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sabato 31 luglio 2010

L'AQUILA : Inoltro così come ho ricevuto



Inoltro così come ho ricevuto.


L'AQUILA

Ieri mi ha telefonato l'impiegata di una società di recupero crediti,
per conto di Sky. Mi dice che risulto morosa dal mese di settembre del
2009. Mi chiede come mai. Le dico che dal 4 aprile dello scorso anno ho
lasciato la mia casa e non vi ho più fatto ritorno.


Causa terremoto. Il decoder sky giace schiacciato sotto il peso di una
parete crollata. Ammutolisce. Quindi si scusa e mi dice che farà presente
quanto le ho detto a chi di dovere.

Poi, premurosa, mi chiede se ora, dopo un anno, è tutto a posto. Mi dice
di amare la mia città, ha avuto la fortuna di visitarla un paio di anni
fa. Ne è rimasta affascinata. Ricorda in particolare una scalinata in
selci che scendeva dal Duomo verso la basilica di Collemaggio.

E mi sale il groppo alla gola. Le dico che abitavo proprio lì. Lei
ammutolisce di nuovo. Poi mi invita a raccontarle cosa è la mia città
oggi. Ed io lo faccio. Le racconto del centro militarizzato.

Le racconto che non posso andare a casa mia quando voglio. Le racconto
che, però, i ladri ci vanno indisturbati.

Le racconto dei palazzi lasciati lì a morire. Le racconto dei soldi che
non ci sono, per ricostruire. E che non ci sono neanche per aiutare noi a
sopravvivere.

Le racconto che, dal primo luglio, torneremo a pagare le tasse ed i
contributi, anche se non lavoriamo.

Le racconto che pagheremo l'i.c.i. ed i mutui sulle case distrutte. E
ripartiranno regolarmente i pagamenti dei prestiti. Anche per chi non ha
più nulla.

Che, a luglio, un terremotato con uno stipendio lordo di 2.000 euro vedrà
in busta paga 734 euro di retribuzione netta. Che non solo torneremo a
pagare le tasse, ma restituiremo subito tutte quelle non pagate dal 6
aprile. Che lo stato non versa ai cittadini senza casa, che si gestiscono
da soli, ben ventisettemila, neanche quel piccolo contributo di 200 euro
mensili che dovrebbe aiutarli a pagare un affitto.

Che i prezzi degli affitti sono triplicati. Senza nessun controllo. Che
io pago, in un paesino di cinquecento anime, quanto Bertolaso pagava per
un appartamento in via Giulia, a Roma.

La sento respirare pesantemente. Le parlo dei nuovi quartieri costruiti a
prezzi di residenze di lusso.

Le racconto la vita delle persone che abitano lì. Come in alveari
senz'anima. Senza neanche un giornalaio. O un bar.

Le racconto degli anziani che sono stati sradicati dalla loro terra.
Lontani chilometri e chilometri.

Le racconto dei professionisti che sono andati via. Delle iscrizioni alle
scuole superiori in netto calo.

Le racconto di una città che muore.

E lei mi risponde, con la voce che le trema "Non è possibile che non si
sappia niente di tutto questo. Non potete restare così. Chiamate i
giornalisti televisivi. Dovete dirglielo. Chiamate la stampa. Devono
scriverlo."



Loro non scrivono, voi fate girare


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venerdì 30 luglio 2010

Gino Strada: 'Oggi riapriamo Lashkargah'




Gino Strada racconta le tappe che hanno portato alla riapertura della struttura, dopo una lunga trattativa che ha visto come protagonista la politica afgana, le pressioni militari, la caparbietà di Emergency.
A Lashkargah Gino Strada sta aspettando di incontrarsi con il Consiglio degli anziani. Perché loro sono fra quelli che hanno esercitato le maggiori pressioni per arrivare alla riapertura dell'ospedale di Emergency. Settanta posti letto che, per più di cento giorni, sono rimasti vuoti in una zona in cui la chirurgia di guerra è necessaria, fondamentale. Gino Strada racconta così le tappe che hanno portato alla riapertura della struttura, dopo una lunga trattativa che ha visto come protagonista la politica afgana, le pressioni militari, la caparbietà di Emergency.
Partiamo dalla notizia.
La novità è che oggi, giovedì, riapre l'ospedale di Lashkargah.
Abbiamo avuto un incontro con il governatore della provincia e credo che tutti abbiano ormai compreso la montatura che ha portato alla chiusura dell'ospedale. Così si può chiudere un libro e aprirne uno diverso. Noi abbiamo fatto presente quali sono le nostre condizioni: il libero accesso per tutti i feriti alla struttura e che l'ospedale deve essere rispettato da tutti. Così come deve essere per sua natura: un luogo neutrale dove non si esercita violenza. Abbiamo ribadito che non esiste l'idea che il nostro ospedale sia sotto il controllo di forze militari e che l'ingresso non debba essere filtrato da nessuno. Su queste cose il governatore ha detto che si trova d'accordo. Quindi possiamo ricominciare.
Quali sono le tappe che sono seguite fra Emergency e le autorità dalla liberazione dei tre operatori sequestrati e poi rilasciati?
La trattativa è andata avanti nel senso che il governatore aveva posto una serie di condizioni, per noi inaccettabili: che la sicurezza fosse garantita da militari afgani, e avere l'ospedale circondato sarebbe stato non solo un filtro, ma ci avrebbe trasformati in un bersaglio perché le persone armate è normale che pensino di avere dei nemici ed è normale che rappresentino esse stesse un bersaglio. Queste condizioni le ha ritirate: quando ha parlato con i nostri rappresentanti dicendo che non metteva condizioni abbiamo detto: va bene allora possiamo riprendere a lavorare.
Ma cosa è accaduto negli ultimi giorni? Eravamo rimasti al comunicato di Emergency in cui si parlava di una contrapposizione netta fra il potere centrale, favorevole alla riapertura, e quello locale che poneva, appunto, degli ostacoli, delle condizioni.
C'era conflittualità. D'altra parte la cosa non deve sorprendere. Quando un Paese è sotto occupazione militare ci sono gli occupanti e gli occupati. Gli afgani sono gli occupati. Quindi non sorprende che nemmeno il presidente dell'Afghanistan abbia il potere di controllare il governatore di questa provincia. In un colloquio che abbiamo avuto nelle scorse ore con il consigliere della Sicurezza nazionale a Kabul ci è stato detto molto chiaramente: il governo afgano non ha potere e non controlla molte regioni del Paese, dove non conta e non decide niente. Lì decidono i militari della Coalizione.
Cosa è successo, allora, perché cambiasse idea e togliesse le condizioni che aveva posto nei giorni scorsi?
Sono aumentate molto le pressioni da molte parti. La gente si ritrova senza un ospedale chirurgico in una regione dell'Afghanistan in cui c'è molto bisogno di chirurgia di guerra. Quindi la società afgana, il Consiglio degli anziani, i loro rappresentanti di villaggio, hanno iniziato a premere per creare le occasioni perché l'ospedale potesse riaprire. Domani abbiamo una riunione proprio con il Consiglio degli anziani e avremo una riconferma di ciò.
Ricordiamo un intervento a Bruxelles, in cui veniva menzionata l'Onu e anche la disponibilità di alcuni europarlamentari. Quando parli di pressioni ti riferisci a questi soggetti?
La forza determinante è stata la società civile afgana, con la sua struttura, le sue rappresentanze, il Consiglio degli anziani, il rappresentante del villaggio. Come è successo nel 2007, insomma. Con delegazioni e delegazioni che venivano, allora, a Kabul dall'Helmand a chiedere e far pressione. La stessa cosa è successa qui. In queste settimane abbiamo continuato a ricevere lettere e petizioni firmate dai leader di questa zona, molto belle, con la firma che era l'impronta digitale del pollice o dell'indice e con una foto appiccicata, perché chi firmava fosse riconoscibile. Abbiamo ricevuto molti messaggi che andavano in questa direzione e io credo che questa sia stata la cosa determinante. Poi sono convinto che anche l'Onu abbia fatto i propri passi, per esempio con gli inglesi. Ieri abbiamo incontrato l'ambasciatore di Londra che ci diceva che non avevano nulla in contrario alla riapertura. Di tutte le cose dette, poi, bisognerà tenere conto fino a un certo punto; quello che conta è la quotidianità dei rapporti.
Ricordiamo tutti come fu ordita la trappola contro Emergency. Come vi state attrezzando perché non possa più accadere la stessa dinamica?
Ci stiamo ragionando, non abbiamo la bacchetta magica, ci sono piccole cose da aggiustare: un ospedale, qui come in Italia, è uno dei luoghi più vulnerabili, perché si dà per scontato che venga rispettato. Quindi in genere i controlli sono modesti, se pensiamo ai controlli sulla sicurezza per esempio che si fanno in aeroporto. Non vogliamo trasformare un ospedale in una fortezza. Si tratta di avere un po' più di accortezza e controllare meglio alcune questioni, per esempio l'accesso.
Una riapertura dell'ospedale in perfetto stile Emergency. Possiamo dire che avete vinto?
Mah.. vinto... non la prendo come una battaglia di Emergency contro chicchessia. Siamo contenti perché la gente di qua entro la fine della settimana riuscirà ad avere l'unico ospedale degno di avere questo nome. Ci saranno meno morti e meno feriti abbandonati. Questa è la vittoria vera.
Angelo Miotto

http://www.emergency.it/menu.php?A=004&SA=021&ln=It

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martedì 27 luglio 2010

Vogliono imbavagliare (anche) la Rete

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Vogliono imbavagliare (anche) la Rete
Il nostro Premier non ama la Rete e questo non è né un mistero né una notizia.

Perché mai, d’altra parte, il Signore dell’oligopolio dell’informazione italiana ed il Re del TELE-COMANDO dovrebbe guardare anche solo con interesse ad uno strumento come la Rete che consente a chiunque di dire la sua a pochi click di distanza dal sito internet di RAI UNO che pubblica i video promo del prode Minzolini?

In un mondo che guarda al web – eccezion fatta per qualche regime totalitario – come ad una straordinaria risorsa democratica ed ad un diritto fondamentale dell’uomo e del cittadino, la radicale assenza, da parte di questo Governo, di qualsivoglia politica dell’innovazione è di per sé un fatto preoccupante.

Difficile sentirsi sereni e cittadini di un Paese moderno quando il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta – mentre il resto d’Europa investe milioni di euro per promuovere la diffusione della banda larga per uscire dalla crisi – ti dice che noi investiremo in banda larga solo dopo che – non è dato sapere come – saremo usciti dalla crisi o, piuttosto, quando il Ministro dell’Innovazione nel promuovere un progetto vecchio di cinque anni e anti-innovativo come la PEC, destinata a far la gioia solo di Poste Italiane aggiudicataria – non certo a sorpresa – di una concessione da 50 milioni di euro l’anno, lo battezza “la più grande rivoluzione culturale mai prodotta in questo Paese” nonché “la migliore riforma italiana dal dopoguerra ad oggi” .

Negli ultimi mesi, tuttavia, sta accadendo qualcosa di più.

C’è un disegno nel Palazzo che ha per obiettivo quello di imbavagliare anche l’informazione libera online e consegnare la Rete nelle mani dei Signori dell’informazione di un tempo perché la utilizzino come una grande TV.

Nessuna teoria complottista ma solo l’analisi dei fatti.

L’ormai celebre – nel senso dello strangolatore di Boston e non certo di un premio nobel per la pace – DDL intercettazioni, tra le tante disposizioni liberticida, contiene un art. 29 che estende a tutti i gestori di siti informatici – e dunque all’intera blogosfera italiana – l’obbligo di rettifica previsto dalla vecchia legge sulla Stampa datata 1948 e scritta dai padri costituenti quando Internet non esisteva neppure nell’immaginario degli scrittori di fantascienza.

All’indomani dell’approvazione del DDL, se un blogger ricevuta una richiesta di rettifica non provvederà entro 48 ore sarà passibile di una sanzione pecuniaria fino a 12 mila e 500 euro: una pena accettabile per un editore tradizionale ma di gran lunga superiore agli utili di un lustro di uno dei tanti blog che popolano la blogosfera italiana, garantendo quell’informazione libera che solo pochi giornali e poche TV hanno potuto e saputo sin qui assicurare.

Il malcelato obiettivo perseguito dal Palazzo con questa disposizione, ancora una volta, non ha niente a che vedere con la tutela della privacy dei cittadini e risponde, piuttosto, alla finalità di disincentivare i non professionisti dell’informazione ad occuparsi di informazione in modo tale che, anche nell’era di internet, l’informazione, in Italia, possa essere controllata esercitando pressioni politiche ed economiche su un numero quanto più limitato possibile di persone.

Nei giorni scorsi due emendamenti al comma 29 dell’art. 1 del DDL intercettazioni presentati, in Commissione Giustizia alla Camera, al fine di “ammorbidire” l’impatto della disposizione sull’ecosistema Internet, sono stati, addirittura, dichiarati – del tutto inspiegabilmente – inammissibili dal Presidente, Giulia Bongiorno .

La Rete ha reagito con una lettera aperta indirizzata al Presidente Fini ed a tutti i deputati italiani, ma, naturalmente, le chance che il testo del comma 29 venga modificato nella discussione in aula appaiono prossime allo zero.

Frattanto – ed è proprio questa coincidenza e sovrapposizione di eventi a non consentire più di giustificare quanto sta accadendo sulla base del fatto che il Palazzo sia abitato da dinosauri che non conoscono la Rete – l’Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni ha pubblicato, nell’ambito di una consultazione pubblica, gli schemi di due Regolamenti volti a disciplinare la diffusione di contenuti audiovisivi a mezzo internet in ossequio all’ormai famoso Decreto Romani.

Tutte le web tv ed i video blogger italiani, in forza degli emanandi regolamenti, dovranno chiedere all’Agcom un’autorizzazione – o almeno indirizzarle una dichiarazione di inizio attività -, versare 3000 euro per il rimborso delle spese di istruttoria (quali?) e, soprattutto, finiranno assoggettati, tra gli altri al solito obbligo di rettifica, sempre entro 48 ore e sempre sotto la minaccia di una sanzione fino a 12 mila e 500 euro .

L’obiettivo dell’ultimo scellerato progetto di Palazzo sembra evidente: ora che il Cavaliere si accinge a sbarcare in Rete avendone forse, almeno, subodorato le enormi potenzialità, la vuole tutta per lui, per i suoi amici e per i soli suoi nemici che ha, comunque, la garanzia di poter controllare almeno in termini economici.


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lunedì 26 luglio 2010

ISRAELE, MIGLIAIA DI FIGLI DI IMMIGRATI RISCHIANO ESPULSIONE


Il governo Netanyahu ha cominciato ieri una discussione sui provvedimenti da adottare. Il ministro dell’interno Yishai vuole la politica del pugno di ferro.



Gerusalemme, 26 luglio 2010, Nena News – Con decine di bambini di tanti paesi, specie africani, con cartelli e striscioni che manifestavano fuori dalla sede del governo, il premier israeliano Benyamin Netanyahu ha avviato ieri  la discussione nel consiglio dei ministri sullo status legale dei figli degli stranieri. Si tratta di migliaia di bambini e ragazzi che in molti casi sono cresciuti in Israele ma che ugualmente rischiano l’espulsione dal paese sulla base delle leggi anti-immigrazione fatte approvare dal ministro dell’interno Eli Yishai, un religioso ortodosso leader del partito Shas.
Il primo ministro ha illustrato la proposta di una commissione che prevede la concessione del permesso di residenza ai bambini che sono giunti in Israele quando avevano meno di tredici anni e risultano iscritti a una delle scuole statali. Tutti gli altri dovranno andare via. Netanyahu da un lato ha espresso comprensione per la situazione di tanti ragazzi ed manifestato il desiderio di «assorbirne» una parte. Dall’altro, ha spiegato subito dopo,  «vogliamo preservare una maggioranza ebraica, tale da assicurare allo Stato di Israele il suo carattere ebraico». Su questo ultimo punto batte da lungo tempo il ministro Yishai, che negli ultimi anni ha scatenato una campagna massiccia contro lavoratori stranieri e migranti. Già la scorsa estate 3 mila minorenni avevano rischiato d’essere allontanati dal paese ma il provvedimento caldeggiato da Yishai venne fermato all’ultimo istante per le pressioni di alcune associazioni per i diritti civili e per l’intervento di diversi parlamentari.
Yishai non demorde anche perché Netanyahu, sia pure in una forma apparentemente meno brutale, sostiene la politica del ministro dell’interno volta a preservare il «carattere ebraico» dello Stato, «minacciato dall’immigrazione». Il premier e i suoi ministri contano entro il 2013 di far completare i lavori di costruzione di una barriera elettronica lungo la frontiera con l’Egitto. Il nuovo muro sorgerà su 110 dei 240 chilometri di confine e nella parte rimanente verranno installati sensori e strumenti ottici e rafforzati i pattugliamenti di polizia ed esercito. L’obiettivo è quello di impedire l’ingresso di profughi di guerra e di emigranti africani provenienti dal Sinai.
Secondo fonti governative ogni mese entrerebbero illegalmente in Israele circa 1.200 migranti africani, quasi sempre con l’aiuto prima di beduini egiziani e poi di quelli israeliani. Gli africani che riescono a penetrare peraltro sono quelli che sopravvivono al fuoco della guardia di frontiera egiziana. Solo nel 2007-08 sul lato egiziano del confine sono stati uccisi una quarantina di africani. Lo scorso anno una trentina. «Il numero delle vittime è molto più alto – dice Sigal Rosen, portavoce della Ong israeliana “Hotline for Migrant Workers” – sono convinta che tanti altri migranti siano stati colpiti a morte ma non riusciamo a saperlo perchè le autorità egiziane non lo dicono. E non dimentichiamo quelli che vengono feriti o arrestati».
I migranti catturati poi in Israele  – tranne un numero limitato di quelli provenienti dal Darfur – vengono rispediti in Egitto dove, dopo un processo sommario e una detenzione durissima sono obbligati a tornare nei loro paesi d’origine, nella migliore delle ipotesi. «La carneficina si è aggravata nel 2007 – spiega Sigal Rosen – quando Israele ha fatto la voce grossa con il Cairo affinché venissero fermati gli ingressi clandestini di sudanesi e altri africani. L’Egitto da allora applica misure durissime con il plauso dei governanti israeliani». Secondo l’Alto Commissariato dell’Onu per i Rifugiati, da 2 a 3 milioni di cittadini sudanesi, in buona parte migranti, si trovano in Egitto e una parte di essi provano ad entrare in Israele.
L’aumento dei morti alla frontiera tra Israele e l’Egitto  indica peraltro un mutamento delle rotte della migrazione africana, dopo che la strada verso l’Europa si è fatta più difficile, anche a causa degli accordi tra Italia e Libia. Gli eritrei lo scorso anno rappresentavano il gruppo nazionale più numeroso tra i migranti che cercano di arrivare in Israele.


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SCIENZA: ECOLOGIA: Energia gratis, per tutti, per sempre

SCIENZA: ECOLOGIA: Energia gratis, per tutti, per sempre

Un genio dimenticato in Italia: Nikola Tesla -

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giovedì 22 luglio 2010

Genova. Io li dimetto

Genova. Io li dimetto

Una petizione per non tolleare l'intollerabile, promossa da Globalproject.info e il manifesto. Aderite scrivendo a iolidimetto@globalproject.info
Sono passati pochi giorni dalle condanne in primo grado e in appello con cui il tribunale di Genova ha riconosciuto la colpevolezza degli alti funzionari e dell’allora capo della polizia, a vario titolo, per quei tragici avvenimenti. I condannati per i fatti della scuola Diaz, per il massacro, i pestaggi e la costruzione delle prove false contro le vittime, ricoprono a tutt’oggi incarichi delicatissimi nell’ambito della direzione effettiva degli apparati della polizia di stato e dei servizi segreti. Nonostante le condanne questi signori continuano ad esercitare le loro funzioni, e anzi, godono di protezioni trasversali della politica così evidenti, tanto da farli apparire come degli “intoccabili”, diversi da tutti davanti alla legge. Sempre in questo periodo il Generale dei carabinieri Giampaolo Ganzer, comandante del Ros ( Raggruppamento Operativo Speciale), protagonista nel dopo Genova nell’orchestrare inchieste ed arresti nei confronti degli attivisti politici di movimento, è stato condannato a Milano a quattordici anni di carcere per “associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga” ed altri reati. Anche lui, come se nulla fosse, è ancora a dirigere le “operazioni speciali” dell’Arma. Molti altri casi in questi anni, ci parlano di reati pesantissimi, fino all’omicidio, alle sevizie e alle torture, all’abuso sessuale e al ricatto, alla morte in mare di migranti tra cui bambini, in cui sono coinvolti i tutori dell’ordine. Genova è sicuramente il simbolo di dove si può arrivare se si costruisce l’idea di una totale impunità attorno ad azioni compiute indossando una divisa. Noi crediamo che bisogna dire basta. Quando militari, polizia e carabinieri, che hanno il potere di decidere sulla libertà e sulla vita della cittadinanza, godono di impunità invece che di maggiori controlli e attenzione, allora l’ombra autoritaria e fascista di un regime si delinea nettamente, rischiando di oscurare ogni cosa. Noi facciamo appello a tutti affinchè vi siano interventi amministrativi e legislativi perché:
1. gli appartenenti a forze dell’ordine e forze armate, inquisiti per reati riguardanti le loro funzioni, vengano destinati ad altre funzioni non operative in attesa degli esiti processuali;
2. in caso di condanna in primo grado vengano immediatamente sospesi;
3. in caso di condanna definitiva vengano dimessi da ogni incarico.
Rivolgiamo un appello a tutti inoltre affinchè si giunga alle immediate dimissioni dell’ex capo della polizia Gianni De Gennaro e dei vertici della polizia condannati a Genova, ed inoltre dell’allontanamento da ogni funzione del Generale dei Carabinieri Gianpaolo Ganzer, in virtù dei gravissimi reati di cui sono stati protagonisti e delle enormi conseguenze che essi hanno provocato.
Attraverso la nostra presa di parola vogliamo dare un senso all’indignazione profonda che non può che assalire ogni persona per bene di fronte a questa vergogna.
Sottoscrivi la petizione su:
iolidimetto@globalproject.info
Raccogli le firme anche tu richiedendo copia dell’appello.

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martedì 20 luglio 2010

Guatemala. Il «metodo cubano» sconfigge l'analfabetismo fra gli indigeni



Guatemala. Il «metodo cubano» sconfigge l'analfabetismo fra gli indigeni
«Il sogno di questa comunità si è avverato grazie all’utilizzo del metodo cubano ‘Yo sí puedo’ che ha come obiettivo sradicare l’analfabetismo». Con questa precisazione, rispettando i criteri dell’Unesco [ente Onu per l’istruzione, la scienza e la cultura], il governo, ha dichiarato «libero» dall’analfabetismo il piccolo comune indigeno di Santa María Visitación, situato circa 200 chilometri a ovest di Città del Guatemala, sulle rive del Lago di Atitlán. «Questo è solo l’inizio dello sviluppo per questa comunità» ha detto ai giornalisti il sindaco, Edgar Sosa, precisando che i risultati sono stati ottenuti dopo un anno di lavoro. Nel comune, che conta 2035 abitanti, solo 45 persone non sono ancora in grado di leggere e scrivere, il 3,42 per cento della popolazione; l’Unesco, che quest’anno in Guatemala ha dichiarato liberi dall’analfabetismo altri due villaggi, applica questa definizione solo se il fenomeno viene ristretto a una percentuale degli abitanti di una tale regione inferiore al 4 per cento. Secondo dati del ministero dell’Istruzione, il 14,30 per cento della popolazione nazionale – pari a 14,5 milioni di persone – è ancora colpita dall’analfabetismo, principalmente tra gli indigeni che, sebbene siano quasi la metà dei guatemaltechi, continuano a soffrire forme di discriminazione in campo sociale, politico, economico e culturale.
Fonte: www.misna.org
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lunedì 19 luglio 2010

DAL FORUM SOCIALE EUROPEO RISPOSTA ALLA CRISI


Cambiamento sistemico, demilitarizzazione e resistenza, tagli delle spese sociali. Sostegno a curdi e palestinesi.

DI MARTINA PIGNATTI*
Istanbul, 5 luglio 2010, Nena News -  Si è chiuso ieri a Istanbul il Forum Sociale Europeo, che ha visto la partecipazione di circa 2000 delegati di associazioni e movimenti di tutta Europa e che sabato ha portato circa 10.000 persone nelle strade di Istanbul per difendere pratiche sociali, traiettorie politiche ed economiche alternative al modello che ha prodotto la crisi economica mondiale. Il comunicato finale invita alla convergenza delle lotte di sindacati e movimenti per resistere ai tagli delle spese sociali e ai licenziamenti, nelle giornate vicine allo sciopero generale del 29 settembre. La rete dei movimenti per la giustizia climatica e sociale chiede un cambiamento sistemico che dia alle comunità il controllo delle fonti di energia tramite le rinnovabili, che garantisca sovranità alimentare e servizi sociali pubblici per tutti. Ma non è mancata la solidarietà internazionale, con un forte sostegno dell’intera assemblea alla richiesta di pace e diritti del popolo kurdo e alla campagna proposta dalla società civile palestinese per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni su Israele finchè continueranno le violazioni del diritto internazionale.
Fondamentale è stato l’incontro tra i popoli d’Europa e Kurdi, Arabi, Armeni, in una fusione di problematiche e campagne che supera i confini etnici e nazionali. La delegazione italiana di Un ponte per… sottolinea che proprio il Mesopotamia Social Forum aveva segnato a Diyarbakir l’anno scorso la possibilità di immaginare un nuovo processo del Forum Sociale Mondiale che si espandesse in Medioriente e superasse una visione Euro-centrica delle questioni politico-sociali. Serhat Resul, referente kurdo dei movimenti per l’acqua e dell’iniziativa contro la diga di Ilisu, commenta: “forse in Europa oggi il problema del lavoro e le questioni sindacali hanno un’importanza preponderante ma qui la gestione delle risorse idriche, la demilitarizzazione della società, sono questioni urgenti che incidono sulla vita della persone. Nella manifestazione di chiusura del forum gli spezzoni più intensi, in cui si percepiva la forza della mobilitazione popolare, erano quelli degli abitanti dei villaggi che verranno spazzati via dalle dighe, e delle Madri della Pace kurde e turche che hanno perso mariti e figli nel conflitto e che lottano per una soluzione pacifica alla questione kurda”.
Alla fine della manifestazione, dopo i discorsi dal palco, un gruppo di musica tradizionale kurda ha intonato canzoni popolari e si sono formati nella piazza centrale di Istanbul, Taksim, cerchi di persone ballando danze kurde. Per la prima volta nella loro vita attivisti kurdi come Serhat hanno sentito canzoni nella propria lingua amplificate in questa piazza, su cui sventola un’enorme bandiera turca, e hanno ballato senza alcuna interruzione da parte della polizia. Gli stessi cerchi che erano stati spezzati dagli agenti durante la manifestazione delle donne, pochi giorni prima, si sono allargati inframmezzando kurdi, internazionali e giovani turchi che hanno gridato in kurdo: “Viva la fratellanza dei popoli”.
E’ stata una delle magie di questo Forum Sociale, che non dimostra più la capacità di mobilitazione popolare che aveva a Firenze nel 2002 ma rimane un prezioso luogo di incontro tra reti e attivisti e una testimonianza dell’importanza della solidarietà internazionale tra popoli. Si è rafforzato il legame con associazioni e sindacati iracheni grazie all’Iniziativa di Solidarietà con la Società Civile Irachena che costruisce alleanze internazionali per difendere libertà di espressione e di sciopero per chi lotta per i diritti, fine dell’occupazione e piena  autodeterminazione del popolo iracheno. Forte è stata inoltre la vicinanza dimostrata al popolo palestinese nei seminari organizzati dal Coordinamento Europeo dei Comitati per la Palestina, con l’espansione di coalizioni europee come quella per il boicottaggio dell’impresa israeliana Carmel-Agrexco. In Palestina si terrà il prossimo Forum Sociale Mondiale tematico sull’Educazione, che si svolgerà a Gerusalemme, Ramallah, Haifa e Gaza tra il 28 e il 31 ottobre e che verrà celebrato anche nei campi profughi del Libano. E’ un appuntamento importante nel processo dei Forum Sociali, che forse in Europa hanno perso la loro spinta propulsiva, ma nel Mediterraneo e in Medioriente hanno appena iniziato un percorso promettente con nuove generazioni di attivisti. (red) Nena News
* Della delegazione di “Un ponte per”.
Comunicati delle assemblee tematiche su: http://www.worldsocialforum.info/
Video e interviste su: http://www.wsftv.net/

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TUTTO VA BENE - SIAMO ROVINATI



La situazione è disperata, ma non difficile e il cittadino può ancora sperare.

E' vero, abbiamo qualche piccolo problema con i vertici delle nostre forze dell'ordine:

• tutti i vertici della polizia condannati in appello per le violenze (ovvero gravi violazioni dei diritti umani) al G8 di Genova;

• Il generale dei Carabinieri Mario Mori sotto processo per favoreggiamento a Cosa Nostra;

• Il Generale dei Carabinieri Delfino sotto processo a Brescia per concorso in strage. Il Generale ha già una condanna in via definita inflitta nel 2001 per truffa aggravata riguardo al sequestro Soffiantini (avrebbe approfittato del rapimento dell'amico Soffiantini al fine di truffare alla famiglia la somma di circa 800 milioni di lire, prospettando falsamente che tale somma fosse utile ad ottenere la liberazione del loro congiunto sequestrato);

• Il Generale dei ROS, Giampaolo Ganzer, condannato a 14 anni di carcere per traffico e spaccio di stupefacenti (avrebbe creato e favorito i traffici di droga per poterli poi reprimere e, grazie ai risultati positivi, fare “carriera”);

• Il generale della Guardia di Finanza, oggi deputato del PDL, Roberto Speciale, condannato per peculato;

• Il Generale della guardia di Finanza e direttore del Sismi, oggi Consigliere di Stato, Niccolò Pollari indagato (ne è stato chiesto il rinvio a giudizio) per peculato (secondo l’accusa denaro, risorse umane e mezzi in dotazione al Sismi sarebbero stati utilizzati per attività non istituzionali, ovvero per creare dossier illegali su cittadini italiani. Nel merito dei dossier la Procura non ha potuto indagare perché il governo ha posto il segreto di stato). Recentemente la responsabilità di Pollari non si è potuta accertare neanche nel processo sul sequestro a scopo di tortura di Abu Omar grazie alla nuova legge sul segreto di stato emanata dal Parlamento;

• Il direttore del dipartimento di protezione civile e commissario straordinario per l’emergenza rifiuti in Campania, Bertolaso, indagato per traffico illecito di rifiuti e truffa ai danni dello Stato, per corruzione nell’ambito dell’inchiesta sugli appalti del G8 alla Maddalena, poi spostato all’Aquila;

Si, è vero, abbiamo anche qualche piccolo problema in altri settori.

Nell'ambito della politica se dovessimo citare tutti i politici condannati, sotto processo o indagati, dovremmo fare un articolo di 30 pagine, partendo dal Presidente del Consiglio per passare ai politici di calibro nazionale nonché regionale e locale.

Nell'ambito della finanza l’ex Governatore di Banca d’Italia, Fazio è sotto processo per aggiottaggio, insider trading e ostacolo alle attività di vigilanza (che per un governatore della Banca d’Italia non è male); ai vertici della finanza abbiamo pluri-indagati e le operazioni spregiudicate operate dalle banche hanno messo il paese in ginocchio.

Nell'ambito dell'imprenditoria i nostri “capitani” di industria sono riusciti in pochi anni a depredare e distruggere aziende che erano dei veri gioielli. Negli ultimi 10 anni la crescita economica del nostro paese si è ridotta del 72% e e la capacità di crescita della produzione industriale italiana è diminuita di oltre due terzi; ma vediamo i lati positivi: i cinesi sono contenti degli investimenti che facciamo nel loro paese, e ciò non può che migliorare i nostri rapporti con la Cina.

Nell'ambito della giustizia siamo alla stregua di paesi del terzo mondo, basti pensare che in Italia violare i diritti umani, diritti alla base di ogni democrazia, non è riconosciuto come un atto eversivo dell'ordine democratico, come conferma la sentenza n. 106/2009 della Corte Costituzionale. Per la Corte non sussiste carattere eversivo nell’atto di sequestrare a scopo di tortura una persona, in quanto il carattere eversivo è: “rappresentato dalla sua necessaria preordinazione a sovvertire le istituzioni della Repubblica, ovvero a recare offesa al bene primario della personalità internazionale dello Stato”. Detto in altri termini: fate ciò che vi pare della popolazione basta che non tocchiate il “palazzo”.

Oltre a ciò, dal 2006, grazie alla legge n. 85 che ha depenalizzato le figure di attentato agli organi costituzionali, si rischia una pena più severa a rubare una valigia in aeroporto che a fare un golpe.

Ed infatti, grazie alla legge 85, nulla hanno rischiato i nostri politici quando l'08 agosto 2008, ratificando all'unanimità del Trattato di Lisbona, hanno ceduto, in maniera assolutamente incostituzionale, ad un organismo estero, la sovranità sul nostro stato.

Dunque, ricapitolando, abbiamo:

- uno stato che tratta con la mafia;

- politici che vengono eletti grazie ai voti degli affiliati ad organizzazioni criminali e che cedono la sovranità sul nostro stato ad organizzazioni straniere;

- reparti investigativi d’eccellenza che si creano da soli i reati per poi reprimerli e così far vedere che sono efficienti;

- forze dell’ordine che massacrano ragazzi e creano prove false;

- servizi segreti che spiano, sequestrano a scopo di tortura e studiano come neutralizzare, anche con eventi traumatici, cittadini solo perché simpatizzanti della parte politica avversa;

- La Corte Costituzionale che afferma non sussistere carattere eversivo dell’ordine democratico sequestrare un uomo a scopo di tortura;

- vertici della finanza che rifilano titoli tossici ai risparmiatori, gettando sul lastrico migliaia di famiglie, perché chi deve vigilare non lo fa;

- capitani di industria che depredano e distruggono aziende sane, privatizzando i profitti e socializzando le perdite.

Ma il cittadino può ancora sperare. Sì, può ancora sperare di andare bene di corpo.

dal Web

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sabato 17 luglio 2010

le bugie del leghismo funzionali al super sfruttamento del proletariato immigrato

I pregiudizi e i luoghi comuni hanno la pelle coriacea, perché, in genere, sono l’espressione irrazionale di stati d’animo forti, quali l’inquietudine di fronte al nuovo o, adesso, la paura originata da una crisi economica tra le più gravi della storia del capitalismo. Se poi il pregiudizio è sapientemente alimentato dagli invasivi mezzi di comunicazione di cui dispone la borghesia per stordire le coscienze e deviare su falsi bersagli il malessere sociale, allora si può star sicuri che le bugie più strampalate avranno una forza di gran lunga superiore alle verità più evidenti.
È il caso della propaganda sugli e contro gli immigrati, che fa da tempo la fortuna di gente che, in altro contesto storico, avrebbe ben poca considerazione. Si parla della Lega Nord, naturalmente, sempre prontissima a difendere i poveri padani (?) dalle orde di immigrati, particolarmente famelici e diabolicamente astuti nel rubare posti di lavoro ai padani (?) suddetti, in primis, e poi, a scalare, al resto degli italiani. Lo ha ribadito non tanto tempo fa in una delle buffonate di massa simil-celtiche (poveri celti!) l’ex ministro Zaia, che coi suoi capelli impomatati ricorda più i bellimbusti da balera di gucciniana memoria che un quadro dirigente della quinta o settima borghesia mondiale. Ma tant’è, ogni borghesia esprime il personale politico che si merita. Insomma, il nuovo “governatore” del Veneto ha ribadito ancora una volta che, di fronte alla disoccupazione crescente, occorre pensare prima di tutto ai lavoratori italiani (avrebbe voluto dire “padani”, ma il politically correct…) e, dunque, di fatto, bisogna rimandare a casa loro i vari “negher” (non di rado, biondissimi) insinuatisi nelle aziende del patrio suolo.
La forza dello schiocchezzaio lagaiolo sta anche e non da ultimo nello spararle grosse, anzi, più sono grosse (le balle) e più facilmente vengono credute, proprio perché l’elettore medio della Lega “ragiona” secondo pregiudizi — originati in continuazione dalla struttura classista della società — secondo le pulsioni irrazionali che gli si agitano negli strati profondi della (in)coscienza. Oggi, infatti, rimandare ai loro paesi d’origine i lavoratori immigrati vorrebbe dire creare enormi problemi all’economia italiana, persino la paralisi, com’è ben documentato nel libro, molto interessante, di Riccardo Staglianò “Grazie” (1). Il testo è diviso in ventiquattro capitoli, tanti quante le ore del giorno, e a ogni ora/capitolo corrisponde un determinato settore dell’economia , sia produttiva che dei servizi. Una volta di più vengono sbugiardati i luoghi comuni imperanti sui TG e nei bar, riguardanti gli immigrati e i presunti privilegi di cui godrebbero grazie a impropri favori elargiti loro da stato ed enti locali compiacenti. Parlare di privilegi per i migranti ha dell’assurdo, ma se consideriamo che un presidente del consiglio pluriindagato (e prescritto o condonato) per corruzione e misfatti vari si erge a paladino della rettitudine pubblica, allora l’assurdità ci fa meno effetto, per così dire.
Ma andiamo al dunque. Il libro, dalle prime pagine, mette in rilievo il fatto che, mediamente, un lavoratore dipendente immigrato guadagna il trenta per cento in meno di un italiano; ma i vantaggi, per i padroni, offerti da questo settore della forza lavoro, non si fermano alla busta paga, sono infatti molteplici, com’è noto. Si va dalla disponibilità a coprire quelle mansioni tendenzialmente disertate dagli italiani, alla forte flessibilità nei tempi e nei modi di lavoro, il che, tradotto, significa ricattabilità e accettazione forzata delle peggiori forme di lavoro nero (ammesso che ce ne siano di migliori). Come attestano gli studi di organismi notoriamente bolscevichi, quali la Banca d’Italia e la Caritas, l’immigrato, in genere, non “ruba” nessun posto ai proletari/e italiani, anzi, fa sì che molte donne possano lavorare fuori dalle mura domestiche. È il caso, per esempio, delle badanti — oltre il 70% straniere — che per due euro all’ora sostituiscono uno stato sociale ampiamente picconato da governi di qualunque colore. Come osserva Staglianò,

Ma in tutto il settore dei “servizi alla persona” la forza lavoro immigrata è in espansione, indispensabile e spesso gestita da banditesche cooperative in cui regnano le più brutali forme di sfruttamento e persino la violenza aperta. Lo stesso vale per le altrettanto sedicenti cooperative della logistica (facchinaggio) e delle pulizie, che vincono gli appalti con gli enti pubblici grazie al ribasso dei salari, al taglio dei tempi e, dunque, del personale. Tagli e ribassi imposti, se così si può dire, dalle accettate ai finanziamenti spettanti agli enti locali fatte dai governi: chissà se qualche giovane amico o parente di Zaia sarebbe disposto a pulire bagni o a tirare pavimenti per poche centinaia di euro, a velocità supersonica, dal tramonto all’alba. Se è così, un posto lo trova senz’altro.

Come si diceva, non c’è categoria che non veda la presenza degli immigrati. In molti reparti di tante fabbriche sono la maggioranza, a volte la totalità o quasi, come nelle concerie o nelle fonderie, dove, compreso, l’indotto, la forza lavoro immigrata raggiunge globalmente il 40-50%. Che dire, poi, del parmigiano-reggiano, della mozzarella di bufala o delle grigliate di pesce tanto di moda? Che senza gli immigrati dovremmo, se non scordarcele, quasi, visto che costituiscono la colonna portante dell’occupazione in quelli e in altri settori dell’agro-alimentare, come la drammatica vicenda di Rosarno ha mostrato.

Stesso discorso vale per i trasporti, dove le liberalizzazioni — figlie della più generale caduta del saggio del profitto — hanno, ovviamente, favorito le grandi imprese, stretto un cappio la collo dei padroncini e aperto la strada del più selvaggio Far West per le condizioni di lavoro degli autisti. Non a caso, Roman Baran, l’autista polacco il cui camion, sbandando per la rottura di un pezzo meccanico, provocò la sua morte e quella di altre persone, l’8 agosto 2008 sull’autostrada A4, stava lavorando ininterrottamente da quarantaquattro giorni, con un automezzo dalle gomme “bollite”. Anche quella strage è una gloria del just in time, cioè del deciso ridimensionamento del magazzino, a vantaggio, si fa per dire, del traffico stradale e della spietata concorrenza tra autotrasportatori, che trovano negli immigrati la manodopera “disposta” a orari di lavoro pazzeschi.

Non si può tacere dell’edilizia, dove il lavoro nero furoreggia sulla pelle di una forza lavoro per la metà, almeno, immigrata: il settore immobiliare, che ha avuto un ruolo non secondario nel gonfiare le illusioni sepolte in seguito sotto le macerie dei crolli avviati dai titoli subprime, si è fondato (e continua fondarsi) sull’ipersfruttamento dei muratori in gran parte immigrati.

Insomma, per l’ennesima volta, dalle fabbriche metalmeccaniche alle panetterie, la componente immigrata è ormai indispensabile, anche là dove è minoranza. Con essa, l’estorsione del plusvalore assoluto e la svalorizzazione della forza lavoro evidenziano il ruolo tuttora non marginale che ricoprono nel processo di accumulazione del capitale.

In chiusura di questa nota, è doveroso accennare a uno o due dati che dimostrano scientificamente l’inconsistenza di quello che, forse, è il principale cavallo di battaglia del leghismo-berlusconismo (e, sempre meno raramente, del centro-sinistrismo), tenace luogo comune nelle conversazioni da bar e da sala d’aspetto. Benché due tra le menti più rappresentative del centro-destra, quali Borghezio e Gasparri, ne mettano in dubbio la veridicità, secondo stime della Banca d’Italia e della Caritas, quando gli immigrati erano quattro milioni (quattro-cinque anni fa)

A questo bisogna aggiungere che molti immigrati, quando e se torneranno nei loro paesi d’origine, perderanno i contributi versati, che contribuiranno a pagare la pensione anche ai pensionati leghisti.

La crisi ha complicato sotto ogni aspetto la vita degli immigrati, sia perché, assieme ai giovani, sono stati i primi a essere licenziati, sia perché, se hanno conservato il posto, hanno dovuto ingoiare peggioramenti che la forza lavoro italiana accetta con più fatica e per tale motivo, a volte, le sono stati preferiti. È su quest’ultimo aspetto che la propaganda nazistoide del leghismo fa leva, nonostante si tratti, finora, di episodi poco numerosi e tali sono forse destinati a restare, nonostante un possibile incremento. Mai come in questi casi sarebbe, anzi, è necessaria la presenza nella classe di un’organizzazione coerentemente comunista per disinnescare potenziali e catastrofici conflitti fratricidi.

DAL LIBRO DI :
Riccardo Staglianò, Grazie.
Ecco perché senza gli immigrati saremmo perduti, Chiarelettere, marzo 2010,

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venerdì 16 luglio 2010

Corruzione nel nome di Cesare


Le carte dell'inchiesta sulla nuova P3 scoprono l'abisso nel quale stava e sta tuttora per precipitare la nostra democrazia. Un metodo di governo e un sistema di potere costruito per servire gli interessi personali del presidente del Consiglio

di MASSIMO GIANNINI
 

IN nome di "Cesare" . Le carte dell'inchiesta sulla nuova P3 scoprono l'abisso nel quale stava e sta tuttora per precipitare la nostra democrazia. In mano a una "cupola" che, sul Lodo Alfano, non ha esitato a giocare una partita mortale, dentro e contro lo Stato di diritto. L'ha persa, ma non per questo appare oggi meno pericolosa. Perché il "metodo di governo" che c'è dietro, il "sistema di potere" che organizza e difende, è costruito per servire gli interessi personali del presidente del Consiglio, e per riprodurne i metodi corruttivi all'interno del tessuto politico, del contesto economico e dell'apparato istituzionale.

La pericolosità criminale di questa "rete" al servizio di Silvio Berlusconi viene fuori con paurosa chiarezza, a leggere le centinaia di pagine dei verbali. Si resta allibiti nel verificare la frenetica "attività" del comitato d'affari, riunito intorno al coordinatore di fiducia del Cavaliere dentro al Pdl Denis Verdini, al suo braccio destro nell'avventura di Publitalia e di Forza Italia Marcello Dell'Utri, al sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo, e a personaggi come Flavio Carboni, Arcangelo Martino e Pasquale Lombardi. Tutti impegnati, a vario titolo e con funzioni diverse, a cercare di condizionare la decisione dei quindici giudici costituzionali chiamati a decidere sulla legittimità del Lodo. Tutti ingaggiati, probabilmente, dallo stesso premier: col quale hanno incontri, al quale devono costantemente riferire.

Altro che "quattro sfigati in pensione": queste carte ci dicono che a cavallo di quel settembre/ottobre del 2009 ci fu un vero e proprio "assedio" agli ermellini della Corte, per estorcergli un verdetto positivo da consegnare tra gli allori al Cesare "trionfatore", citato nelle carte ben 23 volte. Altro che gente che "trama per sei bottiglie di vino", come scherzano i giornali di famiglia: in quei giorni la posta in gioco, altissima per il Cavaliere, era il suo salvacondotto processuale, cioè la sua salvezza politica. Solo grazie ad essa la nuova P3 avrebbe potuto continuare a prosperare, nel quadro di quel collaudato "scambio di favori tra reti criminali" di cui ha parlato il procuratore antimafia Pietro Grasso. E poco importa se, alla fine, l'assedio fallì e il verdetto fu negativo: l'ultimo degli studenti di giurisprudenza sa bene che per il diritto penale il reato tentato, ancorché non consumato, non indica affatto una minore pericolosità criminale.

IL VERTICE A CASA VERDINI
Il lavoro è sporco, ma qualcuno lo deve pur fare. E allora l'offensiva del "gruppo di lavoro" incaricato di tutelare e di riferire "a Cesare" comincia il 22 settembre di un anno fa. Per il successivo 6 ottobre la Consulta ha fissato l'udienza nella quale deve stabilire se il Lodo Alfano viola o meno i principi di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge fissati dalla Costituzione. Non c'è tempo da perdere. Così il 22 Pasquale Lombardi, "l'uomo che sussurrava ai giudici", come ha scritto Alberto Statera, cioè l'intermediario che ha il compito di avvicinare e circuire le toghe attraverso convegni e viaggi offerti da un suo improbabile centro di studi giuridici, si attacca al telefono per convocare una riunione il giorno dopo, a casa di Denis Verdini, a Palazzo Pecci Blunt, in piazza dell'Ara Coeli. La prima telefonata è per Antonio Martone, avvocato generale della Cassazione (che per altro ha fatto domanda da procuratore generale). "Oh, ti ricordi alle tredici... poi ti do l'indirizzo preciso, ma intorno a Piazza Venezia....". La stessa telefonata Lombardi, ancora più agguerrito, la fa a Flavio Carboni: "Io sarò un poco prima, con l'elmetto in testa". Poi chiama Dell'Utri: "Mio caro Marcello, ciao, ciao...". E il plenipotenziario di Berlusconi in Sicilia vuole sapere quanti saranno all'incontro. "Siamo sei noi, più te sette", spiegando che ci saranno anche tre magistrati. Poi aggiunge: "Abbiamo scoperto qualcosa che ti devo riferire di persona. sì veramente una cosa incredibilmente importante...".

Il giorno dopo, alle 10, Lombardi richiama Carboni, al quale conferma: "Saremo ricevuti a casa dell'uomo verde...". Poi richiama Arcangelo Martino, e i due concordano insieme chi deve convocare a casa Verdini il sottosegretario Caliendo e Arcibaldo Miller, capo degli ispettori del ministero della Giustizia. Di quest'ultima convocazione si occupa lo stesso Lombardi, che da a Miller le coordinate dell'appuntamento e lo saluta con un "Ok, a dopo. Un bacione...". Molto più che un rapporto confidenziale: un rapporto incestuoso, vista la sovrapposizione e il conflitto degli interessi in gioco.
La stessa impressione si ricava dalla telefonata immediatamente successiva che lo stesso Lombardi fa alle 11,45 all'altro magistrato convocato. Martone ha un problema di orari: "Ho una riunione adesso, dal Procuratore, comunque spero di fare in tempo...". Il faccendiere perde la pazienza, e risponde in dialetto, non come se parlasse a una toga ma a un sottoposto: "Sì, sì, mandalo affanculo che chist nun porta voti e poi vieni adda noi...". Poco dopo le 13, dunque, il gruppo di lavoro composto da Dell'Utri, Caliendo, Martone, Miller, Lombardi Martino e Carboni si ritrova in casa di Denis Verdini. L'ordine del giorno lo si desume dalle telefonate successive, e i verbali lo riassumono così, riprendendo le parole di Lombardi: "Dovranno svolgere il seguente compito afferente la prossima decisione della Corte costituzionale sul Lodo Alfano". La sintesi in dialetto che lo stesso Lombardi fa a Caliendo dice tutta la portata eversiva del tentativo messo in piedi da questo pezzo di anti-Stato: "Abbiamo fatto un discorso per quanto riguarda la corte costituzionale... amm' fa nu poc' nà conta a vedè quanti sonn' i nostri e quani songo i loro, per cui se putimm correre ai ripar', mettere delle bucature, siamo disponibili a fare tutto...". Non solo. Il sensale dei giudici spiega anche l'intenzione "programmatica" del gruppo: "Giustamente abbiamo fissato che ogni giorno... ogni giorno... ogni settimana bisogna che ci incontriamo per discutere tra di noi e vedere andò sta o' buono e ando stà o' malamente... Io farei una ricognizione, i favorevoli e i contrari. Poi vediamo come bisognerà per vedere di raggiungere i contrari...". E per convincere il sottosegretario, Lombardi fa l'ultimo affondo, indicandogli anche una possibile ricompensa personale: "Questa è una cosa molto importante. Ormai, vagliò, ti è spianata la via per i' a fa o' ministro, o' vuoi capiscere o no?".

"POI DOBBIAMO VEDERE CESARE"
Avviata la "procedura" dell'infiltrazione e dell'interferenza, compare quello che potremmo definire il manovratore iniziale e, al tempo stesso, l'utilizzatore finale del meccanismo. Lombardi dice a Caliendo, nella stessa telefonata: "... Poi ammo a vedè Cesare quanto prima...". Da qui fino al 7 ottobre, data della sentenza della Corte sul Lodo, il riferimento a "Cesare" che bisogna vedere, che bisogna informare, che bisogna accontentare, diventa sistematico. Conta troppo, per Berlusconi, la pronuncia della Consulta. E il sodalizio che lavora per lui se ne rende conto. "Quattro sfigati in pensione", di nuovo? Non si direbbe, a leggere la conversazione tra un pezzo da novanta come Dell'Utri e l'antico socio negli affari sardi Carboni. "È stato un ottimo incontro", dice Dell'Utri. E il faccendiere incassa: "Ecco, questa è la parola che più mi fa piacere... amico mio... È che io non posso... non potevo fare di più, anche quando Denis mi parla, tu lo capisci, io lo lascio parlare, ma sono tutte cose che abbiamo già fatto, no?". Come dire: l'ingranaggio è già oliato da tempo. Un'ultima domanda di Carboni, infine, sembra rimandare di nuovo a "Cesare", anche se non in modo esplicito: "Era soddisfatto l'uomo, sì?". Dell'Utri rassicura: "Sì, sì, sì. Comunque soddisfatto...". Di che "uomo" stanno parlando?
Cesare, Cesare e ancora Cesare. In suo nome, ancora una volta, lo stesso Carboni parla in serata al telefono con Arcangelo Martino, sia dell'avvio della missione Lodo Alfano, sia della candidatura del plurinquisito Nicola Cosentino alla Regione Campania: "Sei contento?", chiede Martino. "Sì beh, soddisfattissimo. Credo che sia già arrivato nelle stanze di Cesare, i tribuni hanno già dato notizia...", rassicura Carboni. Da quel momento in poi, parte la corsa contro il tempo per intercettare i giudici della Consulta prima dell'udienza del 6 ottobre, e per renderne conto al premier. Telefonate quotidiane. Lombardi ripete a Carboni: "Io adesso mi metto in contatto per il giorno sei, cosa bisogna fare...". E Carboni: "Sì , bravissimo, bisogna sapere i nomi...". Sullo sfondo, sempre l'ombra di Cesare. Lombardi a Martino: "Flavio ha detto che più tardi mi darà un colpo di telefono perché parlerà pure con Cesare...". Martino a Carboni, il giorno dopo, parlando dei numeri telefonici dei giudici da contattare: "Sì, queste informazioni, se bisogna fare l'incontro con Cesare...".

Dal brogliaccio delle intercettazioni, a dispetto della "teoria del polverone", emerge il ruolo centrale di Verdini e Dell'Utri, come collettori di notizie e promotori di interventi sulla Consulta. Lo dice Carboni, nei giorni successivi, al telefono con Martino, chiedendogli i primi esiti della riunione a casa di Verdini: "Sono ansioso... adesso io chiamo Marcello... chiamo Denis i quali mi chiederanno, allora s'è saputa qualche notizia? Che risposta do?". Col passare dei giorni, il lavoro del gruppo verso i giudici della Consulta sembra dare qualche risultato. Si tratta di capire come voteranno i 15 ermellini in camera di consiglio. Carboni parla con Martino: "Denis, Marcello, io tu e lui aspettiamo i numeri...". La risposta sembra confortante: "Siamo ottimisti.. glielo puoi dire, diglielo...". A chi deve dirlo, il faccendiere sardo, è subito chiaro: "Diglielo a Cesare, che siamo...".

"Cesare", insomma, vuole sapere quanti giudici voteranno sì al Lodo e quanti voteranno no. Nell'attesa, non disdegna aggiornamenti sul caso Cosentino e sulla sua candidatura a governatore. Ancora Martino a Carboni: "Cosentino può proseguire, credo che sia bravo come candidato...". Carboni approva: "Denis è favorevole a questo... E poi chiamo anche Cesare, d'accordo?". Ma l'ossessione principale resta il Lodo Alfano. E per avere più certezze sulle scelte dei singoli giudici, Lombardi non esita a contattare prima un esponente dell'opposizione, Renzo Lusetti, poi un altro esponente del centrodestra, Angelo Gargani: a tutti e due la stessa richiesta, il numero di telefono di un ex presidente della Consulta. Cesare Mirabelli viene effettivamente contattato, pochi giorni dopo, dallo stesso Lombardi, che saluta affettuosamente: "Presidente buongiorno, sono Pasqualino Lombardi, come andiamo?", poi gli chiede udienza: "È una cosa un po' urgentuccia...". La otterrà, sempre al telefono, il giorno successivo. Non prima di aver esultato con Martino per aver stabilito un contatto prezioso per il suo "committente". "Domattina incontrerò il personaggio più importante d'Italia..", dice. Allude ancora a "Cesare", che nel frattempo sta tampinando anche lo stesso Martino, che a sua volta chiosa: "Mio cugino Cesare vuole sapere... mi ha chiamato, mio nipote Cesare... concretezza... concretezza e risultati".

LA SIGNORA DELLA CONSULTA
A testimoniare tutta la pericolosità del network criminale c'è proprio la telefonata di Lombardi al presidente emerito Mirabelli: "Siccome il 6 ottobre si verificherà il lodo del ministro... in quell'occasione i suoi amici ex colleghi su che posizione staranno?". Mirabelli svicola: "Ahh, è una bella domanda...". Ma il faccendiere non molla: "Quella della Consulta che è la donna, dice che è sua amica... possiamo intervenire almeno su questa signora?". Il riferimento è a Maria Rita Saulle, giudice costituzionale, che Mirabelli conosce. Ma l'ex presidente svicola, di nuovo: "Non è che gli interventi valgano granché, eh!? Ma comunque cosa avete come iniziative?". E qui Lombardi spiega, senza tante perifrasi: "Abbiamo fatto per lo meno accertare di raggiungere un po' quasi tutti e le dico, il risultato, quattro negativi, cinque positivi, tre nì...". Poi l'estremo tentativo: "Comunque, vedi un poco se sulla signora possiamo avere un riscontro... Mi stanno mettendo in croce gli amici miei... che sono anche amici suoi...".

Il primo ottobre c'è un nuovo incontro a casa Verdini. E stavolta il livello del coinvolgimento delle "toghe sporche" sale ulteriormente. Lombardi annuncia a Martino che al pranzo, oltre ai "soliti noti" Caliendo, Martone, Miller, Carboni, "viene a mangià anche o' presidente da cassazione". Cioè Vincenzo Carbone. Anche questo convivio a casa "dell'uomo verde" soddisfa tutti. Lombardi, stavolta, lo dice direttamente a Cosentino: Tutt'appost, tutt'appost, uagliò...". E del buon esito del vertice, ancora una volta, occorre che sia informato l'immancabile "Cesare". "I mo comm' stann' e cose a settiman che trase m'incontro pure co Cesare... Lui è rimasto contento per quello che gli stiamo facendo per il sei ottobre...". Cioè per la data dell'udienza della Consulta sul Lodo.

AL BAR DELL'EDEN, ASPETTANDO LA CORTE
Tutto sembra pronto per l'ordalia del sei ottobre. La Consulta convoca l'udienza. La sentenza arriverà il giorno dopo, cioè il 7. Negli stessi minuti in cui la Corte è chiusa in camera di consiglio e sta per annunciare il verdetto, a poca distanza dal palazzo di fronte al Quirinale c'è un'altra riunione, non meno significativa. Al bar dell'Hotel Eden, in via Ludovisi, si riuniscono Dell'Utri, Carboni, Martino e Lombardi, ad aspettare il verdetto. Alle 18 e 20 Martone chiama i "quattro amici al bar", e gli dà la ferale notizia: la Corte ha bocciato il Lodo. Lombardi sbotta: "Noi nun comandamm' manco o cazz' cò sti quindici rincoglioniti...". Martino è amareggiato: "Che figura di merda, va...". Dell'Utri, uomo di mondo, è più prosaico: dice solo "eh sì, sì, va beh...".

"La P3 al telefono sembra un film di Totò", ironizzano adesso i cantori berlusconiani e i frenatori terzisti, per trasformare in burletta il nuovo scandalo dell'eolico. In realtà, l'esame di questo inquietante canovaccio di contatti, di colloqui, di incontri tra Verdini, Dell'Utri, Caliendo, Cosentino e una colorita schiera di affaristi senza scrupoli, magistrati senza etica, trafficanti del sottobosco campano del Pdl, suggerisce un'altra trama. Drammatica, per chi la voglia capire fino in fondo, rifiutando le comode banalizzazioni di regime. Tragica, per chi ha a cuore lo Stato di diritto ferito a morte e le sorti di questa democrazia sempre più squalificata. La trama è quella di un gigantesco, pericoloso "Romanzo criminale". Scritto, ideato e sceneggiato "in nome di Cesare".


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giovedì 15 luglio 2010

ITALIA : 15 MILIARDI DI EURO PER NUOVI AEREI F35





Nel momento di profonda difficoltà economica che sta attraversando il nostro Paese, ci sembra doveroso dare spazio a una notizia che non ha avuto molta risonanza mediatica e di cui, infatti, la maggioranza degli italiani non è a conoscenza. L’8 aprile 2009 le Commissioni Difesa di Camera e Senato hanno entrambe approvato un progetto chiamato Jsf, cioè Joint Strike Fighter: un programma di riarmo internazionale lanciato dagli Stati Uniti e a cui hanno già aderito diversi Paesi, tra cui l’Italia. Il Governo italiano nel 2009 ha infatti approvato l’acquisto di 131 nuovi caccia bombardieri americani, chiamati F35, per un costo totale di quasi 15 miliardi di euro.
In sede di votazione non si è registrato alcun voto contrario, solo il Pd si è astenuto. Tuttavia la prima intesa per il progetto fu firmata al Pentagono nel 1998 con il governo D’Alema, la seconda nel 2002 con Berlusconi, la terza nel 2007 con Prodi e l’ultima, appunto, nel 2009, di nuovo con il Governo Berlusconi. Come ripetiamo la notizia non è circolata molto nel Paese, sebbene l’acquisto dei suddetti aerei verrà effettuato con i soldi dei cittadini italiani.
La base di assemblaggio dei 131 caccia bombardieri sarà in provincia di Novara, presso la base militare di Cameri, in uno stabilimento apposito che entrerà in funzione nel 2012. I primi aerei saranno pronti invece nel 2013: ogni F35 vale 91 milioni di euro.
Proprio a Novara si è costituito nel 2007 un coordinamento stabile, chiamato “Coordinamento contro gli F35”, cioè un insieme di gruppi, associazioni e organizzazioni anti militariste che si sono unite con lo scopo di opporsi alla costruzione e all’assemblaggio dei 131 caccia bombardieri e che cercano di portare all’attenzione di tutti questa situazione, sensibilizzando l’opinione pubblica. Abbiamo intervistato Oreste Strano, il responsabile di “Coordinamento contro gli F35”. 
Come giudica la notevole cifra economica spesa dal Governo italiano per l’acquisto di questi 131 caccia bombardieri in un periodo così difficile, dal punto di vista economico, per l’intero Paese?
"Innanzitutto voglio specificare che l’Italia non ha un progetto solo di acquisto, ma anche di fabbricazione di questi caccia bombardieri. L’Italia ha già investito nel progetto 1028 milioni di dollari. Nella spesa complessiva, tra l’acquisto dei 131 caccia e l’assemblaggio degli altri che saranno venduti in altri Paesi, si tratta di un investimento totale di 16 miliardi di dollari, cioè quasi 15 miliardi di euro. La giudico come una grande contraddizione".
I soldi spesi per finanziare questo progetto militare, infatti, provengono dalle tasche degli italiani: ma dove vanno a finire? Chi è davvero che ci guadagna?
"All’interno della base aerea di Cameri deve essere costruito un capannone che si chiamerà FACO e destinato all’assemblaggio dei vari pezzi di aereo. Questi verranno costruiti in diverse ditte della Finmeccanica, Holding italiana nei settori dell’aeronautica, dell’elicotteristica, dello spazio e della difesa, sparse su tutto il territorio nazionale. Ci sono cioè una serie di fabbriche, legate alla Finmeccanica e dislocate in varie città italiane, da cui arriveranno i vari pezzi degli aerei che saranno poi assemblati a Cameri. Alla ditta Maltauro di Vicenza, invece, hanno dato l’appalto per iniziare a costruire questo capannone: un appalto da 250 milioni di euro per costruire un capannone in un’area demaniale. Praticamente è tutto nelle mani di ditte private ed è davvero una cosa anomala considerando che i soldi ce li mettono gli italiani. Anche per questo riteniamo che la notizia debba circolare nel Paese".
Voi riuscite, come organizzazione che si oppone a questo progetto, a dialogare con i politici? Ad avere un confronto per esprimere le vostre perplessità?
"No, i politici sono tutti trasversalmente d’accordo. Adesso alcuni di loro cominciano a criticare l’eccesso delle spese militari che effettua il nostro Paese. In ogni caso il progetto è stato approvato, che è quello che conta".
Il progetto, tra l’altro, è stato approvato l’8 aprile 2009, cioè due giorni dopo il terremoto che ha distrutto l’Abruzzo. Proprio vari politici dissero che per la ricostruzione sarebbero stati necessari circa 13 miliardi di euro, la stessa cifra che è stata spesa per l’acquisto dei caccia bombardieri. L’Aquila però è ancora in ginocchio… "Noi infatti stiamo raccogliendo delle firme, anche tramite il sito della nostra associazione, nof35, affinché questi soldi siano destinati alla ricostruzione dell’Abruzzo, per il quale hanno detto che mancano i fondi: i fondi, se vogliono, ci sono eccome".
Martina Lacerenza
Fonte : LaVeraCronaca


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Case, arriva l’imposta comunale

Case, arriva l’imposta comunale: 400 euro per ogni cittadino

di Redazione Giornalettismo

Secondo i calcoli della Cgia di Mestre i più tartassati saranno liguri e toscani, con cifre che arrivano a superare i 600 euro.


Con il federalismo fiscale arriva l’autonomia impositiva per gli enti locali, e il primo effetto sarà una nuova imposta comunale sugli immobili, che riunirà e accorperà tutte le “vecchie” tasse legate al possesso o al trasferimento del bene.

ACCORPAMENTO TOTALE – All’inizio erano quattro: Ici (sulle seconde case), imposta ipotecaria e catastale, imposta di registro e Irpef riconducibile agli immobili. Poi nel computo ne sono entrate altre tre: la Tarsu (rifiuti), 4,2 miliardi, un’imposta forfettaria sulle case fantasma, 1,5 miliardi (meno dei 5 miliardi ipotizzati dal ministro), e la cedolare secca sugli affitti al 23% che vale 1,8 miliardi. “I Comuni potranno introdurre o meno la tassa», dice a Repubblica il ministro per la semplificazione Roberto Calderoli, che non esclude un’ulteriore addizionale per riunificare “gli altri tributi comunali come la Tarsu e che i sindaci potranno spostare in su o in giù». Una leva lasciata nelle mani dei Comuni, che quindi potranno decidere il livello di aliquota in base alle esigenze dell’ente locale. Abbassandola e tagliando i servizi di pari passo, oppure alzandola per far fronte ad eventuali necessità.

PAGHEREMO DI PIU’ O DI MENO?
- Secondo le previsioni di calcolo della Cgia di Mestre, la “municipale” costerà 432 euro ad ogni italiano. Liguri ed emiliani tra i più tartassati, dovranno rispettivamente 670 e 611 euro. Record per i valdostani, 704 euro. Chiudono la classifica i molisani con 274 euro. Sopra la media nazionale, i marchigiani (586), i toscani (555), i lombardi (498), i piemontesi (472). Ma è solo una stima e per difetto. Il tributo sarà dovuto da tutti i possessori di qualsiasi immobile, situato nel territorio comunale e diverso dalla prima casa. La Service tax, sempre secondo Repubblica, arrivano dalla maggioranza con Mario Baldassarri: ”La cedolare secca sugli affitti non ha niente a che vedere con il federalismo, ma riguarda l’Irpef nazionale. Avevo proposto di inserirla nella manovra e avevo trovato anche la sua copertura, visto che la cedolare comporta circa 1,8 miliardi in meno di gettito Irpef: bastava anticipare al 2011 i tagli alla spesa della pubblica amministrazione. E invece l’emendamento è stato bocciato. Ora invece arriva la proposta del 23%, definita come una manna per i comuni. Ma chi paga? I comuni stessi, probabilmente, con meno trasferimenti. I miracoli non esistono”.

http://www.giornalettismo.com/archives/72024/case-arriva-limposta-comunale/


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19 LUGLIO 1992, strage di Stato, Paolo Borsellino e scorta

19 LUGLIO 1992
Questa è la data della strage di Stato in cui persero la vita Paolo Borsellino e la sua scorta in Via D’Amelio a Palermo. Le Agende Rosse anche quest’anno tornano a Palermo per il presidio in una tre giorni di interventi e di marcia verso il castello di Utveggio, luogo da cui fu azionata la bomba.
Non tutti hanno la possibilità di recarsi in Sicilia, è per questo motivo che la redazione di www.19luglio1192.com con Salvatore Borsellino ha così deciso, tramite gli amministratori territoriali, di organizzare le dirette streaming in tutte le città d’Italia.
Per la nostra zona: Forlì, Cesena, Rimini e Ravenna sarà allestito lo schermo in Piazza Del Popolo a Ravenna dalle ore 16,00 alle ore 19,00. Alle ore 16,55 il minuto di silenzio.
Preghiamo la massima diffusione dell’appuntamento per dar modo a tutti di partecipare. La partecipazione è a titolo personale, non sono consentiti simboli di partito.
Le copie delle agende rosse saranno reperibili nella Piazza su piccola offerta per coprire le spese di stampa.

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mercoledì 14 luglio 2010

Onu all'attacco del ddl intercettazioni

L'Onu all'attacco del ddl intercettazioni.

DI : Alessandro Guarasci,  

    Per l'Onu la legge sulle intercettazioni deve essere  "eliminata o modificata". Preoccupano le sanzioni a giornalisti ed editori. Possibile una missione delle Nazioni Unite nel 2011 sulla libertà di stampa. Stizziti i fedelissimi di Berlusconi. Intanto il ddl cambia, di poco e non nella sostanza, e l'opposizione propone una valanga di emendamenti



La teoria del complotto, fino a farlo diventare cosmico, quasi da far invidia a Leopardi, il Pdl ce l'ha nel sangue. Tuttavia tra le fila del partito di Berlusconi qualcuno ha cominciato a capire che non vale la pena assumere toni così catastrofici. La legge sulle intercettazioni deve essere "o eliminata o rivista". Lo afferma in un comunicato il relatore speciale Onu per i diritti Frank La Rue, rivolto al governo italiano. La Rue avverte che "se adottata nella sua forma corrente, la normativa può minare la possibilità di beneficiare del rispetto del diritto di libertà d'espressione in Italia".
L'Onu annuncia anche una missione in Italia, nel 2011, per esaminare la situazione della libertà di stampa e il diritto alla libertà di espressione. Nel comunicato si ricorda che, "secondo l'attuale disegno di legge, chiunque non sia accreditato come giornalista professionista può essere condannato a quattro anni di carcere per aver registrato una comunicazione o conversazione senza il consenso della persona coinvolta e per aver poi reso pubblica tale informazione". Secondo La Rue, "tale grave pena minerà in modo serio tutti i diritti individuali di cercare e diffondere un'informazione imparziale, in violazione del Convenzione internazionale sui diritti civili e politici di cui l'Italia è parte".
Preoccupazioni anche per l'introduzione di una sanzione per giornalisti ed editori che pubblichino il contenuto di intercettazioni prima dell'inizio di un processo. "Tale punizione - prosegue il relatore Onu - che include fino a 30 giorni di carcere e un'ammenda fino a 10.000 euro per i giornalisti e 450.000 per gli editori e' sproporzionata rispetto al reato". Secondo La Rue, "queste norme possono ostacolare il lavoro dei giornalisti investigativi su materie di interesse pubblico, come la corruzione, data l'eccessiva lentezza dei procedimenti giudiziari in Italia, e come sottolineato più volte dal Consiglio d'Europa".
E puntuali come un treno svizzero arrivano le risposte, stizzite fino all' imbarazzo, dei più fedeli scudieri di Berlusconi. "Non siamo stupiti dal comunicato dell'Onu, anzi ci avrebbe sorpreso se si fossero espressi a favore". Lo dice Gaetano Quagliariello, presidente vicario dei senatori Pdl, replicando alle dichiarazioni di Frank La Rue,. "La concezione dei diritti e delle libertà che ha l'Onu -rimarca Quagliariello- si commenta da sé. Ci sono interi scaffali di librerie sui paradossi cui le Nazioni Unite sono arrivati. Questo pronunciamento è un'altra perla della collana". Il suo vice Francesco Casoli dimostra una conoscenza piuttosto populista della politica internazionale e afferma che "è penoso vedere una istituzione internazionale come l'Onu attivarsi nel contrastare una proposta di legge formulata nell'ambito di una grande democrazia come l'Italia invece di risolvere almeno uno dei tanti conflitti che nel mondo provocano sofferenze e morti". "Sconcertato" il ministro Franco Frattini. Consensi invece arrivano da Pd e Italia dei Valori. Per il senatore del Pd Vincenzo Vita, l'Onu "appunto" si occupa di vere dittature. Intanto presidente finiana della Commissione Giustizia Giulia Bongiorno afferma che sono apprezzabili le proposte emendative della maggioranza nelle parti relative ai presupposti e alle limitazioni temporali delle intercettazioni (max 75 giorni rinnovabili di 15 in 15, ndr). Contribuirò a queste innegabili migliorie". Intanto in commissione sono arrivati 600 emendamenti, ovvero 400 dal Pd, 170 dal Pd e 40 dell'Udc. Considerato tutto ciò la maggioranza è proprio convinta di voler approvare il ddl entro la pausa estiva?


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Condanna del generale Ganzer

Tutto quello che non si scrive sulla condanna del generale Ganzer

DI : Paride Leporace


La ricostruzione di una storia italiana dopo la clamorosa condanna a 14 anni del generale dei Ros: i misteri d'Italia, i processi ai movimenti, le trame...

Rinasce la P3 , il solito Dell’Utri, il coordinatore di Forza Italia, il vecchio faccendiere Carboni. Siamo abituati. Un po’ meno al fatto che un generale dei carabinieri, capo dell’ineffabile Ros, sia duramente condannato a 14 anni in primo grado per aver messo in piedi una rete che acquista cocaina in Colombia per far meglio carriera.
Il generale Ganzer non ha fatto un piega. Aspetta le motivazioni di una sentenza del processo meno raccontato dai media italiani. Eppure i protagonisti e i fatti meritavano approfondimenti. Ma oggi nel Belpease chi si mette a scrivere delle ombre del reparto operativo più osannato nella lotta al crimine?A Milano hanno condannato anche ufficiali e sottoufficiali del Ros e un alto generale. Si chiama Mauro Obinu. Vice di Ganzer. Ma anche imputato in altri processi poco raccontati. A Palermo fa coppia sul banco degli imputati con il generale Mori. Sono accusati di non aver catturato Binnu Provenzano. In quel periodo attraverso i Ciancimino avevano avuto anche il mandato di trattare con Cosa Nostra invece di pensare ad arrestare boia e mandanti delle stragi che uccisero Falcone, Borsellino e le loro scorte. Obinu sta all’Aise. Che non è un’azienda di elettrodomestici ma una delle sigle dei nostri straordinari servizi segreti che ogni tanto cambiano sigla per rinverdire il brand. Il capo di Obinu è Gianni De Gennaro condannato in Appello ad un anno e quattro mesi per la macelleria messicana della scuola Diaz di Genova quando era il capo della polizia italiana. Poi richiamo alla vostra memoria che il comandante generale della Guardia di Finanza, Roberto Speciale era stato condannato ad un anno e mezzo per peculato ed è stato ricompensato con una nomina a senatore del partito berlusconiano. Vogliamo aggiungere Niccolò Pollari direttore del Sismi salvato dalle accuse per il rapimento di Abu Omar con il segreto di Stato e ricompensato con una qualifica di Consigliere di Stato.
Vi meravigliate? Io ho poco disincanto forse perché essendo un direttore di giornale ho potuto verificare che in favore di Pollari con dossier mirati si muovevano strani personaggi calabresi in odor di massomafia. Non avete mai incontrato uomini delle istituzioni che si sentono Stato più Stato degli altri? Spesso in rapporto stretto con giornalisti di grido dotati di ottimi fonti e che nelle redazioni possono far emergere titoloni su quel personaggio o capaci di far circolare dossier molto documentati contro avversari interni o esterni. Anche loro P3? Chissà.
Stiamo ai fatti senza troppo dietrologia e comprendiamo chi è il generale Ganzer condannato a 14 anni da un Tribunale di quello Stato che doveva servire. Accademia Militare di Modena. Capitano e allivo del generale Dalla Chiesa tiene il fortino strategico di Padova dove coordina il blitz contro l’Autonomia. Si tratta del processo «7 aprile» ovvero quando l’inquisizione politica consente l’eclisse del Diritto. Il dossier che arriva al giudice Calogero porta le firma di Ganzer. Sul fronte della criminalità cattura la banda dei giostrai. Poi infiltra uno dei suoi uomini nella “Mafia del Brenta” di Felice Maniero. Pochi ricordano che un pm indaghi l’ufficiale dei carabinieri per falsa testimonianza a difesa dell’infiltrato. La circostanza è citata da Fiorenza Sarzanini del Corsera che la elogia in positivo chiosando : “preferì finire sotto processo piuttosto che tradire un collaborante”. Carabinieri su una linea d’ombra. Stato nello Stato. Ma ci sono anche magistrati che non fanno sconti. Parte da lontano la vicenda che ha visto condannare il capo Dei Ros ad una pesantissima condanna a 14 anni di carcere. A Ganzer è andata male perché ha trovato un mastino sulla sua strada. Lo stesso magistrato che ha indagato sul Sismi di Pollari. Un pm tostissimo. Armando Spataro della Procura di Milano. Che si fida ciecamente di Ganzer. Ma quelli come Spataro non si bevono tutto come oro colato. Anche se ti chiami Ganzer. Il pm riceve la richiesta di un’autorizzazione a ritardare il sequestro di una partita di droga. Questo il racconto del pm dagli atti processuali:«Mi disse che il Ros disponeva di un confidente colombiano che aveva rivelato l’arrivo nel porto di Massa Carrara di un carico di 200 chilogrammi di cocaina. Era destinata alla piazza di Milano e il confidente era disposto a fornire al Ros le indicazioni necessarie per seguire il carico fino a destinazione e catturare i destinatari della merce». Spataro firmò il decreto di ritardato sequestro. Ma i piani del Ros cambiarono: l’operazione infatti fu effettuata. Ma, dopo aver compiuto l’operazione, il Ros non diede più informazioni. Insospettito, Spataro si presentò negli uffici romani del Raggruppamento operativo speciale e chiese notizie attorno al sequestro dei due quintali di cocaina. Gli fu mostrata della droga conservata in un armadio. Quando, molti mesi dopo, Ganzer gli prospettò l’ipotesi di vendere quella droga a uno spacciatore di Bari, Spataro decise di informare il capo della procura e alcuni suoi colleghi. E ordinò la distruzione della droga. Un copione che sarebbe poi stato ricalcato molte altre volte. Secondo l’accusa, gli stessi carabinieri erano diventati protagonisti del traffico e le brillanti operazionì non erano altro che delle retate di pesci piccoli messe in atto per gettare fumo negli occhi all’opinione pubblica. Anche Fabio Salomone pm bresciano indaga sul Ros. Quello di Bergamo. I carabinieri reclutano giovani pusher su piazza. Trovano i clienti e vendono la coca. Un gruppo di carabinieri fa carriera con operazioni dove i soldi spariscono e che hanno una sorta di regia etorodiretta.
Un esponente della malavita, Biagio Rotondo, detto «Il Rosso» racconta al pm Salomone che nel 1991 due carabinieri del Ros lo avvicinarono in carcere e gli proposero di diventare un confidente nel campo della droga. In realtà, secondo l’accusa, questi confidenti (tra il 1991 e il 1997 ne furono reclutati in gran numero) venivano utilizzati come agenti provocatori, come spacciatori, come tramiti con le organizzazioni dei trafficanti. «Il Ros – scrivono i giudici nel rinvio a giudizio – instaura contatti diretti e indiretti con rappresentanti di organizzazioni sudamericane e mediorientali dedite al traffico di stupefacenti senza procedere nè alla loro identificazione nè alla loro denuncia… ordina quantitativi di stupefacente da inviare in Italia con mercantili o per via aerea, versando il corrispettivo con modalità non documentate e utilizzando anche denaro ricavato dalla vendita in Italia dello stupefacente importato. Denaro di cui viene omesso il sequestro». «Si tratta – annota la Procura di Milano – di istigazione ad importare in Italia sostanze stupefacenti». I sottoufficiali indagati nascondono microspie ambientali e registrano l’interrogatorio del Pm. Per Ganzer è un gioco facile denunciare Salomone per abuso alla procura di Venezia e paralizzare per lungo tempo l’inchiesta. Un’inchiesta, nata a Brescia nel 1997 (pm Fabio Salamone) passata poi a Milano (pm Davigo, Boccassini e Romanelli) perchè coinvolgeva un pm bergamasco, salvo poi essere mandata a Bologna (per un episodio a Ravenna), restituita da Bologna a Milano, girata a Torino e rispedita a Bologna, che sollevò conflitto di competenza in Cassazione, la quale stabilì infine la competenza di Milano. Un giro d’Italia che ha ritardato la fine di un processo durato un’eternità e che a quello di piazza Fontana gli fa un baffo per quanti tribunali ha visitato nel silenzio generale. E Biagio Rotondo detto “Il Rosso”? Il testimone che ha permesso di scoprire i giochi del Ros è morto suicida in carcere a Lucca il 29 agosto nel 2007. Cinque giorni prima la squadra mobile lo ha arrestato nell’ambito di un’inchiesta su delle rapine avviata con delle intercettazioni . Fuori dal ristorante dove lavora è stata trovata avvolta in un tovagliolo una vecchia pistola di strana provenienza e che ha giustificato il fermo per porto d’armi abusivo. Nella sua ultima lettera indirizzata anche ai magistrati che hanno gestito la sua collaborazione c’è scritto: “Confermo che tutto quello che ho detto corrisponde a verità. E’ un momento tragico per la mia vita, sono fallito come tutto e ritrovarmi in carcere senza aver fatto nulla è per me insopportabile…Vi chiedo scusa per questo insano gesto”. C’ è un’altra presunta mela marcia in questa storia. E’ il magistrato Mario Conte che a Bergamo offre la copertura legale al supermarket carrierista della droga. E quando l’inchiesta Salomone decolla Conte si fa trasferire a Brescia acconto alla stanza di Salomone. Per motivi di salute la sua posizione è stralciata e si trova in attesa di giudizio. Si vedrà.
Per il momento una sentenza di primo grado ci dice che il metodo Ganzer nella lotta alla droga ha permesso l’arresto di molti pesci piccoli, sono aumentate le finanze di molti narcos ed è aumentativo il volume della cocaina nel nostro Paese. Senza dimenticare le violazioni del diritto e la deviazione delle istituzioni. Chissà se vi è capitato di assistere in televisione a vedere i servizi di quelle operazioni antidroga come “Cobra” o “Cedro” e che nulla altro sarebbero state che delle recite a soggetto. I Ros di Ganzer avrebbero anche installato una finta raffineria a Pescara per rendenre più brillante l’operazione. Ma tutto questo non era un’associazione a delinquere secondo il Tribunale di Milano. Resta con la prescrizione una zona d’ombra anche per un carico arrivato dal Libano di 4 bazooka,119 kalasnikov, 2 lanciamissili in quel caldissimo 1993 italiano e che secondo l’originario capo d’accusa i Ros avrebbero venduto alla cosca dei Macrì-Colautti. I soldi dell’affare non si trovano. Solo qualche traccia bancaria sbiadiata. Guadagni forse personali e qualche conto off shore che l’inchiesta non è stata in grado di trovare. Ganzer e Obinu sapevano quello che combinavano i sottoposti. Sono stati tutti condannati insieme al loro tramite libanese Jean Ajai Bou Chaya che dovrà scontare 18 anni di carcere.
Intanto a Milano per arrivare a questa sentenza sono stati escussi trecento testimoni ( a favore di Ganzer la difesa ha anche chiamato l’ex procuratore nazionale Vigna) e accorpati centoquaranta fascicoli. Tenute 163 udienze in cinque anni, 28 tra requisitorie e arringhe, 8 giorni di camera di consiglio. Nessuno ha seguito il processo fatto salvo rinvio a giudizio, richiesta pena e cronache sulla sentenza. L’unica eccezione è rappresentata da un articolo dell’Unità apparso in pagina il 25 febbraio del 2009 a firma di Nicola Biondo.
Il generale Ganzer in tutto questo trambusto è diventato capo del Ros dal 2002 con beneplacito di destra e sinistra. A Mario Mori sotto processo a Palermo succede Ganzer condannato ieri a Milano. Allievi di Carlo Alberto Dalla Chiesa. Nucleo speciale. Molti ufficiali e poca truppa. Investigazione speciale e segreta. I magistrati sono stati spesso al loro guinzaglio, intercettazioni invasive e operazioni nella terra di mezzo con il confidente. Una strana miscela che ha fatto esplodere conflitti esplosivi come quello tra il colonnello Riccio e Mori in Sicilia. Anche per Riccio condotte illegali nelle indagini antimafia gli sono costate una condanna in Appello a 4 anni e 10 mesi. Chi è più Stato dello Stato? I Ros di Ganzer oggi gestiscono le inchieste sui fondi neri a Finmeccanica, i ricatti a Marrazzo, tutte le nobile gesta della cricca, l’asse calobro-lombarda delle ndrine e gli affari della Camorra. Può il generale rimanere al suo posto? Secondo il ministro dell’Interno leghista e per il Comando generale dell’Arma non ci sono dubbi, dall’opposizione non vola neanche una mosca. L’attuale presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, da ministro dell’Interno vide lungo e chiese che alcune competenze dei reparti speciali italiani andassero ai comandi territoriali. Il Gico della Guardia di Finanza e lo Sco della Polizia hanno ottemperato alla disposizione. Tranne il Ros dei carabinieri che con le sue ventisei sezioni dislocate nelle Procure distrettuali restano delle monadi impenetrabili. Da quei reparti vengono uomini come Angelo Jannone, Giuliano Tavaroli, Marco Mancini e finiti tutti nello scandalo dei dossier illegali Telecom-Sismi. E gli ex Sismi accusano gli ex Ros di avere contatti proprio con Ganzer che con il Ros di Roma va a Palermo a disarticolare l’ufficio di Genchi subito sospeso dall’incarico senza essere formalmente indagato mentre il generale resta al suo posto mancando solo la promozione di generale di brigata. I Ros sono quelli che arrestarono a Milano il calabrese Daniele Barillà, sette anni di carcere innocente risarcito con soldi e la fiction di Beppe Fiorello “L’uomo sbagliato”. Potremmo narrarvi tante storie sul Ros. Ma io che sono un cronista di provincia ricordo che il Ros di Ganzer si occupò anche dei No Global di Cosenza e della Rete del Sud ribelle dopo i fatti di Genova. E dal mio archivio pesco un documentato articolo di Peppino D’Avanzo che su Repubblica ci svelava questa trama: «ACCADE che il Raggruppamento Operazioni Speciali (Ros) dell’Arma dei Carabinieri si convinca che dietro i disordini di Napoli (7 maggio 2001) e di Genova (21 luglio 2002) non ci sia soltanto il distruttivo, nichilistico furore di casseur europei o il violento spontaneismo delle teste matte (e confuse) di casa nostra, ma addirittura un’associazione sovversiva. Concepita l’ipotesi, gli investigatori dell’Arma intercettano, spiano, osservano, pedinano. In assenza di contraddittorio, s’acconciano come vogliono cose, frasi, dialoghi, eventi, luoghi edificando una conveniente e coerente cabala induttiva. È il sistema che più piace agli addetti: “lavorare su materia viva, a mano libera”. Organizzato il quadro, occorre ora trovare un pubblico ministero che lo prenda sul serio. Alti ufficiali del Ros consegnano il dossier, rilegato in nero, di 980 pagine più 47 di indici e conclusioni ai pubblici ministeri di Genova. Che lo leggono e concludono che ‘quel lavoro è del tutto inutilizzabile’. Gli investigatori dell’Arma non sono tipi che si scoraggiano. Provano a Torino. Stesso risultato: “Questa roba non serve a niente”. Il dossier viene allora presentano ai pubblici ministeri di Napoli. L’esito non è diverso: il dossier, da un punto di vista penale, è aria fritta. Finalmente gli ufficiali del Ros rintracciano a Cosenza il pubblico ministero Domenico Fiordalisi. Fiordalisi si convince delle buone ragioni dell’Arma dei Carabinieri. Ora rendere conto delle buone ragioni del Ros che diventano buone ragioni per il pubblico ministero e il giudice delle indagini preliminari, Nadia Plastina, è imbarazzante per la loro e nostra intelligenza».
Nadia Plastina è stata promossa, Fiordalisi è diventato pm in una procusa sarda e vive sotto scorta per le minacce ricevute. I militanti arrestati nell’operazione No global sono stati tutti assolti nel processo di primo grado e devono affrontare quello d’appello. Il generale Ganzer è stato condannato da un tribunale dello Stato e resta al suo posto di comandante del Ros.


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