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mercoledì 29 dicembre 2010

In aula 3 ore al giorno per 716 euro al deputato italiano



In aula 3 ore al giorno per 716 euro,
è il duro lavoro del deputato italiano

Lo stipendio del deputato ammonta a 15mila e 37 euro al mese: 32 volte quello di un operaio appena assunto

ROMA - Tre ore al giorno per duecentoquaranta euro l'ora. Non si tratta dello stipendio di un calciatore, né del cachet di una star del cinema. E' quanto guadagna alla Camera chi fa il deputato. Uno stipendio che è 32 volte quello di un operaio appena assunto. Ovvio che a Montecitorio non c'è distinzione: prima legislatura o meno, la retribuzione è sempre quella.
Il cosiddetto stipendio del deputato ammonta infatti a 15mila e 37 euro al mese, ed e' composto da varie voci: un'indennita' propriamente detta, alla quale si aggiungono una serie di rimborsi. C'e' la diaria, che rifonde il deputato per il soggiorno a Roma. E poi il rimborso spese per il rapporto tra eletto ed elettori, quello per le spese di trasporto e di viaggio, quello per le spese telefoniche.
Sulla base dei dati pubblicati con precisione dal sito della Camera dei deputati, l'indennita' per ognuno di loro ammonta a 5.486,58 euro al mese. La diaria a 4.003,11 euro mensili, il rimborso per il rapporto con il collegio a 4.190 euro al mese. Per il trasporto e il viaggio, a parte la tessera che da' diritto alla libera circolazione su autostrade, ferrovie, navi ed aerei per trasferimenti in Italia, viene corrisposto un rimborso spese trimestrale di oltre 3mila euro (si parte da 3.323 euro). Per telefonare, i deputati dispongono di una somma annua di 3.098,74 euro. Il totale e', appunto, di 15mila e 37 euro.
Il calcolo è quindi semplice, sempre grazie ai dati forniti dall'ufficio stampa della Camera: 152 sedute dell'Assemblea nel 2010, per un totale di 760 ore passate nell'emiciclo. I giorni dell'anno sono 365: al netto dei sabati e delle domeniche (104 giorni) e delle festività (solo 6 giorni nel 2010), restano 255 giorni, ovvero 21 al mese. Stipendio mensile alla mano, i deputati guadagnano 716 euro al giorno, ovvero 238 euro l'ora.
Ovvio che oltre alle ore passate in Aula, il lavoro del deputato è fatto anche dell'attività nelle varie commissioni, che spesso, però, sono convocate in concomitanza con l'Assemblea. D'altro canto, i 15mila euro non tengono conto dei benefit previsti per i presidenti di commissione, i questori, i vicepresidenti, i segretari.
Ecco i dati nel dettaglio. Nell'anno solare 2010 le sedute sono state 152. La seduta è unica, vale per l'intera giornata, anche se talvolta la convocazione porta via un'oretta al mattino o al pomeriggio. Specialmente il giovedì, quando alla Camera è tutto un via vai di bagagli: seduta rapida di solito, per permettere all'onorevole 'popolo del trolley' di correre all'aeroporto e tornare a casa per il week end lungo.
In Aula i deputati hanno passato 760 ore e 16 minuti, poco meno del 2009 (761 ore) e più del 2008 (630 ore), quando si sono tenute le ultime elezioni politiche. Le ore di seduta per attività legislativa (459) costituiscono il 60% del lavoro: di queste 177 ore sono servite per discussioni generali e 281 per votare le leggi. Poi ci sono quelle per attività di indirizzo e di controllo (218) e quelle per altre attività (81).
28 dicembre
Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia Dire» e l'indirizzo «www.dire.it»

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lunedì 27 dicembre 2010

Ora ai mafiosi viene abolito di fatto l’ergastolo

Ora ai mafiosi viene abolito di fatto l’ergastolo, 
perché le motivazioni di sentenza vengono depositate in ritardo.

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MAFIA (censurato dal governo 2010)

Parte del documentario di Lucarelli (Blu Notte) su RAI TRE sulla Mafia e sulle inchieste censurato dal governo 2010.

Mafia e Stato: Un'intesa a colpi di 41 bis

Viviamo ormai in un Paese al servizio del reo, con spreco di energie e risorse per salvaguardare i diritti della mafia, in questo caso della 'ndrangheta calabrese per le concessioni fatte a uno dei tanti, a Giuseppe Belcastro.
Alle vittime non pensa mai nessuno, fanno paura, sono scomode e questo anche perché lo Stato ne deve rendere conto del perché sono diventate vittime di mafia e non è in grado di farlo fino in fondo.
Lo diremo fino allo sfinimento, in seno alle vittime delle stragi d’Italia, vi sono QUATTRO casi di soggetti giovanissimi che al tempo in cui hanno vissuto la strage terroristica eversiva, non lavoravano, in seguito sono andati a lavorare poi, a causa delle menomazioni riportate sotto il tritolo stragista, hanno “maturato” l’80 per cento di invalidità rispetto alla loro capacità lavorativa. Ebbene per legge hanno diritto alla pensione subito ma, da quel che appare, sembrerebbe che la Presidenza del Consiglio non voglia concederla.
Ci domandiamo con rabbia: come mai per la Magistratura attraverso le norme non è stato inventato quello strumento che permette alle vittime invalide  all’80% di andare in pensione subito, mentre sono state varate tutte una serie di norme che ad ogni stormir di fronda corrono in mutuo soccorso ai mafiosi rei di strage?

Cordiali saluti

Giovanna Maggiani Chelli
Presidente Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili

 http://www.antimafiaduemila.com/content/view/32248/78

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I peggiori "misfatti politici" vengono perpetrati, chiaramente, a ridosso del Ferragosto, del Natale, del Capodanno o della Pasqua, quando la distrazione è massima


Mentre tutti erano impegnati a spiegare i perchè e i per come della Riforma Gelmini, veniva approvato - nel silenzio di vari organi di stampa - il decreto “milleproroghe”. Naturalmente, a ridosso del Natale. I peggiori "misfatti politici" vengono perpetrati, chiaramente, a ridosso del Ferragosto, del Natale, del Capodanno o della Pasqua, quando la distrazione è massima e si può "uccidere" senza essere visti. 


  tremonti-milleproroghe_2011
Il decreto “milleproroghe” è stato approvato. Nel silenzio di vari organi di stampa, il Parlamento, come accade dal 2005, ha dato il suo ok al “calderone” del milleproroghe prima di Natale. Già: come accade solamente dal 2005. Oggi si parla di questo decreto come se fosse normale e scontata la sua approvazione.
Oggi si parla di questo decreto come se fosse normale e scontata la sua approvazione. Ma così non è: venne istituito per la prima volta proprio cinque anni fa (Governo Berlusconi II) per far fronte alle questioni più urgenti con decreti da approvare di fretta e furia entro la fine dell’anno. Col rischio – com’è accaduto – che pochi ne parlino. Da allora, in perfetta logica bipartisan, si è stati soliti ripetere ogni fine anno la procedura. Una procedura che rivela – ancora una volta – il ruolo marginale del Parlamento: il decreto, infatti, è Governativo e dunque non si chiede affatto l’intervento istituzionale e legislativo di Camera e Senato su questioni che, come vedremo, sono centrali e che, dunque, sarebbe stato più logico affrontare durante l’anno con l’iter classico parlamentare.
Ma, detto questo,  spiegata l‘anormalità politica italiana che spesso passa sottobanco, andiamo a vedere cosa ha deciso il Governo prima di festeggiare il Natale.
Iniziamo dai tagli all’editoria. Nel decreto, infatti, compare un poderoso taglio ai finanziamenti per la stampa: da 100 milioni il contributo sarà ridotto a 50 milioni. Un provvedimento, questo, che lascia attoniti: i 100 milioni iniziali, infatti, erano stati previsti dalle legge di stabilità (per intenderci, la Finanziaria) “per interventi a sostegno dell’editoria”, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale solo il 20 dicembre. Passano due giorni ed ecco la sorpresa: altro che gli annunciati 100 milioni. Tutto ridotto a 50. Col rischio che piccoli giornali locali, stazioni radio, emittenti televisive regionali dovranno essere soppressi. Si continua, dunque, in linea con quanto fatto (e tagliato) sinora: le emittenti radiotelevisive locali si sono visti ridurre, infatti, di 45 milioni i fondi per il 2011, sempre previsti dalla legge di stabilità. Ed ora altro poderoso taglio di 50 milioni.
Ma anche la cultura non inizierà l’anno nel migliore dei modi. Dopo aver procrastinato il voto di fiducia su Sandro Bondi previsto per il 22 dicembre per fare posto al ddl Gelmini (anche qui il dubbio è forte: vuoi vedere che è stato tutto architettato perché, cambiando all’ultimo la data dell’approvazione della Riforma, i ragazzi non hanno potuto manifestare essendo molti già tornati a casa dalle università?), nel calderone milleproroghe due piccoli provvedimenti che lasciano intendere quanto questo Governo tenga alla cultura. Iniziamo da Pompei: l’intervento per la ristrutturazione dell’area in seguito al crollo della “schola armaturarum” di Pompei - crollo che ha palesato l’assoluta noncuranza e indifferenza del Ministro nell’affrontare il suo ruolo istituzionale – annunciato a gran voce dal Consiglio dei Ministri, è stato rimandato a data da destinarsi. È in pratica saltata la misura che prevedeva interventi di sostegno per il sito archeologico: nuova manutenzione straordinaria, aumento del personale e dei poteri della Soprintendenza, oltre all'accesso semplificato agli sponsor.
E Bondi? In una nota il Ministero dei Beni culturali ha fatto sapere che “in sede di approvazione del Consiglio dei ministri si è ritenuto” che il pacchetto di norme per Pompei avesse “contenuti troppo ordinamentali”. Speriamo che qualcuno, prima o poi, ci chiarisca questo concetto. E non finisce nemmeno qui. La cultura, infatti, non solo è vittima di negligenza, ma anche di tagli vistosi: nel decreto milleproroghe, infatti, si parla di un euro aggiuntivo per ogni biglietto di teatro, cinema, concerto che sia. Euro che finirà, chiaramente, nelle casse del Governo. A onor del vero, c’è da dire che il Ministero per i Beni e le Attività Culturali ha smentito questa tassa imposta dal decreto, ma c’è poco, ben poco da fidarsi di un esecutivo che tratta e ritratta in continuazione.
Ed ancora, il terremoto a L’Aquila.  Dopo un anno intero di controversie, scontri, promesse non mantenute, con il decreto milleproroghe si svela la verità: dall’anno prossimo i terremotati saranno costretti a restituire gli arretrati. Il sindaco Cialente è riuscito a ottenere una proroga di sei mesi, ma in realtà nulla cambia: gli aquilani dovranno versare tutti gli arretrati. Il 100%. A differenza di quanto, ad esempio, venne fatto per il terremoto del ’96 in Umbria (Governo Prodi): restituzione solo del 40% dopo 12 anni. Alla faccia di quanti hanno creduto nel “miracolo” dell’intervento di Berlusconi, Bertolaso & co. Senza dimenticare che il Progetto C.A.S.E. si sta dimostrando assolutamente inefficiente (molti si lamentano per il precario servizio di riscaldamento) e che entro il 31 dicembre coloro che sono ancora ospitati negli alberghi della costa dovranno abbandonare le loro sistemazioni provvisorie, nell’incertezza più totale dato che nessuna nuova abitazione è stata prospettata.
Nella trafila di provvedimenti anche un decreto, voluto dal Ministro Maroni, riguardo il wi-fi. Già da tempo, in realtà, il Ministro Maroni parla di misure che allevierebbero le restrizioni contenute nell’articolo 7 del decreto Pisanu il quale prevede l’identificazione di tutti coloro che accedono a Internet da postazioni pubbliche (internet cafè, bar, internet point). Senza queste restrizioni, l’Italia potrebbe mettersi sulla stessa linea degli altri Paesi democratici, nei quali (anche ad esempio negli USA dove è sempre altissima l’attenzione per attentati terroristici) così funziona: tutti possono accedere liberamente  ad internet, senza doversi registrare, compilare fogli, mostrare un documento d’identità. In realtà, non è certo che questo accada: lo stesso Maroni, tempo fa, parlò della necessità di “contemperare le esigenze della libera navigazione con quelle della sicurezza”.
Cosa vuol dire questo? Che in pratica non si farà mai a meno di una politica di controllo, di supervisione, di illiberalità. Si parla, infatti, di un possibile controllo più “soft”, come, ad esempio, un servizio tramite sms: agli utenti arriverebbe un sms con il codice per accedere a internet. Ma anche in questo caso, sebbene la presunta “leggerezza” del sistema, l’illiberalità e i vincoli rimarrebbero. Come giustamente osservava Alessandro Gilioli tempo fa,il sistema di identificazione via sms rischia di escludere proprio gli stranieri: infatti, non essendo i loro numeri direttamente riconducibile a un’identità, non possono ricevere la password per navigare”. Insomma, se così sarà, se ancora si vorrà anteporre la “sicurezza” (o meglio, il controllo) alla libera navigazione, continuerà a non cambiare nulla.
Ma il decreto contiene anche misure che sembrerebbero positive, come ad esempio il reintegro del 5 per mille. “Si tratta di 300 milioni di euro – ha detto il ministro – che sommati ai 100 milioni già stanziati nella legge di stabilità, raggiungeranno complessivamente la somma di 400 milioni di euro per il 2011”. Misura accolta positivamente da tutti gli enti di ricerca e no-profit, anche se rimangono dubbi su come il Governo riuscirà a recuperare i soldi, dato che nella legge di stabilità i finanziamenti erano stati ridotti a 100 milioni. In più bisogna ricordare che il grido di vittoria non dev’essere davvero tale: finora l’erogazione dei fondi agli enti accreditati è ferma al 2008.  In pratica mancano in toto le somme del 2009 e del 2010.
E per concludere, ultima chicca: tagli all’editoria, alla cultura, tasse richieste ai terremotati, ma nessun taglio per le spese militari. Il decreto milleproroghe, infatti, prevede anche un rifinanziamento di circa 750 milioni di euro per le missioni internazionali di pace nelle quali la nostra nazione è impegnata. Bella cifra per un Paese – il nostro – che spende per la sola Afghanistan 65 milioni di euro al mese.

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ITALIA , I COSTI DELLA POLITICA ,LA CAMERA DEI DEPUTATI



ITALIA
I COSTI DELLA POLITICA
LA CAMERA DEI DEPUTATI

LA CAMERA DEI DEPUTATI "RUBA" AI CONTRIBUENTI 46 MLN € L’ANNO IN AFFITTI, TRA SPRECHI, AFFIDAMENTI SENZA GARA, CONTRATTI TOP SECRET E CLAUSOLE CAPESTRO - 2 - PER QUATTRO EDIFICI NEL CENTRO DI ROMA, LOR SIGNORI SPENDONO UNA CIFRA TANTO ELEVATA CHE SAREBBE PIÙ CONVENIENTE ACQUISTARLI - 3 - LO SCANDALO DI PALAZZO MARINI: GLI UFFICI DI 235 DEPUTATI E TRE APPARTAMENTI CI COSTANO 320 EURO AL MESE PER METRO QUADRATO - 4 - QUANTA FORTUNA PER L’IMMOBILIARISTA ROMANO SERGIO SCARPELLINI, CHE DAL ’97 AD OGGI HA CONQUISTATO LA SIMPATIA DI TUTTO L’ARCO COSTITUZIONALE, LEGA COMPRESA -


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LA CAMERA "RUBA" 46 MILIONI L'ANNO IN AFFITTI...
Pier Francesco Borgia e Gian Marco Chiocci per "Il Giornale"

montecitorio Ecco l'Affittopoli della Camera dei deputati. Gli sprechi, i canoni irrisori, gli affidamenti senza gara, i contratti top secret , le clausole capestro. I dati «fantasma» su Montecitorio rivelati dal Giornale grazie anche alle difficili investigazioni dei radicali e del parlamentare Pdl Amedeo Laboccetta. Cominciamo dai canoni stellari, dunque. I gioielli più costosi del mercato immobiliare, è notorio, si trovano al centro della capitale. Ma quelli che valgono oro sono rintracciabili a metà strada tra piazza Colonna (dove si affaccia Palazzo Chigi) e piazza di Spagna.
montecitorio Un esempio che rende l'idea? Palazzo Marini. È un grande stabile sulla centralissima via del Tritone. Buona parte dei suoi uffici - canone 2010 - sono stati affittati alla Camera per oltre 13 milioni di euro (per l'esattezza 13.269.346 euro). Lo spazio è ampio. Serve ad alloggiare gli uffici di 235 deputati, oltre a tre appartamenti di rappresentanza.
Rissa alla camera I locali appartengono alla società immobiliare Milano 90 di Sergio Scarpellini. Un partner affidabile per Montecitorio, visto che l'istituzione ha affittato dalla sua società non un solo stabile di queste dimensioni e con queste finalità istituzionali, bensì quattro. E nessuno con gara o avviso pubblico. Per un totale di 12mila metri quadrati.
Locali ovviamente chiavi in mano, cioè ristrutturati e arredati secondo il bisogno del locatario e forniti anche del personale di vigilanza, del servizio mensa e di assistenza ai piani. La Camera solo quest'anno spenderà più di 46 milioni di euro (stando ai dati del Bilancio di previsione 2010) per far alloggiare i suoi depu­tati in questi uffici. Forse spendere più di 3.850 euro l'anno al metro quadro (320 euro al mese) è una cifra piuttosto consistente. A nutrire questo sospetto sono stati alcuni parlamentari (Rita Bernardini dei radicali e Amedeo Labocetta del Pdl) che hanno chiesto lumi all'Ufficio di presidenza.
Granata nel cuore della rissa Botte tra leghisti e Fli Non si sono limitati a questo; hanno osato chiedere addirittura la rescissione di questi contratti considerati troppo onerosi scontrandosi con i vertici burocratici e politici della Camera, che solo alla fine si sono dovuti arrendere, dando pubblicità ad atti finora mai resi pubblici. La cosa però è più complicata di quanto possa apparire anche a chi conosce bene i punti meno «battuti» del Codice civile (dove peraltro è scritto che i contratti di affitto per locali ad uso professiona­le possono sempre essere di­sdetti da parte del locatario).
Botte da orbi alla Camera La Camera ha stipulato il primo dei quattro contratti nel '97. Il cosiddetto «Marini 1» impegna le parti per un periodo di «9 più 9» anni. Il 21 settembre scorso, però, l'aula di Montecitorio, durante la lettura, la discussione e l'approvazione del Bilancio di previsione del 2010, è riuscita a far passare la rescissione del contratto.
LUCIANO VIOLANTE E SIGNORA Dal 2012 gli oltre 200 deputati che hanno l'ufficio in via del Tritone dovranno cercarsi una nuova sistemazione. Questo è stato possibile perché il «Marini 1» è l'unico dei quattro contratti che non prevede una clausola che vincola il locatario al rinnovo automatico. Un vincolo davvero insolito. Che non è presente nemmeno nel contratto del cosiddetto «Marini 2» (immobile di via Poli 14/20).
GIANFRANCO FINI Infatti è in una lettera redatta e spedita sei mesi dopo la firma del contratto che viene scritta nero su bianco la rinuncia alla disdetta anticipata della locazione. Il contratto è stato redatto nel luglio del '98. E il 17 dicembre il Servizio amministrazione della Camera dei deputati spedisce alla Milano 90 una lettera in cui si scrive tra l'altro: «La presente Amministrazione rinuncia formalmente alla facoltà di recesso anticipato, contrattualmente riconosciutale a far da­ta dall'inizio del decimo anno di rapporto».
Sergio Scarpellini Non è casuale la specifica del «decimo anno» visto che nei contratti c'è scritto che la disdetta non è possibile fino al decimo anno (il primo del rinnovo automatico). La Camera dei deputati, quindi, rinuncerà agli uffici di via del Tritone ma non si libererà dei contratti che la legano alla Milano 90 per gli immobili denominati «Marini 2», «Marini 3» e «Marini 4».
Contratti stipulati tra il '98 e il 2000 e che quindi vedranno la loro validità esaurirsi non prima del 2016. Secondo un calcolo approssimativo (in virtù del fatto che ogni anno gli importi dei canoni variano perché soggetti all'indicizzazione Istat), alla fine la Camera dei deputati avrà versato nelle casse della «Milano 90» oltre 540 milioni di euro nel corso di 23 anni. «Secondo questo calcolo - spiega l'onorevole Laboccetta, che insieme con la Bernardini (Pr) ha sollevato il problema dei costi di questi immobili - con la stessa cifra e per la stessa metratura è come se la Camera avesse acquistato immobili per un prezzo che oscilla tra 41.600 ai 50mila euro al metro quadrato».
Amedeo Laboccetta Non proprio a prezzi di mercato (che nella zona del Tritone come in tutto il centro storico si aggirano al massimo sui 10mila euro al metro quadro). Insomma il locatario (in questo caso la Camera dei deputati) non ha badato a spese e non ha nemmeno sottilizzato su un fattore tutt'altro che secondario.
Al momento di prendere in affitto i locali del cosiddetto «Marini 1» (il già citato palazzo su via del Tritone) il proprietario non sarebbe stato in condizioni di concedere il affitto i locali per uso ufficio. La destinazione d'uso era un'altra. Insomma la Camera affitta a prezzi piuttosto fuori mercato e non trova nulla da ridire sul fatto che quegli stessi locali non potrebbero nemmeno essere affittati come uffici.
Rita Bernardini Al problema si rimedia in sede di contratto. L'articolo 14 al punto 1 spiega che «la conduttrice Camera dei Deputati dichiara di essere edotta dell'attuale de­stinazione d'uso delle porzioni immobiliari oggetto della locazione».
Al punto 2 dello stesso articolo si va ben oltre. «La Camera dei deputati - è scritto - attiverà, entro e non oltre giorni 15 dalla data della sottoscrizione apposta in calce, ogni necessaria procedura di legge per conseguire il cambio di destinazione d'uso delle porzioni immobiliari oggetto della locazione».
Rosella Sensi Solitamente dovrebbe essere il proprietario a impegnarsi alla modifica della destinazione d'uso e non l'affittuario. Secondo quanto ricostruito dal Giornale, il Municipio I non ha subito concesso il cambio di destinazione d'uso. Questo è stato poi assicurato direttamente dagli ufficio del Campidoglio (il sin­daco di allora era Francesco Rutelli).
QUEL PALAZZINARO ROMANISTA SEMPRE IN AFFARI CON LA POLITICA
Gian Marco Chiocci per "Il Giornale"

Del «sor Sergio», come a Roma chiamano il costruttore Sergio Scarpellini (classe 1937), si sono occupati un po' tutti, dagli inviati dei grandi giornali al Romanista per finire ai segugi di Reporter. Lui, titolare di un piccolo impero immobiliare, controllato da alcune società finanziarie, non ama troppo mettersi in mostra. Al contrario vanta un basso profilo piuttosto insolito nella genìa romanesca.
Nei primi anni Novanta la sua società immobiliare navigava in acque difficili (per non dire tempestose). Erano gli anni della crisi del mattone. Come già riportato dal nostro giornale (16 giugno 2007), la società Milano 90, controllata del gruppo Scarpellini, chiuse il peggiore bilancio della sua storia nel '95 con perdite di oltre 12 miliardi di lire. Tanto che il Banco di Napoli aveva avviato un'istanza di fallimento nei confronti della capofila Immobilfin srl. È stato forse il punto più difficile della carriera del «sor Sergio».
la casta rizzo stella cover Poi le cose cambiarono, grazie anche al ritorno in auge del mattone come migliore investimento anticrisi. Il punto di svolta è il '97 con la firma del primo contratto di affitto in favore della Camera dei deputati (allora presieduta da Luciano Violante dei Ds). Nelle pagine della Casta di Rizzo e Stella un capitolo è dedicato proprio al coup de foudre tra Scarpellini, descritto come palazzinaro e proprietario di una delle più grandi scuderie italiane, e Montecitorio.
È l'inizio di una grande amicizia tra il costruttore e la politica. Un rapporto forte e intenso, ma trasparente. Un'amicizia capace di vincere anche le iniziali diffidenze degli ultimi arrivati nello scenario politico: i parlamentari della Lega Nord.
Scarpellini è infatti un munifico sostenitore. A 360°, però. E tutto alla luce del sole, con tanto di ricevute e dichiarazioni pubbliche. Consolidato il ménage con la Camera, la liquidità in cassa aumenta e il gruppo Immobilfin può iniziare a fare «shopping». Nel suo portafoglio entrano anche i terreni della Romanina e quelli della Monachina (130 ettari) dove dovrebbe sorgere il nuovo stadio della Roma, il cui progetto è stato approvato in maniera bipartisan nel settembre del 2009 da Piero Marrazzo (presidente della Regione Lazio) e Gianni Alemanno (sindaco di Roma).
Insomma, il rapporto con la politica di Scarpellini è schietto e soprattutto trasparente. Ma non privo di insidie. A cominciare dal già citato contratto per il «Marini 1» che la Camera ha deciso di rescindere. Intervistato il 13 ottobre scorso dal Sole24Ore, l'immobiliarista non si scompone: «Non credo che la Camera scinderà il contratto. E anche se lo facesse, affitteremo quell'immobile ad altri clienti». E sul fatto che i contratti dei quattro immobili siano stati fatti a trattativa privata, senza evidenza pubblica, Scarpellini tira fuori la complessità del servizio fornito. «Il global service chiavi in mano - spiega l'immobiliarista - è parte essenziale dell'accordo, con vantaggi per la Camera: confrontando i costi del contratto global service con quelli che la Camera avrebbe sostenuto aderendo alla convenzione Consip, Montecitorio ha risparmiato in 12 anni oltre 67 milioni.
Per non parlare dei costi che la Camera dovrebbe affrontare se al posto dei miei 400 dipendenti con contratto alberghiero utilizzasse suo personale. Un commesso della Camera guadagna almeno tre volte di più». Il costruttore ha un solo rimpianto: proprio la politica. Se avesse quindici anni di meno scenderebbe in campo, confessa al cronista del foglio economico. Mentre Dagospia sostiene che il suo ultimo flirt è con la nuova creatura di Fini, dandolo come spettatore attento durante la convention di Futuro e libertà di Bastia Umbra del 7 novembre scorso.

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LINKS: RICORDIAMO IL MASSACRO DI GAZA SIT IN E FIACCOLATA...




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sabato 25 dicembre 2010

Un club di delinquenti decide tutto, Super banchieri


si riuniscono una volta al mese da qualche parte a Manhattan, per decidere quanti milioni di disoccupati creare, quanta gente ridurre alla disperazione, quanti bambini devono morire di fame


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Super-banchieri: un club di delinquenti decide tutto




A proposito di complottisti: dedichiamo questo commento a Pigi Battista e a tutti quelli che sostengono sempre, invariabilmente, le versioni ufficiali. Adesso ne abbiamo una nuova, quasi ufficiale ma, sfortunatamente, complottista al cento per cento. E’ del New York Times, e scommetto un milione di euro che né Pierluigi Battista, né Riotta, né De Bortoli, né nessun altro di questa risma ne parlerà ugualmente, anche se viene dal New York Times. Sembra una favoletta: ci sono nove-banche-nove, che si riuniscono una volta al mese da qualche parte a Manhattan, per decidere quanti milioni di disoccupati creare, quanta gente ridurre alla disperazione, quanti bambini devono morire di fame – in Africa, in Asia, non importa dove.
Volete sapere i nomi? Eccoli. JP Morgan, Goldman Sachs, Union de Banques Suisses (Ubs), Crédit Suisse, Barclays, Citigroup, e altre ancora. Questo è il Giulietto Chiesacentro del potere mondiale. E’ da qui che si irraggiano le manovre speculative, è qui che si complotta, è qui che si inventano i ricatti contro i governi, è qui che si disfano e si fanno i governi, è qui che si decide quali ministri bisogna mettere, in quale governo. Bene: questo è un complotto o non è un complotto? Come la mettiamo?
Uno che ne ha parlato in Italia si chiama Eugenio Scalfari, domenica scorsa; ha fatto un editoriale molto intelligente. Anche Scalfari lo sapeva: infatti disse che si trattava di un segreto di Pulcinella. Io ne parlai, qualche anno fa, scrivendo ”, insieme a Marcello Villari un libro che avevo intitolato “Superclan”. E parlai sapendo che mi avrebbero dato del complottista. Ma avevo fretta: sapevo che sarebbe arrivata la tempesta e decisi di parlare ugualmente. Invece Scalfari tacque, pur sapendo la verità; adesso, dottamente, ci spiega che costoro decidono tutto nel buio, decidono i nostri Eugenio Scalfaridestini, il nostro futuro; ma anche adesso, dopo aver detto questo, anche Eugenio Scalfari non vuole andare fino in fondo.
Perché se le cose stanno così, se questi signori – in nove – sono più forti del presidente degli Stati Uniti d’America (e lo sono per davvero), allora che cosa ne è della democrazia in questo mondo? Che cosa ne è della democrazia liberale dell’Occidente? E chi avrà il coraggio di mettere all’ordine del giorno di un governo qualsiasi di questa Europa la questione di spiccare un mandato di cattura contro questi delinquenti ciechi, che rappresentano tutti insieme la scimmia al comando che sta trascinando il mondo in un baratro? Ecco, la domanda è questa: chi avrà questo coraggio?
Io propongo di cominciare a organizzarci, per creare una forza politica che dica la verità e dichiari guerra ai creatori della guerra – perché questi sono i veri organizzatori della guerra, soltanto che è una guerra contro di noi. “Alternativa” è questo nucleo, e si propone questo obiettivo. Allora io vi chiedo: venite con noi, per fare diventare questo nucleo, adesso piccolo, una valanga. Perché basta che si cominci a dire la verità perché questo gruppo di malfattori venga costretto all’impotenza.
(Giulietto Chiesa, comunicato video su www.giuliettochiesa.it).


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D’Alema e Berlusconi la pensano allo stesso modo: la magistratura è pericolosa




“La magistratura? La più grande minaccia per l’Italia”. Così D’Alema in un cablo Wikileaks


Le parole dell'ex premier ed ex ministro degli Esteri sono riportate dall'ambasciatore americano a Roma Ronald Spogli in un dispaccio del 2008 pubblicato da El Paìs. Ma D'Alema smentisce di aver mai pronunciato quel "giudizio abnorme"
D’Alema e Berlusconi la pensano allo stesso modo: la magistratura è pericolosa. I dispacci dell’ambasciata Usa, diffusi da Wikileaks, confermano l’esistenza di un inciucio tra centrodestra e centrosinistra, sospetto che insegue D’Alema dai tempi della Bicamerale del 1997. L’ex ambasciatore americano a Roma, Ronald Spogli, racconta che D’Alema, da ministro degli Esteri nel 2007 gli ha confessato che “la magistratura è la più grande minaccia per lo Stato italiano”. Il giudizio, contenuto in un cablogramma del 3 luglio 2008, è lo stesso che avrebbe potuto esprimere Berlusconi in persona. Che infatti definisce la magistratura “il più grande problema dell’Italia”, secondo quanto rivelato dal successore di Spogli, David Thorne, in un dispaccio dell’1 gennaio 2010.

Il parere di D’Alema risale al 2007, quando al governo era il centrosinistra. Il 20 luglio di quell’anno il gip di Milano, Clementina Forleo, chiede alle Camere l’autorizzazione a utilizzare le intercettazioni in cui i ‘furbetti del quartierino’ parlano delle scalate bancarie con D’Alema, Piero Fassino e Nicola Latorre. Telefonate in cui D’Alema incita l’ex numero uno di Unipol Giovanni Consorte impegnato nella scalata alla Bnl: “Facci sognare”. Mentre Fassino chiede conferma: “Abbiamo una banca?”. Nel 2007 inoltre il governo Prodi propone il ddl Mastella. Un disegno di legge per limitare l’uso delle intercettazioni e la loro pubblicazione: l’antenato della legge bavaglio targata Berlusconi.

Spogli scrive che le intercettazioni telefoniche sono spesso pubblicate dalla stampa. E questa situazione crea “imbarazzo”. “La fonte all’interno della magistratura responsabile della fuga di notizie viene scoperta raramente”, continua il diplomatico americano. “Sebbene la magistratura italiana sia tradizionalmente considerata orientata a sinistra, l’ex premier ed ex ministro degli Esteri Massimo D’Alema ha detto lo scorso anno all’ambasciatore che la magistratura è la più grande minaccia per lo Stato italiano”. Parole che fanno il paio con quelle contenute nel dispaccio dell’1 gennaio 2010, scritte dall’attuale ambasciatore Thorne, che racconta: “Berlusconi ha affermato che un sistema giudiziario in cui i casi non sono mai definitivamente risolti, dove puoi essere assolto e poi vedere il tuo caso riaperto, mina il sistema politico ed economico del Paese”. Ragione per cui il Cavaliere ritiene che la magistratura sia “il più grande problema dell’Italia”.

La valutazione è simile a quella di D’Alema, che però smentisce e parla di incomprensione: “Accanto a osservazioni ovvie su fughe di notizie e intercettazioni – dice l’attuale presidente del Copasir – viene riportato un giudizio abnorme sulla magistratura che non ho mai pronunciato, che non corrisponde al mio pensiero e che evidentemente all’epoca è stato frutto di un fraintendimento tra l’ambasciatore Spogli e me”.

Ma nei cablogrammi diffusi da Wikileaks, oltre all’analogia di vedute tra Cavaliere e D’Alema, c’è dell’altro. Nel dispaccio dell’1 gennaio 2010, Thorne scrive infatti che Berlusconi ha detto “di essere pronto a formare un’alleanza con l’opposizione di centro sinistra per realizzare la riforma della giustizia” e di avere nell’opposizione “alleati riguardo alla necessità di una riforma, incluso il leader del Pd Bersani”. Che il premier e il sottosegretario Gianni Letta considerano persona “leale con elevata intelligenza”. I complimenti, secondo il dispaccio, ci sono pure per D’Alema, di cui Letta critica la permalosità, ma riconosce “la capacità di giudizio e l’efficacia politica, motivo per cui Berlusconi sostenne la sua candidatura per la carica di ministro degli Esteri Ue nonostante le loro differenze”.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/12/24/la-magistratura-la-piu-grande-minaccia-per-litalia-cosi-dalema-in-un-cable-wikileaks/83619/


http://www.elpais.com/articulo/internacional/Cable/magistratura/italiana/elpepuint/20101223elpepuint_9/Tes

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venerdì 24 dicembre 2010

Gaza, un altro Natale sotto assedio


Gaza, un altro Natale sotto assedio


I Cristiani di Gaza: preghiamo per la fine dell’assedio israeliano e sogniamo di visitare Betlemme
Gaza - InfoPal. Oltre 3.500 palestinesi di fede cristiana della Striscia di Gaza si preparano alle festività natalizie.
Anch’essi a Gaza, vivono sotto assedio da oltre quattro anni e sono privati della libertà religiosa perché Israele vieta loro di pregare presso i luoghi santi cristiani di Betlemme.
Preparativi. Abu Elias ha 52 anni e dal suo negozio guarda verso la chiesa "Casa Latina", a sud di Gaza City, dove molti ragazzi sono occupati nell’addobbare l’edificio e la strada con luci e festoni.
“Avrei voluto tanto visitare Betlemme quest’anno, Israele continua a vietarcelo. Ma a me basta pensare che quest’anno a Gaza si respira un’atmosfera differente, quasi più sollevata rispetto ai passati anni di assedio”.
“La preghiera è una componente importante nel nostro Paese, così come lo sono la pace e una vita in sicurezza. Con i musulmani abbiamo un rapporto privilegiato, con essi condividiamo tutte le sofferenze dell’assedio e le quotidiane persecuzioni di Israele contro Gaza”.
La guerra israeliana sulla Striscia di Gaza (Operazione “Piombo Fuso”, 2008-2009) aveva devastato tre chiese, quartieri dove sono ubicati santuari cristiani erano state colpite, una ragazza di famiglia cristiana era stata uccisa e molti cristiani erano rimasti feriti.
Festività dal sapore della paura. Rania Mikhail ha 32 anni, è cristiana e insegna lingua inglese nella scuola “Sacra Famiglia”  a Gaza. Questi giorni per lei sono pieni di gioia: distribuisce regali e dolci ai vicini, cristiani e musulmani, ma non può nascondere il timore di un attacco israeliano come è avvenuto negli ultimi giorni.
“Noi pensiamo che ogni nuovo giorno sia migliore del precedente, tuttavia non possiamo eclissare il terrore quotidiano quando l’aviazione israeliana torna a minacciarci sorvolando le nostre teste. L’attacco di qualche giorno fa è stato particolarmente massiccio, io abito nei pressi delle zone bombardate”.
Le sensazioni di cui ci aveva parlato Abu Elias, le abbiamo riscontrate anche in Rania quando ci racconta che, mentre nei due anni passati la Chiesa aveva deciso di cancellare le celebrazioni e la preghiera, in solidarietà con le 1.500 vittime palestinesi dell’ultima devastante guerra.
“Sia a Natale scorso, sia quest’anno, io e la mia famiglia, mio marito e i ragazzi, abbiamo fatto il tentativo di richiedere a Israele il permesso di raggiungere Betlemme. Ma quest’anno, come anche una anno fa, trascorreremo le festività natalizie nella Striscia di Gaza e, come noi, altre centinaia le famiglie palestinesi.
L’albero di Natale. Nella città di Gaza, molte famiglie cristiane si sono affrettate a comprare una albero per poter festeggiare in famiglia e poi raggiungere tutti insieme la chiesa per la preghiera della notte di Natale.
I negozi di Gaza si sono riforniti di regali e addobbi tipici della festa: abiti di Babbo Natale, candele e dolci. Qualcuno prova ad allestire un banchetto nei pressi delle Chiese.
Gran parte della comunità cristiana della Striscia di Gaza appartiene alla Chiesa ortodossa, mentre il 15% a quella Latina.
Come i cristiani nel resto del mondo, anche i cristiani palestinesi festeggiano la Natività tra il 24 e il 25 dicembre.

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Gerusalemme , Nel 2010 le forze d'occupazione israeliane hanno proseguito rapidamente le demolizioni di abitazioni e proprietà palestinesi ad al-Quds


Gerusalemme , Nel 2010 le forze d'occupazione israeliane hanno proseguito rapidamente le demolizioni di abitazioni e proprietà palestinesi ad al-Quds



. (Gerusalemme) - InfoPal. Fonti ufficiali Onu hanno affermato: "Nel 2010, le forze d'occupazione israeliane hanno proseguito rapidamente le demolizioni di abitazioni e proprietà palestinesi ad al-Quds (Gerusalemme). Questo processo ha subito un escalation del 45% rispetto al 2009".
Maxwell Gillard, Coordinatore umanitario nei Territori palestinesi occupati per le Nazioni Unite, ha espresso preoccupazione e ha specificato: "Quest'anno le abitazioni palestinesi distrutte da Israele tra Gerusalemme e Cisgiordania sono state 396. Nel 2009 ne erano state demolite 275. Oltre 3 mila palestinesi sono rimasti senza casa e attualmente sono sfollati".
"L'Impatto socio-economico ha un peso non indifferente, in maniera diretta sulle loro vite, ma pure sulla performance dell'assistenza umanitaria".
"Israele deve fermare questa politica" ha concluso Gillard.
Da parte sua, Peace Now, movimento pacifista israeliano, questa mattina ha ripetuto dati e previsioni esposti dal responsabile Onu.
"La costruzione delle colonie israeliane è avvenuta in modo rapido come non mai. Dalla scadenza della moratoria sul congelamento, tre mesi fa, decine di progetti per centinaia di unità abitative sono stati approvati da Israele per un totale di 1.700 unità abitative".
"Approvazione e implementazione si sono volti con una rapidità e in maniera estesa in un periodo particolarmente vulnerabile, quale quello di negoziati diretti tra Israele e palestinesi, mentre l'opinione pubblica era distratta da colloqui decisamente deboli".
I lavori di costruzione non vanno intesi unicamente con l'edificazione materiale delle unità abitative (Peace Now rivela l'ultimo piano per la costruzione di 75 abitazioni per coloni) ma pure con i lavori sussidiari per la fornitura di servizi; fognature, sistemi elettrici e strade ad uso esclusivo dei coloni di Israele.
Già fonti d'informazione israeliane, come il quotidiano Yediot Ahronot, avevano individuato nei principali blocchi coloniali quali "Ma'ale Adumim", "Beitar Illit" e "Modi'in Elite" i punti di maggior espansione e quelli interessati da un eventuali scambi di popolazioni da finalizzare con l'Autorità nazionale palestinese (Anp).
Alle dichiarazioni rilasciate oggi da Peace Now, hanno fatto seguito quelle di un leader dei coloni il quale, con orgoglio e disivoltura, ha confermato le cifre.


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mercoledì 22 dicembre 2010

LETTERA A NAPOLITANO a firma degli Studenti in mobilitazione della Sapienza


LETTERA A NAPOLITANO 

a firma 

degli Studenti in mobilitazione della Sapienza



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Roma - Gli studenti cantano davanti alla Sapienza,
prima che inizi il corteo:
''Viva l'università libera e pubblica''

. Stampa subito 30 foto gratis! .

Presidente,
siamo le studentesse e gli studenti della Sapienza in mobilitazione da due anni in difesadell’Università e della Formazione Pubblica. In questi ultimi mesi sono stati occupati quasi tutti gliatenei, abbiamo occupato i monumenti, ci siamo riuniti nelle assemblee, siamo saliti sui tetti, abbiamo invaso le strade e bloccato le città, tutto per far sentire la nostra voce al paese e bloccare lariforma.
Nella giornata di oggi assistiamo al passaggio finale dell’attacco al mondo dell’istruzione pubblicada parte di questo governo, inserito in 20 anni di politiche di privatizzazione che tentano di smantellare il diritto allo studio. Abbiamo dimostrato al paese come le istituzioni “democratiche” siano sorde alle richieste e alle istanze che provengono dai conflitti e dalle lotte sociali che nei territori si stanno producendo. Gli studenti e i lavoratori, L’Aquila e Terzigno, le popolazioni immigrate e tanti altri, il 14 Dicembre esprimendo la loro degna rabbia contro un governo che, mentre faceva mercimonio di voti in parlamento veniva sfiduciato dalla piazza in rivolta, hanno ricevuto l’unica risposta che sa dare questa classe dirigente: repressione.
Il governo si è reso manifesto solo nell’esercitare la tutela di pochi a scapito della società civile, di cui noi studenti e studentesse costituiamo particolare espressione, rappresentando la futura generazione precaria che subisce e subirà le scelte sconsiderate che si stanno perseguendo a danno dell’intera popolazione.
Siamo andati a protestare davanti al Senato e alla Camera, abbiamo assediato il governo nel giorno della sua “sfiducia”, senza cercare lo scontro ma il confronto, cercando di farci sentire da chi si è barricato all’interno della zona rossa, limitando il nostro diritto al dissenso. Non siamo stati ascoltati nemmeno questa volta.
Si è reso così ancora più evidente il fallimento dell’attuale sistema di rappresentanza, completamente estraneo ai bisogni e ai problemi reali della società. In un contesto di crisi sistemica del capitalismo a livello globale, le classi politiche non sono state in grado di fornire alcuna risposta ad un malessere sociale ormai generalizzato, se non piani di austerità che portano solo a tagli indiscriminati ai diritti e alle tutele sociali, per salvare banche e speculatori finanziari. In questo senso le politiche europee di gestione della crisi stanno fallendo. E’ questa la vera violenza che le classi dirigenti stanno dispiegando, dalla Grecia alla Francia, dalla Spagna alla Gran Bretagna mentre l’Europa insorge tra rivolte e scioperi generali.
Ci rivolgiamo a Lei, Presidente della Repubblica Italiana, in quanto garante della Costituzione di questo Paese, ponendo alla Sua attenzione la responsabilità politica del governo nella scelta di smantellare definitivamente i principi democratici sanciti dalla nostra carta costituzionale.
Se porrà la Sua firma al disegno di legge Gelmini Lei sancirà la cancellazione del Diritto allo Studio, uno dei diritti fondamentali della Costituzione intesa come patto fondante della nostra società, che garantisce equità e democrazia.
Noi non siamo disposti a renderci complici del processo di restaurazione di uno stato autoritario, corrotto e autoreferenziale, che garantisce diritti e privilegi a pochi potenti a danno del resto della società. Si renda anche lei indisponibile a questo disegno eversivo: non firmi, sarà così in piazza anche Lei al nostro fianco!
Studenti e studentesse in mobilitazione della Sapienza


Di : Sapienza in mobilitazione


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il piano di polizia e studenti è di non scontrarsi , Roma, 22 dicembre

il piano di polizia e studenti è di non scontrarsi ,
Roma, 22 dicembre

Roma un po’ di paura ce l’ha, ma mercoledì 22 dicembre sarà una giornata infernale e proibitiva…soprattutto per l’acquisto dei regali di Natale. La città sarà sottoposta a massiccio e diffuso “mobbing” con blocchi stradali, cortei “mordi e fuggi” e paralisi epidemica degli spostamenti, questo è sicuro. Però polizia e studenti che si preparano alla giornata lasciano capire che, se il diavolo non ci mette la coda, non ci saranno scontri di piazza. Qualche inseguimento, qualche scaramuccia, ma scontri frontali e massicci no. Non li vogliono gli studenti e stavolta non li vuole praticamente tutta la composita galassia dei manifestanti. Dalle loro assemblee e riunioni più o meno segrete emerge che il “movimento” stavolta cerca la beffa e lo sberleffo al “potere” e non l’assalto ai “Palazzi”. Sarà sopravvenuta responsabilità o timore di farla grossa, sarà buona scienza o cattiva coscienza politica, stavolta proveranno a rendere la città e la giornata ingovernabili ma non campo di battaglia. E la polizia, nonostante la politica abbia gettato benzina, stavolta non vuole essere né bersaglio né martello. I responsabili dell’ordine pubblico hanno mandato chiari messaggi: tampineranno, pedineranno i cortei ma non faranno muraglia sulla quale i manifestanti possano schiantarsi.
Secondo il “piano” degli studenti e dei manifestanti, Roma vedrà apparire per ogni dove e per tutta la giornata “pattuglie” e “compagnie” di protesta. In strada, agli incroci, forse sui tetti, di sicuro dove non te li aspetti. Appariranno, sosteranno, spariranno, si ricomporranno. Una, dieci, cento “manifestazioni” con l’obiettivo di “salutare” il varo della legge Gelmini mostrando che la città si ferma per l’occasione e non più l’obiettivo di assediare il Senato dove la legge viene votata. Secondo il piano della polizia niente plotoni immobili ad aspettare l’impatto, ma tante squadre ai fianchi dei manifestanti. Andrà davvero così? Questa è la “promessa” reciproca. Promessa credibile perché basata sulla reciproca convenienza e sulla convergente opportunità. Ma pur sempre promessa e non certezza perchè per far funzionare i due “piani” occorre che la polizia tolleri e consenta qualche “beffa e sberleffo” facaendo più o meno finta di esser sorpresa e occorre che i manifestanti rispettino le zone più o meno “rosse”, facendo più o meno finta di girarci intorno solo per caso. Ce la faranno entrambi a recitare la parte prescelta? E le tv? Sono pronte ad ogni evenienza, nel caso nulla di violento accada sono pronte a inviare tre inviati di piazza con relative troupes e a titolare: “Tragico vuoto nelle vie della Capitale”.


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LINKS: NOI CREIAMO ARTE ED IDEE, VOI TAGLIATE TUTTO




LINKS: NOI CREIAMO ARTE ED IDEE, VOI TAGLIATE TUTTO: "manifestazione studentesca 'NOI CREIAMO ARTE ED IDEE, VOI TAGLIATE TUTTO' Ora mercoledì 22 dicembre · 14.00 - 18.00 Luogo P.zza Santa C..."


manifestazione studentesca "NOI CREIAMO ARTE ED IDEE, VOI TAGLIATE TUTTO"


Ora
mercoledì 22 dicembre · 14.00 - 18.00
Luogo P.zza Santa Croce 14.00
Firenze, Italy

chi vorrà potrà essere truccato in maniera eccentrica, e per questo invitiamo tutti a vestirsi in maniera inusuale ed appariscente.
Chiunque sappia suonare uno strumento è invitato a portarselo appresso, e cosi chiunque sappia fare un po' di giocoleria e im...provvisazione teatrale a portarsi l'occorrente alle sue idee.



I GIOVANI E LA PROTESTA.......



L'Italia è un Paese per vecchi. Ma il linciaggio mediatico che ha accompagnato il movimento delle università, con le calunnie vomitate dai soliti cani da guardia contro una protesta pacifica,creativa, intelligente, beh, questo è davvero preoccupante. Significa che il Paese invecchia molto male,nel rancore e nell'egoismo, proprio come l'uomo che si è scelto per farsi condurre alla tomba. L'Italia è vecchia nell'età, 43 anni in media, contro i 26 del resto del mondo; nella classe dirigente , la più longeva del Pianeta ; nell'industria, ancora basata sulla manifattura a basso livello tecnologico. Decrepita nella cultura e nella formazione,  con la metà degli investimenti su ricerca e università e meno della metà dei laureati sulla media europea, cioè un terzo nel confronto con Germania e Francia. In Italia è vecchia anche la maggioranza dei giovani, cresciuti in mezzo la pattumiera televisiva, rassegnati al familismo come stile di vita e campare di paghetta fino a quarant'anni. Ora, se in questo Stato la nostra meglio gioventù scende in piazza e ci costringe al dialogo con argomenti seri, bisogna far festa ,ed abbracciarli.Reclamano un diritto da cittadini democratici, il diritto allo studio. Non si lamentano senza far nulla , come la maggioranza dei sudditi di questo ridicolo regno. Qualche volta esagerano, d'accordo. Ma esagerano meno della polizia e molto meno di quanto abbiano esagerato con loro le generazioni passate. Gli abbiamo lasciato un mondo del lavoro senza speranza e una montagna di debiti da pagare . Il debito pubblico è questo, rubare il futuro dei figli . Non sono poveri, non ancora. Hanno il cellulare, il computer. Ma saranno poveri, nella logica del declino. Dopo il Rinascimento c'è voluto quasi un secolo per ridurre l'Italia alla miseria, ma i tempi cambiano e velocemente. Nel giro di una generazione finiranno a fare i camerieri dei coetanei cinesi o tedeschi. Non per colpa degli immigrati , che ci salvano dalla bancarotta di Stato e dalla recessione permanente. Per la responsabilità, l'irresponsabilità anzi, e l'egoismo di padri e nonni.Che cosa hanno da perdere nella protesta ? Che cosa ci fanno perdere ? Il futuro italiano è una bomba a orologeria e questi ragazzi stanno cercando di disinnescare il timer. Si può dire soltanto : grazie.

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Ho dato i miei soldi per liberare Assange, Michael Moore



Ho dato i miei soldi per liberare Assange, Michael Moore

Mai più segreti e guerre grazie a Wikileaks

L’altro ieri gli avvocati di Julian Assange, fondatore di Wikileaks, hanno presentato al tribunale di Westminster, Londra, un documento da me sottoscritto attestante che ho versato la somma di 20.000 dollari per contribuire alla libertà’ su cauzione di Julian Assange. Inoltre metto pubblicamente a disposizione il mio sito web, i miei server, i nomi dei miei domini e qualsiasi altra cosa che possa tenere in vita Wikilieaks e che possa consentire a Wikileaks di continuare a denunciare i reati pianificati segretamente e commessi a nostro nome e con i dollari dei contribuenti.

Ci hanno portato in guerra in Iraq sulla base di una menzogna. Sono morte centinaia di migliaia di persone. Provate ad immaginare come sarebbero andate le cose se l’uomo che nel 2002 progettò questi crimini di guerra avesse avuto a che fare con Wikileaks. Forse non sarebbero riusciti a fare quello che hanno fatto. A quell’epoca pensarono di potersela cavare solo perché avevano la garanzia della più assoluta segretezza. Ora questa garanzia non esiste più e mi auguro che i potenti non possano mai più agire in segreto.
Per quale ragione viene aggredito con grande accanimento il sito di Wikileaks che ha reso un servizio così importante all’opinione pubblica? Perché il sito ha messo in imbarazzo quanti hanno nascosto la verità. L’aggressione a Wikileaks ha superato ogni immaginazione. Il senatore Joe Lieberman sostiene che Wikileaks «ha violato la legge sullo spionaggio». George Packer del New Yorker definisce Assange «megalomane, maniaco della segretezza e permaloso». Sarah Palin afferma che è un «agente anti-americano con le mani sporche di sangue» cui dovremmo dare la caccia «con lo stesso impegno con cui diamo la caccia ai capi talebani e di Al Qaeda». Il Democratico Bob Beckel (responsabile della campagna elettorale di Walter Mondale nel 1984) ha detto di Assange alla Fox TV: «Un morto non può divulgare informazioni riservate...... c’è una sola cosa da fare: sparare a quel figlio di puttana».

La repubblicana Mary Matalin lo chiama «psicopatico e sociopatico..... È un terrorista». Il repubblicano Peter A. King definisce Wikileaks «una organizzazione terroristica». Questo e’ vero! Infatti esiste per terrorizzare i bugiardi e i guerrafondai che hanno rovinato il nostro ed altri Paesi. Forse non sarà facile scatenare la prossima guerra perché Wikileaks ha scompaginato le cose: ora siamo NOI che scrutiamo il Grande Fratello!! Dobbiamo ringraziare Wikileaks per aver puntato un faro abbagliante su questa roba. Ma alcuni esponenti della grande stampa hanno minimizzato l’importanza di Wikileaks («c’è ben poco di nuovo in quello che hanno diffuso!») ovvero hanno dipinto i responsabili di Wikileaks come semplici anarchici («Wikileaks pubblica tutto senza alcun controllo giornalistico!»).

In parte, Wikileaks esiste proprio perché i grandi organi di informazione non hanno fatto il loro dovere. I grandi editori che posseggono i mezzi di informazione hanno licenziato giornalisti, ridotto le redazioni all’osso e, di fatto, reso la vita impossibile ai bravi giornalisti. Non ci sono più né tempo né denaro per il giornalismo di inchiesta. Per dirla in maniera semplice e chiara: gli investitori non vogliono che si parli di queste cose. Vogliono che i loro segreti restino tali. Vi chiedo di immaginare quanto sarebbe diverso il mondo se ci fosse stato Wikileaks 10 anni fa. Il 6 agosto 2001, mentre si trovava nel suo ranch a Crawford, Texas, al presidente GeorgeW.Bush consegnarono un documento «segreto» con l’intestazione: «Bin Laden deciso a colpire negli Stati Uniti».

E in quelle pagine si diceva che l’FBI aveva scoperto «tracce di attività sospette e tali da far pensare che si stiano preparando dei dirottamenti». Bush decise di ignorare il rapporto e nelle quattro settimane che seguirono se ne andò a pesca. Ma se quel documento fosse stato diffuso come avremmo reagito? Cosa avrebbero fatto il Congresso o la Federal Aviation Administration? Non è possibile che qualcuno avrebbe fatto qualcosa se fossimo stati informati dell’intenzione di Osama bin Laden di effettuare degli attentati tramite il dirottamento di aerei? Ma a quei tempi solo pochissime persone avevano accesso a quel documento.

Grazie al fatto che fu mantenuto il segreto, un istruttore di volo di San Diego che aveva notato che due studenti sauditi del suo corso non prestavano alcuna attenzione quando spiegava le manovre di decollo e atterraggio, non fece nulla. Se avesse letto sul giornale quello che stava progettando Osama bin Laden non avrebbe potuto telefonare all’FBI? (Vi invito a leggere il saggio pubblicato sul Los Angeles Times dall’ex agente dell’FBI, Coleen Rowley, nominata personaggio dell’anno da Time nel 2002, la quale si dice convinta che se nel 2001 ci fosse stato Wikileaks gli attentati alle Torri Gemelle avrebbero potuto essere impediti).

E cosa sarebbe successo se i cittadini nel 2003 avessero potuto leggere i promemoria con cui Dick Cheney faceva pressioni sulla Cia perché gli fornisse le «prove» che voleva per costruire un casus belli falso? Se un sito del tipo di Wikileaks avesse rivelato che in realtà non esistevano armi di distruzione di massa, gli Stati Uniti sarebbero entrati in guerra o, al contrario, qualcuno avrebbe chiesto l’arresto per Cheney? Apertura, trasparenza – sono tra le poche armi di cui dispongono i cittadini per proteggersi dai potenti e dai corrotti. Cosa sarebbe successo se nel giro di pochi giorni dal 4 agosto 1964 – dopo che il Pentagono aveva fabbricato la bugia della nave americana attaccata dai nord vietnamiti nel Golfo del Tonchino – ci fosse stato un Wikileaks a raccontare agli americani che era tutta una montatura? Suppongo che oggi potrebbero essere ancora vivi 58.000 soldati americani (e due milioni di vietnamiti). E invece la segretezza li ha uccisi.
A quanti di voi ritengono non sia giusto sostenere Julian Assange a causa delle accuse di stupro per le quali è stato arrestato, chiedo semplicemente di non essere ingenui su come agisce un governo quando vuole catturare la sua preda. Per cortesia non credete mai, mai alla «versione ufficiale» dei fatti. E a prescindere dall’innocenza o dalla colpevolezza di Assange, quest’uomo ha il diritto di ottenere la libertà su cauzione e ha il diritto di difendersi. Insieme ai cineasti Ken Loach e John Pilger e alla scrittrice Jemima Khan ho messo insieme la somma per versare la cauzione. È possibile che, pur non volendo, Wikileaks danneggi negoziati diplomatici e gli interessi degli Stati Uniti in qualche parte del mondo? È possibile. Ma è il prezzo che bisogna pagare quando il governo ci trascina in una guerra fondata su una menzogna. La punizione per questo comportamento scorretto consiste nell’accendere tutte le luci della stanza in modo che possiamo vedere cosa state facendo. Di voi non ci si può fidare. Per cui ogni email che scrivete, ogni lettera che inviate per noi è selvaggina. Mi spiace, ma l’avete voluto voi. Ora nessuno può più sottrarsi alla verità. Nessuno puo’ architettare un’altra Grossa Menzogna sapendo che possiamo scoprirlo. E questa è la cosa migliore che Wikileaks ha fatto. I responsabili di Wikileaks, che Dio li benedica, contribuiranno con le loro azioni a salvare delle vite. E chiunque di voi decidesse di aiutarmi a sostenerli compirebbe un autentico gesto di patriottismo.


di Michael Moore

The Daily Beast
Traduzione di  Carlo Antonio Biscotto

Tratto da: Unita.it


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martedì 21 dicembre 2010

Cablo Usa: rapporto su morte Calipari

Cablo Usa: rapporto su morte Calipari costruito per evitare altre inchieste


E' quanto si legge in un documento firmato dall'ambasciatore Usa in Italia, Mel Sembler, nel maggio 2005. Il governo Berlusconi voleva "lasciarsi alle spalle la vicenda" e "bloccherà i tentativi delle commissioni parlamentari di aprire indagini". Giuliana Sgrena: "Ora commissione d'inchiesta". Rosa Calipari: "Rapporti con gli Usa messi davanti alla verità"




ROMA - Il rapporto italiano sulla morte di Nicola Calipari in Iraq, almeno nella parte che definiva l'uccisione del funzionario dei servizi da parte di un posto di blocco americano come "non intenzionale", era costruito allo scopo di evitare ulteriori inchieste della magistratura italiana. Lo si legge in un cable siglato dall'ambasciatore Usa a Roma, Mel Sembler, nel maggio 2005, diffuso dal Guardian, media partner di Wikileaks.

Guardian il cablo sul rapporto Calipari

SPECIALE 2: il database dei cablogrammi segreti

Il governo Berlusconi, secondo il documento, voleva "lasciarsi alle spalle" la vicenda, che comunque non avrebbe "danneggiato" i rapporti bilaterali con Washington e non avrebbe nuociuto all'impegno militare italiano in Iraq. Nicola Calipari fu ucciso la notte del 4 marzo 2005. L'agente era in un'auto dei servizi assieme alla giornalista Giuliana Sgrena, appena rilasciata dai suoi rapitori dopo una lunga mediazione. L'auto si dirigeva all'aeroporto di Bagdad quando dal check-point americano partirono alcuni colpi d'arma. Calipari fece scudo col suo corpo per difendere la giornalista e fu ucciso da un proiettile alla testa. Il soldato che sparò fu poi identificato in Mario Lozano, addetto alla mitragliatrice al posto di blocco.

ll cablo è datato 3 maggio 2005, il giorno dopo gli incontri a Palazzo Chigi tra l'ambasciatore Sembler e, tra gli altri, l'allora ministro degli Esteri Gianfranco Fini, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta e il capo del Sismi Niccolò Pollari, avvenuti poco prima della diffusione del rapporto italiano sulla morte di Calipari. Alla luce di quei colloqui, l'ambasciatore Sembler scriveva che il governo italiano "bloccherà i tentativi delle commissioni parlamentari di aprire indagini", malgrado vi siano già delle precise richieste delle opposizioni in proposito, sostenendo la tesi del "tragico incidente".

Nel rapporto, spiega il documento dell'ambasciata Usa a Roma, si afferma che "gli investigatori italiani non hanno trovato prove che l'omicidio sia stato intenzionale. Questo punto (del rapporto) è stato "designed specifically" - costruito appositamente - per scoraggiare altre indagini della magistratura, visto che per la legge italiana si possono aprire inchieste sulla morte di cittadini italiani all'estero, ma non in caso di omicidio non intenzionale".

Ma l'ambasciatore Sembler non considera "certo" il successo della strategia adottata dal governo italiano per chiudere così il caso Calipari. Perché, scrive tra parentesi, "i nostri contatti hanno messo in guardia che i magistrati italiani sono famigerati per piegare simili leggi ai loro scopi, quindi resta da verificare se la tattica del governo italiano avrà successo". "Il rapporto - scrive ancora Sembler - è stato scritto avendo i magistrati in mente".

L'ambasciatore americano a questo punto si produce in alcune "raccomandazioni". In particolare, consiglia a tutti i portavoce dell'amministrazione Usa di non soffermarsi a criticare "punto per punto" il rapporto italiano sul caso Calipari per difendere la ricostruzione americana dei fatti, perché si produrrebbero "conseguenze asimmetriche": se è improbabile che le critiche contenute nel rapporto italiano possano danneggiare il governo Usa, se l'esecutivo italiano dovesse apparire "sleale" di fronte alla pubblica opinione, o troppo accondiscendente verso gli Usa nel caso in questione, le conseguenze per il governo Berlusconi e per l'impegno italiano in Iraq "potrebbero essere severe".

Il 5 maggio, il premier Berlusconi sarebbe intervenuto in Parlamento per discutere il rapporto. "Sarebbe meglio - suggerisce Sembler - che il presidente George W. Bush lo chiamasse il giorno prima, in modo che lui possa dire in Parlamento di aver discusso la questione con il presidente". Inoltre, "il Dipartimento di Stato dovrebbe considerare una telefonata del Segretario di Stato (Condolezza Rice) al vicepresidente Fini nei prossimi giorni per confermare che condividiamo il desiderio italiano di lasciarsi alle spalle l'incidente".

Rosa Calipari, moglie del funzionario del Sisde ucciso in Iraq, dice di "non essere stupita" dalle rivelazioni di Wikileaks. "E' la stessa sensazione - spiega la vicepresidente dei deputati del Pd - che ho provato leggendo, mezzora prima che fosse dato alla stampa, quelle pagine del rapporto italiano sulla morte di Nicola in cui si definiva l'uccisione 'non intenzionale'. Sì, il governo italiano voleva lasciarsi alle spalle il caso Calipari e mettere i rapporti bilaterali con l'America davanti alla verità. Naturalmente non so nulla di questo dispaccio inviato da Sembler".

Appreso del cablo diffuso dal Guardian, Giuliana Sgrena chiede al Parlamento italiano di riaprire il caso Calipari attraverso una commissione parlamentare d'inchiesta. "Solo il Parlamento - dice la giornalista all'Ansa - può riaprire il caso e rendere onore alla memoria di un servitore dello Stato". "Sapere che il caso Calipari è stato insabbiato dalle stesse persone che hanno celebrato Nicola come un eroe mi fa venire i brividi - aggiunge la giornalista -. Leggere i nomi di Fini, Letta, Pollari... Era immaginabile che le cose fossero andate più o meno così per la ragion di Stato, ma leggerle nero su bianco mi fa venire i brividi. Non riesco ad accettarlo neanche in nome della ragion di Stato. Non si può sacrificare così un servitore dello Stato, è un colpo terribile".

Sulla stessa linea Emanuele Fiano, responsabile Sicurezza del Pd, che giudica "gravissime" le notizie secondo cui l'ambasciata americana riferiva a Washington che il governo Berlusconi avrebbe bloccato la richiesta delle opposizioni parlamentari di un'inchiesta sull'uccisione di Nicola Calipari. "Pretenderemo che il presidente del Consiglio riferisca al Parlamento" annuncia Fiano, perché "il nostro governo avrebbe omesso di fare fino in fondo il proprio dovere per accertare le cause dell'uccisione di un servitore dello Stato".

Per Ettore Rosato, deputato del Pd e componente del Copasir, "sono notizie agghiaccianti, vogliamo subito chiarimenti in Parlamento. Calipari è stato un servitore dello Stato, uno dei migliori uomini della nostra intelligence. Pensare che il governo Berlusconi abbia impedito di fare luce sulla sua morte è inquietante. Visto che Berlusconi non ha voluto presentarsi al Copasir, dica in Aula davanti al parlamento e al paese cosa è davvero avvenuto".

http://www.repubblica.it/cronaca/2010/12/20/news/wikileakes_calipari-10422791/?ref=HRER1-1

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ZODIACO: OTTIMA IDEA REGALO


ZODIACO: OTTIMA EDEA REGALO: " OTTIMA IDEA REGALO MANIFESTO 50 X 70 , DISEGNATO DA ME CHI FOSSE INTERESSATO A RICEVERLO MI CONTATTI , ANKE X I SINGOLI SEGNI , GRAZI..."

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lunedì 20 dicembre 2010

IRAQ, FINALMENTE REVOCATE LE SANZIONI ONU


IRAQ: FINALMENTE REVOCATE LE SANZIONI ONU

Da venti anni strangolavano il paese, le avevano imposte gli Stati Uniti per colpire il regime di Saddam Hussein ma hanno provocato solo danni enormi ai civili iracheni

Roma, 15 dicembre 2005, Nena News – Il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha deciso di annullare le tre principali risoluzioni adottate sull’Iraq a partire dall’invasione del Kuwait nel 1990, da cui scaturifono le sanzioni contro il regime di Saddam Hussein. E’ una svolta eccezionale che pone fine ad una punizione che ha strangolato l’Iraq per ordine degli Stati Uniti, alleato di ferro delle petromonarchie del Golfo.
La prima risoluzione eliminata è quella del 1990 che imponeva sanzioni su armi nucleari, chimiche o batteriologiche nonchè missili di lunga gittata, decisa allora per impedire a Saddam Hussein di ottenere armi di distruzione di massa. Eliminate anche le sanzioni che impedivano al regime dell’ex rais di perseguire un programma nucleare civile. Il Consiglio di sicurezza ha inoltre cassato la risoluzione del cosiddetto programma «oil-for-food» (petrolio in cambio di cibo), creato negli anni Novanta per fornire aiuti umanitari agli iracheni utilizzando i proventi del petrolio. Un resto di 600 milioni di dollari sarà girato al governo iracheno. Il programma era stato già concluso nel 2003 dopo lo spodestamento di Saddam Hussein con l’invasione Usa. Eliminata infine una risoluzione del 2003, che istituiva un fondo internazionale, alimentato sempre dalle vendite del petrolio iracheno, per lo stesso sviluppo del paese. Responsabile dello sviluppo è considerato ora il legittimo governo a Baghdad.
Ancora sotto occupazione militare americana e, di fatto, nelle mani di fameliche società petrolifere statunitensi, spaccato dalle divisioni etniche e religiose, l’Iraq tuttavia rimane stretto nella morsa dell’immenso risarcimento che deve al Kuwait per i danni causati dall’occupazione nel 1990. Lo scorso maggio il ministro uscente iracheno del petrolio Hussein Shahristani, avvertì che il suo paese non era in grado di versare al Kuwait i 41,8 miliardi di dollari di risarcimento stabiliti da una risoluzione dalle Nazioni Unite.
Furono soprattutto gli Stati Uniti, decisi a schiacciare il regime di Saddam Hussein incuranti dei costi per l’intera popolazione irachena, che spinsero per un risarcimento tanto elevato a favore del loro alleato Kuwait, il più alto mai pagato da uno Stato in seguito ad una guerra. «Neppure la Germania dopo la Seconda Guerra Mondiale ha versato tanto denaro ad altri paesi», rimarcò Shahristani.
Fino ad oggi l’Iraq ha trasferito nelle casse kuwaitiane 17,5 miliardi di dollari. «Non possiamo continuare a pagare così tanto e lo abbiamo detto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Chiediamo ai fratelli del Kuwait di dimenticare un passato che è costato molto di più all’Iraq che a chiunque altro», disse il ministro del petrolio iracheno. Baghdad inoltre deve sempre al Kuwait altri 16 miliardi di dollari per prestiti ottenuti da Saddam Hussein durante la guerra contro l’Iran (1980-88) e altri 28 miliardi di dollari per risarcimenti a vari paesi della regione, a cominciare dall’Arabia saudita.
L’occupazione irachena del Kuwait cominciò nel 1990 e terminò sette mesi dopo in seguito all’inizio della guerra scatenata dagli Stati Uniti e dai suoi alleati il 17 febbraio del 1991.(red) Nena-News

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FLOTILLA 2, IN OGNI CASO ISRAELE PERDERA’

FLOTILLA 2: IN OGNI CASO ISRAELE PERDERA’

L’Italia darà il suo contributo con la partecipazione della nave “Stefano Chiarini”, giornalista del Manifesto che ha dedicato la sua vita alla Palestina e al sostegno dei popoli oppressi.

Analisi di Mila Pernice

Roma, 18 dicembre 2010, Nena News – Dall’11 al 13 dicembre scorsi il coordinamento italiano per la Freedom Flotilla 2 ha incontrato nuovamente, dopo i precedenti meeting di Atene e Ginevra, i rappresentanti della coalizione internazionale che da mesi è impegnata nel progetto di una nuova missione via mare decisa a portare aiuti e sostegno alla popolazione della Striscia di Gaza e di tutta la Palestina. Una tre giorni estremamente proficua, che si è articolata fra incontri ristretti su temi specifici, incontri pubblici e interviste con i media, per concludersi con il successo ottenuto con la partecipata conferenza stampa del 13 dicembre all’Ordine dei Giornalisti, che ha rappresentato anche la sconfitta del tentativo da parte della propaganda filo-israeliana di intimidire il Presidente dell’Ordine, destinatario in questi giorni di tantissimi messaggi di solidarietà.
Sabato 11 dicembre si è tenuta a Roma l’assemblea nazionale della Freedom Flotilla 2, in una sala gremita di attivisti dei comitati e delle associazioni al fianco del popolo palestinese, in cui alcuni esponenti della coalizione internazionale hanno fornito informazioni e aggiornamenti sullo stato dei lavori per l’organizzazione della prossima missione via mare a Gaza, e aperto un confronto sui chiarimenti richiesti dalla platea. Erano presenti, in particolare, Kahel Mazen (European Campaign to End the Siege on Gaza), Huwaida Arraf (Free Gaza Movement), Dror Feiler (Ship to Gaza Sweden), Huseyin Oruc (associazione turca IHH), Vangelis Pissias (Ship to Gaza Greece), Mohammad Hannoun (Presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia e membro del coordinamento della FF Italia), Germano Monti (Forum Palestina e membro del coordinamento italiano della FF Italia).
Proprio i rappresentanti del coordinamento nazionale della Freedom Flotilla-Italia hanno aperto i lavori dell’assemblea ricordando l’obiettivo, perseguito dalla coalizione internazionale, di riportare in vigore il diritto internazionale nel tentativo di “riaprire le porte della Palestina e di Gaza” dopo ormai 4 anni di assedio. L’Italia darà il suo contributo nella prossima missione attraverso la partecipazione della nave “Stefano Chiarini”, giornalista che ha dedicato la sua vita alla Palestina e al sostegno a tutti i popoli oppressi. Ricordando l’indirizzo del sito www.freedomflotilla.it come punto di riferimento per chiunque voglia accedere ad ogni tipo di informazione riguardante la FF2, e riferendosi al progetto della FF2 come ad un’iniziativa “da società civile a società civile”, la cui partenza è prevista per la prossima primavera, Germano Monti ha lasciato lo spazio alle domande rivolte ai rappresentanti della coalizione internazionale anticipate via mail nei giorni precedenti all’assemblea.
Kahel Mazen e Huwaida Arraf hanno fornito i primi chiarimenti sulla strategia di risposta prevista dagli internazionali nel caso in cui la marina israeliana decida di attaccare militarmente, come già fatto in occasione della prima missione della Freedom Flotilla (che si concluse con una strage di 9 civili turchi), le imbarcazioni della flotta: sottolineando che la coalizione non intende anticipare nei particolari la strategia di difesa, Kahel Mazen ha ricordato che il progetto non è in contrasto con quanto previsto dal diritto internazionale, essendo un’iniziativa della società civile internazionale e non di un gruppo armato. In ogni caso, ha detto ancora Mazen, se Israele sceglierà di attaccare gli internazionali la reazione difensiva sarà assolutamente pacifica. “Se ci attaccheranno – ha aggiunto Huwaida Arraf – reagiremo in modo che, qualunque sia la modalità di attacco, Israele perderà”. In ogni caso, la strategia difensiva della coalizione si poggerà su tre pilastri fondamentali: un’esposizione mediatica adeguata ad attirare l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale, la presenza sulle navi di “passeggeri eccellenti” e la mobilitazione in tutto il mondo del movimento internazionale al fianco del popolo palestinese e dell’iniziativa della FF2. “in questo modo – ha detto ancora Huwaida Arraf – Israele perderà comunque, sia se deciderà di attaccarci fisicamente e sia se riusciremo ad arrivare a Gaza. Tutti coloro che saranno a bordo delle navi, comunque, saranno preparati di fronte ad ogni possibile scenario”.
Sulle aspettative riguardo al raggiungimento degli obiettivi ha preso la parola Dror Feiler, che ha ribadito la ferma intenzione degli attivisti di rompere l’assedio di Gaza, di portare aiuti al popolo palestinese e di “ripulire la nostra immagine di esseri umani”. Agire in questa direzione è un dovere, ha detto Dror Feiler, soprattutto considerando il fatto che la comunità internazionale è al corrente della situazione che vive la popolazione di Gaza e non fa nulla per impedire che si perpetri tale ingiustizia. “Continueremo a perseguire i nostri obiettivi – ha annunciato Feiler con determinazione – fino alla rottura dell’assedio e anche dopo, per l’istituzione di un corridoio umanitario e per il trasporto delle merci”. Le parole di Feiler sono state condivise da Kahel Mazen che ha aggiunto come sia intenzione della FF2 di lanciare un segnale non solo alla popolazione di Gaza ma, più in generale, “all’umanità intera”.
Si è condiviso un ragionamento anche sulla destinazione degli aiuti che si tenterà di portare a Gaza e rispetto a tale interrogativo i membri della coalizione sono stati molto chiari: volendo la FF2 costituire un legame tra società civile e società civile e non tra organizzazioni politiche, il materiale sarà destinato alla popolazione e alle ONG palestinesi o di altri paesi con sede a Gaza. Il governo di Gaza sa, è stato sottolineato, che gli aiuti sono destinati alla società civile e rispetta questa impostazione. “Gli aiuti – ha specificato Huseyin Oruc – sono destinati a un milione e mezzo di palestinesi della Striscia pronti ad accogliere gli attivisti internazionali”. Kahel Mazen ha confermato che la coalizione non ha rapporti con la politica palestinese, ma solo con la società civile.
Sono inoltre state date risposte sul numero dei paesi coinvolti nel progetto, rispetto al quale si è fatta una distinzione: 38 paesi partecipano direttamente alla spedizione attraverso delegazioni e consegne dei materiali, ma sono più di 100 i paesi coinvolti a vari livelli: ultimamente si è aggiunto un convoglio che rappresenta tutti i paesi asiatici e che partirà dall’India via terra per raggiungere il resto della coalizione. Infatti, rispetto alla FF1, la coalizione si è sensibilmente allargata coinvolgendo attivisti di nuovi paesi decisi a costruire una campagna di sostegno all’iniziativa che faccia pressione sui rispettivi governi, che troppo spesso fanno riferimento alla difesa dei diritti umani, ma solo a parole. Il fatto stesso di partecipare alla Flotilla, hanno precisato gli internazionali, è un modo per forzare i governi a prendere posizione, perché saranno costretti a intervenire se Israele deciderà di attaccare i civili in acque internazionali.
E’ stata rivolta una domanda anche sull’origine dei fondi raccolti per il finanziamento della flotta: “i fondi vengono dalle persone”, ha risposto con decisione il rappresentante di Ship to Gaza Sweden, che ha sottolineato quanto sia importante per la gente di Gaza sapere che soldi e aiuti arrivino dalle persone e non da istituzioni o governi. Naturalmente anche i rappresentanti italiani della FF2 hanno sottolineato l’importanza di versare fondi e di invitare parenti, amici, colleghi a dare un contributo economico, in quanto l’iniziativa è completamente autofinanziata.
Sull’interrogativo rispetto al porto di partenza della flotta, Huwaida Arraf ha detto che non c’è ancora una risposta, poiché tanti particolari devono ancora essere decisi e, “comunque – ha aggiunto Kahel Mazen – ciò non sarà reso pubblico per motivi di riservatezza”. C’è l’ipotesi di far partire le navi dai porti dei rispettivi paesi di provenienza, “ma è un’idea – ha detto ancora – poi si vedrà”.
Dalla Rete Romana per la Palestina è inoltre stata rivolta una domanda precisa all’esponente dell’IHH turca Huseyin Oruc, riguardante il punto di vista dell’associazione sul recente “riavvicinamento” fra Israele e Turchia, anche alla luce dell’attacco alla Mavi Marmara in occasione della FF1. Così ha risposto Oruc: “Dopo l’incendio del Monte Carmelo, la Turchia ha aiutato Israele donando alcuni canadair e dopo questo gesto si è riaperto un dialogo rispetto al quale, però, la Turchia ha posto alcune condizioni, in accordo con la coalizione internazionale: 1) nel caso in cui Israele decidesse di arrestare e detenere i partecipanti alla FF2, tutti gli attivisti potranno tornare nei paesi di provenienza entro 24 ore dall’arresto; 2) le barche che eventualmente saranno sequestrate dovranno essere restituite senza condizioni; 3) a partire dalla constatazione che l’ONU ha condannato l’attacco alla FF1 con il rapporto di settembre, Israele deve essere processata e, se condannata, dovrà accettare il verdetto; 4) Israele deve scusarsi per le vittime della Mavi Marmara nei confronti di tutta l’umanità; 5) Israele deve pagare un risarcimento in denaro per le vittime della FF1; 6) Israele deve accettare la fine del blocco di Gaza. Le ultime tre condizioni – ha affermato Oruc – non sono state accettate da Israele e dunque non ci può essere alcuna riconciliazione”. Su questo si è espressa anche Huwaida Arraf, che ha puntualizzato: “Israele vorrebbe che la Turchia dichiarasse che non c’era da parte di IDF (l’esercito israeliano) l’intenzione di uccidere. Israele vuole che si elimini l’intenzionalità per il timore di essere condannata di fronte al tribunale internazionale”.
Una seconda domanda della Rete Romana per la Palestina ha riguardato il livello e il tipo di coinvolgimento delle associazioni che per vari motivi non si sentono rappresentate dal coordinamento italiano della FF2: premettendo che non tutte le associazioni disposte a sostenere la FF2 possono far parte del coordinamento con un loro rappresentante per motivi evidenti e che comunque ci sono vari livelli di coinvolgimento nell’organizzazione e nella promozione della flotta, Huwaida Arraf ha risposto che gruppi anche nutriti di associazioni possono organizzare a loro piacimento anche una propria barca. Nessuno stupore è stato espresso dalla rappresentante del Free Gaza Movement rispetto alla frammentarietà nel panorama dell’associazionismo italiano in quanto, ha detto, in ogni paese si riscontrano situazioni simili, anche se, ha aggiunto Dror Feiler, “la coalizione internazionale della FF2 ha il grande merito di far lavorare insieme tante associazioni anche ideologicamente diverse”. Su questo punto ha preso la parola anche Mohammad Hannoun, che ha affermato: “lo schieramento unitario che si è formato in questa occasione non ha veri precedenti, e rappresenta di fatto un salto di qualità potenzialmente molto positivo anche per il futuro. Questo coordinamento non ha mai detto di essere l’unico legittimo rappresentante della FF2 e comunque abbiamo tentato di coinvolgere da subito la Rete Romana per la Palestina. Sarebbe bello – ha aggiunto – partire dall’Italia con decine di navi e comunque siete ‘tutti benvenuti a bordo’”, come recita lo striscione della FF2-Italia che campeggiava alle spalle degli attivisti internazionali.
Nelle ultime domande rivolte dalla platea si è toccato anche il tema della comunicazione, rispetto alla quale è stata chiesta una maggiore trasparenza rispetto alla FF1 e a quanto avvenuto sulla Mavi Marmara. Huseyin Oruc ha risposto che sulla nave attaccata dalla marina israeliana c’era un sistema di live-streaming 24h e che tutto è stato condiviso con i media fin dalla partenza della nave. Huwaida Arraf ha sottolineato che l’esperienza della FF1 è stata e sarà tesoro per adeguare il training degli attivisti della FF2 e che sul tema della comunicazione è attivo un media team che agirà in completa sinergia per svolgere al meglio il compito di rendere accessibile a tutti le informazioni necessarie alla copertura mediatica.
Si è parlato anche dei controlli dei carichi di materiali che saranno presenti sulle navi, rispetto ai quali è stato chiesto di rendere pubblici tutti i relativi risultati: “alla partenza della FF1 – ha risposto Dror Feiler – le barche sono passate attraverso le procedure standard di controllo previste. Se ci fossero state armi – ha aggiunto – Israele lo avrebbe urlato ai 4 venti. Infatti le navi sono state ispezionate anche al porto di Haifa e non è stato trovato nulla. Siamo pacifici, non siamo dei violenti” ha concluso.
Infine, un intervento dalla platea ha messo in luce la mancanza di politiche o di dichiarazioni di sostegno dell’ANP alle iniziative internazionali per la fine del blocco di Gaza; “la nostra è un’iniziativa che prescinde dalla politica e dai governi – ha detto su questo Huseyin Oruc, che ha aggiunto – da parte sua, comunque, l’ANP aveva contattato i partecipanti alla FF1 per offrire il passaporto palestinese a tutti i passeggeri della Mavi Marmara. Noi non abbiamo voluto sfruttare politicamente quest’offerta; l’abbiamo condivisa con i partecipanti, qualcuno ha accettato, qualcuno no”.
A conclusione dell’assemblea è stato presentato un modello dell’imbarcazione “Stefano Chiarini”, costruito grazie alla creatività e all’entusiasmo dei giovani dell’Associazione Palestinesi in Italia, lo stesso modello presentato ai giornalisti nella partecipata conferenza stampa di lunedì 13 dicembre all’Ordine dei Giornalisti.
www.freedomflotilla.it
redazione@freedomflotilla.it 


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