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sabato 30 ottobre 2010

PC: Una bomba sui cittadini della rete




PC: Una bomba sui cittadini della rete: "E' grottesco che mentre la maggioranza di governo si impegna da mesi per rendere più difficili le intercettazioni telefoniche richieste d..."

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venerdì 29 ottobre 2010

Un uomo anziano ossessionato dalla sua stessa vecchiaia, fa il bunga bunga



di CONCITA DE GREGORIO-

Ce lo possiamo permettere? Chiediamoci questo. L'Italia, noi italiani viviamo in un paese così prospero, così egualitario, così giusto, così salubre e così efficiente, in un paese così ricco di tutte quelle ricchezze che fanno dignitosa la vita degli uomini da poterci permettere - in questa democrazia avanzata e matura, solida e coesa - la bizzarria di avere a capo del governo un uomo anziano ossessionato dalla sua stessa vecchiaia, avvelenato di farmaci che gli assicurano apparente vigore e devastato dalle plastiche che ne fingono l'eterna giovinezza, un ex chansonnier piduista di tortuose fortune e discutibili amicizie oggi impegnato a tempo pieno a garantirsi l'impunità dai molti processi e a comprarsi le alleanze che lo portino al Quirinale oltrechè, da una certa ora del giorno in poi, ad organizzare notti in villa e trasferte in dacia così da poter ricevere in accappatoio bianco le ospiti procacciate a nugoli dai suoi servitori intanto messi a capo di imprese commissioni parlamentari reti televisive e ministeri, riceverli con il calice in mano e fare le sei del mattino raccontando barzellette di sapore africano dei tempi di Macario, e tutti giù a ridere prima di tuffarsi in piscina o nel letto? No perché penso, in fondo, che se l'Italia fosse un paese così sano produttivo progredito ed autosufficiente potrebbe persino sopportare il temporaneo vuoto di potere democratico (che dell'assoluto arbitrio di uno solo è sinonimo) determinato dalla provvisoria permanenza al governo di Silvio B. In fondo dieci anni o anche venti di fronte all'eternità sono un attimo. La Roma di Augusto, l'Italia di Einaudi potrebbe sopravvivere facilmente a questa caricatura di imperatore che gli è toccata in sorte: che si è scelta per motivi che solo gli storici con saggezza chiariranno, le responsabilità è ovvio che siano tra tutti equamente distribuite. Tra chi lo ha scelto e chi non ha saputo o potuto opporre alternativa e rimedio. Il vero problema, temo, è che non siamo in queste condizioni. Avremmo bisogno di un governo, in realtà: non possiamo permetterci di sostituirlo con un comitato d'affari dedito nei ritagli di tempo a particolari evoluzioni erotiche. Ci servirebbe, e anche in fretta, qualcuno che si occupasse - meglio se a tempo pieno - del lavoro che non c'è, di quante ore di cassa integrazione saranno erogate l'anno venturo, di una riforma del fisco che non chiami sempre gli stessi a pagare, della camorra che gestisce e manovra a scopi di suo personale tornaconto il disastro dei rifiuti, della ricerca e del sapere azzerati e irrisi, di dare una casa e un'occupazione a chi ha meno di trent'anni perché possa diventare adulto e farsi carico in proprio delle responsabilità che gli spettano, di dare ospedali ai malati assistenza ai vecchi asili ai bambini, stimolo alle imprese, fiducia alle persone. Al contrario, vedete, di tutto questo non si parla né temo si parlerà per parecchie settimane, forse mesi. Il Paese è ostaggio dei fantasmi che agitano le notti insonni del premier: i suoi parlamentari/avvocati si dividono fra la cura dei suoi problemi pubblici - in parlamento a studiare lo scudo che lo salvi dai processi - e quelli privati, tutti convocati ad Arcore a studiare la linea difensiva dall'ennesima vicenda a sfondo sessuale. Questa volta un po' più grave del solito dal momento che la storia del giorno è condita da più di un elemento da codice penale: siamo in terreno di furti, sfruttamento della prostituzione, corruzione di minore. Ghedini e gli altri, il governo stesso: sono tutti impegnati su questi due fronti. I processi pubblici e privati, le leggi e le linee difensive. Qualcuno si occupa di distrarre annunciando 300 mila tagli alla pubblica amministrazione. Qualcun altro si affanna a spiegare come mai il signor B. abbia condonato 160 milioni di debito al paradiso fiscale di Antigua proprio mentre con i politici di quell'isola si stringevano con il premier personali affari immobiliari. E poi la battaglia sull'informazione, certo, perché l'unica cosa che conta è che di tutto questo niente si dica. Anzi, vedrete. I giornali e i tg di famiglia non si occuperanno di indagare sul bunga bunga ma strilleranno alla trappola, al complotto. Parleranno di inchieste ad olorogeria. Diranno di un pover'uomo perseguitato per via dei suoi atti di carità. «Sono una persona di cuore, aiuto chi ha bisogno», ha detto ieri il signor B. per spiegare come mai la presidenza del Consiglio dei ministri sia intervenuta presso una Questura ad impedire l'identificazione di una minore implicata in un furto. Lo avrebbe fatto se Ruby si fosse chiamata Mohamed? Figuriamoci, senz'altro sì. Servirà in questo caso un centralino dedicato, perché ci sono migliaia di stranieri non identificati nelle questura d'Italia proprio in questo momento. Se Palazzo Chigi vuole occuparsene ha la possibilità e la facoltà di farlo, possibilmente nel rispetto della legge: serviranno trenta persone al telefono come minimo, è una buona cosa. Trenta posti di lavoro.C'è un secondo aspetto delicatissimo in questa terrificante storia di lelemora e emiliofede, di ragazzine reclutate nelle discoteche e nei privè milanesi che tanto piacciono a Ignazio La Russa e Daniela Santanchè, in passato già soci del Billionaire di Briatore, altro campione di vita smeralda eletto ad esempio di stile dai rotocalchi di famiglia: giornali che alternano le foto (rubate?) della primogenita Marina nuda a quelle del tatuato Corona e dati in gestione agli alfonsosignorini, neomaestri di moderna eleganza. Oltre alla paralisi del governo e del Parlamento, all'assoluto disinteresse per la vita del paese e delle quotidiane fatiche degli italiani c'è il tema della vulnerabilità e della sicurezza dei luoghi di governo e dei protagonisti che li abitano. Un tema che già si pose ai tempi in cui Patrizia D'Addario e le sue colleghe pugliesi entravano ed uscivano da palazzo Grazioli senza filtri senza controlli e in auto blu, munite di registratori cellulari per le riprese e chissà cos'altro. Se ne occupò Gianni Letta, allora. Facciamo finta di essere un paese normale. Facciamo finta che nelle stanze, anche private, di un presidente del Consiglio ci siano - come ci sono - carte e documenti, codici e segreti che in ogni Paese del mondo sono nella disponibilità pressoché esclusiva del capo del governo. Possono, da quelle stanze, entrare ed uscire senza controllo maggiorenni o minorenni non identificate, magari pregiudicate, sfuggite ai controlli ed evase dai centri di protezione, accusate di furto? Qual è il rischio, a parte l'evidente ricattabilità del padrone di casa, che difatti è regolarmente ricattato (in questo caso, che paradosso, parte lesa)? Quali sono i rischi per la credibilità del Paese all'estero, per la sua autorevolezza internazionale, per il peso che può avere nelle decisioni che riguardano la vita di tutti? A parte Putin e Gheddafi, che evidentemente condividono con il premier letti in regalo ed harem personali oltre al repertorio di barzellette e alle forniture di petroli e di gas: gli altri leader del mondo, che dicono? Cosa scriverà l'ambasciatore egiziano al suo governo: che Silvio B. ha fatto rilasciare una ragazzina di nome Ruby figlia di un ambulante messinese e vincitrice di un concorso locale di bellezza, tuttora sotto la tutela del sindaco di Letojanni (fino al 2 novembre, quando la giovane compirà 18 anni) dicendo, testualmente, «è la nipote di Mubarack?». Che ne pensa Mubarack? Possiamo permettercelo? Personalmente di quel che fa Silvio B. nelle sue magioni, quali posizioni preferisce, di quanto la sua camera da letto sia affollata e nel dettaglio da chi non mi interessa per nulla. Credo anche che ci sia una quota di italiani sfinita da tutto questo, che non ha proprio nessuna voglia di infilarsi nel tunnel di un nuovo caso Noemi o D'Addario. Penso però anche che questi italiani, io fra loro, costituiscano una minoranza. La verità è purtroppo che il voyeurismo del nuovo medioevo mediatico è lo spirito del tempo. In tv, nei siti internet e suo giornali quel che è successo nel garage di Sarah Scazzi suscita un interesse enormemente più alto delle vicissitudini di un precario della scuola, di un artigiano alle prese col fisco, di un laureato disoccupato o del diario di un operaio di Pomigliano. Figuriamoci la nuova kermesse erotica di palazzo Chigi denominata bunga bunga. Un tormentone. Un boom di accessi ai siti. Non si parla d'altro. Su questo stesso giornale: mentre (poche) lettere e mail ci chiedono di ignorare queste miserie e continuare ad occuparci del Paese, migliaia di lettori e di utenti del web vanno a cercare le foto di Ruby. E' questo l'esito del ventennio che abbiamo attraversato: immondizia televisiva, impoverimento economico, nessuna alternativa reale al reality show. Torna a casa in tutta fretta c'è il Biscione che ti aspetta. Parabole e miseria.Due parole, per concludere nel merito della storia. Gli insegnamenti del giorno, ad uso collettivo, sono che: se a rubare è la nipote di Mubarack va rilasciata immediatamente, se non è nipote di nessuno resta dov'è. Se è il presidente del Consiglio a frequentare una minorenne è un uomo non è un santo, fa del bene a chi ha bisogno: se siete voi andate in galera. Se è un direttore di Tg a procurare le ragazze sta facendo un favore a un amico, cosa c'entra la prostituzione. Se nelle stanze del premier si fa bunga bunga - rituale tribale di sesso anale collettivo, lo dico per quei tre o quattro che non lo avessero appreso ieri - nessuno osserva che è l'Italia ad essere messa in ginocchio, lei sì, collettivamente: le due paroline diventano un divertente tormentone sul web, barzellette alla radio, allusioni e risate. La storia di Ruby è quella di una giovane deviante, una ragazza disadattata: fughe, ricoveri in case famiglia, denunce per furto. Davvero una ragazza che avrebbe bisogno di aiuto. Ma non del genere che ieri il presidente del Consiglio ha confermato di averle fornito. Il modo per aiutare una minorenne che ruba non è farla uscire dalla porta principale di una questura accompagnate dal pronto intervento di un'igienista dentale fatta eleggere consigliera in Lombardia. E' indirizzarla verso un luogo dove possa, finché è in tempo, trovare una strada. Migliaia di giovani, non solo marocchini, ne hanno bisogno proprio in questo momento. Vorremmo un governo che si occupasse di immigrati e di ladruncoli anche se non portano la quarta di reggiseno. Che garantisse integrazione per chi lo merita e sanzioni per chi no. Sicurezza e insieme coesione. Opportunità ai meriti, punizione ai demeriti. Ma come vedete questo non è il linguaggio delle notti di Arcore, né dei suoi giorni. Non fa ridere: non ci sono negri con membri giganti che sodomizzano nessuno, in questa proposta. Dunque chiudiamo pure le Camere, tutte tranne la camera da letto. La sua, naturalmente: in attesa della prossima barzelletta sui negri e sugli ebrei, bunga bunga e bongo bongo. Vediamo dove porta. Magari al Quirinale, Ruby e le altre al posto dei corazzieri proprio come piace al Colonnello, chissà.



http://concita.blog.unita.it//Statista_bunga_bunga_1687.shtml


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- LAVORO -: Sciopero Generale della Cub insieme ai migranti




- LAVORO -: Sciopero Generale della Cub insieme ai migranti VE...: ". . Sciopero generale nazionale della Cub con i migranti Venerdì 29 Ottobre 2010 appuntamento per il corteo a Roma venerdì pomeriggio ..."

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mercoledì 27 ottobre 2010

Corruzione: Italia al 67esimo posto dopo il Ruanda



L'Italia scende ancora nella classifica di Transparency International (Ti) sulla percezione della corruzione nella pubblica amministrazione, che quest'anno la vede al 67/mo posto a livello mondiale con 3,9 punti, dopo il Ruanda (66/mo posto, 4 punti) e solo un gradino sopra la Georgia (68/mo posto, 3,8 punti). Rispetto al 2009, quando era al 63/mo posto con 4,3 punti, l'Italia perde così quattro posizioni (addirittura 12 rispetto al 2008). Il Belpaese si trova in compagnia di gran parte dei paesi dell'America latina, della Cina (3,5) e dell'India (3,3).

L'indice della Ong che ha sede a Berlino misura la percezione della corruzione che manager, imprenditori, uomini d'affari e analisti politici si fanno di un determinato paese soprattutto sulla base di notizie dei media. In testa alla graduatoria, presentata oggi a Berlino, ci sono - a pari merito - Danimarca, Nuova Zelanda e Singapore, tutte con 9,3 punti, seguite da Finlandia e Svezia (9,2 punti ciascuna) e dal Canada (8,9 punti). In fondo alla classifica, ci sono Paesi devastati dalla guerra - come Iraq, Afghanistan e Somalia - o governati da una giunta militare come la Birmania. Il voto va da dieci (per i paesi percepiti attraverso dei sondaggi mirati come più virtuosi) a zero (per quelli più corrotti). Voti lusinghieri anche per la Germania (quindicesima con 7,9 punti) e Gran Bretagna (7,6). Più attardata la Francia (6,8). Fuori dalla top venti dei meno corrotti figurano anche gli Stati Uniti (che si collocano al 22esimo posto con 7,1 punti).

Il punteggio dell'Italia «non sorprende più di tanto - ha commentato in un comunicato la sezione italiana di Transparency International - in considerazione di dodici mesi passati caratterizzati dal riemergere di fatti corruttivi, o sospettati tali, a vari livelli di governo (locale, regionale, nazionale) e che ha visto coinvolti sia funzionari che esponenti politici di ogni schieramento». Una tassa occulta, quella rappresentata dalla corruzione, che in Italia è stata calcolata in 60 miliardi l'anno.

Punto di riferimento internazionale. In ragione della sua lunga tradizione nel ruolo di sensibilizzazione sul tema e per il ruolo civico che lo accompagna, il Corruption perceptions index di Transparency International è la graduatoria «più credibile e accurata della corruzione nella pubblica amministrazione» come fa notare il Guardian nell'edizione online. Al network aderiscono 178 paesi e oltre 90 associazioni su base nazionale.

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martedì 26 ottobre 2010

Ministro che vuole bombardare l'Afghanistan




Lettera al ministro che vuole bombardare l'Afghanistan

DI : Gianpiero Monaca


Le bambine e i bambini di una quarta elementare di Asti scrivono al ministro della difesa italiano, Ignazio La Russa, a proposito della «missione di pace» e delle bombe sui caccia italiani utilizzati in Afghanistan.


Sono un maestro di una scuola elementare di Asti. Una delle mie bimbe alunne a scuola [quarta elementare] ha risposto a una domanda di storia nella quale chiedevo perchè in Mesopotamia e zone limitrofe da 8.000 anni si fanno guerre.
Risposta: perchè è una terra fertile e ricca di risorse, sono in tanti a volerla e allora si comportano come i bimbi piccoli che quando vogliono qualcosa se la strappano di mano. Geniale. E disarmante, in tutti i sensi.
Da qui è cominciato un bel lavoro con tutti i bambini della classe e con la collega, nei rarissimi momenti di compresenza. Dico sempre ai ragazzi che studiare la storia antica serve a prevedere i fatti e gli avvenimenti che verranno, allora abbiamo iniziato ad analizzare gli avvenimenti recenti nell’area mesopotamica leggendo le sempre più rare notizie sui giornali [distratti dal macabro gossip quotidiano e dagli eventi di cronaca interna] appaiandoli e paragonandoli con la storia antica appunto, scoprendo così che Ittiti e Babilonesi non si comportavano in maniera molto diversa da marines statunitensi, guerriglieri Talebani e che i governi di un tempo volevano il controllo di aree geografiche strategiche e ricche di risorse ne più e ne meno di quelli di oggi.
Allora se la storia ci insegna… impariamo dalla storia, le guerre e le invasioni hanno sempre portato alla distruzione di popolazioni e delle loro civiltà, dai ragazzi è venuta l’idea di scrivere a chi comanda e chi può decidere, una lettera per chiedere di smettere, di riconsiderare l’intervento italiano, di richiamare i soldati e di utilizzare altri sistemi più civili ed umani per agevolare i processi di pace.
Ecco il testo della lettera che questi gagliardi bambini hanno steso coralmente, inviandola al ministro della difesa italiano e agli organi di informazione.
Gianpiero Monaca, Asti

Egregio signor ministro,
siamo le bambine ed i bambini della 4c della scuola primaria Rio Crosio di Asti, abbiamo saputo che in Afghanistan è in corso un conflitto tra le diverse fazioni afghane e noi Italiani abbiamo voluto inviare dei soldati per aiutare le popolazioni in una missione di Pace.
A noi, però, sembra strano che per una missione di pace si debbano usare le armi.
Le ultime notizie ci informano sulla morte di quattro alpini italiani in un attentato, ma noi sappiamo anche che dall’inizio di questa guerra sono morte migliaia di persone tra innocenti civili e soldati.
Questo ci fa pensare che è impossibile raggiungere la pace seminando guerre.
Sappiamo che in Italia tutti i cittadini hanno il diritto di esprimere la propria opinione e noi, in quanto cittadini del mondo che voi adulti ci lascerete, vorremmo darle il nostro modesto consiglio.
Secondo noi, lanciare le bombe per fermare questa carneficina non è una buona idea e non proteggerebbe i nostri soldati.
Sappiamo che le armi costano moltissimo e con il prezzo di una sola bomba si potrebbe costruire una scuola o un ospedale.
invece che spendere tanti soldi per le armi, sarebbe meglio usarli per offrire aiuti concreti alle popolazioni e un lavoro diverso ai soldati con il quale essi possano sentire di servire lo stesso o ancor meglio la loro patria.
Per favore signor ministro, dimostri a noi bambini che è possibile risolvere i conflitti con la testa, il cuore e con le parole e non con la violenza come gli uomini primitivi incapaci di ragionare.
Secondo noi, quindi, bombe No, perchè fanno solo del male!
La ringraziamo per l’attenzione che saprà concedere alle nostre riflessioni e le chiediamo di non armare gli aerei italiani con le bombe e di far iniziare dialoghi di pace per far tornare tutti a casa sani e salvi.
Le porgiamo distinti saluti
Asti, ottobre 2010
Le bambine e i bambini della 4C, scuola rio Crosio, Asti

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domenica 24 ottobre 2010

Pericle - Discorso agli Ateniesi, 461 a.C.




Pericle - Discorso agli Ateniesi, 461 a.C.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.

Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.

Qui ad Atene noi facciamo così.

La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.

Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.

Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.

E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.

Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.

Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.

Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versalità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.

Qui ad Atene noi facciamo così.


Pericle - Discorso agli Ateniesi, 461 a.C.

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sabato 23 ottobre 2010

RAI,Vieni via con me,PUO' ANDARE IN ONDA



Dopo giorni di polemiche su Vieni via con me, il nuovo programma di Roberto Saviano e Fabio Fazio, è stato raggiunto l'accordo per i contratti di Paolo Rossi e Antonio Albanese, ospiti della prima puntata che dovrebbe andare in onda l’8 novembre su Raitre. Sarebbe stata confermata anche la partecipazione, a titolo gratuito, di Roberto Benigni.
I compensi, ritenuti inizialmente eccessivi dalla direzione generale Rai, hanno subito un notevole ridimensionamento al ribasso rispetto alle prime proposte: Paolo Rossi dovrebbe percepire 5.000 euro, mentre Antonio Albanese circa 20 mila euro. Intesa è stata raggiunta anche per il contratto tra Rai ed Endemol, la società produttrice del programma.
Anche la cifra diffusa dai mezzi di informazione di circa 2,81 milioni di euro per la realizzazione complessiva di Vieni via con me, è stata abbassata, grazie a risparmi di 50 mila euro sulla scenografia e al taglio dei 250 mila euro previsti inizialmente per il cachet di Benigni. Sono a carico di Endemol i compensi di Fabio Fazio, legato alla Rai da un contratto biennale, e di Roberto Saviano, che percepirebbe circa 50 mila euro a puntata.
Nei giorni scorsi, il debutto della trasmissione era stata messa in dubbio dallo stesso Saviano che accusava la direzione Rai di ostacolare il sereno svolgimento del programma (leggi articolo).
Le polemiche hanno raggiunto l’apice durante la puntata di Annozero del 21 ottobre che ha vinto la prima serata, seguita da 6.199.000 telespettatori, con uno share del 22,68.


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I 370 attivisti di «Viva Palestina» Gaza



“VIVA PALESTINA” E’ A GAZA

"E’ bello essere qui con il popolo palestinese dopo i tanti ostacoli posti dagli egiziani al nostro arrivo", ha detto l’attivista Paolo Papapietro. La delegazione italiana è guidata da Alfredo Tradardi. Alla popolazione sotto embargo andranno aiuti per 5 milioni di dollari.



Gaza, 22 ottobre 2010, Nena News – Per fortuna non ci sono stati ulteriori impedimenti egiziani e il convoglio «VivaPalestina 5», giunto mercoledi’ notte al porto di El Arish (Sinai settentrionale) a bordo di un cargo greco, ieri pomeriggio ha finalmente fatto il suo ingresso nella Striscia di Gaza.
I 370 attivisti di «Viva Palestina» sono stati accolti con gioia e grandi onori dalla popolazione di Gaza che nel loro arrivo legge l’interesse che la societa’ civile  internazionale continua ad avere per la condizione della Striscia stretta nella morsa del blocco israeliano (ed egiziano), in opposizione alla linea attuata da tanti governi di sostegno incondizionato alle politiche di Tel Aviv.  «E’ esaltante essere qui a Gaza, tra i palestinesi, dopo aver penato tanto per persuadere gli egiziani a lasciarci arrivare a el Arish», ha commentato al suo ingresso a Gaza Paolo Papapietro, dell’Associazione Loe di Matera. «Gli egiziani hanno creati ostacoli di ogni genere costringendoci a rimanere per oltre due settimane a Latakiya (Siria) ma alla fine siamo riusciti a raggiungere i palestinesi di Gaza sotto assedio», ha aggiunto l’attivista italiano.
A guidare la delegazione italiana – che ha contribuito con 50 mila euro, otto autoveicoli, una ambulanza e una auto medica – c’è Alfredo Tradardi, noto attivista italiano dell’International Solidarity Movement (Ism).
A causa delle condizioni poste dagli egiziani i 370 attivisti, ad eccezione di 30 a bordo del cargo greco che ha trasportato via mare gli autoveicoli, sono stati costretti a raggiungere el Arish in aereo da Damasco. Domenica scorsa gli egiziani avevano imposto la rinuncia al viaggio a 17 attivisti. Gli “indesiderati” hanno scelto di farsi da parte volontariamente al fine di garantire il successo della missione a sostegno dei palestinesi di Gaza.
E’ da notare che il cargo greco, durante il viaggio da Lataliya e el Arish, è passato nei pressi del punto dove, in acque internazionali, decine di commando israeliani arrembarono lo scorso 31 maggio la Freedom Flotilla diretta a Gaza. Gli attivisti di “Viva Palestina” hanno gettato in mare fiori in ricordo dei nove cittadini turchi uccisi sulla nave Mavi Marmara.

fonte : Nena News


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giovedì 21 ottobre 2010

Istat. Un milione 756 mila i minori poveri in Italia





Istat. Un milione 756 mila i minori poveri in Italia

www.redattoresociale.it


Il direttore centrale dell'Istat Linda Laura Sabbadini ha fornito i dati al seminario dell'Unicef sulla povertà minorile: «Rappresentano il 17 per cento del totale. Di questi quasi il 70 per cento risiede al Sud. Non se ne parla abbastanza». Da Redattore sociale

ROMA – Tra i più poveri tra i poveri ci sono i minori. Non è retorica, ma sono i dati dell’Istat – presentati nel corso del seminario sulla povertà dei bambini e degli adolescenti organizzato da Unicef Italia – dal direttore centrale dell’Istituto centrale di statistica Linda Laura Sabbadini. «Dai dati ufficiali di povertà prodotti dall’Istat – ha sottolineato il direttore centrale dell’Istat – emerge che i minori sono più poveri degli anziani, ma di questo non si discute abbastanza».
Se dal 1997 al 2009 l’incidenza della povertà è rimasta più o meno stabile in Italia [il 10-11 epr cento delle famiglie e il 13 per cento degli individui], ci sono stati comunque «dei sommovimenti interni» nel senso che «qualcosa è aumentato e qualcosa è diminuito», ha spiegato Sabbadini. «È cresciuta la povertà delle famiglie numerose ed è diminuita la povertà degli anziani, soprattutto al Nord. Cosa questa – ha precisato il direttore dell’Istat – che dipende da una serie di cose e soprattutto dal cambiamento generazionale». Gli anziani di oggi sono infatti diversi da quelli di un tempo e, soprattutto, hanno spesso un titolo di studio più alto che ha garantito loro migliori condizioni economiche in età più avanzata.

Durante il seminario, Sabbadini ha presentato i dati riguardanti la povertà in generale e la povertà minorile in particolare. In Italia, tra il 1997 e il 2009, la povertà relativa è cresciuta nel nostro paese tra alcuni tipi di famiglie. Si tratta delle famiglie con quattro componenti [passate dal 12,9 al 15,8 per cento], con 5 o più componenti [dal 22,3 al 24,9 per cento] e con figli minori [dal 14 al 15 per cento]. La povertà è aumentata inoltre nelle famiglie con 2 o più figli minori [dal 17,7 per cento al 18,5], con membri aggregati [dal 14,9 al 18,2] e con persone in cerca di occupazione [dal 22,5 al 24,9 per cento]. Al contrario la povertà relativa diminuisce tra le famiglie con 1 componente [dall’11,2 per cento al 6,5], di anziani soli [dal 16,3 per cento al 10,2], di coppie di anziani [dal 15,8 al 12,1 per cento], di ritirati dal lavoro [dal 13,9 al 10,8 per cento], soprattutto se residenti a Nord.

Le cose non vanno meglio sul fronte della povertà assoluta, misurata su un paniere di beni e servizi indispensabili per avere vita dignitosa. Nel 2009 le persone in condizione di povertà assoluta erano oltre 3 milioni [il 5,2 per cento del totale] di cui 649 mila minori: 6,3 per cento del totale dei minori, ovvero un quinto dei poveri assoluti. Il dato arriva al 9,2 per cento tra i minori che vivono con i genitori e almeno due fratelli e tra le famiglie con membri aggregati. Inoltre ben 401 mila minori assolutamente poveri vivono al Sud, vale a dire il 10,2 per cento del totale di quelli residenti nelle regioni meridionali.

Tirando le somme, si può dunque dire che nel 2009 i minori poveri nel nostro paese sono ben 1 milione e 756 mila, ovvero il 17 per cento del totale. E di questi quasi il 70 per cento [1 milione e 179 mila] risiede al Sud. In particolare i dati Istat attestano l’esistenza di 507 mila bambini poveri tra 0 e 5 anni [il 16,6 per cento in Italia e il 28,9 nel Sud], 550 mila tra il 6 e i 10 anni [il 18,3 per cento in Italia e il 32,4 nel Sud], 296 mila tra gli 11 e i 13 anni [16,6 per cento in Italia e 30,6 per cento nel Sud] e 403 mila tra i 14 e i 17 anni [16,4 per cento in Italia e 28,3 nel Sud].

Tra il 1997 e il 2009, poi, è aumentata l’incidenza di povertà tra i minori che vivono: con i genitori e almeno un fratello [dal 17,8 al 18,4 per cento], in famiglie con membri aggregati [dal 20,7 al 27,9 per cento] e in famiglie con un solo occupato [dal 19,7 al 24,4 per cento]. Al Sud, invece, la situazione è peggiorata non solo per i minori in generale, che sono passati da un’incidenza della povertà del 28,1 per cento al 30, ma anche dei minori che vivono con due [dal 25 al 27,4 per cento] o tre e più fratelli [dal 35,3 al 38,8 per cento] o di quelli che vivono in famiglie con membri aggregati [dal 34,5 al 41 per cento].

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mercoledì 20 ottobre 2010

Statistiche sull'Italia aggiornate in tempo reale


Statistiche sull'Italia aggiornate in tempo reale




Statistiche sull'Italia aggiornate in tempo reale: popolazione italiana attuale, economia, società, lavoro, media e comunicazione, costi della politica, sicurezza e giustizia, e salute. Dati in tempo reale su immigrazione, debito pubblico, evasione fiscale, precariato, stipendi, e tante altre statis...


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Non voglio il libro "Due anni di governo berlusconi"


e che la spesa relativa che si risparmierà ,
venga messa a disposizione del Ministero della Pubblica Istruzione e/o delMinistero della Sanità



ECCO UNA BELLA INIZIATIVA, A CUI GIA' HO ADERITO!

Da inviare al Governo Italiano. Condividete e Diffondete.
* *Collegatevi al sito:*
http://www.governo.it/scrivia/scrivi_a_trasparenza.asp

 * *Compilate il modulo con i vs dati.*

Nome:
Cognome:Indirizzo:Email:Città :
Oggetto: Non voglio il libro "Due anni di governo".
Testo:
Con riferimento all'annuncio del Presidente del Consiglio On. SilvioBerlusconi di inviare ad ogni famiglia italiana il libro "Due anni digoverno", mi preme comunicarvi che non desidero assolutamente riceverlo,essendo un mio diritto in base al Decreto legislativo 30 giugno 2003, n.196, Codice in materia di protezione dei dati personali, nella fattispecie articolo 7 comma 4b, e che la spesa relativa che si risparmierà , venga messa a disposizione del Ministero della Pubblica istruzione e/o delMinistero della Sanità.Ringraziando per l'attenzione porgo distinti saluti.

(Firma)
Invia

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martedì 19 ottobre 2010

Rai , scoppia la grana Fazio-Saviano




A rischio il programma con Saviano: 
«Così non si può andare in onda» 
Rai senza pace, scoppia la grana Fazio
A rischio il programma con Saviano: 
«Così non si può andare in onda»


 «Così Vieni via con me non può andare in onda»: è la dura presa di posizione di Fabio Fazio, che contesta il mancato via libera ai contratti per Roberto Benigni, Paolo Rossi e Antonio Albanese, previsti come ospiti della prima puntata del programma firmato e condotto dallo stesso Fazio e da Roberto Saviano, che dovrebbe partire l'8 novembre in prima serata su Raitre. «A tre settimane dalla messa in onda - denuncia Fazio - Endemol Italia non ha ancora il contratto, gli ospiti non hanno ancora il contratto e giustamente Saviano dice: "così non vado in onda" e io sottoscrivo pienamente»: a giudizio del conduttore «non ci sono giustificazioni di natura economica: evidentemente è un momento in cui la tv non può permettersi di raccontare la realtà ».


REBUS CONTRATTI - «Lo abbiamo già detto prima dell’estate: i programmi - sottolinea Fabio Fazio - o si fanno bene o non si fanno, le vie di mezzo non esistono. Ci siamo messi a lavorare e abbiamo raccontato per filo e per segno all’azienda la trasmissione, nella quale Saviano avrebbe voluto parlare di mafia e politica, di emergenza rifiuti, di carceri, di ricostruzione all’Aquila, di delegittimazione e macchina del fango. Capisco che sono argomenti che fanno paura». Fazio esclude che dietro i ritardi nell’approvazione dei contratti ci siano ragioni di carattere economico: «Benigni ha accettato tutte le condizioni poste dalla Rai», e a quanto si apprende il premio Oscar avrebbe garantito la sua presenza alla prima puntata per un cachet decisamente inferiore a quello percepito per la sua ultima apparizione in Rai, lasciando all’azienda tutti i diritti. «Ma a tre settimane - ribadisce Fazio - praticamente non ha il contratto nessuno. E per di più oggi abbiamo saputo da Raitre che son stati rimandati indietro contratti sui quali erano già stati presi accordi. Ora basta. Senza ospiti il programma non si può fare, c’è un limite oltre il quale non si può andare». Quanto a Saviano, «sono convinto - sottolinea Fazio - che abbia il diritto di essere trattato benissimo dalla tv di stato. Per quello che rappresenta, deve essere protetto da tutti i punti di vista, anche da quello mediatico». 

FONTE : CORRIERE DELLA SERA

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lunedì 18 ottobre 2010

Roma e Parigi , no alla dittatura finanziaria europea




A Roma come a Parigi: rovesciare la dittatura finanziaria europea

DI : Franco Berardi Bifo


La Francia e il 16 ottobre: l'importanza di un movimento europeo contro la crisi e i dogmi finanziari.

Quel che sta succedendo in Francia è estremamente importante, per tutti. Dal movimento ampio, radicale e determinato che si sta sviluppando ormai da giugno (che ha portato in piazza milioni di persone per quattro volte in pochi mesi) potrebbe venire la prima risposta vincente contro la dittatura finanziaria che si è costituita in Europa a partire dalla crisi greca e dal diktat del direttorio Trichet-Merkel-Sarkozy che punta a imporre misure unificate di attacco contro il salario e contro la società, in nome della competitività.

Il movimento francese contro il prolungamento del lavoro e il rinvio delle pensioni, giunto alla quarta giornata di mobilitazione generale, si rafforza e va allo scontro con il governo Sarkozy.

E’ la prima volta, in Europa, che un movimento ampio prende come bersaglio il dogma centrale del prolungamento del tempo di vita-lavoro, sancta sanctorum del conformismo economico dell’epoca tardo-liberale.

Il dogma suona così: a causa del prolungamento del tempo di vita e della riduzione di natalità, i paesi europei vanno verso una tragica situazione in cui pochi giovani dovranno sorreggere molti vecchi oziosi pensionati. Per evitarlo dobbiamo prolungare il tempo di lavoro degli anziani. Questa puttanata la chiamano patto tra le generazioni, e pretendono che tutti crediamo nella necessità di lavorare più a lungo per aiutare la nuova generazione.

Questa filosofia, imposta dovunque con la collaborazione attiva delle sinistre e dei sindacati, è basata su una premessa sbagliata, anzi falsa. Tanto per cominciare la produttività media è cresciuta di cinque volte negli ultimi cinquanta anni. Dunque la riduzione delle unità di lavoro non è un problema. Molto meno giovani possono tranquillamente produrre il necessario per molti più vecchi, se la questione fosse solo questa. Ma la questione non è affatto questa. Dietro il gioco delle tre carte, infatti, si cela un progetto ben diverso, che è quello di imporre un aumento del tempo di lavoro (più ore di straordinario, pieno utilizzo degli impianti, sabato lavorativo, rinvio indefinito dell’età pensionabile), e conseguentemente una riduzione dell’occupazione.

Con la favoletta demografica si punta quindi a mantenere i giovani in condizioni di sottoimpiego costringendoli ad accettare qualsiasi lavoro precario e sottopagato, mentre gli anziani sono costretti a lavorare ben oltre la data stabilita dal loro contratto di impiego originario.

La finalità del prolungamento del tempo di lavoro non ha nulla a che fare con un’esigenza produttiva, ma è la conseguenza di regole finanziarie che agiscono come una gabbia, trasformando in Europa la ricchezza in miseria e la potenza in paura. La deregulation vale solo quando serve ad attaccare il salario, ma quando servono per aumentare lo sfruttamento, le regole ci sono, strettissime e indiscutibili.

I lavoratori e gli studenti francesi l’hanno capito benissimo. Hanno capito che prolungare il tempo di lavoro degli anziani, in un periodo di riduzione dell’occupazione significa mettere i giovani nelle condizioni della disoccupazione e del precariato.

Se la società francese riesce a rompere questo dogma in Europa si apre una fase nuova. Dovunque, a cominciare dall’Italia potrà nascere un movimento per la riduzione del tempo di vita-lavoro, per un abbassamento dell’età di pensionamento, per una riduzione dell’orario settimanale di lavoro.

Se si rompe il dogma a quel punto tutto ridiventa possibile.

Nella manifestazione di sabato e soprattutto nelle settimane che seguiranno dobbiamo aver chiaro che la questione posta dalla FIOM (diritti del lavoro e difesa del salario) e la questione posta dal movimento degli studenti e dei ricercatori (risorse per la scuola pubblica, blocco della riforma devastatrice della Gelmini) non sono affatto questioni italiane, e non si possono vincere come battaglie nazionali. Solo un movimento europeo fermerà l’offensiva finanziaria contro la società. Solo un movimento europeo ci libererà dei tirannelli locali .

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domenica 17 ottobre 2010

Truffa a Inps: falsi braccianti a Salerno e Rosarno



 ECCO IL PERCHE' DELLA RIVOLTA DEI BRACCIANTI STRANIERI A ROSARNO


Il Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Salerno ha scoperto una truffa ai danni dell’Inps da 1 milione e 600 mila euro messa in atto da imprenditori agricoli attraverso un vasto giro di falso bracciantato. Gli uomini delle Fiamme Gialle hanno eseguito provvedimenti di sequestro preventivo emessi dal Gip di Salerno su richiesta della Procura a carico di imprenditori agricoli nel Salernitano per truffa. L’attivita’ si inserisce in una vasta indagine contro il fenomeno del falso bracciantato nella provincia di Salerno. Al momento sono coinvolti oltre a 700 falsi braccianti nonche’ gli imprenditori e i professionisti organizzatori della truffa. I provvedimenti rappresentano la fase finale della prima tranche di indagine nel corso della quale, fino ad oggi sono stati emessi decreti di sequestro preventivo per un importo complessivo di 1.603.690 euro pari alle indennita’ illecitamente percepite dai finti lavoratori agricoli. Somme sequestrate mediante il blocco di denaro depositato su conti correnti e il sequestro di un immobile.
La truffa veniva realizzata dichiarando falsamente all’Inps, con le ”denunce aziendali” delle imprese agricole la coltivazione di terreni in realta’ in uso a terzi o ad altre aziende agricole, con la conseguente falsa assunzione di manodopera. I lavoratori coinvolti, tutti in corso di identificazione, non hanno mai esercitato in realta’ l’attivita’ per cui erano stati assunti, pur risultando dalle scritture contabili che essi avevano esercitato un numero di giornate lavorative minimo per accedere alla disoccupazione agricola, alle indennita’ di malattia e maternita’ previste dalla legge.
Dalle indagini e’ emerso che esisteva un vero e proprio tariffario per diventare falso bracciante, con importi che variavano da mille a 3.500 euro a seconda che si trattasse di cittadini italiani o extracomunitari. Gli imprenditori delle
aziende coinvolte hanno tra l’altro sistematicamente omesso di versare i contributi previdenziali dei lavoratori, determinando cosi’ un doppio danno all’erario. Sono in corso ulteriori indagini per ricostruire il ruolo assunto nella vicenda dalla criminalita’ organizzata.


http://www.nuovaresistenza.org/2010/10/16/truffa-a-inps-da-16-mln-gdf-scopre-700-falsi-braccianti/


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venerdì 15 ottobre 2010

L' AQUILA , LASCIATE GLI ALBERGHI




A volte lo sfinimento può portare ad azioni gravi.

E' quanto sta succedendo in questo ore sulla costa abruzzese, dove in uno dei tanti alberghi che ha ospitato e sta ancora ospitando gli sfollati aquilani, ha detto basta. Gli ultimi ospiti provenienti dall'Aquilano dovranno riconsegnare le camere entro fine settimana. E' l'estrema conseguenza cui è giunto un albergatore di Alba Adriatica finito quasi sul lastrico a causa dei ritardi nel rimborso delle spese per l'accoglienza degli aquilani sfollati a causa del terremoto del 6 aprile 2009.
L'allarme l'aveva lanciato circa un mese fa Federalberghi Abruzzo che chiedendo di accelerare i pagamenti. La Federlalbertghi ha alzato la voce con la Presidenza del Consiglio, con la Regione Abruzzo e con la Protezione Civile. A quanto pare, come dimostra il gesto dell'albergatore di Alba Adriatica, la situazione non è cambiata ed è ancora grave.
"Mediamente sette mesi di arretrati non saldati e convenzione per l'ospitalità dei terremotati scaduta e non ancora rinnovata." Questa la denuncia arrivata da un gruppo di albergatori abruzzesi sia della provincia dell'Aquila sia della costa abruzzese.

Oggi l'albergatore che "scaccia" i terremotati, perché sta quasi peggio di loro. Chi all'inizio dell'emergenza sisma ha teso la mano agli aquilani, oggi si trova a fare la guerra con loro, una guerra della disperazione.
Sono 130 le strutture ricettive del Teramano coinvolte nell'emergenza e tutt'ora, secondo i dati aggiornati al 13 luglio sul sito internet del commissario per la ricostruzione, in provincia di Teramo sono ospitati 792 aquilani rimasti senza casa. Il contratto sottoscritto più di un anno fa dagli albergatori teramani prevede il rimborso di un primo acconto delle spese al momento della presentazione della fattura e il saldo entro i 60 giorni successivi.
"Ma questo non è mai avvenuto", sottolinea il titolare dell'hotel di Alba. La responsabilit. Senza mezze parole, è attribuita tutta alla Regione.

"Fino a quando c'è stata la Protezione civile a gestire l'emergenza abbiamo ricevuto pagamenti posticipati, ma con regolarità».
Dal 1º gennaio la competenza dei rimborsi è passata alla Regione e i bonifici bancari inviati sono diventati rarissimi. "Ne abbiamo ricevuti un paio, mentre prima ne arrivava circa uno al mese", spiega ancora l'albergatore. "A queste condizioni non posso più ospitare nessuno. Rischio il fallimento".

Quindi gli aquilani dovranno riconsegnare le chiavi, abbandonare l'albergo, senza avere altra destinazione.
Gli albergatori abruzzesi ricordano di essere stati in prima linea nella gestione del sisma abruzzese, "al fianco della Regione Abruzzo e a quello della Protezione Civile Nazionale per mettere a disposizione posti letto e ristorazione allo scopo di far fronte nel migliore dei modi al drammatico evento sismico che ha colpito la nostra regione".
Ora però sono allo stremo. l'albergatore albense l'ha ricevuto l'ultimo bonifico a metà giugno, quale saldo delle spese di agosto 2009. Quasi un anno di attesa.

L'albergatore è molto chiaro. "Non c'è un referente con cui parlare e da cui avere risposte precise, e l'unica cosa che mi hanno detto quando ho telefonato è che l'ente non ha soldi per i rimborsi e che facciamo bene a mandare via gli sfollati".


"La Regione non si può prendere meriti che non ha," continua l'albergatore."Siamo stati noi operatori turistici a farci carico dell'ospitalità fornita alle vittime del terremoto".
Gli sfollati aquilani alloggiati nell'Hotel di Alba Adriatica quindi stanno per lasciare l'hotel he dovranno lasciare ma difficilmente troveranno ospitalità in altro albergo della costa.
"Ora l'obbligo di trovare una soluzione non è nostro ma dello Stato".


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giovedì 14 ottobre 2010

- LAVORO -: Facciamo RETE con la FIOM



LINK PER LA DIRETTA TV'



- LAVORO -: Facciamo RETE con la FIOM: ". http://www.libera.tv/videos/626/landini-autonomia-del-sindacato-e-alleanze-sociali.html LANDINI, AUTONOMIA DEL SINDACATO E ALLEANZE ..."

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Caritas: Non è vero che siamo meno poveri



La Caritas smentisce l'Istat: «Non è vero che siamo meno poveri»

www.redattoresociale.it


Presentato oggi il rapporto Caritas Zancan sulla povertà: gli ultimi dati Istat sono «un'illusione ottica», perché «Il peggioramento della situazione economica ha fatto abbassare la linea di povertà». La verità è per la Caritas «ben più amara» dei dati ufficiali, e le famiglie italiane sono «in caduta libera»

ROMA – Non è vero che siamo meno poveri, come gli ultimi dati Istat di luglio 2010 farebbero pensare. E quella dell’Istituto nazionale di statistica è solo una «illusione ottica». È questo il commento del Rapporto 2010 della Caritas-Fondazione Zancan, presentato stamane a Roma, rispetto agli ultimi dati ufficiali sulla povertà che rilevano, per lo scorso anno, un’incidenza della povertà relativa pari al 10,8 per cento contro l’11,3 per cento del 2008 e un’incidenza della povertà assoluta ferma al 4,7 per cento. Secondo i curatori del Rapporto si tratta, infatti di una «illusione ottica» frutto del peggioramento generale della condizione economica. Tale peggioramento – si legge nel Rapporto – ha fatto sì che la linea di povertà si abbassasse, in un nucleo di due persone, dai 999,67 euro del 2008 ai 983,01 euro del 2009.
Aggiornando invece i dati del 2008 sulla base della variazione dei prezzi tra il 2008 e il 2009, la linea di povertà salirebbe 1.007,67 euro. Con questa operazione di ricalcolo, alzando la linea di povertà relativa di soli 25 euro mensili, circa 223 mila famiglie ridiventano povere relative: si tratta di circa 560 mila le persone da sommare a quelle già considerate dall’Istat [cioè 7 milioni e 810 mila] con un risultato che il Rapporto definisce «ben più amaro» rispetto ai dati ufficiali: sarebbero 8 milioni e 370 mila i poveri nel 2009 3,7 per cento].
La povertà continua a riguardare soprattutto il Mezzogiorno, le famiglie numerose con figli minori, quelle monogenitoriali e coloro che hanno bassi livelli di istruzione. Sono, inoltre, sempre di più i nuclei familiari che restano poveri pur avendo al proprio interno uno o più membri che lavorano. Accanto ai poveri ufficiali, vi sono poi le persone impoverite, ovvero quelle che vivono in una forte situazione di povertà economica e che hanno dovuto modificare il proprio tenore di vita privandosi di beni e servizi, prima ritenuti necessari. Nel 2009 il credito al consumo è sceso inoltre dell’11 per cento, i prestiti personali hanno registrato un -13 per cento e la cessione del quinto a settembre 2009 ha raggiunto il +8 per cento. E sempre nel 2009 la crisi si è tradotta nella difficoltà di pagare la spesa, il mutuo e le cambiali [14 per cento]. Insomma, facendo una media di questi indicatori, il Rapporto calcola un 10 per cento in più di poveri, da sommare agli oltre 8 milioni stimati. Per arginare questa situazione non bastano gli ammortizzatori sociali, costati nel 2009 18 milioni di euro: «una cifra enorme per un argine utile, ma fragile».
Quanto alle famiglie, il rapporto le definisce in «caduta libera»: sono infatti la prima vittima della povertà, vengono ostacolate nella loro formazione dalla precarietà del lavoro e non sono adeguatamente valorizzate dalla politica e dalle istituzioni. La povertà familiare – si legge nel Rapporto – è un fenomeno consolidato, che non accenna a diminuire. Infine, diversamente da altri paesi, in Italia più alto è il numero di figli, maggiore è il rischio di povertà: se in famiglia c’è un solo figlio minore l’incidenza della povertà relativa sale dal dato medio del 10,8 per cento al 12,1, mentre se ci sono tre o più figli l’incidenza è del 26,1 per cento.

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SAN MARINO, UN PARADISO FISCALE





SAN MARINO, UN PARADISO (FISCALE) ALL’INFERNO - IL COMMISSARIAMENTO DELLA CASSA DI RISPARMIO DI RIMINI È L’ATTO FINALE DELLA GUERRA TRA DRAGHI E IL TITANO: “SIAMO ASSEDIATI. ABBIAMO ESAGERATO, MA ADESSO CI VOGLIONO SCHIANTARE” - SI PARLA DI 80 MLN € DI BUCO IN BILANCIO, ALMENO IL DOPPIO NEL 2011 - LE AZIENDE TORNANO IN ITALIA, ALTRE NON ACCETTANO PIÙ LE FATTURE E INTANTO “IL GOVERNO ITALIANO SI RIFIUTA ANCORA DI PARLARE CON NOI”…



Marco Alfieri per "La Stampa"
I reggenti di San Marino Come muore un paradiso fiscale, sotto la prima nebbia di stagione che non ti fa vedere nemmeno la punta della rocca.
L'ultimo sfratto alla capitale dell'off-shore all'italiana arriva settimana scorsa quando Bankitalia commissaria la Cassa di risparmio di Rimini che ha in pancia il controllo del Credito industriale sammarinese, una delle 12 banche della Repubblica. Secondo gli ispettori di via Nazionale ci sarebbero violazioni palesi della normativa anti-riciclaggio.
San Marino in passato è stata terra di emigrazione. Il boom arriva sull'onda della riviera, il turismo, il commercio e poi l'industria nei Sessanta. Con il benessere circola il primo nero, albergatori e commercianti romagnoli che salgono sulla Rocca a depositare i propri guadagni. Fino all'overdose degli anni Novanta. Alle quattro banche storiche si affiancano 59 finanziarie e altri 8 istituti di credito che fanno essenzialmente raccolta e impieghi e pochissimi servizi finanziari, il Bengodi per chi vuol far transitare capitali illeciti.
san marino Una bulimia che attira soldi marci ben oltre il piccolo nero di provincia (9 euro su 10 depositati arrivano da oltreconfine). Sbarcano i russi a comprare all'ingrosso, la malavita organizzata mette radici ed esplodono gli scandali finanziari, come quello che ha travolto il gruppo Delta, controllato dalla gloriosa Cassa di risparmio nata a fine Ottocento dalle collette di contadini e operai e trasformatasi in centrale del malaffare. Fino allo tsunami globale, la messa in mora dei paradisi fiscali, le liste nere dell'Ocse e l'embargo del governo italiano.
«Ma adesso quella stagione è chiusa: in passato San Marino ha esagerato», ammette Marco Arzilli, il ministro di stato all'Industria. Il governo attuale, una coalizione tardo democristiana in carica dal 2008, sta facendo del suo meglio per liberare la Rocca dall'etichetta di capitale delle frodi. «Siamo entrati in carica che eravamo in procedura rafforzata moneyval e in lista grigia Ocse e in due anni abbiamo fatto moltissimo», rincara il segretario agli Esteri, Antonella Mularoni.
Draghi «Abbiamo abolito le società anonime e il segreto bancario, ci siamo allineati agli standard internazionali sulla trasparenza bancaria, abbiamo chiuso molte imprese fasulle ed eravamo pronti a firmare due accordi sulla collaborazione tra la nostra polizia e quella italiana e sulla possibilità che gli ispettori di Bankitalia potessero entrare negli istituti della Repubblica. Solo che Tremonti sul punto non ci risponde». Lo ha fatto anche a Washington, ai lavori del Fmi. «È un atteggiamento incomprensibile».
Di certo, oggi a San Marino di bankers tornati a piede libero se ne vedono pochissimi. Sono tutti in ritirata. D'altronde il deflusso di capitali nell'ultimo anno è stato devastante. Il bollettino della banca centrale parla di 35% di minore raccolta. Gli evasori non si fidano più del Titano e lo scudo ha dissanguato i forzieri: quasi 6 miliardi sui 14 depositati sono fuggiti via. Nel frattempo la crisi spinge a tutta gli impieghi riducendo la leva e la liquidità degli istituti che non possono accedere all'interbancario. Non bastasse, un colosso come UniCredit vuole rompere il sodalizio storico con la Bac.
draghi tremonti «Ci vogliono schiantare», ne è sicuro Marco Beccari, segretario del sindacato democratico dei lavoratori sammarinesi. «Certo chi ha operato scorrettamente ha devastato la nostra immagine ma sotto la crosta c'è una economia sana da tutelare. Trentuno mila abitanti, 20mila lavoratori di cui 6.500 frontalieri dalla Romagna».
Quattromila impiegati nel pubblico e 15mila tra commercio, meccanica, lavorazione del ferro, industria farmaceutica e ceramica al lavoro nelle zone industriali verso il confine. Tutto un microcosmo inviolato per anni oggi in sofferenza davanti alla stretta tremontiana.
Si parla di 80 milioni di euro di buco in bilancio dello stato quest'anno, almeno il doppio nel 2011. E di possibili interventi del Fmi con linee di credito a sostegno della Repubblica, come una Grecia o una Argentina qualunque. E poi il decreto incentivi ha già fatto strage: «Alcune aziende sono tornate in Italia, altre non accettano più le nostre fatture, siamo come appestati», si lamenta Beccali. Al pari della crisi economica. L'1% della forza lavoro ha perso il posto nell'ultimo anno.
Antonella Mularoni E' esplosa la cassa integrazione per 1500 addetti e aumenta il lavoro nero (gli ultimi 2 morti in fabbrica erano irregolari). Forse piccoli numeri ma che pesano in un mondo di fiaba in cui vige un welfare generoso fatto di pensioni calcolate ancora sul metodo retributivo, mense aziendali a un euro e mezzo a pasto, buona sanità, il prestito sulla prima casa e sugli asili nido. Una copertura messa a rischio dall'embargo di Roma e aggravata da un'immobiliare che scricchiola. Sul Titano si è costruito in ogni strapuntino - l'edilizia era uno dei canali con cui ripulire i soldi sporchi- e oggi si conta il deserto di ben 7mila case sfitte.
«Il nostro obiettivo è salvare l'economia sana», spiegano dalla Camera di Commercio. «Altrimenti salta tutto anche per i lavoratori italiani e le imprese del comprensorio che lavorano su commesse sammarinesi».
L'ultima speranza si chiama Lega. Il Carroccio pesca molti voti nel frontalierato. «Sono gli unici che potrebbero far ragionare Tremonti», raccontano dal Titano. E dire che il ministro è stato consulente delle banche sammarinesi, «dovrebbe apprezzare il nostro  sforzo...».


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mercoledì 13 ottobre 2010

I MOTIVI DELLA GUERRA in Afghanistan



SCONVOLGENTE DOSSIER DI “PEACE REPORTER”: I MOTIVI DELLA GUERRA? 
NARCOTRAFFICO 
E CRISI BANCARIA



A distanza di nove anni oramai è certo: in Afghanistan non c’è alcuna lotta al terrorismo, nessuna missione di pace, ma solo e semplicemente una guerra. Checché se ne dica. I numeri, infatti, parlano chiaro: quasi 2.000 soldati morti e circa 40.000 tra militari e civili afghani caduti sotto i colpi delle micidiali armi che si stanno utilizzando in questa “missione di pace”. E poi ci sono anche i cosiddetti “danni collaterali”: 10.000 civili morti per errore, perché si sono trovati nel momento sbagliato nel posto sbagliato.

E a chi imputare responsabilità? Certamente ai cosiddetti “potenti” che, ipocriti, hanno fatto leva sulle coscienze parlando di “lotta al terrorismo”, “esportazione di democrazia”. Ed invece non si nascondono che interessi esclusivamente economici, come rivela anche uno sconvolgente dossier di “Peace Reporter”.

E allora chiediamoci anche noi: quali sono gli interessi economici che si celano dietro questa guerra? Nel dossier si parla, infatti, di diverse ipotesi: risorse energetiche, la pipeline trans-afgana, l’importante posizione strategica del territorio afgano soprattutto per frenare le mire espansionistiche della Cina, “considerata dal Pentagono come la maggiore minaccia potenziale all’egemonia militare ed economica globale degli Stati Uniti non solo in Asia, ma anche in Medio Oriente, Africa e America Latina”. Ma sono altri i possibili interessi su cui fa leva il dossier.

LA DROGA. Forse, infatti, dietro la guerra ci sono interessi inconfessabili: “quelli legati al controllo del traffico mondiale dell’eroina, ovvero di uno dei business più redditizi del pianeta, con un giro d’affari annuo stimato attorno ai 150 miliardi di dollari l’anno”.
D’altronde la Cia non è nuova a questa politica: è risaputo, infatti, che il boom della produzione di oppio/eroina negli anni ’70 in Laos, Birmania e Cambogia è stato opera dalla Cia, che con i ricavi del narcotraffico finanziava le operazioni anti-comuniste nel Sudest asiatico; così come è risaputo che stessa cosa avvenne negli anni ‘80 in America Latina, per finanziare (con i proventi della coca) “la guerriglia antisandinista dei ‘Contras’ in Nicaragua, e in Afghanistan per finanziare (con i proventi dell’eroina) la resistenza anti-sovietica dei mujaheddin”. Non è un caso, infatti, che i talebani, notoriamente sostenuti dalla Cia (come dimostrato anche da diversi documentari), continuarono a fare affari negli anni con la produzione di droga.
Ed ora arriviamo ad oggi: “Secondo un numero sempre maggiore ed eterogeneo di esperti e di persone ‘ben informate’, la Cia avrebbe in sostanza appaltato produzione e lavorazione di droga al ‘narco-Stato’ guidato da Karzai, proteggendo le rotte di smercio via terra (Pakistan, Iran e Tajikistan) e gestendo direttamente il trasporto aereo all’estero”.

Secondo un’inchiesta televisiva condotta dal canale russo “Vesti”, infatti, “l’eroina afgana – si legge nel dossier – viene portata fuori dall’Afghanistan a bordo dei cargo militari Usa diretti nelle basi di Ganci, in Kirghizistan, e di Inchirlik, in Turchia”. E la giornalista afgana Nushin Arbabzadah sembrerebbe confermare queste voci, ritenendo che la droga viaggi nascosta nelle bare dei militari Usa, riempite di droga appunto, al posto dei cadaveri.
Ma anche altri confermerebbero la pista del narcotraffico. Il giornalista russo Arkadi Dubnov di “Vremya Novostei”, riportando informazioni fornitegli da una fonte all’interno dei servizi afgani, ha scritto che “l’85 per cento di tutta la droga prodotta in Afghanistan è trasportata all’estero dall’aviazione Usa“.
E ancora. Quest’estate il generale russo Mahmut Gareev, un ex comandante delle truppe sovietiche in Afghanistan, ha dichiarato a “Russia Today“: “Gli americani non contrastano la produzione di droga in Afghanistan perché questa frutta loro almeno 50 miliardi di dollari all’anno. Non è un mistero che gli americani trasportano la droga all’estero con i loro aerei militari“.
Il giornalista statunitense Dave Gibson di “Newsmax“, citatndo una fonte anonima dell’intelligence Usa, ha affermato che “la Cia è sempre stata implicata nel traffico mondiale di droga e in Afghanistan sta semplicemente portando avanti quello che è il suo affare preferito, come aveva già fatto durante la guerra in Vietnam“.
L’economista russo Mikhail Khazin in un’intervista ha dichiarato che “Gli americani lavorano duro per mantenere in piedi il narcobusiness in Afghanistan attraverso la protezione che la Cia garantisce ai trafficanti di droga locali“.
E infine abbiamo Eric Margolis che, sull’ “Huffington Post”, scrive: “Le esperienze passate in Indocina e Centroamerica suggeriscono che la Cia potrebbe essere coinvolta nel traffico di droga afgana in maniera più pesante di quello che già sappiamo. In entrambi quei casi gli aerei Cia trasportavano all’estero la droga per conto dei loro alleati locali: lo stesso potrebbe avvenire in Afghanistan“.

DROGA – BANCHE. CHE RAPPORTO? Molti, ancora, sono quelli che ritengono ci sia un legame tra il narcotraffico e la crisi economica bancaria. Sempre nel dossier leggiamo quanto affermato da Antonio Maria Costa, direttore generale dell’Ufficio delle Nazioni Unite per la Droga e la Criminalità (Unodc), il quale, in un’intervista al settimanale austriaco “Profil“, ha dichiarato: “Il traffico di droga è l’unica industria in espansione. I proventi vengono reinvestiti solo parzialmente in attività illecite. Il resto del denaro viene immesso nell’economia legale con il riciclaggio. Non sappiamo quanto, ma il volume è impressionante. Ciò significa introdurre capitale da investimento. Ci sono indicazioni che questi fondi sono anche finiti nel settore finanziario, che si trova sotto ovvia pressione dalla seconda metà dello scorso anno. Il denaro proveniente dal traffico di droga attualmente è l’unico capitale liquido da investimento disponibile. Nella seconda metà del 2008 la liquidità era il problema principale per il sistema bancario e quindi tale capitale liquido è diventato un fattore importante. Sembra che i crediti interbancari siano stati finanziati da denaro che proviene dal traffico della droga e da altre attività illecite. E’ ovviamente arduo dimostrarlo, ma ci sono indicazioni che un certo numero di banche sia stato salvato con questi mezzi”.

E continuano a parlare di “missione di pace” …

di Carmine Gazzanni

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Rai, Santoro sospeso per 10 giorni



"Attentato alla televisione, reagirò"

Il provvedimento disciplinare dopo il "vaffan'bicchiere" in diretta nella prima puntata della stagione, in polemica con Masi. Il direttore generale: "Vicenda aziendale, nessuna censura". Garimberti: "Sproporzionato". Il conduttore attacca: "Decisione di gravità inaudita". E anche i finiani lo difendono: per Bocchino è stata una "decisione politica"



Dieci giorni di sospensione e di mancata retribuzione a partire da lunedì 18 ottobre. Sanzioni comunicate per lettera, consegnata questa mattina a Michele Santoro dall'azienda dopo il richiamo della direzione generale per la puntata d'apertura di Annozero. Un provvedimento disciplinare in nessun modo "considerato riconducibile ad iniziative editoriali tendenti a limitare la libertà di espressione o il diritto di critica" si affretta a chiarire Mauro Masi, dopo le immediate reazioni alla notizia. Ma Santoro attacca, annunciando che "reagirà con tutte le forze e in ogni sede", e denuncia un "provvedimento di gravità inaudita, ad personam".

Le violazioni, secondo il direttore generale, sono "1. L'uso del mezzo televisivo a fini personali; 2. Un attacco diretto e gratuitamente offensivo al direttore generale, per una circolare a garanzia dell'equilibrio all'interno dei programmi di approfondimento informativo, che è stata approvata dal Consiglio di amministrazione". "Nessuna censura, ribadisco - continua il dg - nessun attentato alla libertà d'informazione". E nessun accanimento. "Non esistono dipendenti più uguali degli altri o zone franche all'interno delle quali sia possibile garantirsi il diritto all'impunità, tanto più quando si arriva a insultare il capoazienda in diretta televisiva con una modalità di contenuti ed espressioni che crea un caso che non ha precedenti al mondo", dice ancora Masi.

Durissima
la reazione del conduttore, che ha immediatamente risposto con un'altra lettera al presidente e al Consiglio d'amministrazione della Rai. "Il provvedimento disciplinare assunto nei miei confronti, con una procedura ad personam, è di una gravità inaudita e, contro di esso, reagirò con tutte le mie forze in ogni sede. Ritengo, tuttavia - aggiunge Santoro - che il Consiglio, anche senza entrare nel merito di questa 'punizione esemplare', debba pronunciarsi sulla decisione assunta dal direttore generale di metterla in atto cancellando due puntate di Annozero. Una punizione nei miei confronti si trasforma così in una punizione per il pubblico, per la redazione, per gli inserzionisti, per la Rai. E "spezza le gambe ad un programma di grandissimo successo", aggiunge, "già sottoposto ad una partenza ad ostacoli". Un vero e proprio "attentato alla televisione di fronte al quale ognuno deve assumersi le proprie responsabilità", conclude.

Da Masi prende le distanze Paolo Garimberti. Secondo il presidente della Rai si tratta di "un provvedimento di esclusiva responsabilità del direttore generale, che ho appreso come gli altri dalle agenzie. E' quasi superfluo dire che non lo condivido perché, al di là di altre considerazioni, lo trovo manifestamente sproporzionato".

La sospensione di Santoro è una decisione sbagliata ed abnorme, secondo i consiglieri di minoranza Rai Nino Rizzo Nervo e Giorgio Van Straten. Per loro lo stop di Masi al conduttore di Annozero "conferma, come era già emerso dalle intercettazioni di trani, la sua volontà di assecondare le pressioni politiche esterne per chiudere la trasmissione di Santoro".

La tensione fra Santoro e la direzione era nuovamente salita dopo l'affondo del conduttore durante la prima puntata della stagione contro il direttore generale (l'ormai famoso "vaffan'bicchiere"), in seguito al quale lo stesso dg aveva portato il caso in Consiglio 1 e si era riservato di avviare tempestive azioni disciplinari contro Santoro. La puntata di domani andrà comunque regolarmente in onda.

Non si sono fatte attendere le reazioni. L'Italia dei Valori chiede le immediate dimissioni di Masi: "La sospensione di Santoro e, conseguentemente, di Annozero per 10 giorni è la conferma che l'ordine impartito da Palazzo Chigi sulle epurazioni delle voci libere e sulla censura nei confronti delle opposizioni definite scomode è arrivato a destinazione", dice Antonio Di Pietro, annunciando anche la convocazione
urgente della Commissione di vigilanza Rai per affrontare il caso. Anche Oliviero Diliberto, segretario nazionale del Pdci-Federazione della Sinistra, chiede le dimissioni di Masi: "Chi pensa di dirigere la Rai come una dependance di Palazzo Chigi deve andarse a casa, per il bene della democrazia e del Paese", commenta.

Per Vincenzo Vita, senatore del Pd e componente della commissione parlamentare di Vigilanza Rai, Santoro è un capro espiatorio. "Alla luce delle conclamate faziosità e delle costanti violazioni del pluralismo Annozero diventa il capro espiatorio di comodo. L'alibi - dice - per far finta di dare autorevolezza a un gruppo dirigente che da tempo l'ha persa".

E se Giorgio Lainati (Pdl), vicepresidente della commissione di Vigilanza Rai, giustifica la sanzione disciplinare, chiedendosi "cosa c'entra la libertà di informazione con il pesante insulto rivolto da Santoro al direttore generale Masi in diretta tv?", i finiani difendono il conduttore. Per Italo Bocchino, se a Santoro sono stati dati 10 giorni di sospensione, Minzolini ne merita 30. "Il tg più seguito a livello nazionale mette Fli nei pastoni dell'opposizione e ignora il presidente della Camera Gianfranco Fini", dice il capogruppo alla Camera di Futuro e Libertà. E aggiunge: "Mediaset non prenderebbe mai una decisione del genere. Sospendere una trasmissione che fa il 20 per cento di share è segno che la governance della Rai non funziona".

Franco Siddi, segretario nazionale della Federazione stampa italiana, parla di un vero e proprio "sasso in bocca" alla trasmissione e di sequestro della libertà di informare senza essere omologati. A questo punto, "la Rai non è più un servizio pubblico", dice. L'associazione Articolo 21 e il Popolo viola chiamano alla mobilitazione e hanno indetto per oggi pomeriggio una conferenza stampa davanti alla sede della Rai.


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martedì 12 ottobre 2010

Emergency: venite a visitare il nostro ospedale

 

Emergency: prima di decidere se dotare gli aerei di bombe venite a visitare il nostro ospedale

 
Cecilia Strada: i politici provino a scoprire la differenza tra un bambino ferito dai talebani e uno dalle bombe Nato 
nel nostro ospedale di Lashkargah



Da Emergency, una presa di posizione ficcante sulla proposta del ministro della Difesa La Russa che vorrebbe dotare di bombe gli aerei militari italiani in Afghanistan.
La presidente Cecilia Strada si rivolge a tutti coloro che dovrebbero decidere in merito a questa ipotesi: "Vorremmo rivolgere un invito sincero alle forze politiche che dovranno decidere se dotare di bombe gli aerei italiani in Afghanistan.

Venite a visitare i nostri ospedali per vittime di guerra, primo fra tutti l’ospedale di Lashkargah, nel sud del paese, e diteci se riuscite a vedere la differenza tra il bambino nel letto 4, colpito da un ordigno dei talebani, e quello nel letto 7, colpito da una bomba occidentale.
Noi non la vediamo: le ferite sono le stesse, il dolore è lo stesso. E la loro rabbia, anche quella, è uguale. L’ospedale è sempre aperto: venite a vedere con i vostri occhi, prima di decidere".

http://it.peacereporter.net/articolo/23300/Un+ospedale+%27%27insopportabile%27%27

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lunedì 11 ottobre 2010

Libertà di informazione, CENSURA LEGALIZZATA




“Il presente disegno di legge intende garantire la tutela della proprietà intellettuale dell’opera editoriale sia nelle forme tradizionali (carta stampata) sia nelle forme digitali (diffusione via internet). Le nuove tecnologie informatiche e di comunicazione, il diverso ruolo in cui si atteggiano le piattaforme che mediano tali contenuti informativi, le peculiarità di alcuni sistemi di distribuzione e di categorizzazione delle notizie (tra cui, in primis, i motori di ricerca) rendono, infatti, necessario ed improrogabile un intervento del legislatore. L’inosservanza dei diritti di utilizzazione economica dell’opera editoriale danneggia le imprese editrici i cui giornali, da prodotto di una complessa e costosa attività produttiva ed intellettuale, diventano oggetto di illecita riproduzione”.E’ questo l’incipit della Relazione con la quale il Sen. Alessio Butti (PdL), lo scorso 22 luglio, ha presentato al Senato un disegno di legge – ora assegnato alla Commissione Giustizia – attraverso il quale intende vietare “l’utilizzo o la riproduzione, in qualsiasi forma e con qualsiasi mezzo, di articoli di attualità pubblicati nelle riviste o nei giornali, allo scopo di trarne profitto” in assenza di un apposito accordo tra chi intenda utilizzarli e le associazioni maggiormente rappresentative degli editori.Quella contenuta del DDL è un’autentica ed inequivocabile dichiarazione di guerra contro le dinamiche di circolazione dell’informazione in Rete, gli aggregatori di news e, persino i motori di ricerca.Il Sen. Butti e gli altri firmatari del disegno di legge – tutti del PDL a parte il Sen. Oskar Pederlini [ n.d.r. Unione di Centro, SVP e Autonomie (Union Valdôtaine, MAIE, Io Sud, Movimento Repubblicani Europei)] – danno voce agli editori più tradizionali ed incassano, infatti, il plauso della FIEG.Si tratta, però, di un ritorno al passato. Un disegno di legge che sembra uscito dalla penna di un uomo che non ha vissuto l’ultimo decennio, né seguito la rivoluzione del mondo dell’informazione che si sta consumando sotto gli occhi di tutti.Le leggi di carta contro la rivoluzione digitale.Il disegno di legge prevede che sia vietato “l’utilizzo o la riproduzione, in qualsiasi forma e con qualsiasi mezzo di articoli di attualità pubblicati nelle riviste o nei giornali, allo scopo di trarne profitto”.Che significa, in Rete, “utilizzare” un articolo in qualsiasi forma e modo?Indicizzarlo? Richiamarlo attraverso un link in un post o in un altro articolo? Inserire il link in un elenco di fonti allo scopo di creare una “bibliografia” su un certo argomento?La genericità dell’espressione cui si è fatto riferimento, in uno con il suo accostamento alla parola “riproduzione”, con la conseguente necessità di attribuire alla prima un significato diverso dalla seconda, impongono di rispondere affermativamente a tutte le domande che precedono.Nella relazione al disegno di legge, peraltro, si fa esplicito riferimento ai motori di ricerca, con la conseguenza di non lasciare dubbio alcuno sulla circostanza che, secondo gli estensori del ddl, anche l’indicizzazione andrebbe considerata una forma di “utilizzazione” degli articoli.Ogni forma di utilizzo degli articoli di giornali e riviste pubblicati online, dunque, secondo il Sen. Butti e gli altri cofirmatari del disegno di legge, dovrebbe essere preclusa in assenza di apposita autorizzazione.Ciò, almeno, ogni qualvolta l’utilizzo avvenisse “allo scopo di trarne profitto”, nozione, tuttavia, tanto ampia da non attenuare affatto la portata che la norma avrebbe sull’ecosistema dell’informazione online.Intendiamoci, nessuno propone o suggerisce di lasciare l’editoria – specie online – alla mercé dell’altrui cannibalizzazione o di disapplicare in Rete i principi alla base della legge sul diritto d’autore.Non servono, tuttavia, nuove leggi e, soprattutto, non si può continuare a sostenere fondatamente che i motori di ricerca o gli aggregatori di news – che, pure, evidentemente, non sono gestiti da enti filantropici o di beneficenza – siano parassiti e cannibali, allo scopo di “batter cassa”, ancora una volta, allo Stato e chiedere aiuto e soccorso.Non bastano le centinaia di milioni di euro in contributi all’editoria che ogni anno il nostro Paese destina a giornali e periodici poco conosciuti, sconosciuti e, talvolta, pressoché inesistenti?Il contesto di mercato è cambiato e sta agli editori individuare nuovi modelli di business o, piuttosto, stabilire un rapporto nuovo e diverso con i lettori.Un rapporto basato sulla qualità dei contenuti, sulla trasparenza e sulla collaborazione.La filosofia alla base del nuovo disegno di legge muove da un radicale ripensamento dell’equilibrio tra libertà di informazione e diritti patrimoniali dell’autore o, meglio, ormai, dell’editore.I firmatari del disegno di legge, propongono, infatti, di posizionare l’asticella di tale equilibrio, tutta spostata dalla parte degli editori ai quali, ultimi, toccherebbe la scelta di decidere se, quanto, a quali condizioni e con quali modalità l’informazione possa circolare.All’indomani dell’eventuale approvazione del disegno di legge, pertanto, potremmo ritrovarci tutti più poveri in termini di libertà ad essere informati ed ad informare, solo per garantire, a pochi, di non diventare meno ricchi.Non è questa – almeno a mio avviso – la posizione di equilibrio tratteggiata dal legislatore con la legge sul diritto d’autore.Libertà di informazione, diritto di cronaca e di critica, assieme alla ricerca, l’educazione ed ad altri interessi, infatti, dovrebbero rappresentare un limite – o almeno un elemento di contemperamento – effettivo ai diritti patrimoniali degli editori anche nel contesto digitale.E’ davvero un peccato che mentre in Islanda ci si pone il problema di come rendere più libera l’informazione attraverso la Rete, in Italia si tenti, ogni strada, per sforzarsi di ricondurre il timone dell’informazione nelle mani dei soliti noti.Stiamo, davvero, perdendo una grande occasione di libertà.


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domenica 10 ottobre 2010

Caso Aldrovandi, 2 milioni alla famiglia

I GENITORI

Risarcimento dello Stato. In cambio i genitori rinunciano
a costituirsi parte civile nei processi ancora in corso


Quasi due milioni di euro. È il risarcimento riconosciuto dallo Stato alla famiglia di Federico Aldrovandi, il ragazzo morto a Ferrara durante un controllo di polizia il 25 settembre 2005. L’accordo è stato raggiunto due giorni fa. In cambio lo Stato chiede alla famiglia di non costituirsi parte civile nei procedimenti ancora aperti sulla vicenda.


LE REAZIONI - «È un altro passo: una tragedia così non si chiuderà mai, Federico non ce lo restituirà mai nessuno, ma l’importante è che la sua memoria sia quella giusta. Quello che mi interessava era far sapere quello che è successo, e questo è un obiettivo raggiunto» sottolinea Patrizia Moretti, la mamma di Federico. «Sono soddisfatto dal punto di vista professionale, si tratta di una ammissione di responsabilità di indubbia valenza ma anche dispiaciuto dal punto di vista umano, avrei voluto essere in appello» commenta invece Fabio Anselmo, uno degli avvocati della famiglia. Il legale ricorda che il ministero dell’Interno non era mai stato citato come responsabile civile e aggiunge che, il papà e la mamma di Federico saranno comunque in aula durante il processo d’appello.



AUDIO - La madre di Federico: «Un’ammissione di responsabilità e un segno di vicinanza»



RICONCILIAZIONE - Le responsabilità penali restano in capo agli imputati. I quattro poliziotti di pattuglia la mattina della morte di Federico sono stati condannati a tre anni e sei mesi in primo grado: eccesso colposo in omicidio colposo, l’accusa. Altri tre loro colleghi sono stati condannati per il depistaggio delle indagini (per un quarto il processo è ancora in corso). «Oggi si può iniziare a parlare di pacificazione» aggiunge l’avvocato Anselmo, ricordando che la famiglia di Federico non ha mai avuto un atteggiamento di contrapposizione nei confronti della polizia, ma ha solo lottato perché fosse ristabilita la verità su quanto gli era accaduto. «In prima fila alla proiezione ferrarese del film È stato morto un ragazzo , firmato dal giornalista Filippo Vendemmiati sulla vicenda di Federico, c’era il questore - racconta Anselmo - e anche lo stesso Manganelli è stato molto vicino alla madre». «L’associazione delle vittime delle forze dell’ordine che stiamo fondando - conclude - nasce per aiutare chi si trova in situazioni simili ed è in difficoltà. Lo scopo è chiedere aiuto allo Stato affinchè non lasci solo chi si trova in queste situazioni». " /> Quasi due milioni di euro. È il risarcimento riconosciuto dallo Stato alla famiglia di Federico Aldrovandi, il ragazzo morto a Ferrara durante un controllo di polizia il 25 settembre 2005. L'accordo è stato raggiunto due giorni fa. In cambio lo Stato chiede alla famiglia di non costituirsi parte civile nei procedimenti ancora aperti sulla vicenda. LE REAZIONI - «È un altro passo: una tragedia così non si chiuderà mai, Federico non ce lo restituirà mai nessuno, ma l'importante è che la sua memoria sia quella giusta. Quello che mi interessava era far sapere quello che è successo, e questo è un obiettivo raggiunto» sottolinea Patrizia Moretti, la mamma di Federico. «Sono soddisfatto dal punto di vista professionale, si tratta di una ammissione di responsabilità di indubbia valenza ma anche dispiaciuto dal punto di vista umano, avrei voluto essere in appello» commenta invece Fabio Anselmo, uno degli avvocati della famiglia. Il legale ricorda che il ministero dell'Interno non era mai stato citato come responsabile civile e aggiunge che, il papà e la mamma di Federico saranno comunque in aula durante il processo d'appello.
AUDIO - La madre di Federico: «Un'ammissione di responsabilità e un segno di vicinanza»
RICONCILIAZIONE - Le responsabilità penali restano in capo agli imputati. I quattro poliziotti di pattuglia la mattina della morte di Federico sono stati condannati a tre anni e sei mesi in primo grado: eccesso colposo in omicidio colposo, l'accusa. Altri tre loro colleghi sono stati condannati per il depistaggio delle indagini (per un quarto il processo è ancora in corso). «Oggi si può iniziare a parlare di pacificazione» aggiunge l'avvocato Anselmo, ricordando che la famiglia di Federico non ha mai avuto un atteggiamento di contrapposizione nei confronti della polizia, ma ha solo lottato perché fosse ristabilita la verità su quanto gli era accaduto. «In prima fila alla proiezione ferrarese del film È stato morto un ragazzo , firmato dal giornalista Filippo Vendemmiati sulla vicenda di Federico, c'era il questore - racconta Anselmo - e anche lo stesso Manganelli è stato molto vicino alla madre». «L'associazione delle vittime delle forze dell'ordine che stiamo fondando - conclude - nasce per aiutare chi si trova in situazioni simili ed è in difficoltà. Lo scopo è chiedere aiuto allo Stato affinchè non lasci solo chi si trova in queste situazioni».

leggi anche 

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