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domenica 28 febbraio 2010

FIUME LAMBRO, marea killer arriva al Po


ECCO LE FOTO :
TENTATIVO DI BONIFICA , DOPO 36 ORE DAL DISASTRO ECOLOGICO ,,,,
QUI SIAMO ALL'INTERNO DEL PARCO LAMBRO ,
ORMAI LA CHIAZZA PIU GRANDE DI PETROLIO AVRA RAGGIUNTO IL FIUME PO ,,,,,

AI LATI DEL FIUME SI VEDE BENISSIMO LA RIGA NERA LASCIATA DAL PETROLIO ,,,,

PUZZA DIFFUSA PER TUTTO IL PARCO .......... SOB




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  La marea killer attenta al Delta del Po ( LAMBRO )

E' corsa contro il tempo prima che il fiume di petrolio e gasolio che ignoti hanno riversato martedì scorso nel fiume Lambro arrivi al Delta del Po. «Un disastro ecologico ed economico. - sottolinea Andrea Agapito, responsabile acque del Wwf - Tutto ricade sulle Regioni. L'Autorità di Bacino del Po è stata delegittimata»

C’è forte preoccupazione che la macchia nera fuoriuscita per mano di ignoti dalla ex raffineria di Villasanta [Monza], martedì scorso, possa arrivare al Delta del Po.

 È andata in fumo la speranza di molti, cioè che il gasolio e il petrolio potessero essere bloccati prima, all’altezza di Isola Serafini, nel piacentino. L’onda avanza inesorabile rendendo gli interventi di tamponamento più difficoltosi perché nel Delta il Po si ramifica, come spiega Andrea Agapito, responsabile acque del Wwf: «C’è il Po di Goro, di Maistra, di Gnocca, di Tolle. C’è il rischio che la massa d’idrocarburi, o parte di essa, si distribuisca in una delle zone più importanti d’Europa, sia per la presenza di uccelli che per la comunità ittica importantissima, che oltretutto sostiene l’economia della pesca. Sarebbe sia un disastro ecologico quindi, ma anche economico».
È una corsa contro il tempo per frenare la massa oleosa che cavalca la corrente. Oltre a Isola Serfini sono state alzate due barriere a Roncarolo e Ponte San Nazzaro, sempre nel piacentino. Gli «skimmer», che catturano la massa d’acqua inquinata separandola dagli inquinanti, sono al lavoro. «Bisogna fare di tutto perché il materiale inquinante non vada a finire nei rami laterali del fiume, ma rimanga in quello centrale di modo che non si diffonda. – chiarisce Agapito – A quel punto sarebbe molto più difficile l’opera di bonifica. Nelle zone laterali, il Po di Maistra ad esempio, ora c’è parecchia acqua. Qui si trovano zone umide importantissime dove in questo momento sono fermi migliaia di uccelli svernanti: fenicotteri, avocette, anatre. Mantenere invece la macchia nella parte centrale può far si che parte di questi animali abbiano delle zone intatte dove spostarsi».
Ora i riflettori sono puntati sul fiume ma cosa succederà quando le telecamere si spegneranno? «E’ una preoccupazione culturale – sottolinea Agapito – Passata l’attenzione mediatica, passata l’ondata, passato il terremoto, passata l’alluvione, dopo non ci sono mai i soldi anche per fare dei piccoli interventi di manutenzione e gestione. La cosa principale è che ci sia un monitoraggio e continuo almeno per il prossimo anno per andare a vedere sia cosa è successo in generale, ma anche per identificare quelle zone dove ci può essere un maggiore rischio e pericolo. Ricordiamo che il Po non è un canale uniforme, con una corrente tutta uguale, ci sono zone di secca, di corrente massima, zone in cui l’acqua ristagna ecc. Ci vorrà un check up di tutto il tragitto che ha fatto questa macchia per capire dove sono i danni maggiori e poi dopo avviare le attività di bonifica».
Al di là dell’emergenza i problemi strutturali sono tanti. Le industrie, ad esempio, che si trovano proprio sul fiume. Tutte a rischio per le possibili esondazioni. Poi c’è la situazione di stallo dell’Autorità di Bacino del Po, la più grande d’Italia, che dovrebbe pianificare e sovraintendere alla gestione e al governo del fiume ma che da due anni e mezzo non ha il segretario di bacino e non ha più neanche i finanziamenti per alcun intervento. «L’autorità ha una visione complessiva del fiume – precisa Agapito – ma è stata delegittimata, come tutte le autorità di bacino, e tutto ricade sulle Regioni che però ovviamente hanno una visione circoscritta del territorio».
C’è poi chi cavalca l’onda elettorale come Formigoni che addirittura si è impegnato a rendere il Lambro «perfettamente limpido e trasparente come ai tempi dei nostri avi, perfettamente balneabile e perfettamente adatto alla vita delle varie specie di pesci». «Una bufala – smentisce Agapito – come la stessa Regione ha scritto nel Piano di tutela delle acque, e cioè che il fiume non raggiungerà gli obiettivi di buona qualità come previsto per il 2015».
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altre info qui
http://cipiri6.blogspot.it/2011/02/onda-nera-nel-lambro-indagati-i.html
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mercoledì 24 febbraio 2010

Vaccino anti cocaina



Vaccino anti cocaina
È di questi giorni la notizia di una nuova arma contro il grande problema legato al consumo sempre maggiore di cocaina, un nuovo vaccino anticocaina, che da alcuni anni è in via sperimentale al centro di numerosi studi e ricerche a livello europeo e americano.


La cocaina, un tempo era ad appannaggio dei ricchi, oggi a quanto pare è alla portata di tutti, senza più distinzioni di ceto, classe sociale e ambiente. La si usa tra i vip, così come all’interno di normalissime e comuni feste o peggio in uffici tra uomini abbigliati in giacca e cravatta, insospettabili fruitori della “polvere bianca”.


Il suo costo rispetto a qualche anno fa è molto più basso e la rende più accessibile anche tra i più giovani; un’ultima indagine avrebbe evidenziato un aumento considerevole soprattutto nelle megalopoli tra cui capeggiano Torino e Milano, città in cui alcuni soggetti spendono fino a 4.000 euro al mese per “andare al massimo” come cantava Vasco Rossi.

In via del tutto sperimentale si sta parlando quindi di questo nuovo vaccino anticocaina per contrastare il problema, per fronteggiarlo, una nuova speranza che, in qualche modo, potrebbe venire in aiuto a tutte quelle persone legate fortemente a questo problema.


La cocaina
La cocaina è una sostanza che si estrae da una particolare pianta di origine Sud Americana, è conosciuta dall’uomo da centinaia di anni, impiegata all’inizio per combattere la depressione, defiance di tipo psicologico, astenie, iniziò a prendere una sua forma specifica come vera e propria droga a partire dagli anni Sessanta.
Viene distribuita in due modalità o sotto forma di polvere (cloridrato) dal tipico sapore amaro o in forma di scaglie o di tavolette.


È possibile iniettarla nel sangue, oppure fumarla, o ancora inalarla, in qualsiasi caso essa venga assunta provoca problemi a carico del cuore e del cervello, trattandosi di una sostanza tossica, fino a portare in taluni casi anche alla morte.
Il suo impiego innesca nel soggetto una dipendenza, che spinge a un suo consumo sempre maggiore, con ricadute non solo fisiche e psichiche ma anche economiche.


Il vaccino

Sulla rivista “Archives of general Psychiatry” sono stati pubblicati i risultati di uno studio condotto presso la Yale University a New Haven su 115 cocainomani, relativamente all’applicazione del vaccino in oggetto. Tale vaccino è da anni che è in via di sperimentazione, e in questa come in altre ricerche avrebbe dato risultati incoraggianti, dimostrandosi efficace.
Il vaccino viene somministrato tramite iniezione e la sua azione comincia grazie alla presenza di anticorpi specifici contro la cocaina che andrebbero ad agire direttamente sul sistema nervoso bloccando le risposte positive e gratificanti che normalmente scattano a seguito dell’uso della cocaina. Conseguentemente il soggetto avrebbe sempre meno necessità di cercare la cocaina, andando a diminuire gradualmente la dose.
Il cervello in sintesi è come se ergesse una sorta di barriera protettiva che non permetterebbe il passaggio della cocaina.
Ogni vaccino come si sa può avere degli effetti indesiderati, in questo caso almeno per ora non si conoscono quelli a lungo termine, ecco perché c’è ancora molto da scoprire attraverso gli studi e le ricerche in corso.



La situazione in Europa?

In Europa il vaccino si sta sperimentando da circa cinque anni, e ha raggiunto il secondo livello dei quattro predisposti.
Allo stato attuale si sta testando su cocainomani e la durata della sperimentazione varia da sei a nove mesi, poiché è questa la durata massima per ora raggiunta dal vaccino.


Che cosa succede al termine del vaccino?

Allo scadere del tempo massimo di sperimentazione (quindi nove mesi) la persona torna ad essere nuovamente sensibile nei confronti della cocaina, con un’altissima possibilità di ricaduta.
A questo proposito la maggior parte degli esperti italiani e non solo, è concorde nell’affermare che il vaccino da solo non può essere per il momento risolutivo, ma è necessaria una buona azione di sostegno a livello psicologico per capire profondamente quali siano le cause che spingono un uomo a cercare questa sostanza e a farne uso a volte in modo davvero smodato.

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lunedì 22 febbraio 2010

Afghanistan, La tragedia degli errori

Afghanistan, l'Osservatore romano: «La tragedia degli errori»

L’Osservatore romano denuncia l’ennesimo errore compiuto dalle forze Nato in Afghanistan che ha comportato la morte di 33 civili. Il giornale del Vaticano titola il servizio sulla strage: «Afghanistan, la tragedia degli errori». «Ancora una strage di civili in Afghanistan – si legge sull’Osservatore – Ieri trentatré persone, tra le quali donne e bambini, sono morte in un attacco aereo delle forze Nato, che ha colpito per errore un convoglio di veicoli. Il tragico incidente è avvenuto nella provincia di Uruzgan. L’Alleanza atlantica ha successivamente confermato di aver sparato contro tre minibus, sospettati di appartenere ai ribelli. L’Isaf ha annunciato un’inchiesta».

l'Onu: «2412 le vittime civili nel 2009»

Un atto «ingiustificabile»: in questi termini il consiglio dei ministri afgano ha condannato il bombardamento della Nato che ieri nella provincia meridionale di Uruzgan ha causato la morte di almeno 27 civili, secondo un nuovo bilancio. Il governo di Kabul ha chiesto per un’ennesima volta alla forza Nato più coordinazione e attenzione prima di procedere a operazioni militari per evitare nuove vittime innocenti. Soltanto sabato scorso, davanti al parlamento, il presidente Hamid Karzai aveva rimproverato alla Nato di non fare abbastanza per risparmiare la popolazione civile, dopo che il 14 febbraio 12 persone erano state uccise da missili sparati dalle forze straniere; il 19 febbraio, anche sette poliziotti erano stati ammazzati per errore.
Il generale Stanley McChrystal, capo delle forze statunitensi in Afghanistan, ha espresso rammarico per l’errore commesso ieri dai soldati. Secondo un bilancio dell’Onu, nel 2009 ben 2412 civili sono stati uccisi dalle cosiddette «forze alleate» nel paese orientale.

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venerdì 19 febbraio 2010

Niger. Golpe, sospesa la Costituzione

Niger. Golpe, sospesa la Costituzione e chiusi i confini

Chiusura dei confini terrestri e dello spazio aereo, coprifuoco sulla capitale Niamey, sospensione della Costituzione e scioglimento di tutte le istituzioni statali: sono queste le prime misure prese dal sedicente Supremo consiglio per il ripristino della democrazia [Csdr, nel suo acronimo francese], il gruppo di militari che ieri ha preso il potere in Niger dopo aver attaccato il palazzo presidenziale, destituito e preso in ostaggio il capo dello stato Mamadou Tandja.
Le misure sono state annunciate da un portavoce dei militari golpisti in un messaggio trasmesso dalla televisione di Stato in cui la popolazione è stata invitata «a mantenere la calma e restare unita attorno ai valori difesi dal Csdr che intende fare del Niger un esempio di democrazia e buon governo». Secondo varie fonti, Tandja si troverebbe sotto sorveglianza all’interno di una caserma e stessa sorte sarebbe toccata ai ministri sorpresi ieri nel palazzo presidenziale dove era in corso una riunione di governo. A Niamey i militari hanno creato postazioni nei pressi dei punti nevralgici della città, ma la loro presenza sembra essere rimasta relativamente discreta e, nonostante il coprifuoco, le strade non sono rimaste del tutto deserte.
In base a prime informazioni alla guida dei golpisti sono tre alti ufficiali: il colonnello Djibrilla Hima Hamidou, comandante della zona di difesa numero 1 [quella di Niamey]; il colonnello Harouna Adamou, comandante dei berretti verdi, che ha guidato l’attacco al palazzo presidenziale; il colonnello Goukoye Abdul Karim, capo dei servizi di informazione dell’esercito e portavoce dei golpisti. In seguito alla notizia del colpo di stato, l’Unione africana [Ua] e l’Onu hanno espresso parole di condanna chiedendo il ripristino dell’ordine costituzionale.
Dal 1960, anno dell’indipendenza dalla Francia, il Niger ha vissuto lunghi periodi di dittatura militare e da mesi parte dell’esercito aveva espresso in modo chiaro il suo dissenso nei confronti del presidente. Le tensioni erano aumentate in particolare dopo la scioglimento del parlamento, a giugno, e il referendum costituzionale con il quale l’ex-colonnello Tandja, al potere dal 1999, aveva prorogato il suo mandato oltre la scadenza «naturale» del dicembre scorso.
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la Valle di Susa difende tutta l’Italia

la Valle di Susa difendendo il suo territorio difende tutta l’Italia

Luca Mercalli meteorologo


A cosa serve la Tav? Quale sarà il beneficio dell'opera? Un'analisi di Luca Mercalli climatologo e presidente della Società Meteorologica Italiana


Il dibattito sulla Tav Torino-Lione sembra una contrapposizione tra un disegno ambizioso di sviluppo e una resistenza locale di un partito del No. Ma la questione è diversa. E’ naturale che il Piemonte preferisca avere un’infrastruttura moderna che non averla. E’ comprensibile che gli abitanti della Valle di Susa si oppongano ad un investimento che ritengono li danneggi, nonostante le compensazioni promesse , e che a loro non serve. Ma bisogna che qualcuno faccia un conto sul pro e contro di una decisione di spesa che riguarda il Paese intero.

La linea, per la parte di competenza italiana, costerebbe tra i 15 e i 20 miliardi di euro, come tre ponti di Messina. I contributi europei coprirebbero meno del 30% della sola tratta internazionale [la galleria di base], il resto lo pagherebbe lo Stato italiano, quello che lamenta carenza di risorse e fatica a mantenere la sostenibilità della finanza pubblica.

La domanda è allora: quale sarà il beneficio dell’opera? Gli studi disponibili mostrano che la ricaduta della TavTorino-Lione sul sistema economico italiano ed in particolare piemontese sarebbe assai limitata. La Torino-Lione consentirebbe una riduzione dei tempi di spostamento di persone e merci circa un’ora verso la Francia, ma si tratta di una quota intorno all’1% dei movimenti che si effettuano in Piemonte e meno dello 0,1% a scala nazionale. Non siamo nella situazione di centocinquanta anni fa, quando fu costruito il traforo ferroviario del Frejus. La realizzazione di quel traforo significò ridurre i tempi di spostamento da un paio di giorni, a dorso di mulo, a poche ore.

L’attuale livello di utilizzo sia dell’autostrada sia della linea ferroviaria che collegano l’Italia con la Francia è molto al di sotto della capacità che servirà per i traffici per i prossimi decenni [il Fréjus ha funzionato bene anche con livelli di traffico doppi rispetto a quelli attuali nel periodo di chiusura del traforo del Monte Bianco].

Uno spostamento di domanda dalla strada alla ferrovia, a detta degli stessi sostenitori dell’opera, potrebbe avvenire solo con l’imposizione di divieti o di prelievi fiscali aggiuntivi sul trasporto su gomma, ossia incrementando il costo del trasporto e rendendo più difficoltose le esportazioni per le nostre imprese.

Anche i benefici ambientali dell’opera sarebbero del tutto trascurabili. Considerando gli elevatissimi consumi energetici nella costruzione dell’infrastruttura, le emissioni complessive di CO2 saranno forse più elevate con la Torino-Lione che senza.

Nel complesso, non solo «il debito aggregato degli Stati italiano e francese aumenterà di 16 miliardi , ma la gestione dell’opera andrà ad accrescere il loro deficit per i successivi quarant’anni» conclude un’analisi costi-benefici dell’opera che è stata effettuata sulla base dei pochi dati a disposizione. Se ci sono analisi che forniscono risultati diversi, che vengano pubblicate.

Il Corridoio Cinque non è molto di più che un tratto di pennarello su una carta geografica e non corrisponde ad un’infrastruttura unica, con caratteristiche omogenee. Contrariamente a quanto spesso affermato, la Commissione Europea non richiede affatto che l’attraversamento delle Alpi lungo il Corridoio sia effettuato con una Linea ad Alta Velocità/Capacità. Lungo quell’asse non risultano essere in costruzione altre linee AV/AC al di fuori della tratta Torino-Lione, mentre è realizzata la Torino-Milano ed è in progettazione avanzata la Milano-Venezia. Sia ad est che ad ovest dell’Italia le merci continueranno a viaggiare su reti ordinarie, come del resto da Lione verso Parigi, perché le linee AV francesi sono state costruite per far passare solo treni passeggeri.

Questi argomenti, nonostante il lavoro dell’Osservatorio tecnico governativo appositamente costituito, attendono ancora di essere dibattuti, con sereno equilibrio.

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giovedì 18 febbraio 2010

DA GENOVA ALLA VAL DI SUSA

Spartaco Mortola, da Genova alla Valle di Susa
Un ritratto del funzionario di polizia, che da Genova è stato promosso vicequestore di Torino. Da martedì, è stato presente in più occasione sui siti dove sono in corso le trivelle per la Torino-Lione.
Nella vasta rassegna stampa sui processi seguiti al G8 di Genova, l’articolo di Marco Imarisio sul Corriere della Sera del primo novembre 2004 è fra i più curiosi. Dà notizia della prima condanna di un agente [poi assolto in secondo grado], relativa al pestaggio del ragazzo di Ostia fermato, picchiato, messo in ginocchio e poi sottoposto alle «cure», fra gli altri, di Alessandro Perugini, all’epoca vice capo della Digos [ha poi avuto un anno, con pena sospesa, nel novembre scorso].
Ebbene, in quell’articolo il giornalista riferisce che uno degli indagati, Spartaco Mortola, all’epoca dei fatti capo della Digos e nel frattempo promosso vice questore di Alessandria, viene prosciolto e reagisce così: «Era accusato – scrive Imarisio – di abuso d’ufficio, falso ideologico e calunnia per l’arresto dei manifestanti di via Barabino. Il funzionario è uscito dall’aula esultando. «Uno a zero», ha detto, agitando le braccia come dopo un gol». E’ un modo davvero singolare, diciamo così, di reagire a un provvedimento del giudice da parte di un funzionario di polizia: lascia intendere che vi sia stata un’impropria gara, nei processi su Genova/G8, fra magistrati e agenti, quindi fra funzionari del medesimo stato, e insinua parecchi dubbi su che cosa si nasconda dietro lo «zero» evocato da Mortola: forse la sconfitta dei magistrati in questo improbabile duello o il livello raggiunto dalla giustizia?
Non sappiamo come abbia reagito il dottor Mortola, nel frattempo ritenuto meritevole di un’ulteriore promozione a vice questore di Torino, agli altri processi nei quali è stato coinvolto, ma possiamo immaginare che abbia brindato alla «doppietta» messa a segno nei mesi scorsi: prima l’assoluzione al processo Diaz, insieme ad altri quindici imputati [inclusi tutti i dirigenti di grado più alto], poi al processo stralcio nel quale era imputato con Gianni De Gennaro, capo della polizia nel 2001, accusato dai pm Cardona Albini e Zucca di induzione alla falsa testimonianza del questore dell’epoca Francesco Colucci. Un bel tre a zero, insomma, ammesso che si accetti la metafora calcistica.
Va detto che il dottor Mortola ha rivestito ruoli importanti in entrambe le vicende. Essendo capo della Digos e fra i pochi funzionari genovesi, quindi capaci di muoversi in città, nella notte della Diaz – il 21 luglio 2001 – ha svolto un ruolo essenziale durante la «perquisizione» alla scuola, conclusa come sappiamo: 93 arresti arbitrari, oltre 60 persone all’ospedale, una serie di falsi impressionante [le molotov, le ferite pregresse…]. Nell’altro procedimento, Mortola era il funzionario cui si rivolgeva Francesco Colucci nelle conversazioni che i pm interpretavano come prova del tentativo di condizionare il processo [i giudici, come detto, hanno assolto sia Mortola che De Gennaro].
Il blitz alla Diaz è ormai passato alla storia d’Italia [e d’Europa] come una delle pagine più nere della polizia di Stato: non c’è bisogno d’essere stati dall’altra parte dei manganelli, quella notte, per dire che la credibilità della polizia italiana ha toccato con quell’operazione il suo punto più basso, sia per l’episodio in sé, sia per la «gestione» del processo [fra molotov che spariscono, imputati che si avvalgono della facoltà di non rispondere, pm che accusano la polizia di comportamenti omertosi]. Quanto al processo sulla testimonianza in aula del questore, diciamo che la storia, oltre alle assoluzioni [e all’esito del processo in corso contro Colucci], dovrà registrare anche il testo delle conversazioni fra lo stesso Colucci e il dottor Mortola, e anche in questo caso non siamo alle pagine migliori nella storia della polizia: la lettura delle trascrizioni è vivamente consigliata, così, per farsi un’idea, di che aria tira in polizia dopo il 2001

 http://ilsecoloxix.ilsole24ore.com/p/genova/2009/06/30/AMEaQCiC-marcia_intercettazioni_indietro.shtml


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VAL DI SUSA , LUNGA NOTTE notav

Val di Susa. Cronaca della lunga notte di Coldimosso
No Tav Autogestione


Nella notte la polizia ha caricato i No Tav a Susa. Tre persone rimangono ferite, Simone è grave, con un'emorraggia cerebrale. Dopo le cariche della polizia, i No Tav bloccano dell'autostrada e della tipografia della «busiarda», la Stampa. Questa mattina si svolge un presidio davanti alla sede della Rai a Torino, il 24 nuovo appuntamento davanti alla Stampa.
Susa_n

Martedì 16 febbraio intorno alla mezzanotte. Questa volta manca un pelo. La trivella piazzata a Coldimosso di Susa, sotto il cavalcavia che oltrepassa l’autostrada viene intercettata dai No Tav, in allerta da ore, che quasi riescono a precederla. Volano manganellate per disperdere i primi arrivati. Seguono lunghe ore di assedio, con le forze dell’ordine e gli addetti alla trivella bersagliati da palle di neve e gavettoni, mentre il tubo per l’acqua viene più volte riposizionato. La mattina successiva sul sito de La Stampa on line la solita sequela di falsità: le palle di neve diventano sassi, l’acqua orina.

Mercoledì 17 febbraio, ore 17. I No Tav si ritrovano al presidio dell’autoporto a Susa e decidono di fare una passeggiata sino alla trivella. A Torino intanto una cinquantina di No Tav si ritrovano alla stazione di Porta Susa per un presidio informativo. La stazione è blindata. Il corteo partito dall’autoporto arriva alla trivella. Qualche palla di neve e la polizia carica più volte. Cariche feroci. Chi cade viene massacrato. Un ragazzo, Simone, viene più volte colpito, cade. I poliziotti infieriscono su di lui mentre è a terra. Vomita sangue, non riesce più a muovere le gambe. Ad una donna spaccano la faccia infierendo ripetutamente sul volto, una ragazza riporta numerose ferite al capo. Molti altri guadagnano lividi ed escoriazioni.

Un No Tav grida ai poliziotti di aver puntato in modo esplicito a Simone e loro gli dicono «sì, quello lo conosciamo». Già è normale: Simone è anarchico e gli anarchici facilmente si guadagnano le attenzioni delle forze del disordine statale.

I tre feriti vengono portati all’ospedale di Susa. La donna viene operata subito, la ragazza ricucita, ma purtroppo la situazione del ragazzo ferito alla testa è più grave. Ha un’emorragia cerebrale, non sente le gambe, vomita. Viene deciso il trasferimento alle Molinette a Torino.
Il tam tam No Tav scandisce presto la notizia dei gravi pestaggi di Susa. L’appuntamento è alla rotonda di Chianocco. I No tav bloccano la statale 24, la statale 25 e l’autostrada. Sulla A32 i poliziotti vengono sommersi di urla quando arriva la notizia che sta per arrivare l’ambulanza che porta Simone alle Molinette. In breve spariscono. Una colonna di poliziotti e carabinieri viene intercettata sulla 25 e non gli viene permesso di passare: l’indignazione per quanto è accaduto è altissima. La polizia spara lacrimogeni prima di andarsene. I blocchi terminano intorno a mezzanotte e trenta.

Simone arriva alle Molinette ma nemmeno qui viene lasciato in pace. La digos entra nella sala degenze del pronto soccorso. Compagni ed amici di Simone li cacciano con energia e chiamano l’avvocato. La nuova tac effettuata mostra che le sue condizioni restano gravi ma stabili. Simone viene finalmente trasferito in reparto.

Alcuni No Tav decidono di bloccare l’uscita dei camion che portano le copie della prima edizione de La Stampa, facendo un picchetto all’ingresso, in via Giordano Bruno 84. Quando, un’ora dopo, arriva la celere il presidio si scioglie.

A Condove, in gennaio la polizia aveva spaccato il braccio di Maurizio, un No Tav che contestava la trivella, la scorsa settimana, sull’autostrada, qualche manganellata aveva lasciato il segno. Ma a Coldimosso la polizia si è scatenata. In queste ore di attesa e trepidazione per la sorte del compagno ferito, sappiamo meglio quello che abbiamo sempre saputo. I signori del Tav e i loro servitori in divisa non si fermano davanti a niente. Le lunghe ore di blocco in valle sono la risposta di un movimento che resiste e non si fa spaventare dalla violenza legalizzata degli uomini in divisa.

Nuovo appuntamento giovedì 18 febbraio alle 11, davanti alla Rai in via Verdi a Torino. Mercoledì 24 febbraio alle 17 presidio No Tav, in via Roma, davanti alla sede de La Stampa.
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lunedì 15 febbraio 2010

Via Padova. Il Naga denuncia le strumentalizzazioni ....

Via Padova. Il Naga denuncia le strumentalizzazioni

Il comunicato stampa del Naga su i fatti accaduti a Milano in via Padova il 13 febbraio:
A seguito dei fatti di via Padova è preoccupante costatare come episodi deplorevoli e luttuosi che si verificano costantemente in contesti del tutto differenti (es. tifoserie negli stadi, risse in locali notturni o tra automobilisti, ecc.) vengano automaticamente, secondo un meccanismo ben oleato, scaricati sul fronte delle problematiche legate al fenomeno migratorio.
Peraltro si continua – da ogni parte – a fare strumentale confusione quanto all’eventuale implicazione di immigrati irregolari. Sarebbe, quindi, opportuno soppesare con più lucidità ed equilibrio avvenimenti di questo tipo.
Per questo, il Naga condanna ogni strumentalizzazione avanzata da tutti i partiti e dal governo cittadino che nulla ha fatto per migliorare le condizioni sociali, abitative e lavorative dei cittadini stranieri e che continua a peggiorarle nel tentativo, purtroppo fruttuoso, di avvantaggiarsene in termini elettorali.

Per maggiori informazioni
NAGA 02 58 10 25 99 – 349 16 033 05 – naga@naga.it

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MILANO il sangue in via Padova

Milano, 13 febbraio: per chi brucia il sangue in via Padova?

Daniele Di Stefano Ass. Ya Basta! Milano – Ass. Para Todos Todo


Milano. Sabato 13 febbraio un ragazzo di 19 anni di origine egiziana è stato ucciso, sembra da giovani di origine latinoamericana. L’omicidio pare essere nato da un futilissimo motivo: un piede pestato sull’autobus. Si scatena la guerriglia urbana in via Padova, zona più multietnica della metropoli. La mobilitazione del primo marzo assume oggi ancora più senso, più urgenza. [da meltingpot.org]

Sabato 13 febbraio 2010. Alcuni di noi fanno appena in tempo a tornare in Lombardia dal seminario organizzato da Uninomade e Melting Pot, tenutosi al Tpo di Bologna, sul tema delle migrazioni. Ad accoglierli trovano una notizia terribile: a Milano, un 19enne di origine egiziana è stato ucciso, pare da giovani di origine latinoamericana, con conseguente guerriglia urbana scatenata dai nordafricani nella zona più multietnica della metropoli.

L’omicidio pare essere nato da un futilissimo motivo: un piede pestato sull’autobus, come riferiscono i due amici scampati all’aggressione, o forse del solito inopportuno apprezzamento a una donna. Ciò nonostante, un «investigatore» subito interpellato dall’Ansa sciorina le sue conoscenze sulla suddivisione per «materie» della malavita straniera [a te il racket, a me la droga, a lui la prostituzione], e sugli sgarri che portano a vendette. Viene da chiedersi a quale etnia competa il controllo dei piedi schiacciati.
Conosciamo la situazione dei giovani latinoamericani a Milano, specie di quelli che appartengono alle bande. Sappiamo quanti sforzi facciano per togliersi dalla strada, e quanto sia difficile perché la strada ti segue ovunque. Sappiamo anche che il rischio di commettere o subire violenza faccia parte della loro vita, e di come i conflitti tra bande siano generati più da semplici questioni di «prestigio» e onore, o dal machismo adolescenziale, che non da chissà quali oscure lotte di potere criminale. Sappiamo quante altre volte ciò sia accaduto all’interno delle relazioni tra bande latinoamericane: il 7 giugno 2009, a Milano, morì così David “Boricua”, che non era affatto un criminale: stava compiendo un percorso di emersione con i Latin Kings, da banda di strada ad associazione culturale.
Chi pensa che i fatti di via Padova siano generati dallo scontro per il controllo delle attività criminali, dunque, o non conosce l’oggetto delle sue investigazioni, o parla in malafede. Una malafede subito emersa dal fitto campionario della stupidità meneghina e nazionale, esemplificato dalle dichiarazioni vomitate a raffica dai politici. Ma per adesso lasciamole dal parte.

E’ sempre rischioso trarre ammaestramenti assoluti dagli episodi di cronaca, tuttavia urgono alcune considerazioni sulla situazione di profondo disagio sociale al tempo della crisi economica e della governance impossibile.
Un disagio che nella dimensione metropolitana si acuisce con il progressivo deteriorarsi della vita pubblica, generato dalle campagne d’odio in cui si profonde la cultura di destra e dalle quali si lascia tentare un vasto settore di popolazione, in maniera proporzionale al proprio smarrimento di fronte a una realtà incomprensibile, precaria.
Su come sia facile passare dallo status di disagiato a quello di violento, esiste una vasta letteratura sociologica. I giovani latinoamericani vivono in molte città europee una condizione comune, fatta di sradicamento culturale e di marginalità sociale, cui rispondono con l’attaccamento identitario ai propri simili. Non si sentono italiani, anche perché non sono trattati come tali dagli indigeni d’Esperia, ma perdono i legami con i paesi d’origine. Da questo meccanismo di adesione identitaria, di aggregazione spontanea, nasce una linea di demarcazione tra chi è con te, è tuo amico, è della tua banda, e chi non lo è. Se chi non lo è ha la tua età, vive in condizioni simili alle tue, ma non ha la tua origine o appartiene a un’altra banda, ebbene, allora può facilmente diventare un tuo nemico. Se lo vedi come un tuo nemico, il solo fatto che ti pesti un piede, o ti guardi la fidanzata, può bastare a scatenare l’aggressione.

Ma la cronaca di queste ore non si concentra sulle motivazioni dell’omicidio, bensì sulla rivolta rabbiosa dei nordafricani di via Padova, protagonisti di danneggiamenti di automezzi, scontri e devastazione di negozi. Anche per loro, la reazione è di tipo identitario: hanno ucciso uno come me, uno della mia comunità, dunque voglio vendetta. La loro logica non è forse migliore, ma nessuno può dire che non stia nelle cose.
Chi difende i nordafricani, chi difende gli stranieri? La polizia schierata a «proteggere» il corpo dell’assassino, cioè ad acuire la rabbia? Gli italiani che, si perita di annotare l’inviato Ansa, continuano indifferenti l’happy hour davanti alla scena del delitto? Le istituzioni milanesi, il cui unico vanto, frutto del machismo poliziesco del vicesindaco De Corato, è sbandierare il numero di sgomberi come fossero i centimetri di un membro priapesco? No, i nordafricani sanno di essere soli, e reagiscono perché si sentono toccati nel vivo della propria comunità: i suoi giovani. La rabbia esplode con dinamiche già viste al sud, e si accanisce sulle cose. In più, occorre notare l’incapacità delle forze di polizia nel contenere tale rabbia: cosa già vista a Milano, quando a morire fu Abba Guiebre, e gli africani ruppero i cordoni di polizia per giungere in corteo sul luogo dell’omicidio razzista. Lugubre la simbologia del sangue del cadavere, fatto bruciare in segno di vendetta. Lugubre ma efficace: la nostra metropoli brucia di rabbia per le sue ferite.

La condizione indispensabile di questo scontro, infine, è l’identitarismo razzista di buona parte della società italiana, per la quale la morte del giovane milanese non sarà quella di un cittadino ucciso da concittadini, bensì semplicemente quella di un egiziano ucciso da altri stranieri. Una società che forse invocherà gli inutili rimedi di sempre: più sbirri, più controlli, più ronde, più espulsioni, continuando così a spingere i vicini di casa [in via Padova i cittadini di origine straniera sono la maggioranza] a chiudersi nell’identitarismo.
A Bologna, c’era chi parlava di “conflittualità orizzontale”, corollario della crisi. In altre parole, stiamo parlando di una guerra tra poveri, nella quale è inutile cercare dove stia il torto. Nelle guerre tra poveri, non esistono vincitori, ma solo perdenti. Non ci sono vincitori nemmeno nell’episodio di Anagni, la rissa tra albanesi e romeni che suggella la tristezza di questo 13 febbraio.

Se proprio vogliamo cercare le responsabilità profonde, cerchiamole. Ora sì che ci tornano d’aiuto le dichiarazioni dei politici. Partiamo dalle punte di diamante della stupidità razzista: i leghisti.
Borghezio, fisso come un’icona nel suo ruolo di grasso sciacallo, parla di espulsioni di massa. Il suo collega, il milanese Salvini, torna all’idea del White Christmas: controlli ed espulsioni casa per casa. Calderoli, forse per far dimenticare di avere carnagione palesemente mulatta, attacca la politica dell’«integrazione facile». Non si capisce di cosa blaterino personaggi che comandano da anni la politica migratoria con la Legge Bossi-Fini, che governano la città, la provincia e la regione, e che hanno regalato all’Italia l’ultimo dei problemi che le mancavano, la ciliegina sulla torta: il razzismo istituzionale. La realtà è che questi sono i frutti della loro politica sull’immigrazione, come dice il buon Bersani, che però dimentica il lavoro di utile idiota svolto dal suo partito di ieri e di oggi, dalla legge Turco-Napolitano ai manifestini di Pianura.

Cicchitto scarica le responsabilità della destra, affermando che questi episodi accadono anche in Francia. Come se i cugini d’oltralpe fossero governati da un oltranzista dell’intercultura, e non da uno che, in campagna elettorale, definì «feccia» i banlieuesards trattati come bestie dalla polizia francese. Il suo virgineo collega di partito, il governatore Formigoni, ci ricorda che le nostre leggi vanno rispettate da tutti, soprattutto da chi è «ospite». Allora, dovrebbe sapere che, a trattare l’ospite come un animale, si mette a rischio, se non l’argenteria, almeno la cristalleria. No, decisamente non è possibile associare la figura di Formigoni alla tradizionale ospitalità mediterranea.
Eccoli, per chi li vuole cercare, i corresponsabili di questo e altri episodi. Altro che integrazione facile. Sono loro, le prime galline che hanno cantato, quelle che hanno deposto l’uovo dell’intolleranza. Invocano classi ponte, tetti del 30 per cento, ronde di onesti picchiatori, respingimenti in mare, in nome di un concetto di cittadinanza che assomiglia paurosamente a quello di identità tribale. Finché gente così avrà in mano le leve del potere, non ci sarà nulla di facile. E il fatto che ciò sia controproducente anche nell’ottica della politica securitaria, è ben magra consolazione per noi che la avversiamo.

Qualcuno potrebbe pensare che questo episodio affosserà le intenzioni di tutti quelli che si stanno impegnando nella costruzione della giornata del 1 marzo, la prima mobilitazione migrante in termini di sciopero sociale. Ma sarebbe un errore frutto di emotività. La mobilitazione, anzi, assume oggi ancora più senso, più urgenza. Occorre dimostrare quanto l’economia italiana dipenda dal lavoro migrante, quanto sia impossibile trasferire su cinque milioni di migranti la responsabilità di singoli momenti di degenerazione sociale, quanto sia necessario scacciare la paura che ronza nella testa degli italiani.
Non ci si nasconda dietro il «protagonismo migrante» o dietro le logiche sindacali, per sottrarsi alla responsabilità di costruire tutti una giornata senza di noi, cioè anzitutto una giornata con noi, vecchi e nuovi italiani, chiamati a vivere in una società meticcia. Una società nella quale se il migrante non ha diritti ne avrà meno anche l’indigeno italiano, nella quale il controllo dei corpi e della vita, la subordinazione della società agli interessi economici e la perdita del senso della realtà minacciano tutti, e dunque esigono una risposta ben al di là dell’appartenenza etnica e della normale prassi sindacale di astensione dal lavoro.

Milano inizierà questo percorso di emersione delle istanze meticcie già sabato 20 febbraio con il corteo del Samedi Gras, attraverso una festa condivisa che oltrepassi le appartenenze culturali. Un percorso che ci porterà al 1 marzo, al quale chiamiamo a raccolta tutti, compresi i cittadini nordafricani di via Padova.
Così, secondo noi, vanno incanalate la rabbia e la frustrazione: in un momento di rivendicazione moltitudinaria che ampli il concetto di cittadinanza nella maniera discussa da Uninomade a Bologna. Il terreno della cittadinanza, d’ora in poi, sarà quello nel quale si dispiegheranno le giuste rivendicazioni di chi è consapevole dei propri diritti. Un terreno che ci permetta di affermare [nordafricani, latinoamericani, europei dell’est e dell’ovest, asiatici e mediterranei], così come da anni rivendichiamo di essere tutti clandestini, che siamo tutti milanesi, siamo tutti italiani.

Daniele Di Stefano Ass. Ya Basta! Milano – Ass. Para Todos Todo

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sabato 13 febbraio 2010

Militarizzazione in America latina

Militarizzazione in America latina

Orsetta Bellani


Un articolo uscito sull'ultimo numero della rivista Solidarietà internazionale, per fare il punto sulla strategia militare di Washington verso il Sud.

La politica di Obama per l’America Latina è la stessa delle precedenti amministrazioni: assicurare la presenza nella regione dei militari e delle industrie nordamericane attraverso atti apparentemente filantropici, come l’elargizione di aiuti.
Ne è un chiaro esempio il Plan Colombia, accordo di cooperazione militare tra Colombia e Stati Uniti. Promosso da Clinton come strumento capace di incidere sulle cause strutturali del narcotraffico, il piano non prevede in realtà una strategia capace di ridurre la domanda di droga: l’80 per cento dei 550 milioni di dollari che riceve annualmente è infatti destinato al settore militare. Questo perché in realtà lo scopo dei due governi è rafforzare l’apparato repressivo, in modo da avere un maggiore controllo non solo su guerriglie come le FARC, ma anche sui movimenti sociali contrari alla politica di Uribe.
Che la generosità nordamericana non sia disinteressata si evince chiaramente dalla legge statunitense che approvò il finanziamento al piano, la quale prevede la necessità di «insistere affinché il governo colombiano completi le riforme urgenti di apertura totale della sua economia per gli investimenti e il commercio estero, in particolare per l’industria petrolifera». Aprire l’economia colombiana significa permettere alle imprese statunitensi di investire nel paese, e consentire loro lo sfruttamento delle sue risorse naturali.
Il Piano ha inoltre preparato il terreno all’accordo che, a partire dal novembre 2009, permette alla potenza nordamericana l’utilizzo di 7 basi militari colombiane, causando la preoccupazione della maggior parte dei governi della regione, convinti che l’ingerenza statunitense possa attentare alla loro sovranità ed integrità.
Simile al Plan Colombia è l’Iniziativa Mérida, da molti chiamato «Plan México», che prevede investimenti da parte degli Stati Uniti in Messico e nei paesi Centroamericani per rafforzare la lotta contro il narcotraffico. Come in Colombia, l’accordo ha spianato la strada a successive esperienze di «cooperazione militare»: Panama ha infatti annunciato la costruzione di undici basi, causando l’ira di Chavez, convinto che verranno utilizzate dagli Stati Uniti.
Per quanto riguarda il Messico – principale beneficiario dell’omonimo piano – il Congresso statunitense stabilì di condizionare la consegna del 15 per cento dei fondi a criteri di trasparenza in materia di diritti umani, viste le numerose violazioni commesse dai militari messicani. Gli Stati Uniti hanno quindi stabilito, attraverso un sottile atto di ipocrisia che, anche nel caso in cui vengano documentate violazioni dei diritti umani da parte delle autorità messicane, queste potranno godere dell’85 per cento dei 1.100 milioni di dollari previsti dal piano. Nonostante le proteste da parte di numerose Ong, ad agosto Obama ha annunciato la liberazione completa dei fondi per il Plan México.
La violenza dell’esercito messicano non colpisce solo i narcotrafficanti. Come in Colombia, la militarizzazione in Messico viene portata avanti per consentire alle autorità una più stretta sorveglianza sui movimenti sociali, essenziale al mantenimento dello status quo in un paese che può già contare su riuscite esperienze di autonomia, di cui la zapatista è solo un esempio.
L’idea che sia necessario creare una cortina per proteggere gli Stati Uniti è contenuta sia nell’Alleanza per la Sicurezza e la Prosperità dell’America del Nord [Aspan] che nel Progetto Mesoamerica, versione militarizzata del Plan Puebla Panamà. Questo «perimetro di sicurezza» deve arrivare fino a Panama, in modo da isolare il paese Nordamericano dalla minaccia rappresentata dalle esperienze izquierdiste latinoamericane, in particolare dal contagioso «socialismo bolivariano» di Chavez.
La militarizzazione di Messico, Centroamerica e Colombia è infatti parte di una strategia di ampio respiro della geopolitica statunitense: conquistare una maggiore sorveglianza sui propri confini e il controllo dell’America Latina. Attraverso questa chiave di lettura possiamo comprendere la finalità di molte scelte degli Stati Uniti, come il riconoscimento delle elezioni che in novembre hanno legittimato il governo golpista in Honduras. In un programma televisivo honduregno, il generale golpista García Padgett ha affermato: «Il nostro paese è parte di un piano generale, il Plan Caracas, il cui obiettivo è arrivare fino al cuore degli Stati Uniti. L’Honduras ha fermato questo piano che vuole portare fino al cuore degli Stati Uniti un socialismo, un comunismo, un schavismo travestito da democrazia».

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Dipartimento della Protezione Civile

Il Protettore
Enzo Mangini


C’è preoccupazione, a via Ulpiano. Nel quartiere generale del Dipartimento della Protezione le bocche sono cucite. L’allarme emergenza neve a Roma arriva provvidenziale a distogliere per qualche secondo l’attenzione dalle notizie, dalle indagini, dalle voci. Per un’emergenza come questa, il Dipartimento non è attrezzato. Anzi.
Il rischio è che, a valanga, la caduta di Guido Bertolaso trascini con sé l’intera struttura. E’ vero che il Dipartimento nella sua forma attuale è una creatura di Bertolaso, ed è altrettanto vero che ora dirigenti e personale rischiano di pagare la personalizzazione del ruolo e del potere del «supercommissario», mai apertamente contestato se non dalle organizzazioni sindacali di base dei Vigili del fuoco, che da mesi denunciano, protestano, discutono.
Quando si è trattato di rintuzzare le critiche, arrivate fin dalla gestione dell’emergenza Tsunami, e più ancora durante i giorni successivi al terremoto che ha distrutto L’Aquila, «il capo» non ha esitato a farsi scudo – politicamente e mediaticamente – delle centinaia di migliaia di volontari che sono il cuore e le braccia del Dipartimento. Grazie alla costruzione di una perfetta regia televisiva [Porta a porta, per esempio] era passata l’idea che criticare la Protezione civile volesse dire criticare le donne e gli uomini che generosamente si attivano quando capita qualche catastrofe. Era vero, invece, l’esatto contrario. Carta lo ha scritto proprio a ridosso del terremoto aquilano, verificando le operazioni e, soprattutto, la procedura che ha portato alla scelta di spendere la gran parte dei [pochi] soldi della ricostruzione per i moduli C.a.s.e.
In dieci anni, dal Giubileo del 2000 [sindaco di Roma Francesco Rutelli, suo grande amico] Guido Bertolaso era riuscito, evento dopo evento, fondo dopo fondo, commissariamento dopo commissariamento, a trasformare la Protezione civile, fino quasi a farle subire una mutazione genetica. Dalla risposta alle emergenze più o meno prevedibili, il core business dei vertici del Dipartimento si è sempre più spostato verso la gestione dei «grandi eventi», anche quando erano tali solo per la legge e i relativi fondi, come per esempio le visite del Papa fuori da Roma.
Durante l’emergenza Tsunami, per la prima volta, la Pc si era messa gestire gli appalti per la ricostruzione, soprattutto in Sri Lanka, area scelta per l’intervento italiano. Già allora molte Ong avevano storto il naso e sollevato obiezioni, visto che, istituzionalmente, il Dipartimento avrebbe tutt’altri compiti. La polemica è tornata a proposito di Haiti, perché nel frattempo la Protezione civile è riuscita con disinvoltura a «sfilare» alla Farnesina la competenza e la regia degli interventi fuori dai confini nazionali.
Non è in discussione la capacità del Dipartimento di rispondere presto e bene alle emergenze. Si tratta, e anche le inchieste trattano, di quello che emergenza non è. Cioè proprio il punto su cui più di uno, anche dall’interno del Dipartimento, aveva masticato amaro. Ed è, guarda caso, proprio il punto su cui l’eventuale trasformazione della Protezione civile in s.p.a. lascerebbe mano più libera ai capi.
A via Ulpiano, della s.p.a. ufficialmente sanno poco. Se sanno, preferiscono non sbilanciarsi. E’ prematuro parlarne, dicono. Due settimane fa, però, c’è stato un incontro tra i vertici del Dipartimento e le principali organizzazioni di volontariato che fanno parte della struttura operativa. Quelli che vanno a scavare, a recuperare macerie e corpi. Dai capi, non è arrivato alcun chiarimento sulle conseguenze, legislative e operative, dell’eventuale trasformazione in s.p.a. Più di un’associazione si chiede come sarà possibile conciliare l’essere volontari con la «natura privatistica» della nuova Protezione civile. La risposta, informale, dei vertici del Dipartimento è stata che dal punto di vista operativo non cambia nulla. L’impatto principale della trasformazione in s.p.a. sarebbe, se il decreto venisse approvato così com’è, sul «post-emergenze». Sulle ricostruzioni, sugli appalti.
Il modello, se ce n’è uno, è L’Aquila. La Protezione civile, anzi Guido Bertolaso ha deciso che lì bisognava sperimentare i moduli C.a.s.e, progettati dalla Protezione civile, da costruire con appalti decisi dalla Protezione civile, nelle aree individuate dalla Protezione civile. Nemmeno Peter Sellers nel Dottor Stranamore riusciva a fare così tante parti.
Al di là del merito dell’inchiesta, prima o poi qualcosa doveva succedere, commenta un funzionario. Come se parlasse del maltempo, del rischio idrogeologico, dell’ennesima frana. Anziché guardare fuori, però, si guarda attorno.

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Cialente: L'Aquila oggi è una città fantasma

Il sindaco Cialente: «L'Aquila oggi è una città fantasma»

I nuclei familiari di almeno due persone «sono sistemati o lo saranno a breve, il vero problema sono i single, soprattutto anziani, per i quali non c’è alcuna soluzione». Il sindaco de l’Aquila, Massimo Cialente, lancia l’allarme, in occasione, a Palazzo Chigi, della firma dell’accordo per gli aiuti del governo giapponese. A dieci mesi dal sisma «non riusciamo a far capire a chi non è mai venuto all’Aquila quale è l’esatta dimensione della tragedia: l’Aquila attualmente è una città fantasma, completamente distrutta nel suo centro storico, l’economia è completamente paralizzata». Riguardo alle abitazioni, «si entra solo nelle case del progetto del governo ‘Case’, nei Map, ma ancora migliaia di persone non hanno una casa, sono sulla costa e manca ogni ipotesi per sistemare 1.300 persone». Insomma, «abbiamo bisogno ancora di molto aiuto dal governo».
Firmando l’accordo da 5 milioni e 750 mila euro, l’ambasciatore giapponese in Italia Hiroyasu Ando evidenzia che il Palazzetto dello sport che sarà realizzato a l’Aquila potrà essere «utilizzabile anche per grandi eventi e fungere da rifugio», perché sarà realizzato «con l’avanzata tecnologia antisismica giapponese». Cialente riconosce al Giappone di «esserci sempre stato vicino». Due le opere donate dal paese nipponico: un auditorium che «sarà al servizio – riferisce Cialente – del conservatorio che siamo riusciti a ricostruire in pochissimi mesi, rivolto ai giovani», e il Palazzetto dello sport, «vista la situazione disperata degli impianti sportivi, occupati dalle tendopoli da 10 mesi e ancora non troviamo i fondi per sistemarli».


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giovedì 11 febbraio 2010

No alla protezione civile S.p.A.

Dall'Aquila parte l'appello «No alla protezione civile S.p.A.»

Comitato 3 e 32


Pubblichiamo l'appello nazionale presentato il 24 gennaio dal Comitato 3 e 32

C’è poco tempo per impedire la privatizzazione delle emergenze; per impedire che il governo porti a compimento l’opera di snaturamento di uno strumento fondamentale, in un paese a rischio come il nostro, la Protezione civile. Con l’obiettivo di governare il territorio, fuori da ogni controllo democratico, sfruttando le emergenze.
Il decreto legge del 30 dicembre 2009 stabilisce la costituzione della Protezione Civile Servizi S.p.A. Si afferma che ciò viene fatto per «garantire un risparmio di tempi e risorse negli interventi del Dipartimento». In verità, si costituisce una società di diritto privato ma a capitale interamente pubblico, che può agire da general contractor, detenere immobili, produrre utili, dirigere lavori: si privatizza, così, la gestione delle emergenze e quella dei grandi eventi. Introducendo gravi elementi di discrezionalità nella gestione di ricchi appalti. Sottraendo al Parlamento, alla rete del volontariato, alle organizzazioni dei lavoratori, agli enti locali il controllo sulle azioni della Protezione Civile. Il soccorso diventa un business direttamente gestito dalla Presidenza del Consiglio dei ministri.

Nello stesso decreto, inoltre, si procede ad assunzioni di dirigenti fidati con i fondi destinati ai cittadini aquilani e Vigili del fuoco dal decreto Abruzzo. Si decide l’acquisto dell’inceneritore di Acerra, pagando coi soldi dei cittadini un’impresa che ha gravemente contribuito all’emergenza rifiuti campana. Lasciando intatte tutte le deroghe ai codici ambientali, che permettono di realizzare discariche non a norma e di bruciare il «tal quale».

In questi anni la Protezione Civile ha dismesso il suo ruolo originario. Ha tralasciato la previsione e prevenzione degli eventi calamitosi, lo dimostrano le numerose alluvioni e frane di quest’anno [Messina, Pisa, Liguria, Ischia]. Ha gestito appalti per centinaia di milioni di euro per i grandi eventi [G8 from La Maddalena to L’Aquila, Mondiali di nuoto di Roma, giochi del Mediterraneo di Pescara]. Ha permesso a sindaci e presidenti di regione di gestire il territorio con poteri commissariali, sottratti al controllo degli organi elettivi. Ha affrontato con strumenti militari, e in spregio a tutte le norme riguardanti ambiente e salute, l’emergenza rifiuti in Campania, contribuendo all’avvelenamento del territorio. Ha imposto a L’Aquila una gestione centralizzata e militarizzata dell’emergenza, lasciando, ancora oggi, 9 mila sfollati negli alberghi sulla costa e imponendo il Piano C.A.S.E., che produrrà gravi danni all’assetto urbanistico e al tessuto sociale della città. Oggi la Protezione Civile sbarca ad Haiti, allo scopo di procurare appalti per la nuova S.p.A. e di conquistare un ruolo nel conflitto tra potenze mondiali giocato sulla pelle dei terremotati.

Contemporaneamente, con ordinanza di Protezione Civile, si decide di gestire l’emergenza carceri prevedendo la costruzione di ulteriori 27 strutture detentive sul «modello L’Aquila».
Temiamo che con questi strumenti domani si potranno gestire le grandi inutili opere volute dal governo o la costruzione di centrali nucleari.

Non è questa la Protezione Civile che ci serve. Per questo vogliamo lanciare una grande campagna nazionale, coinvolgendo partiti, sindacati, associazioni, la rete del volontariato, enti locali e comitati dei cittadini. Per impedire che la Protezione Civile si trasformi in S.p.A. e per trasformare la Protezione Civile in uno strumento democratico di autoprotezione, utile a sostenere l’unica grande opera di cui il Paese ha bisogno: la messa in sicurezza del territorio.

Per adesioni: noallaprotezionecivilespa@gmail.com

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martedì 9 febbraio 2010

A chi serve il golpe in Honduras

A chi serve il golpe in Honduras

Giuseppe De Marzo A Sud


Sparito dal radar dei grandi media, l'Honduras si avvia a una «normalizzazione» liberista in cui non è difficile trovare i beneficiari del golpe.

Ma che succede adesso in Honduras? Com’è cambiata la situazione per la popolazione? Il «golpe» perfetto, com’è stato definito dagli strateghi del nuovo secolo americano, quali ripercussioni avrà in Centro America?
Di sicuro le ripercussioni immediate sono per la popolazione civile e per i movimenti sociali, dapprima criminalizzati e ora costretti a immaginare la giustizia in un paese dove la giustizia è stata seppellita da un colpo di stato in piena regola. Perché la comunità internazionale non è intervenuta realmente? Si, ci sono state le condanne di rito nei primi giorni. Ma presto la «real politik» ha preso il sopravvento. E cosa nasconde la real politik? Che vuol dire? Che a un continente prevalentemente a sinistra si sommasse anche un paese del centro america con un liberale innamorato di Chavez e pronto a costituire con lui accordi commerciali attraverso criteri nuovi come l’Alba, questo era inaccettabile per una serie di interessi economici legati al commercio ed al settore estrattivo. Questo vuol dire.
Quindi la real politik si «traduce» per i non udenti così: il prevalere degli interessi economici ed energetici del capitale transnazionale, quasi sempre legato agli interessi geopolitici statunitensi ed europei. Questa è sicuramente una delle motivazioni che hanno portato al colpo di stato contro Zelaya. Adesso c’è da chiedersi se noi italiani abbiamo o meno avuto un ruolo e di che tipo, in questo balletto. Per capirlo non dobbiamo certo ascoltare le parole confuse del ministro degli esteri Franco Frattini, sempre più assomiglianti ad un registratore scassato degli anni ’50, ma dobbiamo cercarle nelle camere di commercio e nelle denunce fatte dalla società civile honduregna. Scopriremmo subito diversi interessi italiani dietro il colpo di stato in Honduras. Come quelli della Goldlake Group con sede a Gubbio, oltre che in Gran Bretagna, che si vanta di investire ingenti somme nelle attività minerarie in Honduras.
Il gruppo è controllato dalla Gold, la holding di proprietà di Franco Colaiacovo: la Franco Colaiacovo Gold Sapa e Gold Holding Srl. Questo personaggio controlla molte attività, tra cui una grossa percentuale delle imprese dei primi produttori italiani di cemento e calcestruzzo – la Colacem e la Colabeton-, la metà delle azioni della Nextrend, che a sua volta controlla una quota di un fondo di investimento specializzato in beni di lusso, ed altro ancora.
Apprendiamo dalle cooperative agricole «Union y Esfuerzo» di Agalteca, nell’oriente honduregno, che la Goldlake Group e la sua sussidiaria locale Five Star Mining, stanno provocando enormi danni non solo alla cooperativa ma a tutta la comunità, a causa degli impatti degli scavi. Rigo Martin Lopez, della cooperativa, denuncia come gli scavi arrivino a intaccare le coltivazioni ed i fiumi da cui si riforniscono per i progetti di irrigazione e di acqua potabile per la comunità. Progetti tra l’altro finanziati da organismi internazionali per sostenere le attività della comunità.
La concessione della Goldlake era di sette ettari. Grazie al colpo di stato la compagnia si è fatta aumentare l’area degli scavi, distruggendo la vegetazione ed il bosco circostante e facendo diminuire la portata del fiume, vitale per le attività economiche e non solo della comunità. A questo si sommano gli impatti dei molti camion impiegati per le attività dell’impresa italiana, con i loro continui passaggi per trasportare materiali.
La cooperativa racconta che i lavori sono iniziati già otto anni fa e che la Goldlake Group abbia acquisito da un imprenditore honduregno il 50 per cento della concessione mineraria. Pare che il dirigente italiano sul posto, Alessandro Morroni, abbia da subito deciso di chiudere qualsiasi dialogo con la comunità, dimostrando di non avere il benché minimo rispetto per i diritti dei locali.
Ma non c’è la centralità della persona tra i principi fondanti della Gold Holding, insieme alla responsabilità sociale d’impresa? Siamo anche questa volta costretti a ricordare ai vari Morroni sparsi per il globo quali siano i loro doveri? Oppure siamo ancora una volta tornati in splendido isolamento politico a denunciare la totale inefficacie e sterilità dei principi tanto decantati dalle multinazionali italiane come Eni, Fiat, Telecom, Enel, Acea, Benetton e così via? E quindi, diamo il benvenuto anche alla Goldlake Group ed al signor Colaiacovo nell’olimpo degli «italiani brava gente del mondo». Questi che concretamente rendono ogni giorno peggiore l’immagine dell’Italia nel mondo e che contribuiscono a distruggere dovunque la casa comune in nome del loro unico credo, il profitto.
Questi «compatrioti» non ci piacciono per nulla e preferiamo invece stare dalla parte della cooperativa perché difende un’idea della democrazia della terra di cui dovremmo essere tutti portatori. Il Codeh –Comitè para la Defensa de los Derechos Humanos en Honduras, sta seguendo il caso dopo che per 38 giorni la comunità ha impedito fisicamente l’accesso dei camion alla compagnia, mentre alcuni dei componenti della cooperativa denunciavano l’impresa italiana per aver tentato di corrompere alcuni dirigenti della comunità. Alla fine è intervenuta la polizia honduregna a reprimere la comunità ed a difendere gli interessi dell’impresa italiana.
A chi ha giovato dunque il colpo di stato in Honduras? Signor Coliacovo, a lei di sicuro. Alla gente comune, ai contadini, agli indigeni ed alle comunità honduregno per nulla.

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FACEBOOK CENSURA I NO TAV

Facebook censura i No Tav

Il profilo su Facebook del comitato No Tav Susa-Mompantero è stato disattivato. «Il nostro profilo non ha mai pubblicato scritti o foto che fossero osceni, offensivi o inneggianti la violenza. Non si capisce quindi questa censura da parte di Facebook – dicono i No Tav – Forse si è voluto mettere il silenziatore a un profilo particolarmente attivo che aveva raggiunto i 5.000 iscritti e che affrontava quotidianamente la questione della lotta all’alta velocità in Val di Susa, ma non solo». Per questo, contando su una sollecita risposta, i No Tav hanno inviato una lettera di protesta a Facebook, preoccupati che la cosa possa degenerare. «Sappiamo che anche il profilo di Ambientevalsua ha subito la stessa sorte e temiamo che in un prossimo futuro possa avvenire lo stesso anche con il profilo degli altri Comitati».

A KIEV : L'ARANCIONE NON E' PIU' DI MODA

A Kiev l'arancione non è più di moda

Nicola Melloni Università di Oxford


Le elezioni di domenica 7 febbraio confermano i limiti di una «rivoluzione» democratica piena di ombre.

Cinque anni fa, mentre il mondo del giornalismo e della politica inneggiava alla nuova rivoluzione democratica nell’Est post-Sovietico, quella dell’Ucraina arancione, Carta sollevava più di un dubbio. Chi c’era veramente dietro quella rivolta? Certo, forze popolari che chiedevano più trasparenza e, soprattutto, una vita migliore. Ma non solo. C’erano soprattutto interessi economici, oligarchi e pure lo zampino di qualche apparato di sicurezza occidentale interessato ad aver un governo amico al confine con la Russia. L’avevamo detto, la cosiddetta rivoluzione arancione porterà solo grande delusione al popolo ucraino. Molte erano le aspettative, nessuna è stata rispettata. La cronaca degli scorsi anni è stata prevedibile: scandali, corruzione, il fronte arancione diviso tra «l’idealista» Viktor Yuschenko e la molto più pragmatica [e immensamente ricca] Yulia Tymoshenko che, descritta inizialmente come la «pasionaria» del movimento si era attestata velocemente su una linea molto più pragmatica, perché in fondo, si sa, pecunia non olet. Continue crisi di governo ed elezioni anticipate avevano gettato i supporters arancioni nello sconforto.
Di conseguenza i risultati del primo turno delle presidenziali, il mese scorso, non erano stati una sorpresa per nessuno degli osservatori che nel 2005 esaltavano il filo-occidentale e democratico Yushenko. Il presidente uscente, scampato ad un tentativo di avvelenamento e acerrimo rivale di Putin, aveva ottenuto un misero 5 per cento. L’Ucraina ed il popolo arancione gli avevano voltato le spalle, stanchi delle tante parole mai seguite dai fatti di questi ultimi anni. Tymoshenko era riuscita ad arrivare al ballottaggio, seguendo a distanza l’immarcescibile Viktor Yanukovich, lo sconfitto ed umiliato cinque anni fa che si ripresentava con parole diverse ma con sostanzialmente la stessa linea: rapporti cordiali con la Russia, rappresentanza degli interessi delle regioni [e degli oligarchi] dell’Est del paese. Il secondo turno di domenica 7 febbraio ha confermato il primo turno. Yanukovich vince, ma non stravince. Nelle ultime settimane Tymoshenko ha provato di nuovo ad indossare l’abito arancione, con qualche successo. Il gap che era previsto rimanere di oltre 10 punti, come già al primo turno, si è assottigliato notevolmente. I risultati quasi ufficiali parlano di due o tre punti percentuali di distacco. Questo permetterà a Tymoshenko di gridare al complotto e a non riconoscere il risultato delle urne. Con quali possibilità di ripetere gli eventi del 2005? Difficile stabilirlo, ma il disincanto della popolazione ucraina sembra indicare che una riedizione della «rivoluzione democratica» sia improbabile.
Gli osservatori internazionali che un grande ruolo avevano giocato nelle scorse elezioni presidenziali denunciando i brogli pro-Yanukovich si sono al momento tenuti silenziosi. La Bbc parla di elezioni sostanzialmente corrette, il che sarebbe poi forse il miglior lascito della stagione arancione. D’altronde che sia l’opposizione a falsificare i risultati pare davvero improbabile. E lo stesso presidente Yuschenko non ha al momento parlato di brogli e sembra davvero difficile che possa sostenere Yulia Tymoshenko da lui considerata come una vera e propria traditrice del movimento democratico.
In America, Obama sembra assolutamente disinteressato alle sorti dell’Europa, avendo ben altri problemi cui pensare. Mentre una parte consistente della «vecchia» Europa sembra larvatamente tifare per Yanukovich o quantomeno è indifferente alle sorti dell’Ucraina. L’entrata nella Unione europea non è mai stata neanche presa in considerazione e la rivoluzione arancione ha creato solo una lunga serie di grattacapi a Roma e Berlino, a causa delle continue liti tra Russia e Ucraina e le conseguenti interruzioni nelle forniture di gas naturale. Anche Tymoshenko sembra aver preso coscienza della situazione e gli appelli anti-russi delle ultime ore prima del voto sono sembrati solo una ultima, disperata arma, per di più abbastanza spuntata. Quel che invece è sicuro è che, chiunque infine prevalga, per gli ucraini le cose cambieranno poco. Economia in recessione, oligarchi sempre più ricchi e il rimpianto di un’illusione comunque destinata a rimanere tale.

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giovedì 4 febbraio 2010

Nucleare. Il Governo attacca le Regioni

Nucleare. Il Governo attacca le Regioni

Eleonora Formisani


Il Consiglio dei ministri ha deciso di impugnare dinnanzi alla Corte Costituzionale le leggi regionali di Puglia, Campania e Basilicata che impediscono l'installazione di impianti nucleari. Il Governo cerca di frenare la crescente opposizione all'atomo di molte Regioni. Vendola: «La Puglia sarà la regione più disobbediente d’Italia»
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«Ci sono molte imprese che non sono più in grado di sopportare l’eccessivo costo dell’energia elettrica in Italia. Se avessimo una quota di energia nucleare non avremmo questi problemi, i posti di lavoro sarebbero tutelati e potremmo eliminare uno dei fattori più importanti che riducono la competitività del Paese». A dirlo, pochi giorni fa [31 gennaio] in una intervista all’Unità era Claudio Scajola, ministro dello Sviluppo economico.
Ed ecco che oggi arriva la notizia: il Consiglio dei ministri, su proposta del ministro Scajola, ha deciso di impugnare dinnanzi alla Corte Costituzionale le leggi regionali di Puglia, Campania e Basilicata che, di fatti, impediscono l’installazione di impianti nucleari nei loro territori. «L’impugnativa delle tre leggi è necessaria per questioni di diritto e di merito», ha dichiarato il ministro dello Sviluppo, Claudio Scajola. Continua il ministro: «Le tre leggi intervengono autonomamente in una materia concorrente con lo Stato [produzione, trasporto e distribuzione di energia elettrica] e non riconoscono l’esclusiva competenza dello Stato in materia di tutela dell’ambiente della sicurezza interna e della concorrenza [art. 117 comma 2 della Costituzione]». E infine aggiunge: «Non impugnare le tre leggi – continua – avrebbe costituito un precedente pericoloso perché si potrebbe indurre le Regioni ad adottare altre decisioni negative sulla localizzazione di infrastrutture necessarie per il Paese».

Il Governo cerca di frenare un’opposizione sempre più crescente da parte delle Regioni al decreto legislativo che individua i nuovi impianti. La scorsa settimana infatti dalla Basilicata, Calabria, Molise, Puglia, Lazio, Umbria, Toscana, Marche, Emilia Romagna, Liguria, Piemonte, Sicilia, Sardegna e dalla Campania è arrivata la bocciatura al decreto attuativo. Il parere negativo è stato dato tranne che da Veneto e dal Friuli Venezia Giulia [anche se oggi il presidente della Regione Renzo Tondo ha ribadito che il Friuli Venezia Giulia non ha alcuna intenzione di insediare impianti nucleari sul proprio territorio]; la Lombardia si è astenuta in attesa del pronunciamento della Corte Costituzionale, alla quale hanno presentato ricorso undici Regioni.

Per Legambiente quello del Governo non sarebbe altro che « un atto che mira a frenare preventivamente ulteriori decisioni regionali in tal senso’», Così ha commentato Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente, che continua «E’ assurdo che un Governo che ha fatto del federalismo la sua bandiera continui invece a centralizzare in modo arrogante e militarista le decisioni inerenti alle politiche energetiche, in totale spregio della Costituzione, delle scelte regionali e delle opinioni dei cittadini».

Secondo il presidente dei Verdi, Angelo Bonelli « Quello che il governo ha fatto è un atto da regime direi anche fascista. Uso queste parole – ha spiegato – perché quando un governo impugna leggi fuori dalla Costituzione solo perché le leggi che le Regioni hanno fatto non sono in coerenza con i principi e le volontà politiche ed ideologiche di questo governo, siamo fuori dalla democrazia in questo paese». E aggiunge: «E’ necessaria una grande ribellione da parte dei cittadini a un governo che ha deciso, per portare le centrali nucleari nel nostro paese, di utilizzare anche l’esercito»

«Sul nucleare si sta aprendo un conflitto istituzionale e la posizione del governo denota “una grande debolezza”», commentano i senatori del Pd, Roberto Della Seta e Francesco Ferrante.

E sulla questione non poteva mancare l’intervento di Niki Vendola, neocandidato per il centrosinistra alla Regione Puglia, che pochi giorni fa ha promesso battaglia contro le centrali nucleari nella sua regione, ha ribadito che la Puglia «sarà la regione più disobbediente d’Italia e continuerà a dire no al nucleare».q
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Fiat. Marchionne , Smetteremo di produrre a Termini Imerese

Fiat. Marchionne: "Smetteremo di produrre a Termini Imerese"

‘’La decisione di smettere di produrre a Termini Imerese e’ stata presa, ma siamo pronti a fare la nostra parte, a farci carico, insieme al governo, dei costi sociali di questa scelta. Cerco il dialogo e chiedo di mettere da parte la dietrologia: nella decisione di fermare le fabbriche per due settimane non c’e’ nessuna provocazione e nessun ricatto’’. L’ad della Fiat, Sergio Marchionne, lo spiega in un’intervista a ‘La Stampa’.
‘’Non possiamo piu’ permetterci di tenere aperto un impianto che da troppi anni funziona in perdita spiega Marchionne produrre un’auto li’ costa fino a mille euro in piu’ e piu’ ne facciamo e piu’ perdiamo. Non e’ piu’ in grado di stare in piedi. Per assurdo, per noi sarebbe piu’ conveniente continuare a pagare tutti i dipendenti fino alla pensione tenendoli a casa. Abbiamo studiato ogni possibile soluzione di produzione alternativa, dai motori ai componenti, ma si continerebbe a perdere’’.
Sull’ipotesi di nuovi incentivi per l’auto anche nel 2010, Marchionne ribadisce di essere ‘’agnostico: il governo faccia la sua scelta e noi accetteremo senza drammi. Ma abbiamo bisogno di decisioni in tempi brevi e di uscire dall’incertezza, poi saremo in grado di gestire il mercato e la situazione qualunque essa sia’’.


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martedì 2 febbraio 2010

Rapporto di Msf sui centri per migranti

Il rapporto di Msf sui centri per migranti

Enzo Mangini


Cie, Cara e centri d'accoglienza: i centri per migranti in Italia sono segnati da inefficienze, servizi inadeguati e poca trasparenza. Medici senza frontiere fotografa una realtà che ministero e associazioni di gestione preferiscono non far conoscere.

Servizi scarsi e scadenti, strutture a volte completamente inadeguate, dove è impossibile garantire condizioni di dignità. È il quadro che emerge da «Al di là del muro», il secondo rapporto di Medici senza frontiere sui centri per migranti, presentato oggi a Roma in una conferenza stampa all’associazione stampa estera.
Il primo rapporto era stato redatto da Msf cinque anni fa; questa seconda edizione è basata su 21 visite condotte da Msf tra il 2008 e il 2009 nei Centri di identificazione ed espulsione [Cie], nei Centri assistenza richiedenti asilo [Cara] e nei Centri di accoglienza [Cda] sparsi per la penisola. «Rispetto alle visite condotte nel 2003 poco è cambiato, molti sono i dubbi che persistono, su tutti la scarsa assistenza sanitaria, strutturata per fornire solo cure minime, sintomatiche e a breve termine – dice Alessandra Tramontano, coordinatrice medica di Msf – Stupisce inoltre l’assenza di protocolli sanitari per la diagnosi e il trattamento di patologie infettive e croniche. Mancano soprattutto nei Cie, come ad esempio in quello di Torino, i mediatori culturali senza i quali si crea spesso incomunicabilità tra il medico e il paziente. Sconcerta in generale l’assenza delle autorità sanitarie locali e nazionali».
L’associazione, l’unica organizzazione indipendente a produrre un rapporto sui centri per migranti, nota che a dieci anni dalla loro entrata in vigore grazie alla legge Turco-Napolitano, i centri mancano di una politica che non sia la gestione emergenziale.
«Tra i Cie, Trapani e Lamezia Terme andrebbero chiusi subito perché totalmente inadeguati a trattenere persone in termini di vivibilità. Ma anche in altri Cie abbiamo riscontrato problemi gravi: a Roma mancavano persino beni di prima necessità come coperte, vestiti, carta igienica, o impianti di riscaldamento consoni – continua Tramontano –
Nei Cara abbiamo rilevato invece servizi di accoglienza inadeguati. Il caso dei centri di Foggia e Crotone ne è un esempio: 12 persone costrette a vivere in container fatiscenti di 25 o 30 metri quadrati, distanti diverse centinaia di metri dai servizi e dalle altre strutture del centro. Negli stessi centri l’assenza di una mensa obbligava centinaia di persone a consumare i pasti giornalieri sui letti o a terra», conclude Alessandra Tramontano.
Msf denuncia anche che l’entrata in vigore del cosiddetto Pacchetto sicurezza, che ha prolungato il tempo di permanenza nei Cie da due a sei mesi, non è stata accompagnata da parte del ministero dell’interno da alcun adeguamento dei servizi che rimangono attrezzati «a soddisfare solo i bisogni primari». In alcuni casi, addirittura nemmeno quelli.
L’urgenza e la necessità di un rapporto come «Al di là del muro» [edito da Franco Angeli] è confermata dalle difficoltà trovate in alcuni casi dagli operatori dell’associazione, che nel 1999 ha vinto il premio Nobel per la pace. Nei centri di Lampedusa e nel Cie di Bari, Msf non è riuscita ad entrare perché le prefetture non hanno autorizzato la visita, nonostante la richiesta fosse stata inoltrata con molte settimane di anticipo. In altre situazioni, gli operatori di Msf hanno subito dinieghi e limitazioni durante le visite, specialmente nelle aree alloggiative dei vari centri. Evidentemente il lavoro di documentazione e assistena viene mal sopportato tanto dal ministero dell’interno quanto da alcune delle associazioni che gestiscono i centri. Per loro, così come per il ministero, qualsiasi «affacciarsi» oltre i muri di recinzione è un’intrusione.
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I boss investirono su Milano 2

Ciancimino jr: «I boss investirono su Milano 2»

L’ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino, avrebbe investito una parte del suo patriminio per la realizzazione di Milano 2. Ad affermarlo in aula, al processo Mori, è Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco mafioso. « Mio padre in quegli anni – ha detto – si vedeva spesso con gli imprenditori Franco Bonura e Nino Buscemi. E insieme investirono soldi anche in una grande realizzazione alla periferia di Milano, che è stata poi chiamata Milano 2».


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lunedì 1 febbraio 2010

Israele ammette: fosforo bianco sui civili di Gaza

Israele ammette: fosforo bianco sui civili di Gaza
Misure disciplinari sono state prese dall’esercito israeliano nei confronti dei comandi militari che ordinarono l’utilizzo delle bombe al fosforo bianco contro la popolazione civile a Gaza. A rivelarlo è il quotidiano Haaretz, che cita la relazione consegnata nel fine settimana da Israele all’Onu, in risposta al rapporto della Commissione Goldstone. Relazione nella quale il paese ammette, in parte, le denunce fatte dalle organizzazioni internazionali.

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