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sabato 31 gennaio 2015

Sergio Mattarella : presidente della Repubblica Italiana



Mattarella Sergio : Presidente della Repubblica Italiana.

 Renzi ha vinto, Berlusconi ha perso, Grillo spettatore

 Il candidato unico voluto dal premier Matteo Renzi ha ottenuto 665 voti, ben al di sopra di quanto erano previsti e ben più di quanti erano necessari (505).

Matteo Renzi è sicuramente il trionfatore di queste elezioni. Il premier non aveva mai giocato una partita politica e istituzionale di tale livello eppure ha dimostrato grandi capacità strategiche: ha incassato i voti di Forza Italia sulla legge elettorale, ha lasciato che Alfano e Berlusconi facessero il loro gioco attorno alle candidature di Amato e Casini ma alla fine ha serrato i ranghi del Pd, facendo scacco matto con Mattarella.

Berlusconi è sicuramente è il perdente massimo. Aveva creduto nel patto del Nazareno, si è fidato del premier, rimanendo con un pugno di mosche in mano. In più si trova Forza Italia spaccata ancora più di prima, con Fitto sulle barricate e i fedelissimi che non credono più alle sue capacità politiche.

Beppe Grillo è rimasto spettatore col suo Movimento 5 stelle. Prima ha fatto fare le quirinarie sul web vinte da Imposimato, poi ha pensato di inserirsi all’ultimo minuto sul nome di Mattarella per mettere in difficoltà il Pd, ma con il suo gioco non è stato capace di mettere una bastone tra le ruote a Renzi.

Moderato, serio, ragionatore. Perse le staffe solo quando la Dc virò a destra

La passione per i meccanismi elettorali ce l’aveva fin da ragazzo, il nuovo Presidente Sergio Mattarella, e vent’anni fa legò il suo nome alla legge che introdusse in Italia i collegi uninominali e battezzò la Seconda Repubblica. Ironia della sorte, quel sistema studiato a tavolino da uno che a trent’anni costruiva scientificamente, insieme al fratello, strategie e candidature per le elezioni regionali siciliane, invece di garantire il traghettamento di quel po’ ch’era rimasto della classe dirigente, dall’epoca della dannazione al nuovo mondo, aprì la strada a Berlusconi e a un centrodestra imbastito in fretta e furia, arrivato assai acerbo nella stanza dei bottoni. Mite, pacato, serio, ragionatore, alzi la mano chi lo ha mai sentito una volta alzare la voce: così chi lo conosce lo descrive da sempre. Eppure in quell’incredibile ’94 in cui il Cavaliere in soli tre mesi spiccò il balzo da Arcore a Palazzo Chigi, complice il terribile errore politico di Achille Occhetto e Mino Martinazzoli di presentarsi divisi, Sergio Mattarella una volta perse la calma. Sarà stato il 20 di giugno, in un sotterraneo dell’hotel Ergife, un albergone romano sulla via Aurelia usato per celebrare i concorsi pubblici con migliaia e migliaia di candidati. In una saletta dalla luce incerta, non distante da quella in cui qualche mese prima Craxi aveva gettato la spugna, il Partito popolare erede della vecchia Dc rifletteva sulla peggiore sconfitta della sua storia: dieci milioni di voti, raccolti e persi per la maggior parte nei collegi, dove la legge spietata del vince chi ha un voto in più aveva visto cadere decine di candidati, e alla fine solo una novantina di eletti arrivare a Camera e Senato.

Il fondatore, Martinazzoli, s’era dimesso. Tra risentimenti e divisioni interne, era arrivato inaspettatamente a succedergli il professor Rocco Buttiglione, teorico di una inevitabile svolta a destra del partito che aveva nel suo Dna il “centro che guarda a sinistra”. Tensione, proteste, inutili discussioni regolamentari, come succede spesso quando la politica non ha più argomenti, e però i numeri sono numeri e Buttiglione ce la fa. A quel punto, un pezzo di sinistra dc, che fino a quel momento aveva governato il partito, si alza e se ne va. Escono gridando, sotto gli occhi increduli di chi rimane: “Fascisti, fascisti, fascisti!”. A guidare il piccolo corteo dei resistenti ci sono Rosi Bindi e Mattarella. Oggi che sono in pochi a ricordarsi di quell’episodio, nessuno si meraviglia: neppure gli amici siciliani abbottonatissimi sugli aneddoti sul Mattarella giovane, che ripetono che Sergio è sempre stato così: moderato, razionale, disponibile, ma fermo su principi e valori, sui quali non transige.

Come quell’altra volta, che dicono gli sia costata l’ostilità berlusconiana di questi giorni, che si dimise insieme ad altri quattro ministri, manco a dirlo della sinistra democristiana, per non dover votare la fiducia posta da Andreotti sulla legge Mammì, la prima regolamentazione dell’etere televisivo rimasto fino a quel momento selvaggio e occupato in parte da Berlusconi con le sue tv. Fu Mattarella a illustrare le ragioni di quella decisione repentina, il pomeriggio del 26 luglio 1990: «La fiducia per violare una direttiva comunitaria è inaccettabile». Andreotti per tutta risposta in sole ventiquattr’ore nominò cinque nuovi ministri, scegliendoli in parte dalla stessa corrente, e la legge Mammì fu approvata.

Come capita talvolta, i due fratelli Piersanti e Sergio Mattarella, figli di Bernardo, parlamentare e ministro Dc negli anni del Dopoguerra, erano molto diversi tra loro. Si dice che in ogni famiglia siciliana ci sia un figlio arabo e uno normanno: così Piersanti, il maggiore, aveva il piglio di un guerriero saraceno ed era stato l’erede designato della tradizione politica paterna. Mentre Sergio aveva scelto gli studi e l’università, dov’era andato in cattedra presto come costituzionalista. Per molti anni i due fratelli, che avevano sposato due sorelle, Irma e Marisa (scomparsa di recente), figlie del grande romanista Lauro Chiazzese, si erano dedicati a difendere nelle aule di giustizia l’onore del padre dalle accuse, mai dimostrate, di legami con la mafia. Poi Piersanti aveva preso la statura del leader, indeciso tra la dimensione regionale e quella nazionale.

Nel 1979, benché fosse ormai maturo il suo debutto in Parlamento, Benigno Zaccagnini, il segretario della Dc che veniva dalla Resistenza e amava le feste campagnole nella sua Romagna, al canto di “Bella ciao”, lo aveva convinto a restare in Sicilia, puntare alla presidenza della Regione e fare una bella opera di pulizia nell’amministrazione infestata di legami clientelari e criminali. La risposta della mafia, il 6 gennaio del 1980, furono le raffiche di mitra che fermarono per sempre il guerriero di casa Mattarella. Piersanti era stato ammazzato davanti al portone di casa sua. In quello accanto, al pianterreno di via Libertà 135, nel centro elegante della città sventrata dalla speculazione mafiosa, c’era lo studio in cui, accanto al presidente della Regione, si riunivano il fratello Sergio, un altro giovane professore di diritto amministrativo che si chiamava Leoluca Orlando e un economista, Salvatore Butera, che guidava l’ufficio studi del Banco di Sicilia. Era il “think-tank” del giovane presidente che cominciava a sentirsi accerchiato e dedicava le sue serate a ragionare con quel gruppo di giovani professorini che condividevano la sua sfida.

La carriera politica di Sergio Mattarella (e di Leoluca Orlando, di lì a poco, con l’aiuto di Sergio, sindaco eretico di una giunta con i comunisti) cominciò quel giorno di Epifania in cui il fratello fu ammazzato. Se Piersanti non fosse morto in quel modo, forse avrebbe continuato a fare il professore. Invece il suo destino era di proseguire l’opera del fratello: in Parlamento, al governo, alla Corte costituzionale. E adesso al Quirinale.
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giovedì 29 gennaio 2015

Dario Fo: Renzi e Berlusconi prendono in giro gli Italiani




Ogni volta che riprende la corsa verso il Quirinale, il suo nome inizia a circolare. Ma lui assicura: “Ma no, non esiste. Io non lo avrei mai fatto. È una boutade. Ti fanno fuori in dieci giorni”. Ma si sa, come diceva qualche mese fa Sabino Cassese riprendendo un motto francese, “le cariche pubbliche non si sollecitano né si rifiutano”. Perciò Dario Fo rimane nella lista dei romantici da Bar Sport che vorrebbero vedere al Quirinale un intellettuale più che un politico di professione. E, se non fosse che il Nobel per la letteratura è considerato un filo-grillino, probabilmente la “renzata” per il Colle avrebbe avuto proprio i connotati del drammaturgo varesotto. Sentito dall’Ansa, comunque, Dario Fo sostiene che “in questo momento quello che è ovvio è che non sanno neppure loro dove andare. Stanno giocando a carte coperte”. Naturalmente si riferisce alla partita per l’elezione del Presidente della Repubblica (prima votazione, domani ore 15) e “loro” potrebbero essere i grandi elettori chiamati alle urne oppure i due protagonisti dell’attuale legislatura: Renzi e Berlusconi. Non entrambe le cose, perché né il premier né l’ex Cavaliere possono votare.

Sabato sera era alla “notte dell’onestà”, Dario Fo. Da sempre vicino a Beppe Grillo e ai suoi adepti, non è la prima volta che scende in piazza con il Movimento 5 Stelle. Lo fece anche prima delle Europee del 25 maggio in una Piazza del Duomo stracolma. Sabato è tornato in Piazza del Popolo a Roma, ma solo con un videomessaggio in cui, con la sua brillante e pungente ironia, si prendeva gioco di tutti i politicanti nostrani. “Berlusconi è più forte oggi che quando è andato al potere con le elezioni. È stato salvato ed ha in mano più potere perchè è determinante” dichiara all’agenzia di stampa, con un riferimento nemmeno troppo velato anche al premier Matteo Renzi reo di aver “salvato” l’ex Cavaliere.

Poi, il Quirinale. Naturalmente respinge una propria candidatura, anche se qualcuno, ci scommettiamo, la prenderà sul serio nel segreto del catafalco. Soprattutto nelle prime votazioni. Sui contraenti del Nazareno attacca: “hanno in mano le carte del gioco e si permettono di sfottere e prendere in giro non solo il Movimento 5 stelle ma tutta la popolazione”. Ma sul nome glissa: “Io non posso dire chi mi piacerebbe diventasse presidente” perché “il gioco è in mano loro” ma comunque “i miei sogni non hanno alcuna possibilità di essere realizzati”. Un’identikit? “Uomini semplici, gente pulita che non ha truffato, che non ha governato per anni e anni rubando”. Anche se questa non sembra essere la strada intrapresa, magari cercando un po’, Dario Fo potrebbe essere accontentato.

intervento di Dario Fo alla Notte dell'Onestà (Roma 24-01-2015)
#nottedellonestà

"Sarò sincero. Scusate, trovo inutile che noi si faccia giravolte di linguaggio per non ferire eccessivamente il nostro senso di patria e orgoglio civico. Guardiamoci bene in faccia, prendiamo un profondo sospiro e diciamocelo schiettamente: noi siamo un popolo di ladri. Fermi! Ho sbagliato la forma. Secondo le statistiche il numero di furti da noi in negozi, banche, nelle cassette per le elemosine nelle chiese è a un livello del tutto accettabile, anzi, siamo a una media che ci classifica come popolo di furfanti moderati. Ma è nella rapina contro i beni pubblici che siamo a livelli inimmaginabili. L’evasione fiscale, per esempio, è di 180 miliardi di euro l’anno. Ma attenti! Chi concorre con maggior slancio a questa cifra? Quasi esclusivamente il 10% della popolazione: industriali, grandi manager, banchieri, ecc. Insomma, i grandi abbienti. Il restante 90% - è incredibile – paga le tasse. Lavora e paga le tasse. Ma poi ecco l’aggiunta degli scandali.

A Venezia, città degli innamorati, qualche mese fa è scoppiato lo scandalo Mose. Cos’è successo? Tanto per cominciare ci sono stati 35 arresti, fra cui il sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni e la richiesta d’arresto per l’ex-governatore Giancarlo Galan. Un miliardo di euro è stato bruciato in tangenti e consulenze e la finanza ha sequestrato beni per circa 40 milioni di euro. Il gip di Venezia, Alberto Scaramuzza, ha dichiarato che gli indagati avrebbero “asservito totalmente l’ufficio pubblico che avrebbero dovuto tutelare, agli interessi del gruppo economico criminale, lucrando una serie impressionate di benefici personali di svariato genere”, e il procuratore aggiunto di Venezia, Nordio, ha detto che il giro di mazzette è stato “più complesso e sofisticato di Tangentopoli”. Che grande popolo che siamo, riusciamo sempre a superare noi stessi!

Ma spostiamoci a Milano, dove un altro grande scandalo, quello dell’Expo, è stato definito dal Financial Times analogo a quello che aveva abbattuto il potere politico italiano nei primi anni ’90. Come a Venezia, anche in questo caso si sono trovati coinvolti nell’inchiesta politici sia di destra che di sinistra. Anche nella corruzione, si sa, va rispettata la par condicio! Si è parlato addirittura di una cupola criminale che si spartiva bellamente gli appalti per la costruzione degli impianti per l’esposizione universale del 2015. E volete sapere a quanti anni di carcere sono stati condannati i protagonisti di questa immensa ruberia di Stato? Ebbene, la pena massima è stata di tre anni e quattro mesi! Cioè a dire che sono stati liberati immediatamente.

Non parliamo poi delle infiltrazioni mafiose presenti da anni ormai in Lombardia e in tutto il Nord Italia. Pensate che nel novembre scorso la Direzione distrettuale antimafia di Milano ha arrestato nel corso di una sola operazione ben quaranta persone coinvolte negli affari della criminalità organizzata.

Ma per il gran finale eccoci a Roma, dove circa due mesi fa è esploso lo scandalo detto di Mafia Capitale.

Salve a voi, romani! Giulio Cesare. La polizia, con l’operazione Mondo di mezzo, ha arrestato 37 persone per associazione di tipo mafioso, estorsione, usura, corruzione, turbativa d’asta, false fatturazioni, trasferimento fraudolento di valori, riciclaggio di denaro e altri reati. Dio, che città stracolma di fantasia!

Insomma, ci troviamo di fronte a una vera e propria orgia di scandali e ruberie, con assessori, consiglieri, faccendieri, sindaci e funzionari in genere che fanno a gara per aggiudicarsi la palma di ladro migliore d’Italia, dove la concorrenza, si sa, è spietata. Ma scusate, fermiamoci un attimo. Non trovate che questa sia una coincidenza a dir poco curiosa? Esplode uno scandalo di tangenti e corruzione che sembra far vacillare i potenti e tutta la casta al completo, e immediatamente ecco che sempre in Italia ne scoppia un altro dello stesso livello se non ancora più stupefacente. Sembra quasi fatto apposta perché la gente si scordi dei vari scandali grazie all’esplosione immediata di altri scandali sempre più gravi e spudorati che all’istante attraggono l’attenzione del pubblico, di modo che tutto si perda in un grido generale di “al ladro, al ladro!” che ormai non è più rivolto contro qualcuno in particolare, è generico, così che alla fine in galera non ci va nessuno.

È la stessa tecnica che usano i borsaioli sugli autobus e sui tram. Non ve ne siete accorti? Qual’è questa tecnica? Semplice. Un ladro ruba un portafoglio, il derubato se ne accorge e all’istante si mette a gridare: “Il portafoglio, qualcuno mi ha rubato il portafoglio!”.

Tutti si guardano intorno per cercare di individuare il malfattore, ma ecco che una signora urla improvvisamente: “Aiuto! La mia borsetta, mi hanno portato via la borsetta!”. E un altro: “La mia valigetta! Era piena di mazzette! No questo non dovevo dirlo...”.

Si aprono le portiere e tutti si mettono a gridare: “Eccolo là! È quello il ladro! No, è quello lì! Prendetelo, arrestatelo, chiamate la polizia, al ladroooooo!”.

E così tutto viene distrutto dalla messa in scena, dalla rappresentazione, come dire dal teatro. Le situazioni si susseguono con un ritmo tale che non si riesce a stargli dietro, ogni truffalderia viene assorbita, dimenticata. E dietro a queste vere e proprie operazioni pubblicitarie, non dimentichiamolo, c’è sempre il governo, che con maneggi vari e manovre sottobanco, riesce a far passare sotto silenzio le situazioni che rischierebbero di metterlo in imbarazzo. Salta fuori nel testo di una legge una postilla infilata all’ultimo momento che stranamente sembra fatta apposta per risolvere i problemi di un certo condannato alla galera per frode fiscale che così potrebbe di nuovo tornare in politica? Ed ecco che all’immediata il presidente del consiglio gridò: “Niente paura, è tutto regolare, ce l’ho messa io! È mia la manina”. “Ah beh, allora è tutta un’altra cosa! Abbiamo un presidente manina! Evviva la manina! Manina d’Italia, l’Italia s’è desta, dell’elmo di Scipio s’è cinta la testa, dov’è la vittoria? Le porga la chioma, che schiava di Silvio Iddio la creò”."

Dario Fo



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FREE - WEB: Fabrizio Corona: delinquente o perseguitato ?


Fabrizio Corona: delinquente o perseguitato ?

Tralasciamo il fatto che il "supermolleggiato" ( Adriano Celentano ) dimostra di meritare pienamente la sua "corona " ma far circolare su Internet una sua lettera aperta in cui chiede di concedere la grazia a Fabrizio Corona , mi sembra troppo, dice in sostanza che ci si sta accanendo troppo sul paparazzo, per dei reati da poco. Come per esempio la condanna per estorsione. In fondo che ha fatto di male Corona? dice Celentano.

Diventato famoso come sposo di Nina Moric, da cui ha divorziato, e poi come fidanzato di Belen, Fabrizio Corona si è ritagliato uno spazio tutto suo nel mondo della cronaca a causa dei suoi affari poco legali e i relativi processi. Alcuni di essi si sono conclusi con la condanna definitiva, come quella che lo ha condotto in carcere nei primi mesi del 2013, dopo un rocambolesco periodo di latitanza. Fino ad ora Corona ha accumulato 13 anni e 10 mesi di pena...
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mercoledì 28 gennaio 2015

Grecia : nuovo governo Tsipras



Tsipras, Kammenos e il rischio di una Grecia putiniana.  

A pochi giorni dalla vittoria elettorale di Syriza, la Grecia ha già un nuovo governo, formato a tempo di record dal partito di Tsipras in alleanza con la destra radicale greca.

Comunque la si pensi sul debito greco, ogni cambiamento politico radicale porta con sé la comprensibile speranza di un nuovo inizio.

Pure "Il Sole 24 Ore" si lascia andare a commenti elegiaci su Syriza e su Tsipras, vagheggiando con un po' troppo ottimismo che la Grecia "rifondi" l'Europa. Barbara Spinelli da parte sua, attenta alle vicende europee, scrive che con Tsipras si riuscirà a fare ciò che finora manca: l'Europa politica.

Se così fosse sarebbe una cosa magnifica, ma siamo sicuri che creare l'Europa unita sia nei desideri del governo rosso-nero di Atene? O che Tsipras abbia la stoffa del leader continentale e non segua solo mere preoccupazioni nazionali? Perché qui quelli del nuovo governo Tsipras li stiamo immaginando come moderne versioni di Pericle, capaci di insegnare la democrazia all'Europa e al mondo.

Ma qualche preoccupazione è salutare averla. Due cose accomunano Syriza alla destra radicale di ANEL con cui ha formato il nuovo governo: la prima è l'opposizione alle politiche di austerità richieste dai creditori internazionali. Se ne sta scrivendo molto in questi giorni; forse pure troppo perché fa passare sotto silenzio il secondo punto di comunanza; ossia, una forte e manifesta amicizia con il Presidente russo Putin e un sostegno alle sue politiche imperiali in Europa orientale.

I legami fra Tsipras e Russia putiniana non sono improvvisati. E' durante la crisi fra Ucraina e Russia nel 2014 che Tsipras si reca in visita a Mosca dove incontra esponenti del governo russo; l'incontro, definito fruttuoso per quello che riguarda le nuove possibilità' di cooperazione fra i due paesi, è di inizio maggio: la Crimea è stata annessa alla Russia manu militari da poche settimane e la comunità internazionale non ne riconosce l'annessione. Non una sola parola di censura verso la conquista russa della Crimea - il più grande attacco all'ordine europeo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale - compare fra le dichiarazioni di Tsipras di quei giorni.

Tsipras aveva già blandito il regime putiniano prestandosi a veicolare la propaganda politica putiniana sul "golpe nazista" di Kiev, quando aveva dichiarato, subito dopo la Rivoluzione di Maidan che "uno degli errori principali della politica estera condotta dall'Unione Europea è stato quello di aver espresso sostegno al nuovo governo ucraino, che ha al suo interno forze neofasciste" (certo, non si può fare una colpa a Tsipras di eccesso di attenzione a sintomi di fascismo; il problema e' piuttosto che il leader di Syriza nelle sue frequentazioni russe non ha mai avuto modo di accorgersi del carattere autoritario dell'ordine politico russo, della compressione delle libertà civili e di espressione, degli assassini politici degli oppositori del potere, delle intimidazioni e violenze verso i pochi media indipendenti, della intolleranza verso le minoranze...).

Poi, a settembre, i deputati di Syriza nel Parlamento europeo avevano votato contro l'Accordo di Associazione fra Ucraina e Unione Europea, di fatto esprimendo un voto che va nella direzione di ciò che Putin cerca di ottenere con la sua destabilizzazione dell'Ucraina orientale: ossia mantenere il popolo ucraino nella sfera imperiale russa.

L'accelerazione è di questi ultimi giorni. Lunedì 26, il giorno dopo le elezioni greche, l'ambasciatore russo ad Atene Andrei Maslov è il primo diplomatico straniero a rendere visita alla sede di Syriza. Non e' forse una coincidenza che martedì 27, quando i capi di governo dei paesi membri della Ue discutono nuove sanzioni contro il Cremlino in risposta all'aumento delle attività terroristiche russe nel Donbass, portavoci del governo greco facciano sapere che Atene è contraria, così di fatto bloccando l'azione Ue, dato che l'unanimità di tutti i governi dei paesi membri è necessaria.

Dichiarazione formale, dovuta alla spavalderia infusa dalla vittoria elettorale di domenica? Forse non solo. Panos Kammenos è il leader della destra radicale dei "Greci Indipendenti", che grazie a Tsipras è ora al governo: è convinto che la Grecia dovrebbe lasciare la Ue ed entrare nell'Unione eurasiatica di Putin; amico di Dugin, l'ideologo nazional-socialista del Cremlino, Kammenos (che si è fatto ritrarre con il cosiddetto emblema di San Giorgio, simbolo adottato dagli imperialisti russi del Donbass) è un aperto sostenitore dell'alleanza del governo greco con Putin e reclama l'eliminazione delle sanzioni verso la Russia. In virtù dell'alleanza con Syriza, avrà modo di far sentire la sua voce in Europa: Kammenos è stato nominato Ministro della Difesa.

Quello che sta succedendo in Grecia è, politicamente, un azzardo. Il popolo greco ha scelto democraticamente, una scelta con le spalle al muro, e che non sappiamo come evolverà. Non è necessario fare una difesa d'ufficio dello status quo, anzi, ben vengano elementi di rottura del "consenso" europeo se servono ad andare avanti verso una Europa unita, politica, democratica. Ma siamo sicuri che la vittoria di Tsipras sia questo o stiamo solo scambiando desideri per realtà?

Gli entusiasti di Tsipras dicono che ha respiro europeo e darà nuova vita all'Europa; ma quale può essere il respiro europeo di un leader politico che sceglie come suo amico politico il regime putiniano. Un regime che in meno di un anno ha aperto due ferite laceranti sul continente europeo, ricreando in Europa un nuovo Tibet (l'occupazione e annessione militare della Crimea e il conseguente dramma del popolo tartaro) e riproducendo in Europa un conflitto simil-mediorientale - ossia il conflitto congelato del Donbass, dove il terrorismo è banalizzato a eventualità di ogni giorno.

Speriamo che abbiano ragione quelli che dicono che il nuovo governo greco può, come i Greci antichi, (ri)fondare l'Europa. Perché, altrimenti, c'è un altro noto momento della storia greca che verrebbe in mente: il declino delle città-stato greche, incapaci di unirsi per fronteggiare l'offensiva diplomatica e militare di Filippo II di Macedonia, da cui tutta l'Ellade finì per essere sottomessa.

di : Marco Ferraro  
Attivista e federalista europeo, expatriate, da Ankara

Governo Tsipras 
- primo GIORNO
 - bloccata la privatizzazione del porto; 
- bloccata la vendita di PPC (l'ENEL greco); 
- ripristino del CCNL e reintegro dei dipendenti 
- annullamento dei tagli alle pensioni 
- aumento del salario minimo da 586 a 751€ 
- riapertura della TV di Stato ANT1 
- elettricità gratuita ai 300.000 poverissimi 
a cui era stata tagliata 
- stop alla cooperazione con Israele


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martedì 27 gennaio 2015

Noi Italiani nuovo Partito



Noi italiani, noi italiani, noi italiani: un’ossessione, quasi, per il patron di Tod’s. Eppure questa ricorrente espressione di comunità, vicinanza, empatia col popolo, propalata in ogni intervista, ospitata tv o apparizione pubblica, non pare affatto casuale nel linguaggio dell’imprenditore marchigiano. Tutt’altro. Si direbbe piuttosto un messaggio subliminale. 
In attesa del grande momento. 
Quello in cui annunciare la sua discesa in campo.

Sì, perché nonostante finora abbia sempre smentito l’intenzione di volersi dare alla politica, l’Espresso ha scoperto che in realtà non è affatto così. E che un pensierino il patron della Fiorentina ce lo stia facendo eccome. Tant’è vero che lo scorso 16 gennaio Della Valle ha depositato all’Ufficio brevetti del ministero dello Sviluppo economico l’ennesimo marchio dall’inizio della sua carriera. 
E qual è il nome prescelto? “Noi italiani”, ovviamente.

Quale sia lo scopo, lo testimoniano le categorie per cui il simbolo è stato registrato. Niente calzature o abbigliamento come di consueto ma le classi 41 e 45, ovvero proprio quelle relative all’attività di un partito: organizzazione di convegni, attività associativa, formazione politica, fornitura di informazioni in ambito politico e via dicendo. Circostanza che spiega perché lo scorso novembre, con una situazione politica in parte ormai stabilizzata, l’imprenditore si augurava:
 «Altri due anni così, e il Paese muore. Bisogna votare il prima possibile ».

Fondo giallo, scritta blu, immancabile bordino tricolore: questi i colori scelti per la sua creatura da Della Valle.

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Suicidio del Movimento 5Stelle




Non ci sono più parole per descrivere il lento e inesorabile, ma tutt’altro che inevitabile, suicidio del Movimento 5Stelle. Un suicidio di massa che ricorda, per dimensioni e follia, quello dei 912 adepti della setta “Tempio del Popolo”, che il 18 novembre 1978 obbedirono all’ultimo ordine del guru, il reverendo Jim Jones, e si tolsero la vita tutti insieme nella loro comune di Jonestown, nella giungla della Guyana, bevendo un cocktail al cianuro. L’ultima mattana del Tempio del Grillo è l’avviso di sfratto per i deputati Artini e Pinna, accusati di violare da mesi l’impegno – a suo tempo sottoscritto da tutti i candidati – di restituire parte dello stipendio e rendicontare tutto sul blog. I due sostengono che non è vero ed esibiscono ricevute, ma la loro difesa non appare nella requisitoria pubblicata sul blog di Grillo che ieri ha chiamato gli iscritti a votare per l’espulsione. Finora gli “enucleandi” potevano difendersi nell’assemblea dei gruppi parlamentari, dopodiché scattava il voto sul web. Stavolta invece la procedura è stata invertita: prima il voto sul web, poi eventualmente quello degli eletti. In questo guazzabuglio di scontrini e carte bollate, capire chi ha ragione e chi ha torto sul merito è arduo. Ma anche inutile.
È vero che chi si candida in un partito o movimento ne accetta le regole e, se le viola, può essere espulso. Ed è vero che la restituzione dei fondi pubblici (42 milioni di rimborsi elettorali totali e 10 di indennità parziali) fa parte del Dna dei 5Stelle ed è una delle ragioni del loro successo. Ma, chiunque abbia ragione sul restituire&rendicontare, c’erano mille strade per risolvere la questione in modo meno traumatico. Lo dimostrano le perplessità non solo dei soliti dissidenti, ma anche di diversi “duri e puri”. Chi ha messo in piedi il processo a ciel sereno ne trascura la devastante ricaduta esterna: nei giorni più neri del governo Renzi, alle prese con mille guai che per la prima volta danno ragione alle opposizioni e in primis ai 5Stelle, tg e giornali hanno buon gioco a parlar d’altro. Cioè – paradosso dei paradossi – dei guai del M5S. Che così riesce nell’impresa di calciare in tribuna l’ennesimo rigore a porta vuota: invece di affacciarsi a dire “noi l’avevamo detto che Renzi sbagliava tutto”, regala al governo e ai suoi fans un’occasione d’oro per dire “noi l’avevamo detto che Grillo sbagliava tutto”.
Geniale: un auto-sabotaggio identico a quello rinfacciato a Orellana&C. Nell’ultima settimana, poi, anziché analizzare seriamente la fuga di elettori registrata in sei mesi tra Emilia Romagna e Calabria (401.847 voti in meno rispetto alle Europee di maggio), il blog di Grillo è riuscito prima a cantare vittoria (col raffronto tipicamente doroteo con le regionali del 2010, quando il M5S era nella culla). Poi a ospitare un’intervista allo storico Petacco sulla (non)responsabilità di Mussolini nel delitto Matteotti, trascurando inspiegabilmente le guerre puniche e il Congresso di Vienna. Infine a scomunicare un deputato per leso divieto (peraltro intermittente) di andare in tv. Risultato: il buon lavoro dei parlamentari pentastellati resta sullo sfondo, mentre la fame atavica di forze anti-sistema viene confiscata da un Salvini qualunque, portatore insano di ricette fallimentari lunghe vent’anni, solo perché le sue felpe sono sempre in tv e riescono a imbonire quel pubblico periferico e ultracinquantenne che è magna pars dell’elettorato italiano.
E dire che basterebbe poco per raddrizzare la baracca: eleggere due o tre portavoce da mandare nei tg e nei talk meno indigesti a rappresentare la linea del M5S, evitando che a farlo sia il primo peone semidissidente che passa. E nominare un direttorio che giri per i meetup dirimendo i dissensi che inevitabilmente esplodono qua e là. L’alternativa è il permanente stillicidio suicidio di espulsioni che fra l’altro assottiglia i gruppi parlamentari: due anni fa gli eletti erano 163, ora si son già ridotti a 143. Se poi gli espulsi votano col governo, magari sperando che qualcuno li ricandidi, si può pure sputtanarli come i nuovi Razzi e Scilipoti. Ma il primo colpevole è chi li ha espulsi, gettandoli fra le braccia di Renzi. Il quale, con degli avversari così, può campare cent’anni.

Il Movimento che si suicida e' una Realta' Purtroppo ,
 Peccato Buttare a Mare tutta quella ENERGIA NUOVA ,
 Hanno perso il Momento Giusto ...

oggi altri 10 deputati hanno abbandonato il Movimento .

La decrescita infelice ( Marco Travaglio ).

La senatrice 5 Stelle Paola Taverna commenta così l'uscita dei 10 Parlamentari 5 Stelle:

Clap clap ai nuovi fuoriusciti che vanno a gonfiare le fila del peggior governo del quale si abbia memoria. Quelli dichiarati tipo Anitori e Battista rispettivamente passati ad NCD e ad SVP e quelli mascherati da "oddio oddio Grillo fa il padre padrone" ad "andiamo a sentire i nomi che ci propone il buon Matteo".

Posso gentilmente dichiarare che mi sono fracassata le bip bip bip di tanta ipocrisia? Ma prenditi questi quattro soldi ed ammetti che fa più comodo sentirsi chiamare senatore che continuare a fare il cittadino?

Ma vadano dove vogliono portandosi appresso la loro squallida valigia di cartone piena di false promesse, le stesse che hanno sbandierato in campagna elettorale e che oggi li vede pontificare in conferenza stampa, insieme al vuoto cosmico che alberga nelle loro testoline. Il tempo è galantuomo e questa gente non merita neppure i giorni che li dividono dalla resa dei conti, quella che li consegnerà alla storia come i peggiori dei traditori. (Paola Taverna, Senatrice 5 Stelle)


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#giornatadellamemoria

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Il 27 gennaio 1945, verso mezzogiorno, la prima pattuglia alleata giunse in vista del lager di Auschwitz. Il mondo seppe di una verità che ancora ferisce e grida l'orrore dell’Olocausto. 

Con una legge pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 177 del 31 luglio 2000 la Repubblica italiana, come altri stati europei, riconosce il 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, come "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte e affinché simili eventi non possano mai più ripetersi.


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NON DIMENTICHIAMO L'ALTRO OLOCAUSTO :QUELLO PALESTINESE
Qualcuno fermi questo incubo. Rimanere immobili in silenzio significa sostenere il genocidio in corso. Urlate la vostra indignazione, in ogni capitale del mondo «civile», in ogni città, in ogni piazza, sovrastate le nostre urla di dolore e terrore.
C'è una parte di umanità che sta morendo in pietoso ascolto. (Vittorio Arrigoni )




questi mi sa che il significato del giorno della memoria 
o non lo conoscono o lo interpretano al contrario...


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