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giovedì 21 gennaio 2016

Reddito minimo: bisogna fare presto



Reddito minimo: bisogna fare presto

“Siamo in piena emergenza sociale, la povertà in questi anni è raddoppiata, 
occorre subito il reddito 
minimo. Se non adesso, quando?”.


Chiara Saraceno è una delle sociologhe più competenti e stimate in Italia. Ed è soprattutto una donna 
ostinata, che si batte per quello in cui crede. E per lei il reddito minimo, pur non essendo la panacea di tutti i mali, è sicuramente uno strumento molto importante per tutelare i più deboli, per dare respiro a chi non ce la fa, per fare “un po’ di giustizia” in un Paese come il nostro, dove la povertà è passata dal 4 per cento del 2008 all’8 per cento del 2015. Un incremento che si traduce in  persone che non riescono a acquistare i beni essenziali e rinunciano spesso alle cure.

“La crisi – spiega Saracenno- ha colpito particolarmente duro l’Italia, e le diseguaglianze sono 
aumentate: la ricchezza si è concentrata sempre più nelle mani di pochi. Il reddito minimo è un punto 
centrale, ma poi occorre rafforzare le politiche di conciliazione lavoro-famiglia che sono particolarmete importanti per le donne a bassa qualifica e basso reddito. Inoltre serve un’efficace politica abitativa che aiuti chi non riesce a pagare l’affitto”.

In questo contesto, aggiunge la sociologa, “la politica sottovaluta in modo preoccupante il destino dei giovani che vivono periodi lunghi di disoccupazione, di precariato. Si tratta di una povertà giovanile che rischia di rendere i ragazzi, le ragazze di oggi svantaggiati per tutta la vita”.

Professoressa Saraceno, perché secondo lei occorre al più presto un reddito minimo?

Occorre oggi più che mai perché non c’è abbastanza lavoro e spesso non tutti i lavori danno un reddito sufficiente per vivere con dignità, in un contesto in cui la povertà è un’emergenza sociale. E la politica finge di non accorgersene.

Lei che tipo di reddito minimo ha in mente?

Un reddito commisurato all’ampiezza della famiglia. E come quantità almeno vicino alla soglia di 
povertà, ai minimi sociali, quindi tra i 400 e i 500 euro mensili a persona. È il minimo per garantire quello che io chiamo ‘il diritto al consumo’, e va aumentato in base alla composizione familiare.

E per evitare che poi il reddito minimo diventi solo assistenzialismo?

Guardi, le cito l’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, ndr)che non è certo di estrema sinistra: l’Ocse spiega che è utile avere un reddito minimo ben congegnato.

Con quali caratteristiche?

Un reddito che impedisca a una persona di sedersi, quindi un assistenzialismo attivo che sia da stimolo per cercare un nuovo lavoro, con il supporto di consulenti, con la formazione professionale. Un reddito minimo dignitoso dà tempo e serenità mentale per pensare e agire per il proprio futuro.

Facile -le si obietta- chiedere il reddito minimo, ma costerebbe molto alle casse dello Stato.
 Lei ha fatto dei conti?

Ci sono stime diverse. Dipende da dove mettiamo l’asticella. La stima del Movimento 5Stelle è di circa 16 miliardi a regime, 780 euro al mese a chi ha bisogno. Poi ci sono altre proposte più conservative che ipotizzano una spesa di 7 miliardi.

Sono comunque tanti soldi…

Sono tanti, ma sono meno di quanto costano gli 80 euro mensili per i lavoratori dipendenti a basso 

reddito decisi dal Governo senza colpo ferire (circa 10 miliardi, ndr). Questi soldi sarebbero serviti per un reddito minimo decente; come senza colpo ferire è stata tolta la Tasi e l’Imu (costo oltre 4 miliardi, ndr) favorendo i più benestanti. Come vede è un questione di scelte, di priorità.

Ma Renzi risponde a chi propone il reddito minimo sostenendo che è uno strumento sbagliato perché – dice il capo del Governo- la Costituzione parla di diritto al lavoro e quindi l’obiettivo è combattere la disoccupazione, creando lavoro. Cosa risponde?

A parte il fatto che la nostra Costituzione parla sì di diritto al lavoro, ma parla anche del diritto a una vita decente. E poi io sono del tutto favorevole a creare lavoro – ci mancherebbe-, ma nel frattempo cosa facciamo per chi non ce la fa. Cosa facciamo per i bambini i cui genitori non guadagnano abbastanza? 

E ancora cosa facciamo per chi ha una malattia e non può cercare un lavoro? Infine – e cito ancora 
l’Ocse – cosa facciamo davanti a quei tanti lavori precari, 
squalificati e a basso salario prodotti in questi anni?

Dal Governo rispondono che sono stati stanziati complessivamente 
1 miliardo e 600 milioni per le povertà.

Cioè pochissimo, anche se di più di quanto hanno stanziato i precedenti governi. Come le dicevo 
occorrono almeno 7 miliardi per dare il minimo alle persone in difficoltà.

Come giudica gli effetti del Jobs Act?

Ha reso più flessibile il mercato del lavoro: è piu facile licenziare anche nei contratti a tempo 
indeterminato con l’abolizione dell’Articolo 18 (articolo dello Statuto dei Lavoratori che vieta il 
licenziamento senza giusta causa, ndr). Non a caso la Confindustria è più che soddisfatta.

Ma non è anche più facile e conveniente assumere?

Ma per assumere ci vuole un mercato che funzioni, servono investimenti: Renzi ha sbagliato. Doveva dire alle imprese: “Io ho fatto tutto quello che mi avete chiesto, adesso tocca a voi”. Doveva 
pretenderlo. E poi voglio vedere cosa succederà quando scadranno gli incentivi fiscali alle aziende per assumere, incentivi dati senza contropartite. Le contropartite in genere vengono sempre chieste ai 
poveri e non agli industriali.

Lei si batte da tempo, per il reddito minimo, mi pare dagli anni ’80

Sì, dalla prima Commissione sulle povertà, nel 1986.

E che riflessione fa?

Mi viene da dire: se non adesso, quando? Cosa dobbiamo ancora aspettare dopo gli effetti devastanti 
della crisi? Siamo solo noi e la Grecia a non averlo Invece il reddito minimo non è passato ancora 
nell’agenda del Governo, con delle contraddizioni macroscopiche. La vicesegretaria del Pd, Debora 
Serracchiani, ha fatto il reddito minimo nella sua Regione, il Friuli-Venezia Giulia, dov’è Presidente. Ma nello stesso tempo non si batte perché il suo partito vari il reddito minimo in Parlamento. Ora anche in Puglia è stato approvato il reddito minimo (600 euro al mese, per 60 mila persone, ndr). Insomma una breccia si è aperta. E se il Governo fosse intelligente proporrebbe un fondo comune Stato-Regioni per 
introdurre in Italia il reddito minimo.

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poi c'e' questo 

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nel quale si possono fare commenti ed aggiugere argomenti di discussione




giovedì 14 gennaio 2016

Ecologia le Immagini del 2015


La puzza emanata dal fiume Giallo
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mercoledì 13 gennaio 2016

Bibliotecari nudi per calendario 2016



I bibliotecari brasiliani nudi in un calendario per realizzare la Biblioteca da Diversidade. 
Una raccolta fondi per la causa Lgbt



Lo scopo è nobile: realizzare una biblioteca della diversità, che promuova una cultura nel rispetto delle differenze. Per farlo 12 bibliotecari brasiliani si sono messi a nudo, diventando i volti (e i corpi) di un calendario, il cui ricavato della vendita verrà utilizzato per raggiungere questo fine.

Se il progetto andrà in porto la "Biblioteca da Diversidade" sorgerà in un paese nel quale le violenze 
contro la comunità Lgbt sono all'ordine del giorno. Un segnale importante, per il quale bibliotecari 
provenienti da Rio de Janeiro, San Paulo, Pará e Brasilia hanno deciso di spogliarsi davanti a una 
macchina fotografica, diventando protagonisti per dodici mesi.
















L'obiettivo è ambizioso. Per costruire quello che sarà di fatto anche un ritrovo per gay, lesbiche, 
bisessuali e transessuali sono necessari 3 milioni di reais, circa 682.000 euro. Sfogliando il calendario, pagina dopo pagina, l'ammiccante invito alla cultura dei bibliotecari è una convincente richiesta a sposare la causa.

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lunedì 11 gennaio 2016

David Bowie




David Bowie

Il cantautore e compositore britannico si è spento domenica notte all'età di 69 anni. L'annuncio sul suo profilo ufficiale Twitter e Facebook: "Dopo 18 mesi di lotta contro il cancro se ne è andato serenamente circondato dalla sua famiglia". La conferma della sua morte è arrivata anche dal figlio Duncan Jones, in un post su Twitter. Se ne va un grande artista che ha segnato la storia della musica rock degli ultimi 50 anni.

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David Bowie, pseudonimo di David Robert Jones (Londra, 8 gennaio 1947 – 10 gennaio 2016), è stato un cantautore, polistrumentista, attore e compositore britannico.

Attivo dalla metà degli anni sessanta, Bowie ha attraversato cinque decenni di musica rock, 
reinventando nel tempo il suo stile e la sua immagine e creando alter ego come Ziggy Stardust, 
Halloween Jack, Nathan Adler e The Thin White Duke (noto in Italia come il "Duca Bianco"). Dal folk acustico all'elettronica, passando attraverso il glam rock, il soul e il krautrock, David Bowie ha lasciato tracce che hanno influenzato molti artisti.

Come attore, dopo alcune piccole apparizioni, ha avuto un ottimo successo nel 1976 come protagonista del film di fantascienza L'uomo che cadde sulla Terra di Nicolas Roeg. Tra le sue interpretazioni più note si ricordano Furyo (Merry Christmas Mr. Lawrence) di Nagisa Oshima del 1983, Absolute Beginners e Labyrinth del 1986, e Basquiat di Julian Schnabel del 1996, nel quale interpreta il ruolo di Andy Warhol.

David Bowie è sposato dal 1992 con la top model somala Iman Mohamed Abdulmajid ed ha due figli, Duncan Zowie Haywood (nato nel 1971 dal precedente matrimonio con Mary Angela Barnett) e Alexandria Zahra (nata nel 2000), oltre a Zulekha, nata dal precedente matrimonio di Iman. Nel 2008 è stato inserito al 23º posto nella lista dei 100 migliori cantanti secondo Rolling Stone, e tra le sue migliori "tracce vocali" ci sono Life on Mars?, Space Oddity, Starman ed "Heroes". Nel 2007 è indicato dalla rivista Forbes come il quarto cantante più ricco del mondo.

Al ritmo di un disco all'anno, Bowie per parecchi anni nel bene e nel male non si è mai limitato a creare un "marchio Bowie" uguale a se stesso e rassicurante: dalle nostalgie beat con Pin Ups, agli incubi orwelliani di Diamond Dogs, al R&B bianco con Station to Station e Young Americans, all'electro pop intellettuale che, secondo molti critici, costituirà la fase più creativa della sua carriera fra il 1977 e il 1979, con la cosiddetta "trilogia berlinese" di Low, "Heroes" e Lodger, album in realtà (salvo il secondo) realizzati solo parzialmente a Berlino, ma comunque fortemente influenzati dalle contaminazioni tra rock ed elettronica di cui erano maestri i Kraftwerk e i Neu!,
 gruppi entrambi tedeschi.


Decisivo l'incontro con Brian Eno, altro reduce dal glam rock dei primi settanta con i Roxy Music del dandy Bryan Ferry. Altrettanto decisivo un successo ormai consolidato che permette all'artista di 
sperimentare soluzioni nuove senza inseguire il riscontro commerciale. Nel frattempo il personaggio non è più l'androgino Ziggy Stardust ma un thin white duke ("sottile duca bianco") dalle inquietanti 
suggestioni androgine sotto uno stile musicale esteriormente sempre più virile, colto, e raffinato.

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sabato 9 gennaio 2016

Sentinelle in Piedi per la Famiglia Tradizionale


Lista di Politici Italiani che Parlano di Famiglia 
ma sono tutti divorziati piu' di una volta con tanti figli da donne diverse
oppure single e omosessuali ,
addirittura la Mussolini ha il Marito Pedofilo

Quale malvagità può albergare in una persona che prega il proprio dio per fare del male a qualcun 
altro? Che spregevole essere può decidere di mettere la propria fede al servizio della bieca politica? 

Quale corrotta persona decide di pregare per prevalere sugli altri?

Veglia giorno e notte delle Sentinelle in Piedi contro il ddl Cirinnà. Una preghiera ininterrotta fino alla discussione in aula

Non più in piazza a leggere libri, in silenzio. Ora le Sentinelle in Piedi cambiano modalità e, per 
contrastare l'imminente e temutissimo passaggio in Senato della legge sulle unioni civili, organizzano una veglia ininterrotta di preghiera che durerà fino al 30 gennaio, con tanto di calendario online per 
coprire tutte le ore del giorno e della notte.

L'obiettivo è quello di chiedere a Dio di fermare il disegno di legge Cirinnà che alle coppie omosessuali concederà, una volta approvato, diritti simili a quelli delle coppie eterosessuali. Con un corollario particolarmente inviso ai difensori a oltranza della famiglia tradizionale: la possibilità di adottare il figlio del partner (la cosiddetta stepchild adoption).

Per gli ultracattolici l'opzione è il cavallo di Troia per normare la maternità surrogata. E dunque bisogna pregare, pregare moltissimo. Come spiega la giornalista e scrittrice Costanza Miriano, nome di punta dell'ultimo Family Day particolarmente vicina alla sezione italiana di Manif pour Tous:

Dobbiamo chiedere, chiedere, chiedere con tutte le forze a Lui che intervenga. Dio è troppo rispettoso della libertà dell’uomo per intromettersi nelle sue faccende. Lo fa solo se noi gli chiediamo di farlo. 

Dobbiamo farlo fino a spolmonarci, appoggiandoci alle parole di Gesù: chiedete e vi sarà dato, bussate e vi sarà aperto, cercate e troverete. Dobbiamo chiederlo con fede cieca.
Il 26 gennaio il testo approderà in aula dopo sfiancanti discussioni in commissione Giustizia, e con nuovi tentennamenti da parte del Partito democratico e di Area popolare - specialmente sulla sptepchild adoption. Fino al 30 avverrà la discussione e infine il voto che poi consegnerebbe il ddl alla Camera.

Nel nuovo sito "Un'ora di guardiano" i promotori pubblicano dunque la preghiera da ripetere migliaia di volte a partire dal 5-6 gennaio:

Ora, Maria, ti preghiamo perché la legge sulle cosiddette “unioni civili” non passi. Te lo chiediamo da ora fino al giorno fissato per l’approdo in parlamento e per i giorni della discussione. Con fiducia e insistenza ci uniamo per chiedere il tuo aiuto.
Non si tratta di una preghiera libera, bensì di una veglia ininterrotta che dovrà assicurare preghiere e 
invocazioni a ogni ora del giorno e della notte. Per questo il sito è provvisto di una griglia dove è 
possibile prenotare i propri 60 minuti di raccoglimento.

Gli organizzatori chiariscono che la battaglia non è politica, ma riguarda il Bene contro il Male:
Sappiamo che questa non è una semplice lotta politica, è una battaglia escatologica delle forze del 
Bene contro quelle del Male “La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti” ecco perché occorre che ci prepariamo per combattere insieme e combattere in ginocchio.

Quale sia il Bene e il Male è lo stesso discorso che fa il Califfato dell' ISIS

LEGGI TUTTO SULLA MUSSOLINI ED IL MARITO PEDOFILO


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venerdì 8 gennaio 2016

ONU : Arabia Saudita e Iran



Arabia Saudita e Iran, l'ultima farsa dell'Onu

Da quello di organizzazione impotente a tutto, le Nazioni Unite stanno scivolando verso lo status di teatrino dei pupi. Non contenta del nulla finora prodotto su tutte le maggiori crisi internazionali (dalla Siria ai rapporti tra Israele e Palestina fino alla tragedia delle migrazioni), l’Onu è riuscita a schierarsi nel contrasto tra Arabia Saudita e Iran, mettendosi senza pudore
 e senza timore per le conseguenze  dalla parte dei sauditi.
Abbiamo visto come sono andate le cose. L’Arabia Saudita ha giustiziato 47 persone in un giorno, tra le quali lo sceicco sciita Nimr al-Nimr e altri prigionieri responsabili di essere oppositori del regime. L’Iran ha protestato e, a Teheran, la folla ha dato l’assalto all’ambasciata dell’Arabia Saudita nella capitale a un consolato nella città di Mashad. Le autorità iraniane hanno arrestato a Teheran 40 persone e hanno pubblicamente detto di non voler tollerare altre manifestazioni. Nondimeno, l’Arabia Saudita ha rotto i rapporti diplomatici, subito seguita nella decisione dal Bahrein, mentre il Kuwait e gli Emirati Arabi Uniti hanno sospeso i rapporti politici con la Repubblica degli ayatollah.
Rispetto a tutto questo le Nazioni Unite e il loro Segretario Generale, che pure hanno ricevuto lettere di spiegazione dai Governi di Arabia Saudita e Iran, hanno pensato bene di reagire con il solito doppio standard. All’Iran, colpevole di non aver protetto le sedi diplomatiche saudite, una mozione ufficiale di condanna firmata dai quindici Paesi del Consiglio di Sicurezza, che al momento sono: Usa, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna (membri permanenti) più Angola, Malesia, Nuova Zelanda, Spagna, Venezuela, Egitto, Giappone, Senegal, Ucraina e Uruguay (membri non permanenti). Non una parola, in questa mozione, sulle 47 condanne a morte né sulla 
decapitazione degli oppositori.
Sulle azioni dell’Arabia Saudita, al contrario, solo un patetico belato di Ban Ki-moon sul tema dei diritti umani. Resta così agli atti della comunità internazionale una ricostruzione dei fatti secondo cui una folla di iraniani avrebbe attaccato le rappresentanze saudite… 
senza motivo, forse in preda a un raptus.
Nel frattempo in Bahrein restano in carcere duemila oppositori politici e domani, se nulla cambia, andrà sotto processo Mohammed al-Maskati, fondatore della Lega Giovanile per i Diritti Umani, tre anni fa accusato di “partecipazione a una riunione illegale” e da allora perseguitato con campagne diffamatorie, minacce di morte e arresti. La famosa “riunione illegale” era un incontro pubblico a Ginevra, a margine della riunione del Consiglio Onu dei diritti umani, in cui aveva denunciato la repressione della Primavera del Bahrein nel febbraio del 2011.
A proposito di Consiglio Onu dei diritti umani: il suo comitato consultivo, dal settembre scorso, è presieduto da Faisal bin Hassan Thad, ambasciatore dell’Arabia Saudita presso le Nazioni Unite. Il quale, grazie alla carica ottenuta soprattutto per il voto favorevole dei Paesi musulmani (sunniti) dell’Asia, potrà scegliere gli esperti chiamati a pronunciarsi sui diritti umani. 

Non vediamo l’ora di capire quali saranno gli esperti interpellati dal diplomatico del Paese delle decapitazioni, dei 30 mila detenuti politici, dei bombardamenti sulle città e i villaggi dello Yemen, del sostegno ai jihadisti che combattono in Siria, dei carri armati mandati in Bahrein a soffocare nel sangue la Primavera del 2011. Dall’ambasciatore dello stesso Paese che ha concesso l’ingresso agli esperti Onu sui diritti umani (gli stessi che ora sceglie e presiede) nel 2008 e da allora tiene in sospeso (in sostanza, boicotta) altre otto richieste di visita da parte dell’Onu.
Nella lettere con cui la rappresentanza all’Onu dell’Arabia Saudita avanzava la candidatura di Faisal bin Hassan Thad, c’era scritto, forse a titolo di garanzia, che “agendo sulla base della legislazione saudita, che deriva dalla shari’a (legge islamica, n.d.r) che garantisce i diritti umani di tutti, e sulla base della costante dedizione dell’Arabia Saudita per i diritti umani e del dovere dello Stato di rendere effettivi e proteggere tali diritti in accordo con i trattati internazionali, il Governo ha stabilito la Commissione per i diritti umani”.
Per quanto il regime iraniano sia repressivo la sua parte e non possa far prediche a quello saudita, questa è una colossale presa in giro che l’Onu, peraltro, si merita. L'Iran è tenuto sotto controllo da decenni, ai sauditi tutto è permesso, con i risultati che vediamo in tutto il Medio Oriente. E per quelli come Alì Mohammed al-Nimr, nipote dello sceicco decapitato, arrestato a 17 anni per le proteste della Primavera del 2011 e condannato a morte a 20 anni, è un ultimo sputo in faccia.

 LEGGI ANCHE
L'ARABIA SAUDITA E' CAPO DI TURNO
DEL CONSIGLIO DEI DIRITTI UMANI DELL' ONU


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Pifferaio magico per gli intellettuali italiani



Dario Fo contro gli intellettuali italiani: 

"Sono inetti, tristi e asserviti al pensiero unico" 

Dalla legge sulle intercettazioni all'abolizione dell'articolo 18 e del Senato: se le cose che sta facendo Matteo Renzi le avesse fatte Silvio Berlusconi "avremmo riempito piazze e pagine di giornali". E invece c'è stato un "addormentamento paradossale, una specie di anestesia generale". Come ne "Il Pifferaio magico". E' un duro attacco quello di Dario Fo alla categoria degli intellettuali italiani. Il premio Nobel interviene su Il Fatto Quotidiano e critica "i giornalisti, che dovrebbero essere i primi ad avere presente l'importanza dell'informazione: a furia di suonare il flauto 
hanno sedato troppa gente!".

Non è solo un problema della stampa, però, scrive Fo:

"Abbiamo oggi una classe d'intellettuali che in gran parte ha perso il tamburo, un formidabile strumento per svegliare i bambini imbambolati. Tacciono in molti: noon hanno dignità e quindi non s'indignano. Ecco cos'è terribile e incredibile: la mancanza di indignazione". "Molti pensano: ma chi me lo fa fare di espormi? Un giorno magari avrò bisogno di qualcosa, di un favore, di un aiuto da chi ora sto criticando. Tutto è giocato sui ricatti, sulla possibilità di avere un vantaggio. Chi fa informazione o opinione ha capito una cosa: bisogna stare al gioco".
Secondo Dario Fo, "se ti metti a criticare, se obietti, se fai anche solo riflessioni non gradite, vieni semplicemente cancellato. Ormai l'andazzo è questo: segnare sulla lavaagna i nomi di coloro che si "sono comportati male". Chi non si allinea è fuori. E per fuori intendo fuori da tutto".

Per il premio Nobel quindi le conseguenze " di questo pensiero non unico ma asservito, conformista e opportunista sono terribili". Scrive Fo:

Spariscono gli anticorpi. Questo potenzialmente crea una società di inetti e di leccapiedi. Basta guardare i parlamentari che giustificano i loro voltafaccia con il caro vecchio 'Io tengo famiglia', una filastrocca dei tempi del Fascismo.
Lancia quindi l'allarme: "Vedo un accerchiamento della libertà d'espressione, le persone che hanno coraggio vengono emarginate".

Scrittori, registi, sceneggiatori, opinionisti solitamente impegnati. In prima fila nella firma di appelli e manifesti. Pronti a ingaggiare il corpo a corpo delle idee. Sul palco, in piazza, sui giornali. Con parole e opere: romanzi, film, canzoni, articoli. E ora, invece, stretti tra due accuse. Quella di Renzi e dei suoi laudatori, secondo cui le voci di dissenso sarebbero in blocco «professoroni, gufi, professionisti della rassegnazione». «Un giorno si parlerà finalmente delle responsabilità delle élite culturali nella crisi italiana: professori, editorialisti, opinionisti non sono senza colpe», disse il premier a “Repubblica” dopo pochi mesi di governo, il 4 agosto 2014. «Siamo gli unici che vogliono bene all’Italia, contro il disfattismo e il nichilismo, contro chi sfoga la sua frustrazione nelle polemiche», ha replicato, senza nominarlo, a Saviano dal palco della Leopolda.

E c’è, sul versante opposto, la seconda accusa, non meno bruciante, quella avanzata dall’autore di “Gomorra”. La timidezza verso il nuovo potere renziano nell’ambiente culturale «riformista». Gli intellettuali di sinistra che furono in prima fila negli anni del berlusconismo. E che ora appaiono svogliati. Ritrosi a schierarsi. Ritirati nei propri quartieri. Taciturni. In silenzio. Forse imbarazzati, di certo confusi. Per loro stessa ammissione.

«Renzi è di sinistra? Diciamo che, come Margherita dice in “Mia madre”, anch’io sono confuso in questa fase e preferisco tacere, piuttosto che dire cose generiche o banali… Sono contento se il governo è di centrosinistra, facendo però davvero riforme di centrosinistra. Ma ripeto: in questo periodo sono confuso e preferisco non dire cose a caso». Nanni Moretti ha interrotto di recente con un’intervista a “Oggi” e poi a “Le Monde” la sua distanza dalla politica. Per testimoniare, però, che in questa fase è meglio restare zitti piuttosto che parlare per non dire nulla.

Eppure per decenni Moretti ha portato sul grande schermo la crisi del Pci e della sinistra, da “Palombella Rossa” a “Aprile”, gli psicodrammi di militanti, dirigenti, semplici elettori, con le lettere mai spedite ai leader di partito. L’interpretazione del ministro socialista Botero in “Il portaborse” di Daniele Luchetti all’inizio degli anni ’90 anticipò Tangentopoli. E poi “Il Caimano” (2006) su Berlusconi e il conformismo di stampa e televisioni. E soprattutto la stagione dei girotondi, tra il 2002 e il 2003, quando il regista accettò di guidare un movimento e finì per assumere la leadership dell’anti-berlusconismo in un momento di debolezza politica dei partiti di centro-sinistra.

Ora è un altro momento. Di confusione. E perfino, per i cinquantenni-sessantenni coetanei di Moretti, di un sottile senso di colpa. «A me Renzi sta antipatico, non mi sento contiguo alla Leopolda, ma mi sono supremamente rotto le scatole di quello che ha fatto la mia generazione in politica», ha detto la settimana scorsa Michele Serra in tv a “Otto e mezzo”. In continuità con quanto l’ex direttore di “Cuore” aveva scritto su “l’Espresso” (11 maggio 2015): «Non esisterebbe Renzi se non fosse esistita, prima, una lunga stagione di impotenza. Matteo Renzi è il figlio più rappresentativo della crisi della democrazia italiana e più ancora della paralisi della società italiana. Chi lo critica ha quasi sempre ragione, ma alle spalle di quasi ogni critica c’è il sospetto inevitabile della conservazione. E se Renzi è quello che è, la colpa non è tutta sua».

De te fabula narratur: non è colpa di Matteo, e forse neppure del tutto merito suo, se con facilità impressionante ha conquistato il potere, scalato la sinistra, polverizzato i riferimenti culturali del passato, sgretolato il pantheon dei miti fondativi. Colpa di chi l’ha preceduto, dei dirigenti antichi e inamovibili, dei padri nobili che in ogni cambiamento hanno avvertito, sospettosi, l’ombra della fuoriuscita dal patto costituzionale su cui si è costruita la Repubblica e sono cresciute le culture politiche dei partiti, più forti e resistenti delle ideologie.

Il grande silenzio, come si intitolava il libro-intervista sugli intellettuali di Alberto Asor Rosa con Simonetta Fiori (Laterza, 2010), sembra essere la reazione di una certa generazione e di una certa cultura: quella che ha combattuto da sinistra negli anni Ottanta la modernizzazione di Bettino Craxi, il rampantismo socialista e poi, naturalmente, il berlusconismo trionfante. E che ora, dopo tante battaglie e molte sconfitte, non se la sente più di intrecciare un conflitto anche con il premier rottamatore. Anche perché, come dice Serra, «Renzi non è come Berlusconi».

C’è chi questo passaggio l’ha fatto con agilità e senza farsi troppi problemi: ad esempio Francesco Piccolo, sceneggiatore di Moretti, con “Il desiderio di essere come tutti” (Einaudi, 2013), vincitore del premio Strega, uscito nei mesi in cui Renzi dava l’assalto al vertice del Pd e poi a Palazzo Chigi, aveva già ben rappresentato la felicità di un intellettuale di sinistra pronto a tuffarsi nella nuova epoca.

Sul versante opposto, quello della critica, si schierano intellettuali di altre generazioni e di altri filoni culturali, più azionisti che ex Pci. Sono loro i «famigerati professoroni». Giuristi come Stefano Rodotà o come Gustavo Zagrebelsky, ex presidente della Corte costituzionale, che denuncia nel suo ultimo libro “Moscacieca” (Laterza, 2015) «l’allergia per il pensiero non allineato» e si spinge a comporre l’elogio del pessimismo contro la «leggera, fatua, insulsa allegrezza che fluttua qua e là senza alcun costante e maturo impegno per un’opera degna della parola politica».

Professori come Asor Rosa che attacca «la mutazione genetica» del Pd. E storici come Marco Revelli: erano in tanti il 3 dicembre a discutere nella sede romana della casa editrice Laterza il suo ultimo libro “Dentro e contro”, una delle più compiute requisitorie contro il sistema renziano. Seminario ad alta tensione, con uno scontro senza ipocrisie tra l’autore e il giurista Sabino Cassese, ex giudice della Corte costituzionale, difensore delle riforme del governo Renzi.

Perché in questi mondi l’atteggiamento da tenere nei confronti del premier spacca, divide. Renzi, nelle pagine di Revelli, è descritto come Callicle, piccolo filosofo ateniese del V secolo a.C., «archetipo di quel disprezzo per la conoscenza e per i sapienti che ritornerà infinite volte nelle zone grigie della storia». Un modello di potere post-democratico nell’Europa attraversata dai populisti: «L’Italia danza sull’abisso, nelle mani di un funambolo che cammina sulla fune senza rete. E tutti lì sotto, con il naso in aria, a gridare di accelerare».

Tutti chi? Inutile cercare pensatori vecchio stile tra gli intervenuti all’ultima edizione della Leopolda. Nelle precedenti kermesse aveva colpito e affascinato la platea lo scrittore Alessandro Baricco, con la sua narrazione popolata di spazi bianchi da riempire, pezzi sulla scacchiera da muovere per primi, navi da bruciare alle spalle.

Ma questa volta non si è fatto vedere, né lui né altri artigiani dell’immaginario. E non si trovano citazione di contemporanei nel discorso finale di Renzi, con l’eccezione di Paolo Sorrentino, fresco vincitore degli Efa di Berlino, l’Oscar europeo, il regista prediletto dal premier. Forse perché almeno gli ultimi due titoli, “La Grande Bellezza” e “Youth - La giovinezza”, sono involontariamente, inconsciamente renziani. O forse perché, semplicemente, Sorrentino è un outsider che vince, come sempre si rappresenta l’ex ragazzo di Rignano.

Nell’ultima edizione è stato lanciato il think tank che avrà il compito di formare la classe dirigente di domani. A dirigere “Volta” sarà Giuliano Da Empoli, presidente del Gabinetto Viesseux, già assessore alla Cultura con Renzi sindaco, ritornato nell’orbita di Matteo dopo qualche dissidio. Il suo “La prova del potere” (Mondadori, 2015) è il manifesto dei nati tra la fine degli anni Sessanta e i Settanta del secolo scorso, «vaso di coccio tra due generazioni di ferro, i nativi dell’ideologia e i nativi della tecnologia», i quarantenni che traggono da questa debolezza la loro forza: i Sorrentino, i Renzi e i Saviano, e già, c’è anche lui, l’irregolare scrittore diventato il nemico del popolo nel raduno dell’ex stazione fiorentina.

La generazione Renzi raccolta da Christian Rocca, direttore di “IL”, il mensile del “Sole 24-Ore” in “Non si può tornare indietro” (Marsilio, 2015), in cui si ritrovano toni forse perfino più renziani dell’originale che ha in odio qualsiasi ideologia, compresa eventualmente la sua.

C’è anche questo, la difficoltà per gli intellettuali di professione di interloquire con un leader pragmatico, compiutamente post, impossibile da incasellare in una definizione. Che per di più si agita su un terreno di gioco, il confine della politica nazionale, con sempre minore significato. In Francia gli intellettuali litigano e si dividono tra mondialisti e identitari. In Italia il balcone è vuoto, come nell’ultima scena di “Habemus papam”. Forse per questo Moretti è confuso. E anche gli altri non stanno tanto bene.

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Isis uccide reporter donna rimasta a Raqqa


Ruqia Hassan scriveva su internet con lo pseudonimo Nisan Ibrahim

Siria: Isis uccide l’unica reporter donna rimasta a Raqqa.

 “Loro mi tagliano la testa, io ho la dignità”

Sfidava l’Isis con articoli ironici sul web, uccisa l’unica giornalista indipendente di Raqqa
Ruqia Hassan denunciava le condizioni di vita nella roccaforte del Califfato in Siria

Ad annunciarlo sono stati gli attivisti locali citati dall’associazione giornalistica Syria Direct. La donna, 30 anni, sarebbe stata uccisa a settembre dagli uomini dell'autoproclamato Califfato

È stata uccisa l’unica reporter indipendente donna che da Raqqa, roccaforte jihadista in Siria, aveva continuato a osare sfidare negli ultimi mesi l’Isis con le sue cronache cittadine, le sue denunce e la sua sferzante ironia sul web. Lo annunciano attivisti locali citati dall’associazione giornalistica Syria Direct e ripresi oggi da media britannici, stando ai quali da ottobre sale ad almeno 5 il numero dei giornalisti controcorrente assassinati dai seguaci del Califfo. 

“ERA UNA SPIA”  
La morte della ragazza, Ruqia Hassan, fattasi conoscere sulla rete come una coraggiosa “citizen journalist”, talvolta con lo pseudonimo di Nisan Ibrahim, risalirebbe a qualche tempo fa. Ma solo nei giorni scorsi sembra che l’Isis abbia comunicato ai genitori di averla «giustiziata» in quanto «spia», raccontano gli attivisti, diffondendo anche quelli 
che vengono presentati come gli ultimi tweet di Ruqia. 

L’ARMA DELL’IRONIA  
«Sono a Raqqa e ho ricevuto minacce di morte - vi si legge - ma quando l’Isis mi arresterà e mi ucciderà sarà tutto ok, perché loro mi taglieranno testa e io ho la dignità. Meglio che vivere nell’umiliazione sotto l’Isis». L’Independent traduce poi l’ultimo post sul profilo Facebook della ragazza, pubblicato a luglio per ironizzare sulla guerra al wi-fi dichiarata dai jihadisti nella sua città. «Avanti - scriveva Ruqia - tagliateci internet, i nostri piccioni viaggiatori non se ne lamenteranno». 

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Un video rubato nascondendo la telecamera sotto il niqab, il velo nero che copre obbligatoriamente tutte le donne che vivono a Raqqa, la capitale del califfato islamico, in Siria. Lo ha girato una giovane della città siriana, da oltre un anno sotto il tallone delle milizie islamiste. Si vedono le vie piene di barbuti armati, come nella Kabul ai tempi dei taleban. Da due uomini a bordo di una macchina arriva un rimprovero: “Ehi, che fai”. La giovane viene rimproverata perché mostra parte del viso. Ma risponde con ironia: “Si vede che il mio niqab è trasparente”.
Poi la giovane entra in un seminterrato: un Internet Point nel cuore di Raqqa. Madri e ragazze che comunicano con parenti all’estero, molti in Francia, via e-mail e Skype. Le giovani sono le più radicalizzate, non vogliono tornare in Europa “perché ci troviamo bene qui”. E un’altra: “Tutto quello che vedete sulle tv occidentali è falso!”. E le madri non capiscono una scelta così radicale.

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giovedì 7 gennaio 2016

Immagini del 2015 Ecologia


Scioglimento a cascata 
non piu' sgretolamento del Ghiaccio
GUARDANE ALTRE 
dal Surfista in un mare di rifiuti
alle città più grandi del mondo





















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domenica 3 gennaio 2016

La Prima Guerra Mondiale fu una Grande Menzogna




La Prima Guerra Mondiale fu una Grande Menzogna

Sta per passare l'anno del centenario di una delle tante mistificazioni che tappezzano la nostra storia.

Cento anni fa l'Italia entrava in guerra al fianco dell’Intesa contro gli Imperi centrali. Una scelta che ha segnato per sempre i destini del nostro Paese. Tutti i protagonisti sono morti: vittime e carnefici. Ma non è morta la retorica “nazionalista” che altera, ancora oggi, la verità. 
La storia ci racconta che la “grande guerra è stato un passaggio fondamentale nel processo di costruzione del nostro Paese, perché è nell’affratellamento delle trincee il primo momento vero in cui si sono “fatti gli italiani” (come dichiarò l’allora sottosegretario Paolo Peluffo)”. Una storia stantia, ammuffita, quella guerra ha drammaticamente segnato l’immaginario, la cultura, la politica e la storia del nostro Paese. Ha inciso la carne stessa delle centinaia di migliaia di vittime, mutilati, feriti, prigionieri (terribile fu la sorte dei prigionieri italiani, che non ebbero dal nostro governo alcun sostegno materiale, perché considerati vili o disertori). La guerra ha colpito chi l’ha combattuta allo stesso modo delle famiglie a cui queste persone sono state sottratte per essere restituite cadaveri, o non essere restituite affatto; o restituite a volte con devastazioni fisiche e psicologiche inimmaginabili. Perché nella I guerra mondiale tutti gli strumenti di distruzione disponibili
 (gas, mitragliatori, aerei, artiglieria, lanciafiamme, proiettili dum-dum, sommergibili) 
furono utilizzati su larga scala e senza limiti.

Ancora oggi non sappiamo, se non in modo approssimativo, i numeri dei morti, dei feriti, dei civili deceduti (direttamente e indirettamente a causa della guerra), dei prigionieri abbandonati dall’Italia, dei soldati impazziti al fronte, e già questo dà il segno della brutalità e della violenza della guerra. Secondo gli studi più attendibili, durante i 5 anni di guerra, su un totale di 74 milioni di soldati mobilitati dai Paesi belligeranti, vi furono complessivamente 10 milioni di morti (e dispersi), 21 milioni di feriti – fra cui 8 milioni di mutilati ed invalidi, quindi feriti permanenti – e 8 milioni di prigionieri su tutti i fronti. Per quanto riguarda l’Italia – e anche qui i numeri sono incerti, molto probabilmente sottostimati rispetto alla realtà – si contano oltre 650mila morti, di cui 400mila al fronte, 100mila in prigionia e i restanti a causa di malattie contratte durante la guerra. Inoltre in 500mila tornarono dal fronte mutilati, invalidi o gravemente feriti e oltre 40mila con gravissime patologie psichiche dopo anni di trincea. 
L’entrata in guerra fu un “grande affare” per i gruppi industriali italiani che ha alimentato la grande truffa delle spese di guerra. Episodio, questo, totalmente occultato. Un ignobile arricchimento fatto sulla pelle delle migliaia di italiani mandati a morire. Si trattò della prova generale della corruzione sistemica che avrebbe caratterizzato il nostro Stato. La Commissione parlamentare d’inchiesta sulle spese di guerra fortemente voluta da Giolitti raccolse, seppure a fatica, una documentazione imponente. Non ci fu un settore delle commesse di guerra che non fosse stato coinvolto dalla corruzione. Fatture pagate per materiali mai consegnati o solo in parte consegnati, fatture pagate due volte, forniture di materiali di pessima qualità e, finita la guerra, riacquisto a bassissimo costo di quanto non era stato nemmeno consegnato. La guerra costò in alcuni settori anche il 400% in più del dovuto, si può ben comprendere con che danno irreparabile per la casse dello Stato. Un debito enorme che l’Italia si sarebbe trascinata per decenni fin dentro la vita repubblicana. La cattiva qualità delle forniture provocò disagi gravissimi dagli armamenti fino alle stoffe delle divise che avide d’acqua ghiacciarono negli inverni di trincea o alle scarpe che duravano in media da 4 giorni a 2 mesi. La guerra si trasformò in una colossale truffa per lo Stato. Anche l’acquisto di quadrupedi negli Stati Uniti divenne occasione di corruzione, gli ufficiali addetti comprarono a caro prezzo migliaia di cavalli e di muli d'età veneranda, pronti a morire ancora nel viaggio di consegna. La commissione fu di fatto neutralizzata da Mussolini, intanto arrivato al potere, e i risultati dei suoi lavori sconosciuti e inapplicati. L’industria italiana che tanto aveva sostenuto gli interventisti trasse profitti illeciti ed enormi. Fra le industrie più note l’Ansaldo che fatturò due volte e si fece pagare due volte una intera fornitura di cannoni o l’Ilva che aveva investito centinaia di milioni per finanziare la stampa nazionale e locale perché creasse nell’opinione pubblica un clima
 di complessivo consenso alla guerra.



La guerra è stata “preparata” anche dall’opinione pubblica di allora con una enorme macchina propagandistica al servizio della politica interventista. Poche sono state le voci critiche. Chi si è distinto in questo è stato è stato il Pontefice Benedetto XV. Tra la fine del 1914 e il maggio del 1915, in pochi mesi l’Italia passò dal più convinto neutralismo al più acceso nazionalismo. Trascinando gran parte dell’opinione pubblica su posizioni belligeranti. Un risultato del genere non può che essere attuato attraverso una capillare organizzazione del consenso, una delle prime attuate in maniera così sistematica e capillare in Italia, che coinvolgeva scrittori e testate giornalistiche, riviste letterarie e singoli intellettuali. Una circostanza che dovrebbe far riflettere sull’efficacia della propaganda nelle società di massa. All’interno di questo panorama culturale, intellettuale e anche religioso di sostanziale esaltazione, o almeno di acritica accettazione della guerra, emerge la figura di Benedetto XV il quale ebbe il coraggio di esprimere da subito una condanna totale e ferma nei confronti della guerra di cui intuì le straordinarie capacità mortifere. Le righe da lui dedicate alla guerra nella sua prima enciclica del 1° novembre 1915 "Ad beatissimi" sono di una chiarezza esemplare. Scontentò tutti con questa posizione e ancor più con le proposte di pace o almeno di armistizio che più volte concretamente avanzò. Nessuno le prese in considerazione e per questa sua posizione fu condannato alla cancellazione nella storia del ’900 tanto che possiamo definirlo il papa sconosciuto. Ma non si limitò soltanto alla condanna e alla possibilità di tregua, armistizio e pace, promosse forme di assistenza ai prigionieri di guerra e di collegamento e informazione tra prigionieri e famiglie. Un’opera silenziosa e preziosa soprattutto quando l’Italia decise di abbandonare i propri militari prigionieri considerandoli disertori. In compenso viene esaltata la figura molto controversa di Padre Agostino Gemelli. Un frate totalmente asservito alla propaganda guerrafondaia. Gemelli era capitano medico assegnato al Comando Supremo. In quel ruolo fu uno dei più ascoltati consulenti di Cadorna. Come psicologo si propose di trovare i modi per abbassare ogni forma di resistenza tra i soldati rispetto alla morte che li attendeva negli inutili assalti. Alla stessa morte Gemelli attribuiva una valenza religiosa in grado di convincere i fanti che si trattava della condivisione con la missione salvifica del Cristo. Gli articoli di Gemelli di quegli anni e il suo libro "Il nostro soldato" sono un’abominevole raccolta di pensieri raccapriccianti dove la fede viene posta a servizio di una causa di morte. Gemelli scriveva che la conversione del soldato si realizzava sul letto dell’ospedale prima di morire, ma era cominciata al fronte e ad essa aveva dato un contributo decisivo una singolare forza di catechesi, la catechesi del cannone. Pertanto la guerra era compresa come provvidenziale occasione di rinascita cristiana. Gemelli fu molto abile a preparare un intruglio di edificazione-rassegnazione di fronte alla catastrofe della guerra offrendo ad essa una mistica consolatrice come quando scrive: «Per noi che rimaniamo, per le spose, per le madri, per i figli, per le sorelle, per gli amici, per i compagni d’armi, per quanti siamo in lutto in queste giornate di prova la morte dei nostri giovani è ragione di conforto. Essi hanno accettato di morire, perché hanno sentito la bellezza cristiana del sacrificio per la patria. Essi hanno fatto di più: hanno fatto risuonare nella morte questa dolce voce della speranza cristiana che consola, che rende forte, che sprona al sacrificio, che ci fa degni insomma dell’ora della prova che oggi viviamo»

Altra figura negativa è stata quella del generale Cadorna (insieme al Comando supremo). Dal punto di vista strategico per la totale incompetenza a comprendere le caratteristiche della nuova guerra dove gli assalti ripetuti alle trincee nemiche erano destinati al totale fallimento, le nuove armi permettevano di difendere le trincee dalle ondate di fanti che egli mandava incurante a morire. Una scelta folle che mostrò progressivamente il totale disprezzo che aveva per la vita umana. Ma l’incapacità strategica apparve sin da subito quando, dichiarata la guerra da parte italiana, Cadorna temporeggiò tanto da lasciare agli austriaci tutto il tempo di rinforzare le fortificazione fino a renderle inespugnabili. A questo si accompagnò il ben più grave sistema repressivo per costringere con ogni mezzo i soldati ad andare a morire. Qualsiasi dubbio sulla guerra e ogni forma di protesta fu repressa nel sangue con processi farsa, con sentenze che ebbero immediata applicazione, con tribunali speciali fino alle esecuzioni sul posto (lasciando ai comandanti totale arbitrio di vita e di morte nei confronti dei sottoposti). Altro sistema largamente diffuso furono le decimazioni tra i soldati fortemente volute da Cadorna per instaurare un regime di terrore nella truppa. Cadorna era un cattolico devoto e assunse questo ruolo di spietato carnefice come personale missione a servizio della guerra. L’obbedienza cieca divenne elemento della mistica di guerra nella quale il campo di battaglia e di morte divenne il luogo del pericolo e dell’onore.

Altro inganno fu la propaganda costruita sulla Vittoria. Appena conclusa la guerra, prese il via una sorta di “frenesia commemorativa” fatta di monumenti ai caduti, grandi sacrari militari, fino alla trasformazione del Vittoriano in monumento al Milite Ignoto. In un primo momento la necessità dell’elaborazione del lutto, anche collettiva, da parte dei famigliari e degli amici delle vittime ha avuto un ruolo importante, e lapidi e monumenti ai caduti hanno svolto anche questa funzione. Ma subito dopo, e in particolare dopo la presa del potere da parte del fascismo, è stata attuata una vera e propria “politica della memoria” per costruire una sorta di religione della patria fondata sul “sacrificio eroico” dei soldati. Infatti i nuovi monumenti ai caduti spesso abbandonano le connotazioni troppo veriste per assumere quelle dei guerrieri nudi della classicità, rafforzando così i tratti eroici e trasformando il soldato-contadino in fante-guerriero, attorniato da fasci littori, scudi e daghe. A partire dal 1928, poi, il regime vieta la costruzione di monumenti di iniziativa locale e attribuisce al governo centrale la progettazione e la costruzione di grandi monumenti e sacrari nazionali. Il nuovo sacrario militare di Redipuglia – che sostituisce il precedente Cimitero degli invitti che a Mussolini non piaceva proprio perché poco eroico – è l’emblema di questo uso politico della morte e della memoria: 22 giganteschi gradoni di marmo bianco, che contengono le spoglie di oltre 100mila soldati, su ciascuno dei quali è scolpita ossessivamente la parola «Presente», come nel rito dell’appello durante i funerali o le commemorazioni dei “martiri fascisti”, a cui quindi vengono equiparati i caduti della I guerra mondiale. 
Quel conflitto è stato un orrore, tutta la tecnologia di allora asservita alla macchina infernale della guerra, eppure viene “celebrato”. A cento anni di distanza lo spirito critico fatica ad emergere. Come costruire una nuova memoria storica? Demistificare la narrazione apologetica e celebrativa della I guerra mondiale significa porre le basi per creare una più solida coscienza critica non solo del perché fu orrore quella guerra, ma di come lo sono state anche altre guerre. È per questa ragione che oggi l’ideologia dominante celebra ancora il falso “mito” della I guerra mondiale. Per rendere le masse più disponibili ad accettare come l’orizzonte della guerra esista ancora. Che esso faccia in qualche modo parte del nostro Dna. Che non è bella, ma a volte è necessaria. Va invece suscitato un orrore lucido e razionale nei confronti di quella guerra come di tutte le altre, un orrore generatore di pensiero e non unicamente emotivo – nei confronti della “grande menzogna” che continua anche oggi. Certo, la memoria è corta. E la storia non ha quasi mai insegnato nulla a chi l’ha studiata distrattamente, accontentandosi di attingere al senso comune ed alle fonti di “sistema”. Ma l’esercizio critico è una delle (poche) armi che ancora abbiamo a disposizione se non per trasformare la realtà almeno per comprenderla, che è poi la pre-condizione per tentare di cambiarla.


Al precedente discorso su Cadorna e ai suoi metodi repressivi, si riallaccia anche la richiesta dell'Ordinario militare di "Riabilitare i disertori come Caduti". Chiede di rivedere il giudizio storico che da 100 anni relega nell'oblìo chi abbandonò la trincea. Un fenomeno che coinvolse tutte le forze in campo, alimentato non tanto dalla paura quanto dalla nostalgia per la famiglia e odio per l'ingiustizia delle autorità militari. Le condanne furono circa centomila. Impossibile sapere con esattezza i fucilati, almeno un migliaio (a Redipuglia, il 16 luglio 1917, un ammutinamento nella Brigata Catanzaro, si concluse il giorno successivo con la fucilazione di 28 soldati). Il numero esatto dei morti per diserzione nella Grande Guerra non è conosciuto. Sulla base della documentazione disponibile, l'Italia detiene il primo posto: su 4 milioni e 200 mila soldati al fronte, ne furono "giustiziati" circa 1000. Fra questi, anche i cosiddetti "decimati", soldati estratti a sorte da reparti ritenuti "vigliacchi" e passati per le armi "per dare l'esempio". L'esercito francese che iniziò la guerra un anno prima, nel 1914, ebbe al fronte 6 milioni di soldati, 700 i fucilati. Nell'esercito inglese furono 350, in quello tedesco una cinquantina. 
Un po' di chiarezza sulle dimensioni e le ragioni della diserzione viene dal saggio del 2001 "I disobbedienti nell'esercito italiano durante la Grande Guerra di Bruna Bianchi, docente all'Università Cà Foscari di Venezia e grande studiosa del primo conflitto mondiale (reperibile sul sito della Fondazione Basso, ndr). Il reato di diserzione, scrive Bianchi, "fu la forma di disobbedienza più diffusa durante il conflitto", con un "aumento progressivo del reato ben esemplificato dal numero delle condanne: da 10.272 nel primo anno di guerra si passò a 27.817 nel secondo e a 55.034 nel terzo". Per arginare il fenomeno, si estese progressivamente la possibilità di comminare la pena di morte, fino a prevedere anche "ritorsioni nei confronti dei famigliari, come la confisca dei beni e la privazione del sussidio per effetto della sola denuncia".
La sorpresa viene dalle ragioni che spinsero alla diserzione. E' sorprendente leggere di come la paura contasse ben poco nell'allontanare i giovani italiani dalle trincee. Altri due sentimenti incisero nel loro animo, con ben altra profondità. La nostalgia della famiglia, innanzitutto, accompagnata dal desiderio di aiutare i propri cari. E poi, l'odio per l'autoritarismo. 
Bianchi cita in particolare lo studio di un campione di 1300 soldati, giudicati da vari tribunali. In maggioranza i soldati si allontanarono per ragioni familiari (oltre il 64%)" con "assenze brevi (il 52% si allontanò per non oltre 10 giorni), seguite da spontaneo rientro (61%)". Un altro importante "gruppo di motivazioni (il 30%)" rimanda alla disciplina e alla vita di guerra. "L'autoritarismo brutale e la mancanza di regolarità delle licenze sono motivazioni che emergono con forza dagli interrogatori in istruttoria. Nell'animo dei soldati, cui fu negato di rivedere i parenti in punto di morte, risentimento e indignazione si mutarono in cupo rancore, in un sentimento di odio a stento trattenuto".
Recentissimo, pubblicato nel 2014 da Bfs, è invece il nuovo libro di Marco Rossi "Gli ammutinati delle trincee: dalla Guerra di Libia alla Prima guerra mondiale 1911-1918". Da tempo impegnato nella ricerca storica sulle vicende del movimento operaio dopo la Prima Guerra Mondiale, con particolare attenzione verso l'antifascismo anarchico, Rossi analizza la diserzione per dare voce, in questo caso, "al coraggio di restare umani, anche a rischio della fucilazione per disfattismo" di quei contadini e operai che "non accettarono passivamente di morire, da Tripoli a Caporetto, per interessi e logiche non loro". Rossi scrive di "prigionieri delle trincee" che "combatterono una loro guerra dentro la guerra, ammutinandosi agli ordini criminosi dei generali, disertando, dandosi alla macchia, animando rivolte per difendersi da una patria che li mandava al massacro 
e li voleva assassini di altri sfruttati".
Cit. da "La grande menzogna" e d'un art. di Paolo Gallori


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