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sabato 27 febbraio 2016

Stop al Vitalizio agli ex Parlamentari Condannati




Stop al vitalizio agli ex parlamentari condannati per mafia e corruzione

"Dobbiamo arrivare a un milione di firme entro Natale. Siamo oltre 260mila contro il vitalizio ai 
condannati per mafia. Se entro dicembre ognuno di noi portasse la firma di tre amici che non si sono 
ancora uniti a questa battaglia supereremmo di gran lunga il milione di adesioni. 
Vogliamo arrivare a questa cifra simbolica per mandare un messaggio molto chiaro al Parlamento. 
Sarà il nostro regalo di Natale: la voce di un milione di cittadini per inchiodare i parlamentari alla 
decisione necessaria di cancellare la vergogna
 dei vitalizi ai politici condannati per mafia e corruzione.” 

Libera e Gruppo Abele

Basta una semplice modifica dei Regolamenti del Senato e della Camera per cancellare una vergogna: il pagamento dei vitalizi a senatori e deputati condannati in via definitiva per gravi reati, come mafia, corruzione, truffe con fondi pubblici e frodi fiscali.  

Riparte il futuro e più di mezzo milione di cittadini chiedono da tempo a gran voce che tutti i dipendenti pubblici e i rappresentanti politici siano chiamati 
a rispettare codici etici più efficaci e concretamente applicati.

Deputati e senatori sono chiamati a dare l’esempio, stabilendo la cessazione immediata di qualsiasi 
erogazione di denaro pubblico nei confronti di chi si è reso responsabile di questa vera e propria 
violazione dell’articolo 54 della Costituzione, secondo il  quale il mandato istituzionale va assolto “con disciplina  e onore”. 

Firma ora per chiedere la sospensione di qualsiasi vitalizio ai politici condannati.  



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giovedì 25 febbraio 2016

Intoccabili le Pensioni d’Oro



Abolite le pensioni di latta, intoccabili le pensioni d’oro

Chi va in pensione adesso quasi sempre lo fa con le regole del retributivo e del sistema misto, che prevedono per maturare il diritto alla pensione di vecchiaia 20 anni di contributi e un’età anagrafica che ora è di 66 e 7 mesi per gli uomini e 65 anni e 7 mesi per le donne (età che crescerà con il passare degli anni). Una volta raggiunto il diritto alla pensione si ha diritto, a certe condizioni, all’integrazione al minimo ( 502,39) se si matura una pensione più bassa, altrimenti si ha diritto a quello che risulta dal calcolo. Per chi andrà in pensione (con la vecchiaia) interamente nel sistema contributivo, cioè ha cominciato a versare contributi a partire dal 1/1/1996, non basterà raggiungere i contributi e l’età prevista; è necessario anche aver maturato il diritto ad un importo di pensione almeno pari a 1,5 volte l’assegno sociale: 671 euro nel 2014. Se non si supera tale importo, non si ha diritto ad andare in pensione e si deve continuare a lavorare, se si ha un lavoro, sperando di superare tale importo oppure aspettare l’età della vecchiaia contributiva che ora (2016) è pari a 70 anni e 7 mesi (in aumento con il passare degli anni). 
A quell’età si avrà diritto all’importo maturato; se l’importo è inferiore all’assegno sociale e si è abbastanza poveri per averne diritto si percepirà almeno l’assegno sociale (attualmente pari a 448 euro). Per capire in modo approssimativo i possibili effetti sociali di questa regola, abbiamo reperito i dati relativi alle pensioni di vecchiaia liquidate nel Fondo Pensioni Lavoratori Dipendenti e degli Autonomi nel 2014, che è l’ultimo anno di cui si dispone di dati completi. La questione è semplice: tutte le pensioni liquidate con un importo inferiore a quello che dà diritto alla pensione contributiva non sarebbero state liquidabili se fosse stato già in vigore per tutti il sistema contributivo. Quante sono? Molte più di quelle che si potrebbe pensare. La classificazione elaborata dall’INPS è per fasce di importo di pensione e quindi non è possibile fare un calcolo preciso; si può però proporre una stima. Per i lavoratori dipendenti privati maschi le pensioni inferiori a 500 euro sono il 19% del totale a cui vanno aggiunte le pensioni della fascia da 500 a 750 euro. In questa fascia l’importo medio della pensione è pari a 597 euro. 
Per prudenza si può ipotizzare che sotto la soglia prevista ci sia la metà delle pensioni di questa fascia; in questo modo verrebbe fuori che oltre il 30% delle pensioni di vecchiaia di lavoratori non sarebbe stato liquidabile. Un conto analogo per le lavoratrici dipendenti le pensioni non liquidabili porterebbe ad escludere dal diritto addirittura il 50%. Lo stesso calcolo fatto per i lavoratori autonomi porta per i maschi ad una percentuale di non liquidabili del 39%, per le donne invece del 60%. Gli autonomi hanno pensioni più basse perché dichiarano redditi più bassi e pagano meno contributi. Bisogna tenere presente che una parte delle pensioni molto basse potrebbe avere un’origine che non le farebbe rientrare nel conteggio; tale aspetto però non è rilevabile dalla banca dati. In ogni caso non è immaginabile che questo infici in modo molto significativo il risultato, considerato per esempio che le pensioni integrate al minimo (501 euro) da sole sono, a seconda della categoria, dal 16 al 23% del totale. Per certi aspetti, poi il quadro così ricostruito è anche ottimistico, perché se le pensioni liquidate nel 2014 fossero ricalcolate con il contributivo, a parità di età e contributi l’importo della pensione sarebbe inferiore, e quindi un numero superiore di pensioni non sarebbe liquidabile. Se si considerano i redditi, si può anche affermare con assoluta certezza che per quanto riguarda i dipendenti il problema è presente fra gli operai molto più che fra gli impiegati, i dirigenti e i quadri. 

All’interno di questa classificazione le donne mostrano sempre un reddito più basso di quello degli uomini. Non c’è dubbio, inoltre, che gli immigrati rientrerebbero in questa esclusione in misura ancora maggiore. Le lavoratrici domestiche (per l’85% donne) iscritte regolarmente all’INPS nel 2013 erano 944.000. Il reddito di queste lavoratrici è stato per il 95% dei casi inferiore ai 13.000 euro e con una aliquota contributiva del 25% rispetto al 33% degli altri lavoratori. Si può dire che la stragrande maggioranza di loro non maturerà mai il diritto ad una pensione nel sistema contributivo anche lavorando in regola per 40 anni. Un discorso analogo si può fare per i parasubordinati, almeno quelli che in realtà sono lavoro dipendente. Abbiamo sottolineato questi aspetti perché riteniamo che per coloro che sono integralmente all’interno del sistema contributivo quello che ho evidenziato sia il problema principale. Per sintetizzare, si può dire che mentre noi discutiamo, anche accapigliandoci, sulle pensioni d’oro magari discettando se sono d’oro a partire dai 3.000 o dai 5.000 euro, in realtà sono state abolite, e da 20 anni, proprio le pensioni di latta, quelle di chi sta peggio. Sinteticamente evidenziamo alcuni aspetti politici.

 Per quanto riguarda i lavoratori rappresentati dal sindacato è prima di tutto un problema operaio (in senso lato) e femminile. Il problema nasce non con la “Fornero”, che lo ha solo aggravato, ma con la legge “Dini” cioè è connaturato al sistema contributivo così come è stato costruito. Nella piattaforma unitaria sulle pensioni non c’è traccia di proposta in merito, perché né la flessibilità né la previdenza integrativa danno la minima soluzione a questo problema. Non è scarso acume, ma consapevolezza che affrontare questo aspetto significa mettere in discussione la stessa legge “Dini”, che è stata fatta a seguito di un accordo fra il Governo e Confederazioni. L’integrazione al minimo della pensione è stata abolita e sostituita, per coloro che hanno cominciato a lavorare dopo l’1/1/1996, con l’assegno sociale che è finanziato con il fisco e slegato dai contributi versati. Il rischio è quello di una richiesta di massa di abolire il pagamento dei contributi per questa fascia di lavoratori visto che tanto non servono a nulla? E’ necessario affrontare il tema inserendo fra gli obiettivi della piattaforma pensionistica anche il ripristino dell’integrazione al minimo e l’abolizione della soglia da maturare come criterio per il diritto alla pensione. E’ chiaro che non è un obiettivo di poco conto perché si tratta di mettere in discussione uno dei pilastri del sistema contributivo. Quello che è sbagliato è nascondere il problema sotto il tappeto pensando forse di affrontarlo in un futuro indefinito quando sarà diventato tanto grande da essere molto più difficilmente risolvibile.

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30 Mila Pensionati d’Oro



Deputati, assessori e giudici: ecco
chi sono i 30 mila pensionati d’oro
La politica li ha tenuti al riparo dalle riforme che negli ultimi 25 anni hanno invece tagliato la previdenza dei comuni mortali. Assegni da 200 mila euro all’anno.

Lo stipendio di un Giudice è equiparato a quello di un deputato. Aumenta l'emulomento dell"uno e allora aumenta anche l'altro. Può un Giudice decidere di tagliare il reddito di un deputato ? 
Vorebbe dire tagliarsi il proprio introito.

 Ci sono circa 30 mila pensioni in Italia che rappresentano un mondo a parte, di assoluto privilegio, che la politica ha tenuto al riparo dalle riforme che negli ultimi 25 anni hanno invece tagliato la previdenza dei comuni mortali. Sono le pensioni del personale della Camera e del Senato; quelle degli ex deputati e senatori (ipocritamente definite «vitalizi»); le pensioni dei dipendenti della Regione Sicilia; quelle del personale della presidenza della Repubblica; quelle dei dipendenti della Corte Costituzionale e degli ex giudici della stessa; i vitalizi degli ex consiglieri regionali. Di questi assegni, che oscillano in media tra i 40 mila e i 200 mila euro all’anno, si sa poco o nulla, se non appunto che sono d’oro e costruiti su regole di assoluto favore. Eppure da dodici anni c’è una legge che imporrebbe di conoscere tutto di queste pensioni, i cui dati dovrebbero essere trasmessi al Casellario centrale della previdenza. Solo che la legge viene disattesa. E non si trova il modo di farla rispettare, perché gli organi costituzionali invocano l’autodichia, cioè il principio di autonomia regolamentare garantito dalla carta fondamentale, e la Sicilia il suo statuto speciale.

Il rapporto
Un tentativo di censire questo piccolo paradiso delle pensioni è contenuto nel rapporto «ll bilancio del sistema previdenziale italiano» appena diffuso dal centro studi di Itinerari previdenziali, presieduto da Alberto Brambilla, esperto di pensioni ed ex presidente del Nucleo di valutazione della spesa previdenziale presso il ministero del Lavoro, istituito dalla legge Dini del 1995. Il Nucleo è poi stato chiuso nel 2012. Ma Brambilla ha continuato a sfornare il rapporto annuale, aiutato dai migliori esperti del settore. E nell’ultima edizione, «per la prima volta», ha inserito un capitolo dedicato a quello che viene definito «l’altro sistema previdenziale», quello appunto che si sottrae a tutte le riforme. «Reperire questi dati è difficile – si sottolinea – poiché mancano le informazioni di questi soggetti che non comunicano i dati, come previsto dalla legge 243 del 23 agosto 2004, al Casellario centrale». Non si sa, in particolare, quanti contributi vengono pagati e quante pensioni e per quali importi sono erogate.

I dati e la mancata trasparenza
Ad oggi, le amministrazioni ed enti che non comunicano i dati sono: Camera e Senato, che hanno proprie regole previdenziali approvate dagli stessi parlamentari sia per i propri dipendenti sia per deputati e senatori; la Regione Sicilia, «che gestisce un fondo di previdenza sostitutivo per i propri dipendenti», quindi fuori dal regime Inps; la Corte costituzionale per i giudici e i propri dipendenti (anche qui vige un regolamento interno); la Presidenza della Repubblica per il proprio personale; le Regioni a statuto ordinario e quelle a statuto speciale per le cariche elettive. Infine, c’è lo strano caso del Fama («una anomalia tutta italiana»), il Fondo agenti marittimi ed aerei, con sede a Genova, che gestisce la previdenza per gli agenti marittimi: «Non pubblica dati» e «non risulta sottoposto a particolari controlli», dice il Rapporto.

Un mondo a parte
Per ovviare a questa situazione, gli esperti coordinati da Brambilla hanno esaminato i bilanci degli enti e degli organi costituzionali per scattare una prima fotografia di questo mondo a parte. I dati sono contenuti nella tabella che pubblichiamo. Le 29.725 pensioni d’oro censite costano più di un miliardo e mezzo l’anno. Gli assegni medi oscillano tra i circa 40 mila euro lordi dei 16.377 pensionati della Regione Sicilia (3.338 euro al mese) ai 200 mila euro dei 29 ex giudici costituzionali (16.666 al mese), passando per i circa 91 mila euro dei vitalizi di Camera, Senato e Regioni (7.583 al mese), i 55 mila euro dei pensionati ex dipendenti del Parlamento e del Quirinale (4.583 al mese), che stanno un po’ peggio – si fa per dire – di quelli della Consulta, che ricevono in media 68.200 euro (5.683 al mese). Per avere un’idea di quanto siano ricchi questi assegni, basti dire che la pensione media dei dipendenti statali è di 26 mila euro lordi l’anno (2.166 euro al mese), quella dei dipendenti privati di 12.500 euro (1.041 al mese), quella degli avvocati di 27 mila euro (2.250 al mese) e quella dei dirigenti d’azienda di 50 mila (4.166 al mese).

Regole «autonome»
Ma non c’è solo questa sperequazione negli importi. C’è che le pensioni dell’«altra previdenza» hanno seguito sempre proprie regole sull’età di pensionamento, infischiandosene delle riforme generali. Sulla base di anacronistici e malintesi principi di autonomia hanno subito solo qualche timido correttivo ai loro privilegi e comunque con molto ritardo. Prendiamo i parlamentari. Fino al 1997 bastava aver fatto una legislatura (anche se le camere erano state sciolte anticipatamente) per andare in pensione a 60 anni e per ogni ulteriore legislatura il limite per ottenere il vitalizio si abbassava di 5 anni. Solo dal 2012 l’età di pensionamento è stata portata a 65 anni e servono 5 anni effettivi di legislatura. E comunque per ogni anno in più di presenza in Parlamento l’età pensionabile scende di un anno fino al limite dei 60 anni. Giova ricordare che per i comuni mortali, nel regime Inps, servono 66 anni e 7 mesi d’età per la pensione di vecchiaia oppure 42 anni e 10 mesi di lavoro per ottenere la pensione anticipata. Certo, un miliardo e mezzo di euro all’anno di spesa per le pensioni dell’«altra previdenza» sono una goccia rispetto al mare magnum dei 250 miliardi di euro che si spendono ogni anno per tutte le pensioni (pensioni, invalidità, superstiti). Ma una goccia che ancora oggi non accetta di confondersi con le altre.

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Abruzzo e Pensionati d’Oro


Abruzzo, 4,2 mln di euro per 152 pensionati d’oro. 
Ecco tutti i nomi e le cifre

ABRUZZO. Ben 4,2 milioni di euro: a tanto ammonta la cifra che solo nel 2015 la Regione ha dovuto sborsare per pagare i vitalizi ai pensionati d’oro del Consiglio regionale.


E’ stata infatti depositata una proposta di legge per introdurre il divieto di cumulo tra il vitalizio da parlamentare e quello da consigliere regionale. Un provvedimento, con effetto retroattivo, che consentirebbe alla Regione Abruzzo di risparmiare non meno di 500 mila euro annui.


La Regione ha comunque abolito dal 2011 i vitalizi per i suoi consiglieri regionali, ma ha salvato tutti i diritti già maturati. Il provvedimento prevede l'allineamento dell'età pensionabile di tutti i consiglieri regionali a 65 anni, per chi ha un solo mandato; coloro che hanno più mandati lo otterranno a 60 anni, ma con una serie di detrazioni.

Solo nel 2015 la Regione Abruzzo ha sborsato oltre 4 milioni di euro per onorare il privilegio destinato a 152 fortunati che percepiscono un vitalizio medio di 27 mila euro l'anno. Nella lista sono inclusi anche i coniugi dei politici (41 in tutto), che hanno il diritto alla reversibilità in caso di decesso dell'avente diritto al vitalizio.

E in tutto questo l’ente pubblico non brilla nemmeno per trasparenza: l'articolo 1 della Legge Regionale 2/2016 prevede infatti l'obbligo di pubblicazione della lista dei pensionati d’oro, ma affida al responsabile della trasparenza modalità e termini di pubblicazione.

Di fatto alla pagina dedicata non c’è traccia di alcun nome e di nessuna lista e se in cima è scritto «in questa sezione sono riportati i nominativi dei soggetti che hanno percepito l'assegno vitalizio e gli importi delle somme a tal fine erogate» in realtà non c’è nulla.

Oggi PrimaDaNoi.it pubblica la lista relativa al 2015. Il record lo segna Anna Maria Fracassi che solo nel 2015 ha ricevuto 62.963 euro (lordi).

La ex consigliere regionale della Margherita ha ricevuto 28.620 euro per i suoi trascorsi politici più 34.343 euro per la reversibilità del marito Giovanni Bozzi, consigliere regionale della Dc a palazzo dell'Emiciclo per tre intere legislature, dal 1975 al 1990.

Non è andata male nemmeno all’ex presidente Vincenzo Del Colle (Dc), con i suoi 60 mila. Stessa cifra per l’ex collega di partito e presidente del Consiglio Gaetano Novello (all’Emiciclo dal 1975 al 1990) o a Giuseppe Tagliente, consigliere regionale per 5 legislature.

Seguono tra i più ‘fortunati’ Paolo Ciammaichella, consigliere regionale dall’80 al 90 e poi assessore all’Agricoltura nella giunta del presidente Emilio Mattucci e Sergio Antico Fortunato,  gaspariano doc, con 51.149 euro lordi.

Poco sotto Ugo Giannunzio, assessore socialista alle opere pubbliche, fu arrestato con la giunta Salini nel 1992. A lui nel 2015 sono stati versati 51.376 euro. Poco più sotto l’ex consigliere regionale di Sinistra Italiana e attuale sindaco di San Valentino, medico e deputato per due legislature, Antonio Saia, con 45.792 euro .

Stessa cifra anche per l’ex presidente della Regione Rocco Salini, già sottosegretario del Ministero della Salute, voluto da Berlusconi.

Un centinaio di euro in meno anche per Romeo Ricciuti, presidente della Regione dal 1977 al 1981,  deputato della Dc e sottosegretario all'Industria e all'Agricoltura (dunque anche lui cumula i vitalizi) e padre del consigliere regionale Luca Ricciuti.

Ricciuti, originario di Giuliano Teatino, paese del celebre Antonio Razzi, nel 2006 è stato nominato presidente della Selex.  Vitalizio da  42 mila euro anni per gli ex presidenti Antonio Falconio (anche lui ex parlamentare), Giovanni Pace, e l’ex sindaco di Vasto -dall’80 al 93- Antonio Prospero

Poco meno, 41.349 euro, per ex sindaco L’Aquila, Biagio Tempesta e per l’ex assessore regionale Marco Verticelli.   Vitalizio d’oro anche per l’ex presidente (e parlamentare) Anna Nenna con  37.706 euro all’anno.

E poi ancora l’attuale direttore tecnico dell’Arta Giovanni Damiani ha percepito 27.530, l’ex assessore alla Sanità Vito Domenici 27.039 euro così come Ezio Stati.

26.633 euro li ha percepiti invece l’ex presidente della Provincia di Chieti e senatore Tommaso Coletti mentre Claudio Ruffini, oggi braccio destro di D’Alfonso  22.941 euro

I politici più ‘giovani’, quelli che hanno partecipato alla vita politica degli ultimi 20 anni o sono ancora in pista,  sono tutti appaiati: l’ex consigliere regionale dell’Idv Cesare D’Alessandro nel 2015 ha incassato 32.643 euro, Luciano Lapenna 32.643 euro, l’ex presidente della regione, Ottaviano del Turco ha preso 28.620 euro, Franco La Civita 21.762 euro così come l’ex assessore alla Sanità della giunta Chiodi, Lanfranco Venturoni. Vitalizio assicurato anche per l’ex consigliera regionale di Forza Italia, Nicoletta Verì che nel 2015 ha portato a casa 14 mila euro.

C’è poi anche un’altra lista (anche di questa non c’è traccia sul sito della Regione) di 31 nomi: sono gli ex consiglieri regionali in attesa che il vitalizio maturi poi toccherà anche a loro.

Tra questi ci sono decani del Consiglio regionale come l’ex vicepresidente della giunta Chiodi Alfredo Castiglione (14 anni all’Emiciclo), Giorgio De Matteis (14 anni), Nazario Pagano (14 anni), Antonio Norante (10 anni), la senatrice Stefania Pezzopane (10 anni), Giovanni D’Amico (9 anni), Augusto Di Stanislao (8 anni), Maurizio Teodoro (7 anni).

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VUOLE STACCARSI DALL'ITALIA MA PRENDE LA PENSIONE DA ROMA


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Vitalizi Infiniti: da 40 anni agli Eredi

         
             

Sono 117 gli assegni di reversibilità che pesano per 6 milioni all'anno 
sulle casse dell'Assemblea siciliana

Natale Cacciola nacque in provincia di Messina prima ancora del terremoto. Si candidò per il partito monarchico alle elezioni regionali del 1947. E, in virtù dei soli tre anni trascorsi a Sala d'Ercole nella prima legislatura, c'è ancora un erede che - da 40 anni - percepisce dall'Ars un vitalizio: è la figlia Anna Maria, cui vanno puntualmente oltre duemila euro al mese. Anche il marsalese Ignazio Adamo fu uno dei pionieri dell'Assemblea: eletto per il Blocco del popolo, fu deputato sino al 1955. Quando lasciò Palazzo dei Normanni aveva già 58 anni, quando morì (nel 1973) gli anni erano settantasei. Da allora, ovvero da 42 anni, l'amministrazione versa un contributo alla famiglia: 3.900 euro al mese sono andati sono al 2004 alla moglie Irene Marino, oggi - dopo la scomparsa della signora - la stessa cifra è corrisposta alla figlia Anna Rosa.

La storia passa il testimone alla cronaca, nell'Ars dei privilegi, nell'amministrazione dei vitalizi infiniti: sono 117 gli assegni di reversibilità versati a congiunti di parlamentari scomparsi che già godevano di una "pensione". Per le sole reversibilità l'Assemblea spende mezzo milione di euro al mese, sei milioni l'anno. Sia chiaro: sono soldi che, in base al regolamento del parlamento regionale, spettano di diritto agli eredi dell'onorevole caro estinto. E, in qualche caso, forniscono un insufficiente ristoro a chi ha dovuto patire tragedie che hanno segnato la memoria collettiva, come nel caso del vitalizio per la signora Irma Chiazzese, moglie di Piersanti Mattarella.

Ma queste uscite, in un'Ars che insegue la spending review, non mancano di sollevare una questione di opportunità. Sia perché derivano da un sempre più labile allineamento al Senato, sia per la natura stessa del vitalizio, non assimilabile a una pensione del pubblico impiego che deriva da contributi trentennali. Riassumiamo le regole: il vitalizio spetta agli ex deputati che hanno fatto almeno una legislatura. Lo percepisce anche chi è stato deputato per appena sei mesi, attraverso il meccanismo del riscatto, se eletto prima del 2000. Alla morte dell'onorevole, il contributo passa al coniuge superstite e, in alternativa, al figlio inabile al lavoro o alla figlia nubile e "in stato di bisogno".
Queste norme finiscono per premiare, tutt'oggi, parenti di deputati che, anche per pochi anni, si sono affacciati a Sala d'Ercole nell'immediato Dopoguerra. Determinando contributi alla stessa famiglia che, tramandati dal deputato alla vedova e poi ai figli, si perpetuano per decenni.

Qualche altro esempio: Giuseppa Antoci, sorella del deputato ragusano Carmelo Antoci che rimase all'Ars sino al '55, riceve un vitalizio dal '78. Un beneficio che dal 1980 viene percepito pure dalla moglie e dai figli dell'onorevole dc Luigi Carollo, in carica sino al 1959. Da 37 anni Irene Recupero, moglie del comunista Pietro Di Cara (all'Ars dal '47 al '55), percepisce un vitalizio da 3.900 euro mensili. Circa 2.400 euro mensili vanno invece ad altri beneficiari. Un bonifico con questa somma lo riceve dal 1983 Giovanna Aloisio, consorte del missino Orazio Santagata, che militò in parlamento dal '51 al '55. Olga Leto, invece, è la vedova di Giovanni Cinà, democristiano che frequentò l'Ars per quattro anni, fino al 1959: da 25 anni la signora prende la "pensione" di reversibilità. Gioia Eschi è la moglie del defunto deputato socialista Calogero Russo, all'Ars per una legislatura fra il '51 e il '55: il vitalizio le tocca da 22 anni.

Non mancano cognomi più celebri, quelli di famiglie che rappresentano un pezzo di storia della Sicilia, nell'elenco dei beneficiari. Il vitalizio da 5.900 euro (lordi) al mese spetta pure a Sergio Alessi, figlio del primo presiedente della Regione morto nel 2008. Nel decreto che concede il vitalizio si precisa che ha più di 60 anni, senza reddito e viveva a carico del padre. Un altro congiunto di un presidente della Regione, la signora Maddalena Nicolosi (vedova di Rino Nicolosi), dal '98 percepisce un contributo da 2.400 euro mensili.





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Odia l’Italia con Pensione da 945 mila euro




Detesta l’Italia ma da Roma si beccherà più di 900 mila euro di pensione. Si sta parlando di Eva Klotz, la politica altoatesina che per 50 anni e più ha lottato per l’indipendenza del Sud Tirolo promuovendo anche un referendum consultivo. Anche se per lei “Il Sud Tirolo non è Italia” una pensione da consigliere provinciale e regionale del Trentino Alto Adige pari a 946.175 euro non si rifiuta mai, neanche se arriva dall’odiatissimo Stato centrale.

Come spiega il Corriere della Sera una cifra tanto alta nasce in virtù della nuova legge votata dalla regione autonomista e che taglia del 20% circa un precedente vitalizio. Vitalizio che la pasionaria altoatesina, insieme ad altri suoi colleghi, si era impegnata a restituire dopo la polemica nata a proposito dei privilegi per chi sedeva nel consiglio regionale di Trento

Fino al 2014 i consiglieri regionali e provinciali (a Trento e Bolzano le due cariche coincidono) potevano, per legge, incassare la pensione non a cadenza mensile ma tutta in un colpo solo, calcolando la cifra sull’aspettativa di vita ma questo ha portato allo scandalo delle “pensioni d’oro del Trentino”. Pensioni che in alcuni casi superavano il milione di euro e che erano state oggetto di un’inchiesta della procura.

Con la nuova legge l’assemblea regionale ha rivisto i calcoli ma ha continuato a dare la possibilità ai politici di incassare la pensione anche tutta in una volta sola. E la Koltz, che pure era tra coloro che avevano accettato di restituire la somma, in attesa che la nuova legge regionale fosse approvata, poche settimane fa, raggiunti i termini di legge per la pensione, ha optato per il tutto e subito.

La 'pasionaria' del Sudtirolo Eva Klotz difende i 945 mila euro che ha ricevuto come compensazione della sua pensione da consigliera provinciale. Due anni fa le cosiddette "pensioni d'oro" dei consiglieri del Trentino Alto Adige avevano causato aspre polemiche e anche manifestazioni in piazza. Recentemente la presidente del consiglio regionale Chiara Avanzo ha dichiarato in risposta ad un'interrogazione che due ex consiglieri nel frattempo hanno maturato i requisiti per questi "anticipi" sulla pensione, l'ex assessore provinciale trentino Marco Benedetti e la Klotz.

"Non si tratta di un anticipo sulla pensione, ma di un compenso per il fatto che la mia pensione mensile è stata quasi dimezzata da 7.000 euro a 2.800 euro", spiega all'ANSA l'ex consigliera. "Sono stata in consiglio regionale per 31 anni e nel 2003 avevo già maturato i requisiti per la pensione e da ex consigliera all'epoca avrei ricevuto circa 6.000 euro al mese", prosegue.

"Sono rimasta in consiglio fino al 2014 e ho continuato a versare contributi per 11 anni". "Ho ricevuto quanto previsto dalla legge", precisa Klotz. "Di certo - aggiunge - non ho bisogno di una Porsche oppure di una pelliccia, ma userò questi soldi per l'impegno politico a favore dell'autodeterminazione del Sudtirolo".

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domenica 21 febbraio 2016

Umberto Eco: Sui social legioni di Imbecilli



Umberto Eco 
 Internet, Social Media e Giornalismo

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Umberto Eco: “Sui social legioni di imbecilli. Ecco perché saranno una fregatura”

Ricevendo la laurea honoris causa in Comunicazione all’Università di Torino, Umberto Eco, scomparso il 20 febbraio 2016 all’età di 84 anni, criticava ferocemente il Web e in particolare i social network (“diritto di parola a legioni di imbecilli”). Poi, sempre rispondendo alle domande di alcuni giornalisti, Umberto Eco difendeva la carta stampata citando Hegel: “La lettura del giornale è la preghiera quotidiana dell’uomo moderno. Si tornerà all’informazione cartacea”


Umberto Eco ed il web: viaggio tra legioni di imbecilli?

Umberto Eco ha fatto una dichiarazione che ha infiammato il popolo del web, e ne stanno tutt´ora parlando. A proposito di internet e l´uso che si fa del web,  in particolare sui social network ha testualmente dichiarato: "Hanno dato diritto di parola a legioni di imbecilli, i quali prima parlavano solo al bar dopo due o tre bicchieri di rosso e quindi non danneggiavano la società", ha affermato il semiologo poco dopo aver ricevuto la laurea honoris causa in “Comunicazione e Cultura dei media” perché «ha arricchito la cultura italiana e internazionale nei campi della filosofia, dell’analisi della società contemporanea e della letteratura, ha rinnovato profondamente lo studio della comunicazione e della semiotica». È lo stesso ateneo in cui nel 1954 si era laureato in Filosofia: «la seconda volta nella stessa università, pare sia legittimo, anche se avrei preferito una laurea in fisica nucleare o in matematica», scherza Eco. 

Le frasi di Eco in proposito del web erano riferite alla sempre maggiore circolazione di bufale in rete, ed inevitabilmente hanno avuto ampio risalto, soprattutto sugli stessi social network dei quali parla il professore. Gli utenti hanno infatti iniziato a chiedersi: ha ragione o no?

La risposta non è certamente semplice, e questo perché Eco ha sia ragione che torto nello stesso momento. Bufale e teorie del complotto sono sempre esistite, internet gli ha dato soltanto un mezzo per diffondersi più velocemente e capillarmente. E la storia ci insegna che anche gli imbecilli sono sempre esistiti: i social network gli hanno semplicemente garantito un palcoscenico sul quale scrivere assurdità che prima, sui media, al massimo trovavano spazio nella posta dei lettori.

Il punto focale del discorso è un altro, ed è stato messo in luce dallo stesso Eco, anche se il risalto è stato dato quasi esclusivamente alle frasi riguardanti i social network: l´eventuale volontà di "togliere voce" agli imbecilli (che comunque hanno anche loro diritto di parola) non può che scontrarsi con la difficoltà, quando non l´impossibilità, di distinguere quali fonti siano affidabili e quali no. Perché se da una parte esistono conclamati siti dediti all´invenzione di sana pianta delle loro "notizie", anche i grandi nomi dell´informazione non sono certo esenti da topiche clamorose.

Molto, troppo spesso la necessità di dare una notizia prima degli altri (o, e questo è molto più triste, il bisogno di pubblicare un tot di articoli al giorno) porta ad uno scarso controllo delle fonti anche per chi del fornire informazioni ha fatto una professione. E confrontare le varie campane nel tentativo di capire dove stia la verità, come suggerisce Eco, non è semplice, sia per limiti di tempo che per il fatto che molto spesso anche gli organi di informazione tendono a rincorrersi, a volte "copiando" il compito del vicino di banco.

Ci sarebbe in questo caso bisogno di una "educazione ad internet", che potrebbe e dovrebbe partire dalle scuole dove, come spiega Eco, si dovrebbe "insegnare a filtrare le informazioni di internet, cosa che neppure i professori di solito sanno fare, perché anche loro sono dei neofiti rispetto allo strumento". 

«La tv aveva promosso lo scemo del villaggio rispetto al quale lo spettatore si sentiva superiore. Il dramma di Internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità», osserva Eco che invita i giornali «a filtrare con un’equipe di specialisti le informazioni di internet perché nessuno è in grado di capire oggi se un sito sia attendibile o meno». «I giornali dovrebbero dedicare almeno due pagine all’analisi critica dei siti, così come i professori dovrebbero insegnare ai ragazzi a utilizzare i siti per fare i temi. Saper copiare è una virtù ma bisogna paragonare le informazioni per capire se sono attendibili o meno». 

LEGGI ANCHE
COME SCRIVERE BENE IN ITALIANO


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Umberto Eco : scrivere bene in Italiano


Umberto Eco e le regole per scrivere bene in italiano

Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.
Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario.
Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.
Esprimiti siccome ti nutri.
Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.
Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.
Stai attento a non fare… indigestione di puntini di sospensione.
Usa meno virgolette possibili: non è “fine”.
Non generalizzare mai.
Le parole straniere non fanno affatto bon ton.
Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu.”I paragoni sono come le frasi fatte.
Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza 
s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito).
Solo gli stronzi usano parole volgari.
Sii sempre più o meno specifico.
L’iperbole è la più straordinaria delle tecniche espressive.
Non fare frasi di una sola parola. Eliminale.
Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente.
Metti, le virgole, al posto giusto.
Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non è facile.
Se non trovi l’espressione italiana adatta non ricorrere mai all’espressione dialettale: peso el tacòn del buso.Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come un cigno che deraglia.
C’è davvero bisogno di domande retoriche?
Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi 
lunghe — o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento — affinché il tuo discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione 
che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media.
Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fà sbaglia.
Non si apostrofa un’articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile.
Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!
Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri.
Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche, e simili.
Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva il maggior scrittore 
lombardo del XIX secolo, l’autore del 5 maggio.
All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo).
Cura puntiliosamente l’ortograffia.
Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni.
Non andare troppo sovente a capo.
Almeno, non quando non serve.
Non usare mai il plurale majestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione.
Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato.
Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle premesse: se tutti facessero così, allora le premesse conseguirebbero dalle conclusioni.
Non indulgere ad arcaismi, hapax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come altrettante epifanie della differenza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva – ma peggio ancora sarebbe se risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica – eccedano comunque le competenze cognitive del destinatario.
Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.
Una frase compiuta deve avere.

Bello, in fondo ci dice di essere semplici e chiari, cosa molto, molto difficile!

Totò e Peppino - Lettera
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LEGGI ANCHE
COSA PENSA DEI SOCIAL NETWORK

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venerdì 19 febbraio 2016

Spending Review un Insuccesso


Spending Review un Insuccesso, 
servizi a rischio

Il presidente della Corte dei conti Raffaele Squitieri all’inaugurazione dell’anno giudiziario punta il dito contro l’insuccesso parziale della revisione della spesa, l’uso della flessibilità, e il moltiplicarsi delle leggi che fa proliferare l’illegalità.

 La spending review è un «parziale insuccesso» anche per la poca conoscenza delle diverse categorie 
di spesa, e ha posto «solo sullo sfondo il tema essenziale dell’interrelazione con la qualità dei servizi». Così il presidente della Corte dei Conti Raffele Squitieri all’inaugurazione dell’anno giudiziario punta il dito sulla revisione della spesa messa su dal governo. Il contributo dalla revisione di spesa, infatti, nota Squitieri, non deriva solo da efficienza e razionalizzazione ma anche «da operazioni assai meno mirate di contrazione, se non di soppressione, di prestazioni rese alla collettività»: quindi, in sostanza, il taglio dei costi c’è stato, ma come conseguenza c’è stato anche un brutale taglio dei servizi per i cittadini. 
E nei prossimi anni la situazione non sembra destinata a migliorare: in un quadro prospettico di finanza pubblica «che impone ancora di trovare spazi per correzioni non marginali della spesa, anche allo scopo di consentire di affrontare la questione complessa del carico fiscale» nei prossimi anni «i margini di risparmio dal lato delle spese potrebbero rivelarsi limitati», spiega il presidente della Corte dei Conti alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella,
 dei ministri Pier Carlo Padoan, Stefania Giannini e Graziano Delirio, il vicepresidente del CSM Giovanni Legnini e del capo della Polizia Alessandro Pansa.

«Usata tutta la flessibilità, deficit cala meno»
Squitieri non usa parole morbide neanche nei confronti della flessibilità ottenuta dall’Italia a livello 
europeo: «I margini di flessibilità acquisiti in sede europea sono interamente utilizzati nella manovra di finanza pubblica per il 2016» e «in tal modo si mantiene il profilo discendente del deficit nei conti 
pubblici che, tuttavia, assume una cadenza più rallentata». I vantaggi acquisiti, quindi, non hanno 
influito granché positivamente sull’andamento del deficit. Inoltre l’Italia è uscita dalla recessione ma «le vicende più recenti confermano il permanere di un quadro ad alto contenuto di incertezza» che «si è accentuata in queste ultime settimane per il timore del ripetersi di scenari, che sembravano superati, di forti tensioni sui mercati». Così il presidente della Corte dei Conti chiarisce che la crisi non è così 
superata come sembra, e che «in una fase così delicata per il nostro Paese è fondamentale fornire 
impulso alla crescita economica e all’occupazione, pur nel rispetto dei vincoli di finanza pubblica». Quali sono le soluzioni? Secondo la Corte, per la crescita è indispensabile
 rilanciare gli investimenti pubblici. 

«Recuperare adeguati livelli di intervento pubblico nel campo delle opere - ha sottolineato Squitieri - 
non rappresenta solo una condizione chiave per il rispetto della clausola europea sugli investimenti 
richiesta dal governo, ma costituisce anche, e soprattutto, la condizione per ottenere adeguati livelli di crescita, riassorbendo un ritardo nelle dotazioni infrastrutturali che rischia di incidere sul potenziale 
competitivo del Paese».

«L’illegalità prolifera con la moltiplicazione delle leggi»
L’allarme di Squitieri riguarda anche il proliferare delle leggi, che finisce per rendere più facile violarle: nel mare di norme e regole diverse, è facile trovare i cavilli per aggirarle. «Le illegalità trovano nella complessità e nella moltiplicazione delle leggi spazi più fertili per fare presa, piuttosto che presidi od ostacoli al loro diffondersi», sottolinea Squitieri, secondo il quale l’unica arma per difendersi è «l’efficiente funzionamento della macchina della giustizia», che, « quale strumento principe di contrasto all’illegalità, costituisce un elemento decisivo per contribuire allo sviluppo e alla crescita del Paese». I settori dove si verificano più illeciti? Sono «le forniture e i lavori pubblici, la concessione di contributi nazionali e comunitari a soggetti privati, la gestione della spesa sanitaria e del personale pubblica, l’amministrazione del patrimonio e la riscossione delle entrate pubbliche, l’attività sanitaria ed il conferimento di incarichi a soggetti esterni alla amministrazioni pubbliche».
Il nodo delle partecipate: ancora troppi affidamenti «in house»

La Corte dei conti torna ad affrontare anche il tema delle società partecipate. Nel suo intervento 
all’inaugurazione dell’anno giudiziario, il presidente della Corte ha citato alcuni dati critici: meno del 20% dei Comuni ha dichiarato di non possedere partecipazioni; di queste, poco più di un terzo riguarda i servizi pubblici locali, pur rappresentando una parte significativa del valore della produzione (più del 70% dell’importo complessivo); netta è la prevalenza degli affidamenti in house, essendo risultato irrisorio il numero di servizi affidati con gara (meno di 100 a impresa terza e 400 a societa’ mista su un totale di 26mila). La Corte torna a chiedere perciò «di sopperire a lacune che provocano incertezze e oscillazioni giurisprudenziali». Dunque, di intestare la giurisdizione in materia in via esclusiva alla Corte.

A replicare all’analisi della Corte dei Conti il viceministro dell’Economia Enrico Zanetti: «Grande rispetto per le considerazioni della Corte dei Conti anche se a volte ammetto che mi scappa di pensare, come penso anche a molti cittadini, che se fosse efficace a contrastare specifici e concreti sprechi anche solo la metà di quanto è brava a fare relazioni di carattere generale e astratto, saremmo un Paese due volte più efficiente». «Sulla revisione della spesa», aggiunge «ci sta tutto evidenziare che si sarebbe potuto fare di più e meglio, siamo i primi a pensarlo, ma ci sta anche rimarcare con forza e orgoglio che l’effetto cumulato sul 2016 degli interventi di revisione della spesa fatti in questi due anni dal governo, partendo dal decreto legge 4 del 2014 fino all’ultima legge di stabilità, ammontano a 25 miliardi: non esattamente noccioline».

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giovedì 18 febbraio 2016

Unioni Civili



Unioni Civili
Ultime dal fronte dell’informazione all’italiana, casomai qualcuno ancora non capisse perché siamo sempre in fondo alle classifiche europee in materia, anche dopo la dipartita di B.
1) Il Pd di Renzi presenta la legge Cirinnà sulle unioni civili, contro cui manifestano al Family Day vari esponenti del Pd di Renzi, della maggioranza di Renzi e del governo Renzi. Da Lepri in giù, i “catto-dem” sono quasi tutti renziani della prima ora, che infatti nel 2007 marciavano all’altro Family Day a braccetto con Renzi, il quale ora ha cambiato idea mentre gli altri no. 
Però Renzi lascia al Pd libertà di coscienza sulla legge del Pd di Renzi. A quel punto la lasciano anche i 5Stelle: ma solo su una parte della legge Cirinnà (la stepchild adoption), e anche se, diversamente dal Pd di Renzi, sono quasi tutti favorevoli 
alla legge del Pd di Renzi (stepchild adoption compresa). 
Il Pd di Renzi e tutta la stampa strillano contro il presunto “voltafaccia” dei 5Stelle, che in realtà non hanno affatto cambiato idea e si dicono pronti a votare tutta la Cirinnà. Lo conferma quel che accade appena la legge arriva in aula: M5S compatto sul Sì e Pd spaccato con i catto-dem sul No, ben protetti da Mattarella sul Colle e da Napolitano nei paraggi. 
Per occultare lo sfacelo Pd, che diverrebbe evidente votando gli emendamenti, il renziano Marcucci vuole incenerirli tutti con un supercanguro ultimo modello: un trucco antidemocratico, incostituzionale e vietato dai regolamenti parlamentari, che impedirebbe la discussione in aula.
I 5Stelle, come ogni opposizione che si rispetti, l’hanno combattuto quando fu usato contro di loro e contro la Costituzione per far passare l’Italicum e il nuovo Senato. Dunque restano fedeli a se stessi: annunciano il No al canguro e ribadiscono il Sì alla legge. Che va approvata rispettando le regole, esaminando e – si spera – bocciando gli emendamenti che la snaturano: ci vorrà una settimana in più, ma si arriverà in porto comunque. 
Già, ma così si spappolerebbe definitivamente il Pd. Che infatti s’inventa un inesistente No dei 5Stelle alla Cirinnà, conferma il canguro e rinvia il voto di una settimana anziché usarla per discutere gli emendamenti e approvare la legge. 
Se esistesse una stampa libera, smaschererebbe l’impostura. Ma siamo in Italia. Corriere: “Unioni civili, stop dei 5Stelle”. Repubblica: “Unioni, dietrofront di M5S”. Stampa: “Unioni civili, lo sgambetto di Grillo”. Messaggero: “No M5S, unioni civili a rischio”.
Nessuno, dicesi nessuno, racconta la verità: i No alle unioni civili sono nel Pd e nella maggioranza (sennò M5S sarebbe ininfluente), i soli compatti sul Sì sono Sel e 5Stelle.
...
Marco Travaglio FQ 18 Febbraio 2016

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mercoledì 17 febbraio 2016

Stragi Nazifasciste consultabile online


Stragi Nazifasciste consultabile online

 ON LINE I 900 FASCICOLI (FINORA TOP SECRET) CON I DETTAGLI 
DEI CRIMINI DI GUERRA 

COMMESSI DA ITALIANI E TEDESCHI DURANTE L’OCCUPAZIONE NAZIFASCISTA - RITROVATI NEL ’94, SONO STATI TENUTI IN SEGRETO 
PER EVITARE PROBLEMI CON LA GERMANIA

Da oggi sono consultabili sul sito della Camera 695 fascicoli d'inchiesta e un registro contenente 2274 notizie di reato sui crimini di guerra, fra cui i più trucemente noti: eccidio di Sant' Anna di Stazzema, le Fosse Ardeatine, Marzabotto…


Tredicimila pagine e oltre 900 fascicoli, che raccontano la storia di 15mila persone, coinvolte nei crimini di guerra commessi in Italia durante l' occupazione nazifascista. È il cosiddetto «armadio della vergogna», rimasto chiuso per decenni, ritrovato solo nel 1994, ma da oggi consultabile on-line sull' archivio della Camera. Sul mistero dell' occultamento dei fascicoli, che riguardano anche le principali stragi nazifasciste in Italia ha lavorato una commissione d' inchiesta parlamentare tra il 2003 e il 2006. 

Ora si può accedere al sito: http://archivio.camera.it/

Da sempre tutti gli Stati come le famiglie - occultano documenti su vicende scabrose, o peggio. Basti 
ricordare che il Regno appena nato, nel 1861, distrusse buona parte dei documenti sulla «lotta al 
brigantaggio»: una vera guerra civile che comportò violenze che oggi ci fanno rabbrividire.
 Soltanto più di un secolo dopo, nel 1963, uno studioso Franco Molfese - rintracciò parte dei documenti superstiti, dando avvio a una faticosa ricostruzione dei fatti non ancora conclusa e che non sarà mai completa.

La vicenda di cui si parla in questi giorni è simile, e anche in questo caso si deve in buona parte a un 
libro, pubblicato nel 2004 dal giornalista dell' Espresso Franco Giustolisi e intitolato appunto L' armadio della vergogna (Nutrimenti). Giustolisi è morto l' anno scorso senza poter assistere alla propria vittoria, all' apertura pubblica dell'«armadio della vergogna».

Al contrario di quello degli scheletri, questo era un vero e proprio armadio, scoperto nel 1994 a Roma, in uno sgabuzzino di palazzo Cesi-Gaddi (dove hanno sede vari organi giudiziari militari), in via degli Acquasparta. Dentro c' erano 695 fascicoli d' inchiesta e un registro contenente 2274 notizie di reato su crimini di guerra, 13.000 pagine, fra cui i più trucemente noti: eccidio di Sant' Anna di Stazzema, le Fosse Ardeatine, Marzabotto, Cefalonia, la risiera di San Sabba.

E poi: documenti sugli italiani deportati in Bassa Sassonia, sull' eccidio di duemila italiani vicino a Borek. E le carte segrete del Sismi, compreso l' appunto sulla fuga di Kappler e il ruolo che vi ebbe l' 
organizzazione Odessa. C' è una lista di giudici nazisti che fecero carriera anche dopo la guerra. E 
documenti che ci riguardano come carnefici: per esempio quelli sul generale Mario Roatta nei territori occupati.

Si tratta di documentazione di prima mano, ovvero delle istruttorie realizzate decenni prima dalla 
Procura generale del Tribunale supremo militare, che ne aveva ricevuto incarico dal Consiglio dei 
Ministri. Basti dire che c' è anche un promemoria del comando dei servizi segreti britannici, intitolato Atrocities in Italy, con il timbro secret.

Il 13 gennaio del 1960, con un atto «illegittimo e illegale», il procuratore generale militare Enrico 
Santacroce mise su molti di quei fascicoli il timbro: «Archiviazione provvisoria». Nel 1999 il Consiglio della magistratura militare, e nel 2001 la II Commissione Giustizia della Camera dei deputati, spiegarono l' occultamento dei documenti con presumibili - pressioni politiche per impedire qualsiasi azione giudiziaria contro i responsabili tedeschi. Motivo?

«Opportunità politica, in un certo senso una superiore ragione di Stato». Nel 2003, per iniziativa del 
deputato Carlo Carli (Pd), venne istituita una Commissione d' inchiesta furono interrogati anche Giulio Andreotti e Oscar Luigi Scalfaro che nel 2006 anni dopo formulò tre ipotesi.
 1) In un periodo di guerra fredda, si volevano mantenere buoni rapporti con la Germania Ovest. Ma, aggiungo, oltre la guerra fredda, i motivi potevano riguardare i buoni rapporti economici.
2) Anche dei militari italiani erano accusati di violenze in Albania, Etiopia, Jugoslavia, Grecia, e portando a fondo l' accusa contro i tedeschi, si sarebbe riaperta anche quella contro gli italiani. 
3) Fascisti e nazisti riciclati all' interno dei servizi segreti dei due Paesi sarebbero riusciti a insabbiare i documenti e quindi i processi.

Oggi la presidente della Camera Laura Boldrini dichiara: «Un Paese veramente democratico non deve aver paura del proprio passato». Giusto, però solo pochi nostalgici hanno paura di svelare gli orrori della Seconda guerra mondiale. Mentre tutti dobbiamo avere paura ancora di come politica e magistratura possano nascondere verità scomode. Anche quelle recenti e recentissime.

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