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giovedì 30 agosto 2012

Israele: Rachel Corrie morta , sentenza-farsa



Rigettata l'accusa di omicidio: Rachel Corrie morì per uno "spiacevole incidente". Per i genitori e' stata una sentenza-farsa.

 - Israele non è colpevole. Questa la sentenza emessa oggi dal tribunale di Haifa che ha così rigettato l'accusa di negligenza mossa contro lo Stato israeliano per l'omicidio dell'attivista americana Rachel Corrie. Israele si auto-assolve.

A muovere l'accusa contro Tel Aviv erano stati i genitori di Rachel, secondo i quali Israele andava riconosciuto colpevole di omicidio e di aver condotto un'inchiesta incompleta e parziale. Di diverso parere la corte di Haifa: il giudice Oded Gershon ha stabilito che lo Stato non è responsabile per "nessun danno causato" perché si è trattato solo di "uno spiacevole incidente". Insomma, secondo il tribunale Rachel Corrie è morta per sbaglio ed ne è la sola responsabile perché "non ha lasciato l'area come qualsiasi persona di buon senso avrebbe fatto".

Ma non solo. La corte di Haifa ne ha approfittato per sottolineare un'altra clausola, fondamentale per la legge israeliana: l'esercito è assolto da ogni accusa perché l'evento evento si è verificato "in tempo di guerra". Si è trattato, cioè, di "un'attività di combattimento", conseguente ad un fantomatico attacco subito da Israele poche ore prima nella Striscia di Gaza.

Ventitré anni, residente ad Olympia e attivista dell'International Solidarity Movement, Rachel è morta il 16 marzo 2003, schiacciata da un bulldozer militare israeliano. Un Caterpillar D9-R guidato da un soldato israeliano l'ha uccisa mentre manifestava pacificamente contro la demolizione di case palestinese a Rafah, nella Striscia di Gaza.

Nel 2005, a due anni dalla morte di Rachel, due anni trascorsi senza risposte da parte dello Stato israeliano, la famiglia Corrie ha deciso di muoversi. E ha fatto causa a Tel Aviv. A seguire la loro denuncia, l'avvocato Hussein Abu Hussein che ha accusato lo Stato di Israele di essere responsabile dell'uccisione di Rachel Corrie e di aver condotto un'indagine incompleta e poco credibile.

E così, dopo la lettura della sentenza, questa mattina il primo commento di Cindy Corrie non lascia spazio a commenti: "Sono ferita", ha detto la madre di Rachel alla stampa. Immediato l'intervento dell'avvocato Abu Hussein, secondo il quale la corte ha ancora una volta garantito l'impunità dell'esercito: "Sapevamo dall'inizio che si trattava di una battaglia in salita per ricevere risposte sincere e giustizia, ma siamo convinti che questo verdetto distorca le prove presentate alla corte".

Pochi giorni fa, anche l'ambasciatore statunitense in Israele, Daniel Shapiro, aveva espresso le sue preoccupazioni per il modo in cui Israele ha condotto le indagini sul caso Corrie, definendole "una farsa". Di diverso avviso l'opinione pubblica israeliana che non ha mai mostrato alcun interesse per la morte di Rachel, avvenuta in piena Seconda Intifada, la sollevazione popolare palestinese considerata dallo Stato ebraico un atto di guerra. Nena News
di Emma Mancini
http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=33108
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mercoledì 29 agosto 2012

- LAVORO -: Carbosulcis, autolesionismo per il lavoro

Carbosulcis, autolesionismo per il lavoro



Carbosulcis, cresce la tensione in fondo ai pozzi
Un minatore si taglia il polso davanti ai cronisti


Cresce l'esasperazione dei minatori della Carbosulcis, giunti al quarto giorno di occupazione dei pozzi di Nuraxi Figus, a quasi 400 metri di profondità ,,,continua a leggere
- LAVORO -: Carbosulcis, autolesionismo per il lavoro: Carbosulcis, cresce la tensione in fondo ai pozzi Un minatore si taglia il polso davanti ai cronisti Cresce l'esasperazione dei m...

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martedì 28 agosto 2012

ECOLOGIA: Cani vengono usati come esche

 IN QUESTO BLOG CARICO NOTIZIE ECOLOGISTE

Cani vengono usati come esche


I cani vengono usati come esche per "Sharks" in Francia. Nella piccola isola vulcanica di Réunion cani vivi e morti ed anche gatti, sono utilizzati come esca per gli squali dai pescatori,,, leggi tutto qua sotto
 
ECOLOGIA: Cani vengono usati come esche: I cani vengono usati come esche per "Sharks" in Francia. Nella piccola isola vulcanica di Réunion cani vivi e morti ed anche gatti, so...

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lunedì 27 agosto 2012

l'industria farmaceutica israeliana sfrutta il mercato palestinese



Il dottor Angelo Stefanini, ricercatore dell'Università di Bologna, spiega i meccanismi con cui l'industria farmaceutica israeliana sfrutta il mercato palestinese

- Uno studio recente, dal titolo "Captive Economy - The Pharmaceutical Industy and the Israeli Occupation", descrive la complicità delle industrie farmaceutiche israeliane e multinazionali in un sistema perverso e rivela alcuni dei meccanismi con cui l'occupazione israeliana del territorio palestinese permette lo sfruttamento del suo mercato interno, in presenza di una fiorente industria locale che tuttavia stenta ad affermarsi. Per la stragrande maggioranza della popolazione palestinese questa situazione genera un aumento dei prezzi particolarmente preoccupante alla luce del fatto che la condizione economica del territorio palestinese occupato continua rapidamente a deteriorare.

Il Protocollo di Parigi e il "pacchetto doganale" Il Protocollo di Parigi (PP) costituisce una parte rilevante degli accordi di Oslo che hanno visto la nascita dell'Autorità Nazionale Palestinese (ANP) ed è il documento più significativo per comprendere alcuni dei meccanismi economici che hanno luogo nel contesto di una prolungata occupazione. Il PP regola i rapporti economici tra Israele e l'ANP e, almeno sulla carta, affida a quest'ultima "tutti i poteri e responsabilità in materia d'importazione, di politica e di procedure doganali" su determinati beni e limitatamente a determinati quantitativi. Il governo israeliano, tuttavia, ha pieni poteri su "tutto il resto", ossia sulla stragrande maggioranza dei prodotti. Il modo in cui le relazioni economiche tra il TPO e Israele sono state stabilite nel Protocollo di Parigi ha significato che i palestinesi continuano a dipendere, per l'importazione e l'esportazione di merci, dalle politiche, dalle leggi doganali e dai servizi israeliani.

L'unificazione formale delle due economie riguardante il settore import-export, il cosiddetto "Pacchetto Doganale", ha fatto sì che il libero flusso di merci e persone è stato a senso unico, da Israele verso il TPO, mentre il movimento di persone provenienti dal TPO in Israele è stato limitato in nome della sicurezza e in seguito interrotto quasi completamente dopo lo scoppio della Seconda Intifada nel 2000. Anche il movimento delle merci verso Israele è stato sottoposto a restrizioni, sempre nel nome della sicurezza, spesso oscurando la reale natura economica di tali restrizioni. In effetti, "motivi di sicurezza" hanno autorizzato e legittimato la richiesta israeliana di un controllo sulla circolazione delle merci, e delle persone, da e verso il TPO, rafforzando nello stesso tempo la condizione di "prigionia" del mercato israelo-palestinese per i prodotti israeliani. Dal 2000 al 2008, infatti, la dipendenza palestinese dall'economia israeliana è aumentata del 52%, passando dal 29% del suo reddito nazionale lordo nel 2000 al 44% nel 2008. Allo stesso tempo, l'importazione da Israele nel TPO ha raggiunto circa l'80% del totale delle importazioni di quell'anno.
Implicazioni per l'industria farmaceutica Il "Pacchetto Doganale" ha avuto importanti ripercussioni sul mercato farmaceutico palestinese. Da un lato, questo sistema ha assicurato l'esenzione doganale per i produttori israeliani e i titolari di licenze estere nel mercato palestinese, impedendo così lo sviluppo del settore locale. Dall'altro lato, ha fatto si che le politiche e gli standard di importazione dei medicinali del TPO hanno dovuto praticamente adeguarsi a quelli di Israele.

Il "Pacchetto Doganale", inoltre, ha fatto aumentare i prezzi dei farmaci, poiché il TPO è stato collocato nella stessa "price zone" di Israele, ossia in una delle aree geografiche in cui viene suddiviso il mercato mondiale dalle aziende multinazionali. A queste "price zones" le multinazionali applicano una politica di prezzi differenziati in base al diverso status socio-economico e alla capacità di acquisto sul mercato. Questa politica, chiamata appunto di "discriminazione dei prezzi", non tiene conto evidentemente della situazione del TPO. Ne consegue che i prezzi dei farmaci per gli acquirenti del TPO sono fissati in base ai prezzi che vigono in Israele, il quale a sua volta appartiene alla stessa categoria dei mercati ad alto reddito dei paesi dell'UE. Questa situazione è chiaramente assai problematica alla luce del fatto che parametri economici come PIL e reddito medio del TPO sono notevolmente sotto a quelli d'Europa e di Israele. Come risultato del Protocollo di Parigi, inoltre, i farmaci venduti nel TPO, con l'eccezione di quelli fabbricati in loco, devono essere approvati in Israele. Al contrario, nonostante il carattere bilaterale del Pacchetto Doganale, i prodotti farmaceutici palestinesi non possono essere registrati in Israele per "motivi di sicurezza". La "libera circolazione" delle merci, quindi, è unilaterale, da Israele al TPO, e gli standard sono fissati secondo gli interessi di Israele. Il fatto che l'importazione di farmaci in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza sia consentita soltanto per i medicinali registrati in Israele implica che tutto il mercato arabo (tranne rari casi) è inaccessibile alla popolazione e all'industria farmaceutica palestinese. Il mercato palestinese non è quindi in grado di mantenere relazioni di importazione o di esportazione con i suoi mercati più vicini e naturali. Altri importanti prodotti farmaceutici cui è negato l'accesso nel TPO sono i farmaci generici a basso prezzo prodotti in gran parte in India, Cina e negli Stati della ex Unione Sovietica. Tale esclusione deriva dal fatto che i farmaci registrati in Israele sono principalmente importati dall'UE, Nord America e Australia.

Il caso della Striscia di Gaza, sottoposta a un rigido blocco e al controllo israeliano su tutti i prodotti che entrano ed escono dalla Striscia, configura una situazione assurda in cui i farmaci, sia sotto forma di donazioni sia medicinali commerciali, possono in realtà entrare nella Striscia di Gaza; tuttavia, secondo i rigidi regolamenti di sicurezza di Israele, nessun farmaco può uscirne. Tutti i prodotti scaduti, quindi, sono lasciati sotto la responsabilità delle istituzioni sanitarie e del Ministero della Salute di Gaza. Questo costituisce un pesante fardello che richiede interventi specializzati, comprese adeguate discariche di rifiuti tossici e personale qualificato. Inoltre, molte aziende farmaceutiche multinazionali e ONG preferiscono, per varie ragioni, inviare aiuti sotto forma di farmaci, alcuni dei quali vicini alla data di scadenza nel momento in cui raggiungono la loro destinazione. Nonostante le buone intenzioni, questa tendenza fa ricadere tutto l'onere sulle autorità di Gaza che devono gestire lo smaltimento di enormi quantità di rifiuti bio-medici in una delle zone più densamente popolate del mondo.

Chi ci perde e chi ci guadagna L'industria farmaceutica, soprattutto quella multinazionale, rappresenta una delle sfere di maggior successo delle esportazioni di Israele (circa il 10% dell'intero export industriale) e svolge un ruolo importante nel mercato mondiale dei farmaci generici. Attualmente in Israele operano circa 30 società farmaceutiche, di cui Teva, il maggiore produttore mondiale di farmaci generici, è senza dubbio la più grande e con maggiori collegamenti multinazionali.
L'industria farmaceutica palestinese, d'altra parte, soffre di vari impedimenti, i principali dei quali sono il fardello di dovere ottenere una licenza annuale per le materie prime importate; i costi delle operazioni di carico e scarico ai posti di blocco e delle consegne da e per la Cisgiordania e tra Cisgiordania e Striscia di Gaza; i costi di spedizione dei farmaci in grossi carichi attraverso la Giordania; l'esclusione dei grandi mercati arabi nei paesi vicini così come in Israele; e l'incapacità dell'industria di Gaza di svilupparsi ed espandere a causa del divieto di esportazione. Tutti questi ostacoli generano costi aggiuntivi che danneggiano lo sviluppo dell'industria farmaceutica palestinese.

Al contrario, le società israeliane e le multinazionali farmaceutiche beneficiano della situazione sopra descritta in diversi modi. In primo luogo, dalle quattro imprese maggiori, originariamente israeliane (Teva, Perrigo Israele - ex Agis, Taro e Dexcel Pharma) a quelle piu' piccole (come Trima), tutte le aziende israeliane hanno un facile accesso al mercato palestinese, senza grossi problemi alle dogane e ai checkpoint, come le operazioni di carico e scarico delle merci con cambio di camion ai posti di blocco; inoltre, non devono apportare modifiche a nessuno dei loro prodotti per venderli nel Territorio palestinese occupato. Per esempio, nonostante qualsiasi prodotto medico venduto in Israele debba essere etichettato in tre lingue (ebraico, inglese e arabo), nel TPO le aziende e multinazionali israeliane possono vendere i farmaci non etichettati in arabo. Le multinazionali farmaceutiche, come Pfizer, AstraZeneca e Bayer per citarne solo alcune, incontrano poca o nessuna concorrenza dal settore dei farmaci generici molto meno costosi, a causa delle restrizioni imposte dal Ministero della Salute israeliano sulla registrazione dei farmaci in Israele e l'attuazione di tali restrizioni sul mercato palestinese.

Come a volte succede nel conflitto israelo-palestinese, gli interessi economici sono spesso camuffati da 'motivi di sicurezza'. Lo dimostra l'impossibilità dell'industria farmaceutica palestinese di inviare farmaci in grandi quantità (di solito a grandi catene di farmacie in Europa e Nord America) attraverso il vicino aeroporto di Ben Gurion (pochi km da Tel Aviv). Di conseguenza, i carichi sono fatti passare attraverso la Giordania, con pesanti costi aggiuntivi. Nel caso di prodotti farmaceutici succede anche che 'motivi di qualità' siano a volte utilizzati in combinazione con scusanti economiche e politiche. Una di queste, per esempio, è il rifiuto di consentire l'arrivo di prodotti farmaceutici palestinesi alle istituzioni mediche - ospedali e farmacie - di Gerusalemme Est occupata, compresi i vaccini destinati alle scuole pubbliche palestinesi.
In altri momenti, motivi politici ed economici si intrecciano con l'umiliazione di un popolo occupato. Questo è evidente nell'obbligo imposto ai rappresentanti palestinesi di grandi multinazionali di fare richiesta di una lettera di "nulla osta" (chiamata "non-objection letter") da parte dei loro colleghi israeliani per ottenere la licenza di importazione del Ministero della Salute israeliano. Tale richiesta è necessaria nonostante gli agenti palestinesi siano i legali rappresentanti di compagnie multinazionali con cui hanno firmato regolari contratti, e in assenza di tale requisito per le loro controparti israeliane.

Neo-colonialismo all'opera Il caso dell'industria farmaceutica dimostra come un piccolo paese come Israele possa generare un'industria forte, stabile, multinazionale e assai redditizia, con un enorme impatto sulla propria economia. Esso rivela come la "mano invisibile del mercato" sia in realtà un meccanismo efficacemente manovrato, travestito da preoccupazioni per la 'sicurezza' e la 'qualità'. Quanto descritto sopra configura un'evidente situazione di colonialismo diretto e indiretto.

Il territorio palestinese occupato è, come esprime il termine stesso, sottoposto a un sistema coloniale diretto, nonostante il relativo 'autogoverno' di alcune delle aree. Israele controlla i confini del TPO e molte delle questioni economiche che incidono sul commercio. L'industria farmaceutica palestinese è quindi, sotto diversi aspetti, "prigioniera" del sistema israeliano essendo dipendente da enti governativi come il Ministero della Salute e il sistema doganale di Israele, e dal mercato israeliano con i suoi produttori, distributori e rivenditori.
Nel caso palestinese, l'occupazione diretta da parte di Israele permette lo sfruttamento immediato delle risorse locali e consente a produttori e rappresentanti farmaceutici israeliani di importare i loro prodotti senza doversi scontrare con posti di blocco, controlli di sicurezza, permessi speciali o magari la richiesta di ri-etichettatura in arabo. La politica di occupazione consolida la disuguaglianza strutturale, come succede con la Striscia di Gaza in cui è estremamente difficile importare materie prime, esportare prodotti farmaceutici e persino eliminare farmaci scaduti. Questa disuguaglianza è evidente anche nel caso di Gerusalemme Est (anch'essa occupata e illegalmente annessa a Israele) in cui le istituzioni mediche palestinesi che servono la popolazione palestinese sono obbligate ad acquistare beni prodotti dalla potenza occupante. Un'altra dimostrazione di dominazione diretta sta nella richiesta umiliante per gli agenti palestinesi di ottenere la citata lettera di "nulla osta" dai loro colleghi israeliani, al fine di importare beni direttamente da aziende multinazionali nel TPO.

Tutto ciò è camuffato dal Protocollo di Parigi che ha di fatto privilegiato gli interessi dell'economia israeliana, creando così una situazione di colonialismo indiretto o neocolonialismo, spesso sotto la forma di accordi bilaterali che, in situazioni di ovvia diseguaglianza, servono a consolidare il controllo economico del Paese più forte. Un sistema neocoloniale neoliberale consente a Israele e alla sua industria farmaceutica un ulteriore sfruttamento del mercato, spesso meno evidente a un occhio non allenato. Questo emerge da come sono utilizzate le direttive israeliane in modo tale da impedire all'industria farmaceutica palestinese di entrare in molti mercati, alcuni dei quali in comoda vicinanza geografica e culturale come il mondo arabo e Israele stesso. Questi ostacoli impediscono al settore palestinese di beneficiare del mercato palestinese e produrre medicinali a prezzi accessibili e di buona qualità.

L'industria farmaceutica israeliana usa questa sua posizione privilegiata, dovuta all'aiuto del governo e alla occupazione militare del territorio palestinese, senza tuttavia ammetterlo. Nella sua relazione del 2009 sulla responsabilità sociale, la multinazionale Teva ha dichiarato di aver aderito all'iniziativa globale per affermare i valori di responsabilità sociale e ambientale tra le imprese multinazionali. L'iniziativa comprende, tra gli altri, un impegno in materia di diritti umani, commercio equo e condizioni di lavoro. Teva è la leader dell'industria farmaceutica israeliana e quindi il suo dispregio verso le problematiche relative all'occupazione militare della Palestina è indicativo dell'atteggiamento neocoloniale prevalente. Tale atteggiamento non è esclusivo di Teva: tutte le aziende farmaceutiche israeliane e multinazionali vendono i loro prodotti sul mercato palestinese e ne traggono lauti profitti senza pagare alcun prezzo per l'occupazione e i danni da essa procurati.

 Nena News
 http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=32366
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domenica 26 agosto 2012

Le Pussy Riot sono libere. Liberiamo la Russia‏



Dopo essere stata condannata a due anni di prigione per aver cantato in una chiesa una canzone che criticava il presidente Putin, una delle Pussy Riot si è rivolta alla corte e al processo show che l'ha vista coinvolta ha dichiarato "Nonostante il fatto che siamo fisicamente qui, siamo più libere di tutti coloro che siedono di fronte a noi ... Possiamo dire tutto quello che vogliamo ..."

La Russia sta inesorabilmente scivolando in una nuova autocrazia: un giro di vite sulle proteste pubbliche, elezioni presumibilmente truccate, intimidazioni ai media, divieto alle manifestazioni per i diritti degli omosessuali per i prossimi 100 anni, e addirittura violenze fisiche verso voci critiche come il campione di scacchi Garry Kasparov. Ma molti cittadini russi continuano a voler disubbidire, e il coraggio eloquente delle Pussy Riot ha galvanizzato la solidarietà verso la Russia nel mondo. Ora è l'Europa la nostra maggiore possibilità di provare a Putin che c'e' un prezzo da pagare per questa repressione.

Il Parlamento Europeo sta chiedendo un congelamento dei beni e uno stop alla libertà di movimento per il potente gruppo di élite attorno a Putin, accusato di molteplici crimini. La nostra comunità è diffusa in ogni angolo del mondo: se spingiamo gli europei ad agire, non solo ciò colpirà duramente la cerchia ristretta attorno a Putin, in quanto molte banche hanno la loro sede in Europa, ma contrasterà allo stesso tempo la sua propaganda anti-occidentale, mostrandogli che il mondo intero vuole farsi avanti per una Russia libera. Clicca sotto per sostenere le sanzioni e dillo a tutti: 

http://www.avaaz.org/it/free_pussy_riot_free_russia_a/?bkBgnbb&v=17297 

Il processo della scorsa settimana riguarda molto più di tre donne e della loro 'preghiera punk' di 40 secondi. Considerando che decine di migliaia di persone hanno invaso le piazze per contestare elezioni truccate, il governo ha rinchiuso in prigione per settimane gli organizzatori. E a giugno il Parlamento ha di fatto reso illegale il dissenso alzando le multe per proteste non autorizzate di 150 volte, portandole circa al livello del salario medio di un russo per un anno intero. 

Le Pussy Riot possono essere le più famose attiviste russe in questo momento, ma la loro condanna non è la più evidente ingiustizia nella guerra contro il dissenso di Putin. Nel 2009, l'avvocato anti-corruzione Sergei Magnitsky, dopo aver svelato una enorme frode fiscale che coinvolgeva i poteri forti, è morto in prigione: senza un processo, sulla base di accuse traballanti, e privato ripetutamente di assistenza medica. 60 membri dell'élite russa sono stati indagati relativamente a questo caso e al suo insabbiamento, e le sanzioni che il Parlamento Europeo sta proponendo sono contro questa élite ristretta. 

L'attenzione internazionale alla repressione russa sta montando proprio in questo momento, e le sanzioni elaborate dopo il caso Magnitsky sono il miglior modo di aumentare la pressione su Putin e aiutare a dare ossigeno al movimento per la democrazia in Russia. Diamo ai leader europei un mandato pubblico e globale ad adottare le sanzioni. Firma ora la petizione e condividila con tutti: 

http://www.avaaz.org/it/free_pussy_riot_free_russia_a/?bkBgnbb&v=17297 

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giovedì 23 agosto 2012

BLOG DI CIPIRI: Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti

Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti




Un basso rilievo posto nella Community Church di Boston. Ogni anno vi si tiene una celebrazione per i due anarchici italiani giustiziati
BLOG DI CIPIRI: Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti: Un basso rilievo posto nella Community Church di Boston. Ogni anno vi si tiene una celebrazione per i due anarchici italiani giustiziati ...

GUARDA ANCHE IL VIDEO http://cipiri.blogspot.it/2011/08/il-23-agosto-del-1927-venivano-bruciati.html
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PC: Città d'arte e di Wi-Fi

Città d'arte e di Wi-Fi




Roma, Firenze, Torino, Venezia: città d'arte e di Wi-Fi

PC: Città d'arte e di Wi-Fi: Roma, Firenze, Torino, Venezia: città d'arte e di Wi-Fi Il turista straniero, molto più abituato ai servizi multimediali di quanto no...

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domenica 19 agosto 2012

ECOLOGIA: Dieci eventi nucleari in 10 giorni

 

 IN QUESTO BLOG TRATTO IL TEMA ECOLOGIA

Dieci eventi nucleari in 10 giorni



Le ultime ore sono state decisamente movimentate sul fronte nucleare,,,
ECOLOGIA: Dieci eventi nucleari in 10 giorni: Le ultime ore sono state decisamente movimentate sul fronte nucleare, dal momento che sono stati registrati ben 10 eventi in altrettan...

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Radio Vaticana, in aumento i malati per le onde


Radio Vaticana, in aumento i malati per le onde ma nulla cambia

Secondo una perizia disposta dal tribunale di Roma, chi abita nelle zone situate in un raggio di 12 km da Radio Vaticana ha un rischio molto più elevato di contrarre leucemie, linfomi e mielomi. “Nonostante ciò le antenne dell'emittente continuano a diffondere emissioni al di sopra della norma”, denuncia il Centro per i Diritti del C
ittadino.
ROMA - La zona interessata è quella compresa in un raggio di 12 km da Radio Vaticana, la ventesima circoscrizione del Comune di Roma: oltre a Cesano, Osteria Nuova, Anguillara, Formello e Campagnano, dove abitano circa 170 mila persone esposte giornalmente all’inquinamento elettromagnetico prodotto dall’emittente cattolica. Nell’ambito di un processo (non ancora aperto) per omicidio colposo e lesioni gravi nei confronti di due responsabili di Radio Vaticana, il tribunale capitolino aveva disposto una perizia affidata ad un epidemiologo dell’Istituto di tumori di Milano. Dopo cinque anni di studi e rilevazioni, la raccapricciante conclusione: nei territori sopraelencati c’è un rischio molto più elevato di contrarre malattie che riguardano il sistema linfoemopoietico, come leucemie, linfomi e mielomi. Un rapporto cui obietta, però, la Commissione internazionale per la protezione dalle radiazioni non ionizzanti, secondo cui non esiste prova scientifica certa del nesso fra salute e campi elettromagnetici. Intanto, “la gente continua ad ammalarsi a causa delle emissioni”, spiega alla redazione di Spazioconsumatori.tv Maria Angelone, del Comitato Bambini senza Onde, che a Cesano abita da circa quindici anni, da quando era incinta della sua seconda figlia, colpita da leucemia a soli 20 mesi. E’ a quel punto che la famiglia si rende conto che la loro piccola non è la sola, ci sono altri casi di bambini malati nell’area, oltre a quelli che si sono registrati in passato. “La situazione – denuncia il Codici, Centro per i Diritti del Cittadino – è ancor più grave se si pensa che già molti anni fa un medico si era interessato all’elevata incidenza di patologie tumorali nelle zone di Cesano e dintorni. Nonostante ciò, oggi le antenne sono ancora al loro posto e continuano a diffondere emissioni elettromagnetiche al di sopra della norma consentita, superando i vincoli di legge”. Prosegue, nel frattempo, l’attività del comitato Bambini senza Onde, attraverso l’invio di lettere ai sindaci dei comuni interessati, la raccolta di firme dei cittadini e delle cartelle cliniche di tutte le persone che si sono ammalate, “che purtroppo continuano ad aumentare”, sottolinea il Codici.

Lucia Squillace
http://www.net1news.org/radio-vaticana-in-aumento-malati-per-onde-ma-nulla-cambia.html



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FREE - WEB: Foto dal Sudan, premio pulitzer del 1994

Foto dal Sudan, premio pulitzer del 1994





Che fine ha fatto il piccolo nella famosa foto dal Sudan,  premio pulitzer del 1994,
stremato dalla siccità e sull’orlo della morte?
leggi tutto ,,,
FREE - WEB: Foto dal Sudan, premio pulitzer del 1994: Che fine ha fatto il piccolo nella famosa foto dal Sudan,  premio pulitzer del 1994, stremato dalla siccità e sull’orlo della morte...

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sabato 18 agosto 2012

Mafia e l'Ilva di Taranto




Cosa c’entra la mafia con l’Ilva?
Cosa c’entra Totò Riina con l’ing. Riva?
C’entra, c’entra.
L’Ilva oggi nell’occhio del ciclone per il provvedimento del Gip è stata fondata nel 1905 e dopo diversi cambi di proprietà tra pubblico e privato è stata acquisita nel 1995, nel suo polo siderurgico più significativo, quello di Taranto, dal gruppo Riva.
Oltre ad aver dato lavoro a centinaia di operai l’Ilva ha iniettato nell’aria della cittadina di Taranto così tanta diossina da causare la morte e gravi malattie ad un’intera area della provincia.
E’ sufficientemente provato che il cielo di Taranto è un cielo cancerogeno.
Quando il governatore della Puglia Vendola era ancora un resistente, un antimafioso doc guidava le proteste contro i padroni dell’Ilva in difesa dei poveri lavoratori ricattati tra il lavoro e la salute, oggi invece che è diventato un borghese in giacca e cravatta, tratta con la famiglia Riva così come lo Stato trattò con la mafia nel 1992.
Facendosi pure prendere per i fondelli dai Riva come ben raccontano le intercettazioni.
(Si dice... si vende fumo, (a Vendola) non so come dire! Sì, l'Ilva collabora con la Regione, tutto bene...)
Quindi che c’entrano Riina e Riva?
Vengo e mi spiego.
Totò Riina il capo di Cosa Nostra è rinchiuso in una cella di sicurezza e sta scontando il suo sacrosanto ergastolo per le decine di omicidi che ha commesso e ordinato ai danni di uomini, donne e bambini.
L’ing. Riva che con la complicità dello Stato ha causato la morte di ben più gente di Riina invece non è stato nemmeno sfiorato da una denuncia per omicidio colposo.
Ecco cosa c’entra.
I giudici che oggi si vedono ingiustamente additati non hanno fatto altro che rispettare la legge alla lettera limitandosi al fermo dello stabilimento, in altri tempi, con governatori un po’ più rivoluzionari sarebbe stata di tutt’altra specie l’accusa e così la pena.
Avviso ai lettori credenti cristiano cattolici. Cosa pensate avrebbe fatto Gesù Cristo di fronte al caso Ilva?
Io credo che avrebbe accusato i padroni assassini e criminali, disconosciuto tutti i cosiddetti credenti che siedono nel consiglio di amministrazione dell’Ilva, curato i malati e rimesso le cose al loro giusto posto.
E avviso anche ai lettori laici non credenti.
Cosa pensate avrebbe fatto Ernesto Guevara detto il “Che”, ministro dell’economia e dell’agricoltura della sua Cuba (oggi lo sarebbe anche dell’ambiente) di fronte al disastro dell’Ilva?
Io credo avrebbe confiscato lo stabilimento, fatto incarcerare i padroni accusandoli di omicidio, e usato i loro beni per risarcire le famiglie danneggiate, bonificare gli impianti e ridato i posti di lavoro ai tanti cittadini di Taranto.
Lo chiedo anche al comunista, governatore della Puglia, Nichi Vendola, cosa avrebbe fatto il “Che”?
Vorrei proprio che mi rispondesse nel merito della questione sociale, umana e ambientale!
A Monti invece chiedo: vogliamo lasciare liberi i magistrati di lavorare affinché possano portare a termine le indagini nella maniera più completa così da giungere alla confisca dei beni dei Riva per strage, genocidio, devastazione, disastro ambientale e risarcire le vittime, dotarla di anti-inquinanti e ridare lavoro agli operai che lo hanno perso?

 di Giorgio Bongiovanni

http://www.antimafiaduemila.com/2012081638585/giorgio-bongiovanni/la-mafia-e-lilva.html
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Le contorsioni politiche di Amnesty International



Amnesty per l’occupazione?

Ashley Smith spiega cosa c’è dietro le contorsioni politiche di Amnesty International

La maggior parte delle persone associa Amnesty International con la lotta alla tortura, la protesta contro la pena di morte e l’impegno per la liberazione dei prigionieri politici. Conosciuta per queste importanti campagne, nell’ultimo decennio Amnesty si è opposta alla guerra in Iraq e ha chiesto la chiusura del campo di reclusione americano presso la Baia di Guantanamo, a Cuba.
Pertanto, gli attivisti contro la guerra presenti a Chigago durante il vertice della NATO dello scorso Maggio sono stati scioccati dal vedere che Amnesty International USA ha ricoperto le fermate degli autobus cittadine con manifesti che recitavano: “Diritti Umani per le donne e le ragazze in Afghanistan: NATO, sostieni il progresso!”.
Ancora peggio, Amnesty USA ha organizzato di sua iniziativa un “vertice ombra” in contemporanea con quello della NATO, ospitando Madeleine Albright, il famigerato Segretario di Stato di Bill Clinton, che sarà sempre ricordata per la sua cinica risposta alla domanda – postale durante la trasmissione 60 Minutes – circa le sanzioni contro l’Iraq degli anni novanta. Il corrispondente Lesley Stahl chiese, “Abbiamo sentito che mezzo milione di bambini sono morti. Sono ancora di più di quelli morti a Hiroshima. Ne valeva la pena?”, la Albright rispose “Penso sia stata una scelta molto difficile, ma crediamo ne valesse la pena”.
Con una vera e propria criminale di guerra quale sua relatrice speciale, il vertice ombra di Amnesty USA ha lanciato una campagna come se auspicasse una estensione dei “buoni lavori” della NATO in Afghanistan. I suoi relatori e i materiali promozionali riciclavano la giustificazione “femminista” dell’invasione e dell’occupazione militare tipica di George Bush – che la NATO avrebbe liberato le donne dall’oppressione dei Talebani.
Amnesty USA dice in una “Lettera aperta ai presidenti Obama e Karzai”: “Oggi, tre milioni di ragazze vanno a scuola, in confronto praticamente a nessuna sotto i Talebani. Le donne costituiscono il 20% dei laureati. La mortalità materna e quella infantile sono diminuite. Il 10% di giudici e procuratori sono donne, rispetto a nessuna durante il regime dei Talebani. Questo è ciò che intendiamo per progresso: i miglioramenti per i quali le donne hanno lottato durante l’ultimo decennio”.
Si faccia un confronto con la propaganda della NATO: “In dieci anni di collaborazione, le vite di uomini, donne e bambini afghani sono migliorate significativamente per quanto riguarda la sicurezza, l’educazione, la cura della salute, il benessere economico e il rispetto di diritti e libertà. C’è da fare di più, ma siamo determinati a lavorare insieme per assicurare il sostanziale progresso che abbiamo realizzato nel passato decennio”.
Semplicemente non c’è alcuna differenza.

La verità sulle donne durante l’occupazione della NATO
Queste affermazioni sono ridicole. L’occupazione NATO dell’Afghanistan ha sviluppato un regno del terrore nei confronti di tutta la popolazione del Paese, infliggendo repressione, attaccando le feste di matrimonio e appoggiando il Presidente burattino Hamid Karzai e il suo corrotto regime di signori della guerra.
Anche il New York Times ammette che non c’è stato praticamente alcun sviluppo. Un suo editoriale riporta: “Secondo la Banca Mondiale, circa il 97% del PIL dell’Afghanistan, pari a 15,7 miliardi di dollari, viene dall’aiuto internazionale militare e allo sviluppo e dalle spese effettuate nel Paese dalle truppe straniere.”
Ogni affermazione di funzionari statunitensi o della NATO circa il miglioramento delle condizioni degli afghani dovrebbe essere valutata con profondo sospetto. Nella più recente esposizione delle loro bugie circa lo sviluppo, un’ìnchiesta del Congresso ha rivelato che l’ospedale Dawood, finanziato dagli USA, ha imprigionato i suoi pazienti in “condizioni stile-Auschwitz”. Come ha riferito Democracy Now!: “Fonti anonime dell’Esercito hanno diffuso fotografie scattate nel 2010 che mostrano pazienti severamente trascurati, affamati all’ospedale Dawood, considerato il gioiello della corona del sistema sanitario afghano, dove è trattato il personale militare del Paese. Le foto mostrano pazienti molto emaciati, alcuni sofferenti di cancrena e ferite infestate da vermi”.
Le condizioni delle donne in Afghanistan non costituiscono un’eccezione a questo quadro generale. Né la NATO né il regime di Karzai hanno migliorato i diritti delle donne – Karzai ha firmato una normativa che conferisce ai mariti il potere di costringere a far sesso e privare di cibo le proprie mogli. Come Sonali Kolhatkar, fondatrice della Missione delle Donne Afghane, e Mariam Rawi, dell’Associazione Rivoluzionaria delle Donne dell’Afghanistan, hanno scritto: “Sotto i Talebani, le donne erano confinate nelle proprie case. Non veniva loro permesso di lavorare o frequentare la scuola. Erano povere e senza diritti. Non avevano accesso all’acqua pulita o alle cure mediche, ed erano costrette ai matrimoni, spesso ancora bambine. Oggi, nella maggior parte dell’Afghanistan le donne vivono nelle stesse precise condizioni, ma con una notevole differenza: sono circondate dalla guerra.”
Dopo più di un decennio di occupazione militare, l’aspettativa media di vita per le donne afghane è pari a 51 anni. Il Paese è ultimo al mondo nella classifica della mortalità sia materna che infantile. L’UNICEF riferisce che il 68% dei bambini con meno di cinque anni soffre di malnutrizione.
Con l’inizio delle operazioni di controguerriglia volute da Obama, le condizioni per le donne sono drammaticamente peggiorate, non migliorate. “Il conflitto alle soglie di casa” scrivono Kolhatkar e Rawi “mette in pericolo le loro vite e quelle delle loro famiglie. Non porta loro diritti nell’ambito domestico o nella vita pubblica, e le rinchiude ulteriormente nella prigione costituita dalle loro stesse abitazioni”.
Ecco perché Malalai Joya, ex membro del Parlamento afghano, presume che l’unica buona cosa che USA e NATO possano fare è andarsene dal suo Paese. In una dichiarazione durante la dimostrazione contro il vertice NATO, ella ha detto: “In Afghanistan abbiamo molti problemi – il fondamentalismo, i signori della guerra, i Talebani. Ma avremmo una migliore probabilità di risolverli se avessimo la nostra auto-determinazione, la nostra libertà, la nostra indipendenza. Le bombe della NATO non daranno mai democrazia e giustizia all’Afghanistan o a nessun altro Paese”.

Per chi conosce l’inglese, la lettura può continuare qui.
Scoprirà, fra le altre cose, che lo scorso mese di Gennaio è stata designata quale nuovo direttore esecutivo di Amnesty International USA la signora Suzanne Nossel, fresca da un incarico al Dipartimento di Stato di Hillary Clinton, paladina dell’”interventismo umanitario” insieme a Samantha Power, Susan Rice e la stessa Clinton.
Non prima di essere stata assistente dell’ambasciatore USA presso l’ONU Richard Holbrooke ai tempi dei bombardamenti della NATO sull’ex Jugoslavia e direttore operativo di Human Rights Watch (HRW), nonché di aver inventato il termine “smart power”, assunto da Hillary Clinton quale parola d’ordine della politica estera a stelle e strisce durante l’amministrazione Obama.
http://byebyeunclesam.wordpress.com/


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