuori sono andati in estasi e Donald ne è uscito trionfante, una vittoria che sarebbe dovuta andare al governatore vicino, John Kasich.

Da Green Bay a Pittsburgh, questa America, amici miei , è come il centro dell'Inghilterra: al verde, depresso, in difficoltà, le ciminiere che punteggiano la campagna con la carcassa di quella che chiamiamo Middle Class. Lavoratori arrabbiati, amareggiati, ingannati dall'effetto a cascata di Reagan ed abbandonati dai Democratici che ancora cercano di predicare bene ma, in realtà, non vedono l'ora di flirtare con un lobbista della Goldman Sachs che firmerà un gran bell'assegno prima di uscire dalla stanza. Quello che è successo nel Regno Unito con la Brexit succederà anche qui. Elmer Gantry rivive nelle vesti di Boris Johnson e dice qualunque cazzata riesca ad inventarsi per convincere le masse che questa è loro occasione! L'occasione per opporsi a tutti loro, quelli che hanno distrutto il loro Sogno Americano! E ora l'Outsider, Donald Trump, è arrivato a dare una ripulita. Non dovete essere d'accordo con lui! Non deve nemmeno piacervi! È la vostra Molotov personale da lanciare ai bastardi che vi hanno fatto questo! Mandate un messaggio ! TRUMP è il vostro messaggero!

Ed ecco che arriva la matematica. Nel 2012, Mitt Romney è stato sconfitto per 64 voti. Sommate i voti espressi da Michigan, Ohio, Pennsylvania e Wisconsin. Fa 64. Tutto quello che Trump deve fare per vincere è conquistare il supporto degli stati tradizionalmente rossi dall'Idaho alla Georgia (che non voteranno mai per la Clinton), poi avrà soltanto bisogno dei quattro stati della Rust Belt. Non ha bisogno della Florida, non ha bisogno del Colorado o della Virginia. Solo Michigan, Ohio, Pennsylvania e Wisconsin. E questo lo farà arrivare in cima. Ecco cosa succederà a Novembre.

2. L'ultimo baluardo del furioso uomo bianco. La nostra era patriarcale, durata 240 anni, sta arrivando alla fine. Una donna sta per prendere il sopravvento! Com'è successo? Sotto i nostri occhi. Ci sono stati segnali d'allarme, ma li abbiamo ignorati. Nixon, il traditore, che ci ha imposto il Titolo IX, legge che stabilisce pari opportunità nei programmi scolastici sportivi. Poi hanno lasciato che le donne guidassero jet commerciali. Prima che ce ne rendissimo conto, Beyoncé prendeva d'assalto il campo del Super Bowl (il nostro gioco) con un esercito di Donne nere, col pugno alzato, a dichiarare che la nostra supremazia è finita. Ah, l'umanità.

Questa era una rapida sbirciatina nella mente dell'Uomo Bianco, specie in via di estinzione. C'è la sensazione che il potere gli sia scivolato dalle mani, che il suo modus agendi non sia più seguito. Questo mostro, la "Feminazi", quella che Trump ha definito una "cosa debordante sangue dagli occhi e non solo" ci ha sconfitti. Ed ora dopo aver sopportato per otto anni un uomo nero che ci diceva cosa fare, dovremmo rilassarci e prepararci ad accogliere i prossimi otto anni con una donna a farla da padrone? Dopodiché, per i successivi otto anni ci sarà un gay alla Casa Bianca! Poi toccherà ai transgender! Vedete che piega abbiamo preso. Finiremo col riconoscere i diritti umani anche agli animali ed un fottuto criceto guiderà il paese. Tutto questo deve finire.

3. Il problema Hillary. Possiamo parlare onestamente, almeno tra noi? E prima di farlo, lasciate che lo dica, mi piace davvero Hillary e credo che le sia stata attribuita una cattiva reputazione che non merita. Ma dopo il voto per la guerra in Iraq, ho promesso che non avrei mai votato per lei un'alra volta. Fino ad oggi, non sono venuto meno alla promessa. Ma, per impedire ad un protofascista di diventare il nostro "comandante supremo" infrangerò la promessa. Putroppo, credo che la Clinton troverà il modo di coinvolgerci in una qualche azione militare. È un falco, alla destra di Obama. Ma il dito da psicopatico di Trump è pronto a premere Il Bottone. Questo è quanto.

Accettiamo la realtà dei fatti: il nostro problema principale non è Trump, è Hillary. È incredibilmente impopolare: quasi il 70% degli elettori pensa che sia disonesta e inaffidabile. Rappresentante della vecchia politica, che non crede a niente se non alle cose utili a farsi eleggere. Ecco perché il momento prima si oppone al matrimonio gay e quello dopo ne celebra uno. Tra i suoi principali detrattori ci sono le giovani donne: questo deve far male considerando i sacrifici e le battaglie che Hillary, e altre donne della sua generazione, hanno sopportato per far sì che le esponenti di questa nuova generazione non fossero più costrette a sentire le Barbara Bush del mondo dire loro di chiudere il becco e andare a sfornare biscotti. Ma i ragazzi non la amano, e non passa giorno senza che un millennial non mi dica che non voterà per lei. Nessun democratico, e di certo nessun indipendente, si sveglierà l'8 Novembre e vorrà precipitarsi a votare per Hillary, come invece hanno fatto il giorno dell'elezione di Obama o quando Bernie ha corso per le primarie. Non c'è entusiasmo. Dal momento che questa elezione si riduce ad una cosa sola (chi tira più persone fuori di casa e le conduce ai seggi), Trump adesso è in testa.

4. "Il voto depresso" degli elettori di Sanders. Smettetela di preoccuparvi che i sostenitori di Bernie non voteranno per la Clinton. Voteremo per lei. I sondaggi già mostrano che ci saranno più elettori di Sanders pronti a votare Clinton quest'anno, rispetto al numero degli elettori di Hillary alle primarie del 2008, che allora votarono per Obama. Non è questo il problema. L'allarme dovrebbe scattare perché quando il sostenitore medio di Bernie si recherà alle urne quel giorno per votare, seppur con riluttanza, per Hillary, esprimerà il cosiddetto "voto depresso": significa che l'elettore non porta con sé a votare altre 5 persone. Non svolge attività di volontariato nel mese precedente alle elezioni. Non parla in toni entusiastici quando gli/le chiedono perché voterà per Hillary. Un elettore depresso. Perché, quando sei giovane, la tua tolleranza verso gli ipocriti e le stronzate è pari a zero. Ritornando all'era Clinton/Bush, per loro è come dover improvvisamente pagare per la musica, o usare MySpace o portarsi in giro uno di quei cellulari giganteschi.

Non voteranno per Trump, qualcuno voterà il terzo partito, molti se ne staranno a casa. Hillary Clinton dovrà fare qualcosa per fornire loro una valida ragione per sostenerla: e scegliere un ragazzo bianco, moderato, insipido e centrista come candidato alla vicepresidenza non è proprio la mossa vincente per dire ai millennial che il loro voto è importate. Avere due donne come candidate, quella sarebbe stata un'idea entusiasmante. Ma Hillary ha avuto paura e ha deciso di andare sul sicuro. E questo è solo uno degli esempi del modo in cui si sta alienando il favore dei più giovani.

5. L'effetto Jesse Ventura. Per non ignorare la capacità dell'elettorato di essere malizioso e non sottovalutare il fatto che milioni di elettori si considerano "ribelli segreti" una volta chiusa la tenda e rimasti soli nella cabina elettorale. È uno dei pochi luoghi della società dove non ci sono telecamere di sicurezza, nessun registratore, non ci sono coniugi, bambini, capi, poliziotti, non c'è neanche un limite di tempo. Puoi prenderti tutto il tempo che vuoi lì dentro e nessuno può farti nulla. Puoi premere il bottone e votare una linea di partito, oppure scrivere Mickey Mouse e Donald Duck. Non ci sono regole. E per questo, e per la rabbia che molti sentono verso un sistema politico corrotto, milioni di persone voteranno per Trump: non perché siano d'accordo con lui, non perché ne adorino il fanatismo e l'ego, ma solo perché possono farlo.

Solo perché manderebbe tutto all'aria e farebbe arrabbiare mamma e papà. Un po' come quando osservi le cascate del Niagara e ti chiedi, per un attimo, come sarebbe oltrepassare quel limite. A tantissime persone piacerebbe interpretare il ruolo del burattinaio e "gettarsi nel vuoto" per Trump, solo per vedere cosa potrebbe succedere. Ricordate quando, negli anni '90, gli abitanti del Minnesota hanno eletto come governatore un wrestler professionista? Non l'hanno fatto perché sono stupidi, né perché pensavano che Jesse Ventura fosse un grande statista o un fine intellettuale politico. Lo hanno fatto solo perché potevano.

Il Minnesota è uno degli stati più intelligenti del paese. È anche pieno di persone con un senso dell'umorismo un po' tetro: votare per Ventura era il loro scherzo ad un sistema politico malato. La stessa cosa succederà con Trump.

Mentre tornavo in albergo, dopo aver partecipato allo speciale di Bill Maher sulla Convention repubblicana andata in onda sulla HBO, sono stato fermato da un uomo. "Mike", ha detto. "Dobbiamo votare per Trump. Dobbiamo stravolgere un po' le cose". Ed è finita lì. Per lui quella motivazione era sufficiente. "Stravolgere le cose". Il Presidente Trump lo farebbe sul serio. E ad una buona fetta dell'elettorato piacerebbe tanto sedere in tribuna e godersi il reality show.

Il vostro

Michael Moore.


  
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martedì 8 novembre 2016

Mujica : "Apologia della Sobrietà":



"Chi accumula denaro è un malato. La ricchezza complica la vita"

Intervista all'ex presidente dell'Uruguay, in Italia per una serie di conferenze. "Il Nobel per la Pace? Una burla. Usciremo dalla preistoria quando non circoleranno più armi ed eserciti" 
"NON SPRECATE la vita nel consumismo, trovate il tempo di vivere per essere felici",

 ha detto José 'Pepe' Mujica agli studenti che lo hanno incontrato l'altro ieri a Roma. Ottantuno anni, presidente dell'Uruguay dal 2010 al 2015, Mujica è in Italia per una serie di conferenze e per promuovere il libro di Andrés Danza e Ernesto Tulbovitz Una pecora nera al potere. 'Pepe' è diventato famoso in tutto il mondo perché da presidente rinunciò al 90% del suo stipendio e preferì continuare a risiedere nella piccola fattoria dove coltiva fiori piuttosto che nel palazzo presidenziale. In Vaticano è stato ricevuto da Papa Francesco con il quale condivide gli sforzi diplomatici per la pace in Colombia e per il Venezuela.

Presidente, cosa si aspetta dal voto americano, teme anche lei una vittoria di Trump?
"Sono molto preoccupato da un'eventuale vittoria di Donald Trump perché il peso degli Stati Uniti nel mondo è tale che i disastri combinati
 da un presidente americano si possono ripercuotere su tutti noi. 
Però penso anche che il presidente negli Stati Uniti, 
per fortuna e per disgrazia, ha in fondo poteri abbastanza limitati".

Mujica; "Guerra di oggi è intellettuale. Lotta per la pace è il vero progresso"

Meno poteri di un presidente dell'Uruguay?
"Sì, e l'abbiamo visto con l'apertura di una indagine dell'Fbi sulla Clinton a pochi giorni dal voto. I 
contrappesi istituzionali sono un bene per la democrazia, anche se in questo caso negli Stati Uniti in 
realtà si tratta di organismi, come la Cia o l'Fbi, 
che nessuno ha eletto. E che si comportano come istituzioni onnipotenti".

Lei è diventato un ideale politico nel mondo perché ha vissuto e vive come la parte più povera dei suoi concittadini e non come quella più ricca. Pensa di essere una eccezione nella politica di oggi?
"Sicuramente sono stato un'eccezione anche nel mio Paese. Però la mia è soprattutto una filosofia di 
vita. Il problema è che viviamo in un mondo nel quale si crede che colui che trionfa debba possedere 
tanto denaro, avere privilegi, una casa grande, maggiordomi, tanti servitori, vacanze extralusso. Mentre io penso che questo modello vincente sia solo un modo idiota di complicarsi la vita. Penso che chi passa la sua vita ad accumulare ricchezza sia malato
 come un tossicodipende, andrebbe curato".

Diventare sempre più ricchi è una malattia?
"Ho conosciuto dei multimilionari, anche molto anziani. E a molti ho chiesto per quale ragione 
continuassero a accumulare denaro se tanto poi alla fine avrebbero dovuto lasciarlo qua. La risposta è sempre stata che non potevano farne a meno, come una malattia".

Ha avuto un contraccolpo personale, una forma di depressione, quando ha lasciato il potere. Le è mai 
successo di pensare: "Peccato, non sono più presidente"?
"Ma no, no. Piuttosto la verità è che alla fine può essere anche un'esperienza deludente. Riesci a 
ottenere meno di un terzo di tutte le cose che ti eri riproposto di fare. E è molto maggiore il numero dei sogni che finiscono in polvere rispetto a quelli che sei riuscito a realizzare facendo il presidente. Sono anche convinto che la politica non debba essere una professione. È un servizio, una passione. Chi vuole arricchirsi che si dedichi al commercio, alla banca, ma non alla politica. E per una società sana è necessario anche che si ruoti molto di più nelle responsabilità, soprattutto in quelle che implicano la rappresentazione degli interessi di tutti".

Nel corso del suo mandato sono state approvate tre leggi rivoluzionarie anche in America Latina: 
aborto, matrimoni gay e legalizzazione delle droghe leggere.
 Cos'altro avrebbe voluto fare e non ha potuto?
"Nel mio Paese c'è ancora una percentuale di indigenti. Minima, ma c'è. E coloro che vivono al di sotto della linea di povertà sono il 9-10% della popolazione. Non è accettabile in Uruguay, un Paese che produce alimenti per un numero di persone pari a dieci volte i suoi abitanti".

Ha detto di essere contrario all'assegnazione di un premio Nobel per la Pace?
"I Nobel vanno assegnati agli scienziati, ai medici. In un mondo come il nostro, dove ci sono guerre da tutte le parti, assegnare il Nobel per la Pace è una presa in giro. Una burla. Noi usciremo dalla 
preistoria dell'umanità soltanto quando non ci saranno più armi ed eserciti".

Si oppone alla globalizzazione?
"No, non è possibile. Sarebbe come essere contrari al fatto che agli uomini cresce la barba. Ma quella 
che abbiamo conosciuto finora è soltanto la globalizzazione dei mercati. Che ha come conseguenza la concentrazione di ricchezze sempre maggiori in pochissime mani. E questo è molto pericoloso. Genera una crisi di rappresentatività nelle nostre democrazie perché aumenta il numero degli esclusi. Se vivessimo in maniera saggia, i sette miliardi di persone nel mondo potrebbero avere tutto ciò di cui hanno bisogno. Il problema è che continuiamo a pensare come individui, o al massimo come Stati, e non come specie umana".

Lei è ateo ma condivide molte idee con Papa Francesco, soprattutto la critica della società 
consumistica e del capitalismo selvaggio.
"La mia idea di felicità è soprattutto anticonsumistica. Hanno voluto convincerci che le cose non durano e ci spingono a cambiare ogni cosa il prima possibile. Sembra che siamo nati solo per consumare e, se non possiamo più farlo, soffriamo la povertà. Ma nella vita è più importante il tempo che possiamo dedicare a ciò che ci piace, ai nostri affetti e alla nostra libertà. E non quello in cui siamo costretti a guadagnare sempre di più per consumare sempre di più. Non faccio nessuna apologia della povertà, ma soltanto della sobrietà".

Mujica , ospite al Teatro Palladium di Roma per presentare il libro "La felicità al potere" e per incontrare gli studenti. Ha parlato di capitalismo, di cultura e dell’importanza della libertà, diretta espressione della felicità, tema a lui molto caro. “Tutti gli esseri umani sono liberi - ha proseguito Mujica - ma è fondamentale che utilizzino il proprio libero arbitrio. Ad esempio, quando lavoro, perché ne ho necessità, non sono libero. Però, quando faccio qualcosa che mi piace, allora sì che sono libero”. Poi un ultimo messaggio rivolto ai giovani e a chi si prepara a vivere le dinamiche del mondo e della nostra società: “La vita è un miracolo, essere vivi è un miracolo. E non possiamo vivere oppressi dal mercato che ci obbliga a comprare, ancora e ancora. 
Anche perché non paghiamo con i soldi, ma con il tempo della nostra vita”.

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lunedì 7 novembre 2016

Elezioni Usa: vince Clinton


Secondo un sondaggio Demos, il 77% degli Italiani voterebbe per la candidata democratica, mentre solo l'11% darebbe il proprio consenso al repubblicano che piace soprattutto
 a destra e tra lavoratori autonomi e disoccupati

Alla vigilia del voto presidenziale negli Usa, le previsioni sono divenute più incerte. Almeno, rispetto a un paio di settimane fa. Quando il distacco a favore di Hillary Clinton appariva rilevante. Poi, l'Fbi ha riaperto l'inchiesta sulle mail private di Clinton e l'esito delle elezioni è divenuto più incerto. La distanza fra i due candidati si è ridotta ulteriormente e le stime dei sondaggi, per la prima volta dopo molto tempo, hanno riportato il calcolo dei grandi elettori di Clinton ("sicuri") sotto la soglia necessaria per vincere. In Italia, però, se si votasse per la presidenza americana, secondo un sondaggio condotto da Demos nelle ultime settimane, non cambierebbe nulla.

Certo, valutando le interviste effettuate "dopo" le rivelazioni dell'Fbi, anche da noi la distanza tende a ridursi. Ma resta, comunque, larghissima. Tale da impedire a Trump ogni possibilità di rimonta. Naturalmente, alle elezioni "americane" votano i cittadini "americani". Così, l'orientamento di voto degli italiani d'Italia (non d'America) ha un significato semplicemente "indicativo". In quanto "indica" le preferenze elettorali di un alleato "fedele". Un Paese nel quale, peraltro, sono presenti numerose basi militari, utili, agli Usa, per garantirsi un controllo sul Mediterraneo. Sulle aree critiche del Medio Oriente. Ma anche verso l'Est europeo. 
Visto che l'attenzione nei confronti della Russia di Putin è cresciuta.

D'altra parte, proprio in questi mesi decorre il decennale della decisione di costruire una base militare americana a Vicenza, nell'area dov'era presente l'aeroporto civile Dal Molin. Progetto successivamente realizzato, nonostante manifestazioni durate molti mesi. "No Dal Molin" è uno slogan che resiste ancora. Evocato da un Movimento che si è progressivamente indebolito. Anch'io, peraltro, ho marciato e ri-marciato contro la costruzione della base. Senza risultati concreti, visto che il bersaglio delle proteste è lì. Visibile e appariscente. Una città a due passi dalla città-capoluogo. Vicenza. E da Caldogno, dove abito (talora, vista la mia vita itinerante).

Tuttavia, al di là del Dal Molin e delle altre basi militari americane in Italia - oltre 100 (Air-Force, Navy, Army, NSA) - il sentimento degli italiani nei confronti degli Usa risulta largamente positivo. Condiviso da due persone su tre. Mentre l'attenzione verso le elezioni imminenti resta molto elevata. La quota del campione che si dichiara "incompetente" è, infatti, di poco superiore al 10%. Tutte, o quasi, le persone intervistate dichiarano, invece la loro scelta di voto, meglio: per chi voterebbero, fra i due contendenti. Si tratta di una quota di risposte superiore a quella che emerge quando si indaga sul voto in Italia. E ciò non deve sorprendere. Infatti, è più facile dichiarare le proprie preferenze quando non dobbiamo esprimere le "nostre" scelte di voto e di partito, relativamente alla "nostra" realtà e alla "nostra" competizione politica-nazionale. Inoltre le presidenziali americane sono al centro dell'attenzione dei media, da molti mesi. E l'interesse dell'opinione pubblica in Italia (e non solo) è stato ulteriormente alimentato da Trump. Figura sicuramente "non convenzionale", nella storia e nel panorama politico americano. Per molti versi, coerente con i "nuovi" soggetti politici e antipolitici che si sono affermati in Europa negli ultimi anni.

Presso l'opinione pubblica italiana, però, la storia di queste elezioni sembra già scritta. Almeno, secondo il campione intervistato da Demos. L'85%, infatti, ritiene che Hillary Clinton abbia già vinto. D'altronde, la voterebbe il 77% degli elettori "italiani", se dovesse partecipare al voto presidenziale americano. Solo l'11% voterebbe, invece, per Trump. Mentre i rimanenti (poco più del 10%) non saprebbero che fare. Oppure si asterrebbero. Un notevole grado di sostegno per Clinton, in particolare, viene espresso dai giovani e dagli studenti. Che, a differenza di quanto emerge in Usa, non sembrano aver perso la loro "fede", o meglio, più modestamente: la loro preferenza democratica.

LE TABELLE

Il sostegno per Trump, invece, cresce presso i lavoratori autonomi e, soprattutto, i disoccupati (tra i quali sfiora il 20%). Ma resta, comunque, limitato. Tuttavia, l'aspetto che condiziona maggiormente la scelta di voto (virtuale) - nelle elezioni americane - è, sicuramente, l'orientamento di voto - in Italia. Trump, infatti, verrebbe votato dal 33% degli elettori della Lega. Uno su tre, dunque. Ma anche dal 24% della base dei Fratelli d'Italia. Infine, dal 18% dell'elettorato di Forza Italia. Coerentemente, la sua immagine è più apprezzata fra coloro che esprimono un elevato grado di fiducia verso Salvini (19%) e Berlusconi (18%). In misura più limitata: 
verso Grillo e Meloni, in entrambi i casi intorno al 14%.

Donald Trump, in altri termini, in Italia risulta più popolare a destra. E fra gli elettori che esprimono un sentimento "anti-politico". Tuttavia, il consenso nei suoi confronti appare più limitato rispetto alla base elettorale anti-politica e di centro-destra che si rileva nel nostro paese. Forse perché l'Italia (come ha osservato Marc Lazar) è una sorta di laboratorio politico (oggi, "anti-politico"), che anticipa ed enfatizza quel che, in seguito, si verifica nelle altre democrazie.

Ma oggi lo specchio americano riflette immagini inquietanti e un po' grottesche. Persino per noi. Che pensavamo di essere abituati a tutto. E a tutti. Mentre oggi ci sarebbe difficile cantare, con Vasco: "Non siamo mica gli americani".




  
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sabato 5 novembre 2016

Terremoto in Italia è Castigo Divino



E tre! Dopo l’esagitato islamico e il visionario ebraista non poteva mancare il predicatore cristiano e cattolico. In nome del Corano vi dico che il terremoto punisce quelle genti perché le loro donne non si coprono. In nome del talmud vi leggo che il terremoto dio lo ha mandato per punire il paese... 

Su pressione dello stesso Vaticano, cede e sospende padre G. C., il teologo secondo il quale il terremoto sarebbe un castigo divino. “Radio Maria ritiene inaccettabile la posizione del padre  riguardante il terremoto e lo sospende dalla sua trasmissione mensile”. Lo afferma una nota dell’emittente cattolica. Il frate domenicano, noto per le sue posizioni tradizionaliste, aveva affermato che il terremoto sta punendo il nostro Paese perché sono state approvate le unioni civili tra persone dello stesso sesso. “Mi pare che la stessa emittente abbia per fortuna preso le distanze da questo giudizio che abbiamo potuto leggere. È un giudizio di un paganesimo senza limiti”. Così monsignor N. G., segretario generale della Cei, in merito alle dichiarazioni andate in onda su Radio Maria. Il sacerdote aveva detto in diretta: “Dal punto di vista teologico questi disastri sono una conseguenza del peccato originale, sono il castigo del peccato originale, anche se la parola non piace… Arrivo al dunque, castigo divino. Queste offese alla famiglia e alla dignità del matrimonio, le stesse unioni civili. Chiamiamolo castigo divino”. La redazione dell’emittente cattolica subito dopo aveva preso le distanze precisando che “le espressioni riportate sono di un conduttore esterno, fatte a titolo personale, che non rispecchiano assolutamente il pensiero di Radio Maria al riguardo”. La frase contestata era stata inizialmente attribuita ad un altro sacerdote. 

Dunque ci risiamo, sembra proprio che settori più o meno ampi delle tre grandi religioni del Libro Sacro sentano venire dal cuore questo dio che punisce con i terremoti. Anche con le malattie? Con gli incidenti stradali? con le sconfitte ai Mondiali? Con il tradimento del partner, le multe, 
il bruciore di stomaco notturno?
Delle tre grandi religioni monoteistiche in questa adorazione del dio che manda sisma e disgrazie appena sgarri e che ti scruta dall’alto se solo fai pensieri impuri e che ha come sua massima divina preoccupazione che la tua donna non faccia, non concepisca nemmeno l’esistenza di umani maschi tranne che te, delle tre in questo oggi si distingue e spicca la fede islamica.


Ma l’ebraismo ortodosso non scherza quanto ad amore per un dio tutto intento a scrutarti e punirti, anche quando sali sul bus nel giorno sbagliato. I cristiani al giorno d’oggi nella liturgia e passione per il dio delle vendette e torture sono un po’ indietro. Però a recuperare terreno ci stanno pensando in tutto il pianeta gli evangelici. E comunque per secoli il cristianesimo, in particolare il cattolicesimo, è stato medaglia d’oro alle Olimpiadi del dio che frusta, squarta, punisce e si vendica.
Dunque il dio che manda i terremoti…e gli tsunami, e la siccità, e gli incendi, e i virus e i guai e le disgrazie…Chi pensa esista, possa esistere un dio così, di fatto ha una pessima reputazione del suo dio. Chi pensa a un dio che si vendica di un atto degli umani mediante terremoti pensa a un dio che…
Un dio, una divinità che non ha molto da fare se non spiare, monitorare gli umani, stare attento alle loro mosse. Quindi di fatto un dio sottomesso agli umani, un dio guardiano degli umani è un ben misero dio. Non solo ridotto al ruolo di guardiano, non solo intento a spulciare risoluzioni Onu, leggi del Parlamento, atti di governo qua e là e perché no, anche atti di ciascuno al bagno o sotto le coperte. Che ben misero dio è quello di questi musulmani, ebrei, cristiani 
che lo credono voglioso di occhiuta vigilanza e vendetta.


Misero e in fondo neanche tanto dio visto che la sua missione è dipendere e reagire agli atti magari impuri dell’umanità. Un dio che spia l’umanità dal buco della serratura e che cammina, sta dietro l’angolo con un bastone in mano. Questa l’idea di dio che hanno in testa questi musulmani, ebrei, cristiani. E anche cattivo, feroce, violento questo loro dio. Manda terremoti che devastano e uccidono a caso. Non colpisce solo il “colpevole”, che so’ un fulmine sulla testa della Cirinnà…No, crolli e morti nel Centro Italia. A caso, chi prende prende. 
Così è la vendetta divina secondo chi la annuncia e racconta.


Un dio dedito al mestiere della spia e del boia e ossessionato, imprigionato nella minima storia degli umani. Forte è il sospetto che questi cristiani, ebrei e musulmani che lo vedono così il loro dio vedano, riflettano nella immagine di dio che costruiscono e propalano se stessi, proprio se stessi. Creano, immaginano un dio a loro immagine e somiglianza.
E comunque. se un dio ci fosse, qualunque dio si sentirebbe offeso dall’essere così pensato e narrato. Se un dio ci fosse un solo gesto di stizza potrebbe, dovrebbe permettersi: fulminare questi predicatori di odio e infamia. Ma dio, se c’è, non si prende vendette, neanche contro questi impostori di ogni fede in ogni dio. Perché chi dice, predica e annuncia il dio guardiano, boia, spia e terrorista è lontano e nemico da ogni dio, immanente o trascendente che sia la divinità.


  
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mercoledì 2 novembre 2016

Tina Anselmi


Tina Anselmi il primo ministro donna in Italia

Tina Anselmi, nasce da una famiglia cattolica: il padre era un aiuto farmacista di idee socialiste e fu per questo perseguitato dai fascisti, la madre era casalinga e gestiva un’osteria assieme alla nonna, frequenta il ginnasio nella città natale, quindi l’istituto magistrale a Bassano del Grappa. È qui che, il 26 settembre 1944, i nazifascisti costringono lei e altri studenti ad assistere all’impiccagione di 31 prigionieri per rappresaglia: decide così di prender parte attivamente alla Resistenza. operando da staffetta partigiana con il nome di «Gabriella»




Dopo la guerra si laurea in Lettere all’Università Cattolica di Milano, divenendo insegnante elementare. Nello stesso periodo è impegnata nell’attività sindacale in seno alla Cgil e poi, dalla sua fondazione nel 1950, alla Cisl: è dirigente del sindacato dei tessili dal 1945 al 1948 e del sindacato degli insegnanti elementari dal 1948 al 1955.
 Prima donna ad aver ricoperto la carica di ministro della Repubblica: fu nominata nel luglio del 1976 titolare del dicastero del lavoro e della previdenza sociale in un governo presieduto da Giulio Andreotti. Tina Anselmi, eletta più volte parlamentare della Democrazia Cristiana, aveva 89 anni.
Dopo aver ricoperto la carica di ministro del Lavoro, Tina Anselmi fu ministro della Sanità nel quarto e quinto governo Andreotti e legò il suo nome alla riforma che introdusse il Servizio Sanitario Nazionale. Nel 1981, nel corso dell’ottava legislatura, fu nominata presidente della Commissione d’inchiesta sulla loggia massonica P2, che termina i lavori nel 1985.

E’ morta nella notte tra lunedì e martedì nella sua casa di Castelfranco Veneto (Treviso) , i funerali saranno celebrati venerdì 4 novembre nel Duomo di Castelfranco Veneto.



  
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