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giovedì 5 luglio 2012

Diaz, condanne per i vertici della polizia


Diaz, condanne confermate


per tutti i vertici della polizia



Oltre 60 feriti e 93 giovani, di cui molti stranieri, arrestati e poi prosciolti. Questo fu il bilancio del blitz della polizia alla scuola che ospitava parte dei partecipanti al Social Forum, giunti nel capoluogo ligure per le manifestazioni contro il G8 del 2001. Undici anni dopo arriva la conferma delle condanne ai vertici della polizia da parte della Cassazione. 

Genova 2001, violenze alla Diaz - Confermate in via definitiva le condanne per falso aggravato agli alti funzionari di polizia coinvolti. Prescritti, invece, i reati di lesioni gravi contestati a nove agenti appartenenti al settimo nucleo speciale della Mobile all'epoca dei fatti.

  GIUSTIZIA E OMISSIONI
di Concita De Gregorio, “La Repubblica” del 7/07/2012
Troppo tardi e troppo poco. È per queste due ragioni che non si riesce a sentirsi davvero al sicuro, al riparo di una solida e limpida democrazia. È per questo che la sentenza della Cassazione sulla Diaz genera sollievo, sì, perché una pagina di verità è stata scritta e certo assai peggio sarebbe stata un’assoluzione generale. Ma non basta, non riesce a ripristinare quella forse ingenua ma formidabile e condivisa sensazione di libera cittadinanza, di fiducia nel rispetto delle regole fondamentali, di possibilità di esprimersi e di manifestare consenso o dissenso che c’era prima.
Prima di Genova, perché come le torri gemelle hanno segnato uno spartiacque per il mondo intero, il G8 ha scandito, in Europa, un prima e un dopo. Oggi la tenacia del sostituto procuratore Pietro Gaeta restituisce agli italiani una stilla di giustizia, ed è un’ottima notizia che qualcosa sia cambiato nel Paese e si possa ricominciare a farlo. Le pubbliche scuse e le pesanti meditate parole di Giorgio Manganelli, attuale capo della Polizia, fanno sperare negli uomini: perché le istituzioni sono gli uomini che le incarnano. Ciò non toglie che sia troppo tardi, e troppo poco. Undici anni sono il tempo che separa un bambino delle elementari dalla sua laurea, un esordio agonistico dal ritiro, sono il tempo di mezzo di una vita: troppi per aspettare i punti di sutura ad una ferita, quella che si vede sanguinare dalla testa di uno dei giovani della Diaz nella foto sui giornali che, identica di anno in anno, ferma il tempo da allora. Troppi per la ferita collettiva a un sentimento ormai in cancrena.
Quelli che di noi erano alla Diaz, quella notte, sanno come sono andate le cose da quell’istante esatto. Dalle 23.30 del 21 luglio 2001. Sono andate come la sentenza assai tardivamente conferma, come ricostruisce per una piccola parte degli eventi da cui restano tuttavia esclusi i mandanti. Lo sanno con la precisione di un ricordo indelebile che chi ha potuto e voluto ha certificato fin dalle cronache del giorno dopo, nelle testimonianze ostinate e reiterate in tribunale, in ogni occasione pubblica e privata. Non ci volevano undici anni per dire che stavano tutti dormendo, nella scuola, che le luci erano spente quando sono arrivati i mezzi della Polizia e a centinaia i caschi blu. Che i vetri sono stati rotti dall’esterno verso l’interno, i cocci delle finestre erano tutti dentro, non uno in cortile. Che l’irruzione è stata comandata a freddo, che chi dormiva si è svegliato e ha cercato di salvarsi correndo su per le scale ma molti sono rimasti dov’erano, invece, perché non capivano e non sapevano cosa dovessero temere, e sui loro sacchi a pelo sono stati massacrati. Che non c’erano passamontagna di black bloc in quella scuola, nulla è stato portato via quella notte che non fossero persone in barella.
Lo sappiamo da quell’istante perché lo abbiamo visto accadere minuto per minuto, abbiamo visto le luci accendersi dopo l’irruzione e sentito le urla salire lungo i piani, perché siamo entrati nella scuola subito dopo e a terra c’erano libri, diari, documenti, mutande, una bibbia in corridoio, una scatola di tampax per le scale, una copia del Don Chisciotte strappata, sangue dappertutto. Sangue sui registri della scuola, sulle maniglie antipanico delle porte, sui banchi, tantissimo sangue nei bagni. E quella scritta, comparsa subito, pennarello su foglio bianco, in inglese: non lavate questo sangue.
Abbiamo visto in quel cortile, quella notte, il responsabile delle relazioni esterne della Polizia di Stato Roberto Sgalla, braccio destro di De Gennaro allora capo della Polizia, parlare al telefono cellulare fino ad operazioni concluse, per così dire. Fino a che il novantatreesimo corpo è stato portato via in barella. E abbiamo sentito il questore di Genova Colucci dire, poche ore dopo, che Sgalla era stato mandato alla Diaz da De Gennaro stesso, in quelle ore assente da Genova. Salvo ritrattare anni dopo, a processo, e modificare la versione: a convocare Sgalla, ha messo a verbale Colucci, sono stato io.
Da questa nuova versione è scaturita la sentenza che certifica l’estraneità di De Gennaro ai fatti. Non fu il capo della Polizia, dunque, a disporre “la macelleria messicana” della Diaz — dice quella sentenza — né furono gli esponenti politici del centrodestra al governo presenti in massa durante le operazioni, nessuno dei quali ha mai pronunciato una sola parola di autocritica, di giustificazione, di spiegazione. Se ne deduce che gli alti dirigenti di Polizia ora sospesi dalle pubbliche funzioni, molti dei quali nel frattempo promossi a più alti incarichi e infine, undici anni dopo, condannati, abbiano agito quella sera di loro iniziativa: che abbiano disposto a freddo la mattanza senza essere stati da alcuno autorizzati a farlo. Così, una loro idea.
Ricordiamo a chi avrebbero potuto chiedere un parere, proprio lì sul posto e sul momento, se ne avessero avvertita l’esigenza. A Gianfranco Fini, allora vicepresidente del Consiglio e in quei giorni prima in visita alla sala operativa della questura poi, il sabato della morte di Carlo Giuliani, chiuso nella caserma di San Giuliano. A Claudio Scajola, allora ministro dell’Interno ma fin da allora evidentemente inconsapevole. A Filippo Ascierto, ex carabiniere e responsabile Difesa di An, in quei giorni a capo di una delegazione di parlamentari costantemente presente negli uffici di pubblica sicurezza: tra la sala operativa e il comando provinciale dell’Arma alla vigilia dell’assalto alla Diaz transitarono con Ascierto Giorgio Bornacin, An, eletto a Genova, Federico Bricolo, Lega, Ciro Alfano, Biancofiore, e Giuseppe Cossiga, eletto con Forza Italia. Fu suo padre Francesco qualche settimana dopo a pronunciare al Senato il celebre discorso in favore di Scajola, alla vigilia del voto che rinnovava al ministro la fiducia del Parlamento.
In assenza dell’accertamento di una responsabilità politica e/o gerarchica le condanne di Gratteri, Luperi, Calderozzi e dei loro colleghi nulla dicono su quale sia stata la catena di comando che ha disposto il massacro della Diaz e qualche giorno dopo quello di Bolzaneto, carcere dove i reclusi venivano picchiati in cella al suono di Faccetta nera nei telefoni cellulari, suoneria del resto in voga ancora oggi negli uffici pubblici delle principali municipalizzate romane, chissà se è al corrente Alemanno. Giova infine ricordare, per quanto ovvio, che a Genova era naturalmente presente Silvio Berlusconi, allora e per molto tempo ancora presidente del Consiglio. Della morte di Carlo Giuliani disse, quel pomeriggio: “Un inconveniente”.
Bene dunque che il clima sia cambiato, che si possa oggi salutare una pagina di verità con una consapevolezza collettiva che certo ci arriva anche dalle tragedie di Cucchi e Aldrovandi, chè il pericolo del sopruso vestito da istituzione è sempre in agguato. Bene le scuse, peccato per le omissioni. Resta ancora da scrivere, imminente, la sentenza per dieci manifestanti accusati di “devastazione e saccheggio”, termini adatti ad una guerra benché di guerre tra eserciti non si sia vista traccia, a Genova. Le guerre si combattono tra schieramenti avversi e in armi, non le combattono i cittadini che manifestano contro coloro che sono chiamati a garantire la sicurezza di tutti, anche la loro.
Per quei dieci manifestanti sono stati chiesti 100 anni di carcere. Anche dall’esito di quella sentenza dipenderà la possibilità che la ferita del G8 possa cominciare, con così grave ritardo e tante amputazioni, a chiudersi.

Diaz -

 Agnoletto: Finalmente giustizia e verità.

 Napolitano chieda scusa

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DIAZ - AGNOLETTO:
"FINALMENTE GIUSTIZIA E VERITA'. NAPOLITANO CHIEDA SCUSA!"

Sentenza storica della Cassazione a 11 anni dai gravissimi fatti del G8 di Genova 2001: l'irruzione e pestaggio da parte dei reparti di Polizia nei confronti degli occupanti della scuola "Diaz".

Intervista di Jacopo Venier

Riprese di Roberto Pietrucci

Post-produzione di Simone Bucci

ITALIAN GESTAPO. G8 GENOVA 2001 (INDYMEDIA)

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I fatti del G8 di Genova si riferiscono alla manifestazione avvenuta a Genova da giovedì 19 luglio a domenica 22 luglio 2001, contestualmente allo svolgimento della riunione del G8. Durante la riunione dei capi di governo dei maggiori paesi capitalisti, svoltasi nel capoluogo ligure da venerdì 20 a domenica 22 luglio e nei due giorni precedenti, i movimenti no-global e le associazioni pacifiste diedero vita a manifestazioni di dissenso, che a causa degli atti teppistici dei cosiddetti "Black Block", di provocatori prezzolati ed infiltrati vari, degenerarono in scontri tra l'apparato repressivo dello Stato e i manifestanti, in uno dei quali fu ucciso Carlo Giuliani. Nei sei anni successivi lo Stato italiano subì alcune condanne in sede civile per gli abusi commessi dalle cosiddette "forze dell'ordine" (in quell'occasione degne della Gestapo e dei torturatori fascisti cileni ed argentini). Nei loro confronti vennero inoltre aperti altri procedimenti in sede penale, per i medesimi reati contestati, mentre altri procedimenti vennero aperti contro manifestanti per gli scontri avvenuti durante le manifestazioni. Circa 250 dei procedimenti, originati da denunce nei confronti di esponenti delle "forze dell'ordine" per lesioni, furono archiviati a causa dell'impossibilità di identificare gli agenti responsabili (...); tuttavia in alcuni casi la magistratura ritenne comunque avvenuti i reati contestati. Tra le responsabilità principali il dilettantismo di chi ha organizzato la manifestazione senza un adeguato servizio d'ordine e la violenza premeditata e sanguinaria dell'apparato repressivo dello Stato



DIAZ : Don't clean up this blood


 "DIAZ Don't clean up this blood"
 LEGGI ANCHE http://cipiri12.blogspot.it/2012/04/diaz-dont-clean-up-this-blood.html


GENOVA NON È FINITA: FIRMA L’APPELLO

http://cipiri.blogspot.it/2012/06/genova-non-e-finita-firma-lappello.html
GENOVA NON È FINITA.
DIECI, NESSUNO, TRECENTOMILA…
APPELLO ALLA SOCIETÀ CIVILE E AL MONDO DELLA CULTURA
La gestione dell’ordine pubblico nei giorni del G8 genovese del luglio del 2001, rappresenta una ferita ancora oggi aperta nella storia recente della repubblica italiana.

Oggi è il 26 giugno. Per alcuni, un giorno caldo, estivo, come tanti. Per altri, una semplice data sul calendario. Per gran parte degli Stati mondiali, invece, è una importante ricorrenza: si celebra, infatti, la giornata mondiale contro la tortura, dedicata a tutte le vittime di questa infame pratica. Anche l’Italia risponde alla chiamata della comunità internazionale, scendendo in piazza.
Questa sera, a partire dalle 18, in piazza del Pantheon, a Roma, i Radicali hanno in programma di manifestare per tenere alta l’attenzione su un fenomeno che, nonostante la vigilanza delle comunità internazionali e degli osservatori garanti dei diritti umani, è ancora diffusissimo. E, se da un lato c’è grande attenzione, con importanti mobilitazioni sociali (pratica cui il popolo italiano raramente si fa trovare impreparato), dall’altro si registra il grave e colpevole ritardo legislativo in cui incorre il nostro Paese .
Nel codice penale italiano, infatti, non v’è alcuna traccia normativa che vieti il ricorso a questa inumana violenza. E, soprattutto, che preveda l’applicazione di pene in caso di tortura. Il vuoto normativo italiano risulta ancor più grave se si pensa ai 25 anni trascorsi dalla ratificazione della Convenzione ONU contro la tortura. In un quarto di secolo, dunque, il legislatore ha omesso di prevedere uno specifico reato. L’assenza, nel nostro Paese, di una legge di tale portata pesa enormemente. In Italia, infatti, benché sussistano enormi garanzie costituzionali, echeggiano ancora l’inquietudine e la tristezza di vicende di cronaca giudiziaria: la morte di Stefano Cucchi, 31enne romano che perse la vita durante la custodia cautelare in carcere, o la sparizione dell’imam milanese Abu Omar.
O, ancora, i massacri durante il G8 di Genova, nel 2001. Situazioni, queste, in cui la pratica dell’illegalità e della violenza (rese ancor più gravi perché perpetrate da quegli organismi o istituzioni che ne avrebbero, invece, dovuto scongiurare ogni ricorso) non ha trovato alcun ostacolo di legge.
Ma non è soltanto l’impreparazione del legislatore a gettare ombre sulla Repubblica. Il diritto nazionale subisce quotidianamente sempre più discredito perché, oltre a non prevedere alcun dettato normativo, risulta sempre più impegnato, viceversa, nella promozione di azioni delegittimanti il divieto di tortura internazionale.
Secondo le denunce di Amnesty International (che ha definito la lacuna legislativa come “grave, incomprensibile e dolorosa”), infatti, l’Italia sarebbe impegnata in una costante erosione delle garanzie delle persone espulse. E, ancora, il nostro Paese avrebbe delle responsabilità (e se ne chiede, pertanto, l’accertamento) anche relativamente alla pratica delle rendition, ovvero la procedura illegale di cattura, deportazione e detenzione di soggetti presunti terroristi.
Un diritto nazionale, quello italiano, che non risponde alla chiamata del diritto internazionale, del quale avrà pure ratificato la Convenzione ONU, ma ne ha sicuramente disatteso le aspettative. Una delusione, dunque, che giunge inequivocabile, anche a seguito del mancato sostegno al Protocollo opzionale alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura.
S’attendeva la ratifica e la conseguente adozione di soluzioni normative di prevenzione della tortura. L’Italia non ha eseguito la prima, né promosso la seconda. Oggi, 26 giugno, queste sono le sconfitte della legge italiana. Nelle piazze, invece, la vittoria della coscienza.

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