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giovedì 31 dicembre 2009

BUON ANNO NUOVO



buon anno

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domenica 27 dicembre 2009

stessa notizia da tg diversi

stessa notizia da tg diversi


TG3: Piccolo incidente per Berlusconi.

Mentre attraversava Piazza Navona un muratore mantovano che, in seguito alla perdita del proprio posto di lavoro a causa della recente Finanziaria, arrotondava come fotografo freelance, ha inavvertitamente sfiorato con il proprio treppiedi il Presidente del Consiglio mentre cercava di fotografare per Vanity Fair Rutelli.


TG5: Poteva essere una catastrofe di proporzioni inaudite.

Il presidente Berlusconi ha eroicamente fatto scudo con il proprio corpo ad un povero bimbo che a Piazza Navona stava per essere travolto da una trave del peso di alcune tonnellate che uno sbadato muratore mantovano, protetto dai Sindacati, aveva lasciato cadere. Berlusconi, dopo aver ricordato di essere stato anche lui muratore e pure mantovano, ha detto che la trave sarà utilizzata in una delle imminenti, nuove Grandi Opere.


TG4: ATTENTATO! Si tratta di ATTENTATO!

Un muratore della provincia rossa di Mantova, quindi comunista, ha scagliato con inaudita violenza un treppiedi rotante dotato di lame affilatissime di fabbricazione cecoslovacca (e utilizzato fino a pochi anni fa dai reparti segreti del KGB) in direzione del nostro presidente del Consiglio, dottor Silvio Berlusconi, mentre stava passeggiando sulle acque della Fontana dei Fiumi in Piazza Navona. Il premier, grazie alla notevole statura, ha agevolmente evitato l'arma e dalla medesima ha ricavato, in pochi minuti, una statua di pregevole fattura che verrà eretta in luogo della vetusta Fontana del Moro.

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martedì 22 dicembre 2009

Tremonti allunga lo Scudo Fiscale


Per i «furbi» altri quattro mesi Tremonti allunga lo Scudo

di Bianca Di Giovannitutti

Come annunciato, lo scudo quater è arrivato. Con il decreto milleproroghe varato ieri la sanatoria per i capitali illegalmente esportati si prolunga fino al 30 aprile. Il tutto con un meccanismo che pare una sorta di corsa al condono: chi arriva prima, paga meno.«due scadenze, due aliquote», ha spiegato il ministro Giulio Tremonti al termine del consiglio dei ministri di ieri. «Dall'entrata in vigore del decreto e fino alla fine di febbraio l'aliquota sarà del6%- ha detto il ministro interpellato alla Camera - mentre dal primo marzo al 30 aprile l'aliquota salirà al 7%».

DUE MILIARDI
Così in 24 ore si è chiuso il cerchio del condono: mentre laCameravarava la Finanziaria con il gettito della prima «tranche» al 5%, il governo pensava alla seconda con le due altre aliquote.Aparte il prelievo, tutte le altre caratteristiche, inclusi i soggetti beneficiari, dovrebbero rimanere uguali a quelle dell' edizione da poco conclusa. Con la nuova versione, lo Stato punta al rientro di altri 30 miliardi, con un incasso di circa 2 miliardi. La riapertura dei termini, a soli due giorni dalla scadenza dell'altra edizione, si è resa necessaria anche per l'elevato numero di contribuenti interessati che non hanno fatto in tempo a presentare tutta la documentazione nei termini richiesti. Ma da questa nuova versione si attende ovviamenteun rientro minore (la gran parte dei rimpatri è stata effettuata) rispetto ai 100-110 miliardi di euro attesi dallo scudo-ter (5,5 miliardi di gettito).

LA LISTA DELLA SPESA
Del totale degli incassi, 3,7 miliardi sono già stati impiegati nella Finanziaria2010 per finanziare diversi capitoli di spesa. Resterebbero circa 1,8 miliardi, che insieme al nuovo «bottino» di 2 miliardi saranno destinati al nuovo dl incentivi (rottamazione, aumento detrazioni Irpef, e così via) che il governo intende approvare a gennaio. Per il momento il governo ha «cifrato in 1 euro» il nuovo scudo, così come ha già fatto con l'altro per evitare di fare previsioni.

CONFINDUSTRIA
La Confindustria applaude alla misura. «È un male necessario - commenta Emma Marcegaglia - che noi auspichiamo possa far arrivare risorse in Italia, anche all'interno delle imprese, per rafforzarle e capitalizzarle ». Difficile che sia così, visto che la sanatoria è anonima e in pochi accetteranno di rischiare di venire identificati. Condannadi Pier Luigi bersani. «Dicono che pagano5 miliardi, ma se avessero pagato le tasse ne sarebbero entrati 40 in più», dichiara il segretario del Pd. Secondo Bersani lo scudo fiscale riapre «la stagione del condonismo» che si concluderà, come quelle precedenti, con un aumento delle tasse per chi già le paga. «Lo scudo - ha detto ancora il segretario del Pd - è unoschiaffo al cittadino che ha fatto il suo dovere, ed anche all'evasore normale, perché qui bisogna essere un super evasore per rientrarci. C'è poi la mitologia dei soldi che tornano e che stimolano l'economia, ma in realtà non è così: vista la libertà di movimento dei capitali e l'assenza di tracciabilità, quei soldi andranno dove vorranno».

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lunedì 21 dicembre 2009

Margherita Hack: «Sconcertante l'arresto di Tornatore»


Margherita Hack: «Sconcertante l'arresto di Tornatore»

Elena Placitelli

L'astrofisica interviene a favore dello scienziato italiano Luca Tornatore, arrestato a Copenhagen. La Scuola superiore di studi avanzati di Trieste chiede al governo e al ministro Frattini di fare pressione sulle autorità danesi per chiedere il rilascio del ricercatore.

«Non capisco come possa essere successo: ricorda il G8 di Genova». Le parole sono dell’astronoma Margherita Hack, che ieri è intervenuta sul caso del collega dell’Università di Trieste, Luca Tornatore, arrestato lunedì scorso a Copenhagen senza essere processato. «È una cosa sconcertante – continua la Hack -. Il fatto ricorda le manifestazioni di Genova del 2001, solo pensavo che a Copenhagen ci fosse più rispetto per la democrazia di quanto ce ne sia oggi in Italia. Sono rientrata a Trieste l’altra sera, mi hanno chiamato e ho subito aderito all’appello». L’astronoma si riferisce alla petizione che circola in rete da quando il mondo scientifico ha appreso la notizia del procedimento di custodia cautelare inflitto all’astrofisico italiano. «So che Luca Tornatore – conclude la Hack – opera al dipartimento di fisica dell’Università di Trieste: è un bravo ricercatore». Oltre ad essere un astrofisico, Luca Tornatore è un attivista con la colpa di aver messo la sua conoscenza al servizio del movimento che si è incontrato nella capitale danese in concomitanza del vertice sul clima organizzato dall’Onu. «Per questo motivo è stato arrestato», spiegano i ricercatori.

Dopo che la notizia è circolata, comunità scientifica e reti di movimento sono in subbuglio. Oggi anche il direttore della Sissa (Scuola Superiore di Studi Avanzati di Trieste), Stefano Fantoni, che è anche membro della Commissione Nazionale Italiana per l’Unesco, ha scritto al ministro degli esteri, Franco Frattini e all’ambasciatore danese, Gunnar Otmann: «Desidero segnalare – scrive Fantoni – la solidarietà che la Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzata di Trieste manifesta nei confronti del ricercatore Luca Tornatore. La notizia sta destando una preoccupata attenzione tra la nostra comunità scientifica presso la quale Luca Tornatore ha svolto attività di ricerca, dal 2005 al 2007, come esperto di cosmologia numerica. I docenti, i ricercatori e gli studenti della Sissa, che hanno avuto modo di conoscerlo, testimoniano stima e rispetto per un serio ricercatore che sa coniugare l’impegno scientifico con quello civile. Vogliate farvi tramite con le autorità danesi competenti per informarle del nostro stupore e della nostra preoccupazione».

Lettere e appelli non si contano più. Sul web ne sono girati due: il primo, dopo aver raggiunto 340 firme di scienziati nel giro di 24 ore, è già stato completato. Ieri a Trieste i ricercatori e gli attivisti della Venezia Giulia l’hanno consegnata a al console danese, mentre a Venezia si inscenava un presidio di solidarietà, sempre sotto il consolato della Danimarca. In rete corre anche un altro appello che, oltre a Margherità Hack, la prima firmataria, raccoglie i sostenitori anche al di fuori del mondo accademico. Quattro le interpellanze parlamentari: due hanno la firma dei deputati del Pd, Delia Murer e Alessandro Maran, le altre due, volute dai deputati danesi, sono state inviate al parlamento della Danimarca e all’europarlamento. Altre lettere di pressione al ministero degli esteri: prima il rettore dell’Università di Trieste, Francesco Peroni, poi la Provincia di Trieste.

Intanto l’avvocato danese Merethe Stagetorn, che sta raccogliendo gli atti per presentare ricorso, ha fatto sapere che il processo dovrà svolgersi entro il 12 gennaio: se ciò non avvenisse, l’udienza potrebbe essere rimandata di un altro mese. «Le accuse contro di Luca sono così pesanti da aver sortìto l’effetto contrario – spiega Federica Vedova, la compagna di Tornatore -. Talmente poco neutre da costringere a schierarsi anche il mondo accademico e le persone meno abituate a riflettere sui diritti dell’uomo: tutto ciò mi dà la forza di resistere in questa situazione così paradossale».



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venerdì 18 dicembre 2009

Copenhagen, Crisi ambientale e democratica

Copenhagen. Crisi ambientale, crisi democratica

Giuseppe De Marzo --> A Sud

Il fallimento annunciato del vertice Onu sul clima dimostra ancora una volta l'incapacità dei governi dei paesi ricchi e inquinanti di assumere decisioni a prescindere dagli interessi dei poteri forti dell'economia.

Le posizioni di Cina e Usa, come si intuiva già da un mese, insieme all’incapacità dei governi europei, hanno di fatto chiuso gli spazi per un accordo vero e utile a Copenhagen, per raggiungere un’intesa che consentisse all’umanità ed al pianeta di provare ad uscire dalla gigantesca crisi ecologica nella quale ci siamo infilati.
La riduzione necessaria delle emissioni di CO2 richieste all’unisono da scienziati e società civile di tutto il mondo è lontanissima da essere raggiunta. Avremmo bisogno di ridurre del 90 per cento le nostre emissioni entro il 2050 e di tagliarle di circa il 40 per cento entro il 2020 per evitare un aumento della temperatura media del pianeta non superiore ai due gradi. Non più di due gradi: è questa la cifra limite considerata esiziale per i nostri destini. Oltre questa c’è il baratro e l’inferno per l’umanità e per un pianeta che andrebbe incontro a catastrofi naturali di tale portata da minacciare sistematicamente la riproduzione della vita in qualsiasi parte essa si trovi.
La novità rispetto al passato e ad assisi internazionali come Joahnnesburgh o Kyoto, sta nel fatto che questa volta tutti sanno tutto e non ci sono più dubbi o fango da gettare per confondere le idee. Vi ricordate l’era Bush? Quella in cui pagavano gli scienziati per dire che il riscaldamento del pianeta non era provocato dalle attività umane o addirittura non esisteva. Oggi persino le democrazie più retrive ad ammettere le proprie responsabilità non si sottraggono alla verità lampante che è ormai sotto gli occhi di tutti. Ed anche sopra le teste di tutti…come quelle degli africani o dei latinoamericani o degli asiatici minacciati gravemente dai cambiamenti climatici in atto che stanno già provando danni incalcolabili sia sul piano sociale che economico ed ambientale.
Davanti a questa disgrazia mondiale provocata dal modello di sviluppo e di produzione e consumo capitalista, i governanti, per lo più del nord del mondo se si esclude la Cina, non riescono a trovare soluzioni adeguate, bloccate dagli interessi economici che circondano le loro carriere politiche e che continuano a tenere in ostaggio le ragioni del bene comune.
Adesso ci gireranno un pò intorno, qualcuno farà la voce grossa, ma poi ne usciranno con una posizione generica e nelle televisioni le loro facce rassicuranti trasmetteranno il messaggio che questa volta fanno sul serio, quindi non c’è da temere. Infatti, il premio Nobel per la pace Obama ha annunciato ingenti tagli del 16 per cento. Ma i furbacchioni del Senato Usa telecomandati dalle multinazionali del settore estrattivo e dai grandi studi legali della Wto, stanno solo riducendo del 4 per cento rispetto alle emissioni del 1990 [anno base da cui partiva il calcolo della riduzione decisa a Kyoto e contestata già allora in quanto considerata troppo blanda]. La riduzione del 16 per cento made in Usa è stata invece calcolata a partire dal 2005. Una furbata che solo a pensarla bisognerebbe arrossire.
Il più grande inquinatore della storia non solo non ha riconosciuto sino ad oggi le proprie responsabilità ed il debito ecologico accumulato con l’umanità, ma dice al mondo che è disposto a ridurre il suo superinquinamento solo del 4 per cento. Una nullità, la decisione presa dal Senato Usa che certamente troverà un ottimo oratore come Obama a difenderla a Copenhagen davanti ai mainstream di tutto il mondo troppo incantati dalla sua dialettica per porre delle domande attinenti o fare valutazioni lucide e realistiche.
Davanti a decisioni che avranno come conseguenza milioni di morti e catastrofi, un altro degli aspetti che emerge da Copenhagen riguarda la crisi della democrazia europea per come l’avevamo conosciuta. Per comprenderla basta osservare la maniera con cui sono stati e vengono ancora trattati i manifestanti venuti da tutto il mondo a chiedere impegni concreti al vertice. Arresti di massa e preventivi: questa la risposta della «democratica» Europa, sempre più smarrita davanti alla crisi economica ed ambientale, così spaventata da eliminare il diritto al dissenso ed alla protesta. Un vulnus che costerà carissimo, soprattutto alle forze politiche riformiste sostenitrici di una presunta democrazia liberale che, come insegna Copenhagen, non esiste più già da un po’.
Tra gli arresti molti italiani tra cui anche un’attivista come Luca Tornatore, il fisico triestino da molto tempo impegnato nei movimenti per la difesa dei beni comuni. Ma come è possibile? I governanti dopo i loro voltafaccia davanti alle aspettative del mondo sono a piede libero, con scorta e jet privato. Noi, con mezzi nostri, al freddo, a chiedere diritti per tutti e tutte e per nostra Madre Terra. La conseguenza per aver espresso questo dissenso, per Luca come per altri manifestanti, è l’arresto ed il silenzio. Addirittura nel caso di Luca si parla di altre tre settimane.
Chiediamo per Luca come per tutti gli altri, l’immediato rilascio e l’impegno dei politici italiani affinché violazioni dei diritti umani, perchè di questo si tratta nel caso degli arresti a Copenhagen, vengano denunciate per costituire un argine all’autoritarismo che investe il continente.
Un sistema vergognoso, ipocrita e ingiusto non può che produrre mostruosità e paradossi giuridici. Copenhagen segnerà uno spartiacque tra chi è con la morte e chi con la vita. Basta finte mediazioni o giochini. Non c’è più tempo. Questo sistema, questo paradigma di civilizzazione, va cambiato e sostituito con una Nuova Democrazia della Terra per costruire per tutte e tutti un «buen vivir» e per garantire titolarità e tutela giuridica alla natura, della quale siamo parte e senza la quale non potremmo sopravvivere.
Questa è la proposta di tutti i movimenti del mondo che in questi ultimi 20 anni hanno ben capito l’importanza della posta in palio ed hanno scelto di stare dalla parte della vita e dell’armonia. Una democrazia deliberativa contro una democrazia autoritaria, separata dalla vita e svuotata della partecipazione. Questo vogliamo, ed a questo bisogna lavorare da subito per realizzare anche in Italia una accumulazione di forze e soggetti capaci di costruire questo terreno comune, un nuovo vocabolario ed un’altra narrazione della politica.



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giovedì 17 dicembre 2009

Nigeria, la gallina dalle uova d’oro

Nigeria, la gallina dalle uova d’oro per l’italiana Alenia

Antonio Mazzeo

Le forze armate nigeriane stanno acquistando aerei Surveyor per il controllo del traffico marittimo e la lotta alla pirateria. Fornitore, l'italiana Alenia Aeronautica. Intanto Amnesty ha reso pubblico il suo rapporto annuale sulle violazioni dei diritti umani nel paese.

Alenia Aeronautica, società del gruppo Finmeccanica, ha consegnato alle forze armate nigeriane il primo dei due pattugliatori aerei ATR 42MP Surveyor ordinati nel marzo 2007. Il paese africano è il primo cliente internazionale di questa versione militare dell’ATR, in servizio in Italia dalla seconda metà degli anni ‘90 con la Guardia di finanza e le Capitanerie di porto. I due Surveyor saranno utilizzati dalla Nigerian Air Force ufficialmente per il «controllo del traffico marittimo nelle acque territoriali, per la ricerca e soccorso e per la tutela dell’ambiente marino», ma è prevedibile che essi rivestiranno un ruolo non certamente secondario nella cosiddetta lotta alla pirateria, adesso che gli Stati uniti hanno chiesto ai propri partner di avviare un secondo fronte di mobilitazione in Africa occidentale. Nello stabilimento Alenia di Caselle [Torino], sono stati installati nell’ATR 42MP i calcolatori e gli schermi per gestire le missioni, i radar di ricerca, il nuovo dispositivo elettro-ottico Eost 45 ed i sensori del sistema Airborne Tactical Observation and Surveillance [ATOS] prodotti da Galileo Avionic, altra azienda Finmeccanica. L’ATOS, nello specifico, è un sistema avanzato di osservazione e sorveglianza aerea che può essere installato e rimosso rapidamente dal velivolo e che svolge pure missioni di combattimento contro unità di superficie [Anti Surface Ship Warfare] e sottomarini [Anti Submarine Warfare].

Il contratto sottoscritto con le autorità militari nigeriane, per un valore di 73 milioni di dollari, prevede altresì la fornitura delle parti di ricambio e del supporto logistico ai velivoli presso la base operativa di Benin City, a circa 400 chilometri dalla capitale Lagos. Alenia Aeronautica garantirà pure l’addestramento dei piloti e degli operatori presso il Training Center ATR di Tolosa e a Caselle. Le attività di addestramento proseguiranno in Nigeria a partire del prossimo anno.

La notizia della consegna dell’ATR42MP alle forze aeree della Nigeria, la cui regione petrolifera del delta del Niger è da diversi anni al centro di un violento conflitto militare, sociale e politico, è stata diffusa dall’amministratore delegato di Alenia, Giovanni Bertolone, lo stesso giorno in cui Amnesty International ha reso noto il suo rapporto annuale sulle violazioni dei diritti umani commesse in questo paese africano. Secondo l’organizzazione internazionale, centinaia di esecuzioni sommarie di inermi cittadini sono state eseguite da appartenenti ai corpi di polizia nigeriani. Dati ufficiali del governo stimano che la polizia, tra il 2003 e il 2008, è stata responsabile della morte di 3.014 persone, ma Amnesty ritiene che il numero dei crimini sia molto più alto. «La maggioranza dei casi non è oggetto d’indagine e la maggioranza degli agenti responsabili rimane impunita», ha dichiarato Erwin van der Borght, direttore del programma di Amnesty International per l’Africa.
«Molte uccisioni illegali avvengono durante le operazioni della polizia. In altri casi, la polizia spara e uccide gli autisti che non pagano loro la tangente richiesta ai posti di blocco». Il mese scorso l’organizzazione non governativa statunitense Human Rights Watch aveva accusato la polizia e i militari nigeriani dell’uccisione di più di 130 persone, in maggioranza giovani musulmani, durante gli scontri verificatisi nel novembre 2008 nella città di Jos, capoluogo dello stato di Plateau, durante le locali elezioni politiche.

Ciononostante la Nigeria continua a costituire per il complesso militare industriale italiano una vera e propria gallina dalle uova d’oro. La Campagna di pressione alle banche armate, nel denunciare come nel 2008 siano triplicate le autorizzazioni rilasciate dal governo italiano per il trasferimento di armi al continente africano, ha documentato l’export alla Nigeria di sistemi di guerra per un valore complessivo di 133.309.941 euro solo nell’ultimo triennio. Un affare quasi interamente controllato da Alenia e dalle altre aziende di Finmeccanica. In particolare, nel luglio 2006 la società aeronautica ha siglato un contratto di 84 milioni di dollari per la manutenzione e l’ammodernamento dei 12 addestratori avanzati biposto MB339A «Aermacchi» venduti alle forze armate nigeriane nel corso degli anni ’80 e che oggi operano dalla base aerea di Kano. Anche in questo caso l’azienda italiana si è fatta carico della fornitura delle parti di ricambio dei velivoli e dei servizi di assistenza tecnica e di addestramento dei piloti e dei tecnici nigeriani. Nel 2005, sempre Alenia aveva sottoscritto un contratto da 60 milioni di euro per l’ammodernamento di cinque aerei da trasporto G-222 e la consegna di un G-222 di seconda mano. L’industria bellica ha inoltre assicurato per due anni la formazione tecnica del personale dell’aeronautica militare nigeriana e ha realizzato alcune infrastrutture logistiche, tra cui un hangar per la manutenzione velivoli, nella base aerea di Ilorin, a circa 300 chilometri da Lagos.

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mercoledì 16 dicembre 2009

Il sangue e la maschera di Silvio Berlusconi

Il sangue e la maschera

Attilio Scarpellini di Lettera22


Una maschera che si disfa nel sangue e per un momento tutta l’umanità, cristallizzata nel cliché del sorriso – del volto pop di Silvio Berlusconi che la rivista Rolling Stone ha giustamente consacrato come rockstar dell’anno – trasale inaspettata. Per tutti, a cominciare dalla vittima dell’aggressione, mai così sofferente, mai così attonita, nel constatare che il vivificante contatto con gli altri, il bagno nell’eterna giovinezza della folla, può bruscamente rovesciarsi in tocco fatale, in cruenta profanazione. E’ l’altra faccia – folle, ma simbolicamente speculare – di tutte le adorazioni, questo passaggio repentino, brusco, dalla figurazione alla sfigurazione, ed è il destino crudele di tutte le icone. Uno scrittore, Alessandro Raveggi, ne ha descritto il processo come meglio non si potrebbe in un articolo pubblicato sul web (http://www.slipperypond.co.uk/archivi/post3736). Se è nell’immagine che il potere si condensa – se è nell’immagine che il potere si reifica proponendosi come oggetto di culto, a un tempo inaccessibile e a disposizione, unico e indefinitamente moltiplicato – il gesto esecrabile di Massimo Tartaglia può essere considerato irrazionale ma non illogico. E quel che ora tutti sembrano affannarsi a nascondere tra i vicoli ciechi del labirinto mentale del suo esecutore è la logica irrazionale che esso ha portato in evidenza.

Molti dei giornalisti che adesso soffiano sul fuoco della pacificazione – a cominciare da quelli del Corriere della Sera – dimenticano di aver a suo tempo trattato il leader che si concedeva alle litanie celebrative in suo onore [nobile e giusto/ tu ci piaci per questo/ sei il pensiero che ci guiderà/ Silvio for ever sarà] alla stregua di Kim Il Sung. I dipietristi che oggi ostentano la loro mancanza di ipocrisia [una qualità, guarda caso, richiesta ed apprezzata da Fabrizio Cicchitto] nel condizionare la solidarietà al premier ferito, dimenticano di essere stati i principali fomentatori, non dell’odio che ha armato l’aggressore, ma del culto paranoico di cui Silvio Berlusconi è oggetto in questo paese. Un culto di cui l’odio espresso da Tartaglia [già pronto a ritorcersi, come all’epoca di Ali Agca, in disperata richiesta di amore] è un inevitabile epifenomeno: sogno realizzato e momento di gloria, ineffabile quarto d’ora di celebrità, per i 70.000 impotenti che lo esaltano su Facebook. Indire una manifestazione contro un solo uomo – autorizzandolo a giocare la commedia demoniaca dell’uomo solo, da tutti perseguitato – a cosa altro può condurre se non all’insperato rilancio della sua sindrome di onnipotenza? Comparsa tragica, e solitaria a dispetto dei suoi fans, di una sacra rappresentazione sanguinaria a cui ha solo prestato la mano, come un attore strasberghiano finito un po’ troppo sopra le righe, Tartaglia sicuramente ignorava che con il suo simulacro di duomo – più volte bilanciato dal braccio che lo ha scagliato – avrebbe compiuto il miracolo che un intero apparato di agit-prop [e di agit-pop] non era negli anni riuscito a compiere: quello di incarnare l’immagine di Silvio Berlusconi, leader e uomo sanguinante, icona sfigurata e, per questo, “vera”. Per un momento, per un solo momento che i fotografi e le televisioni trasformavano già – in un tempo altrettanto rapido della giubilante jacquerie che affiorava in rete – in un nuovo, siderale, oggetto di culto: trasmesso e ritrasmesso, instancabilmente ripetuto, percussivo come i mantra visuali delle catastrofi contemporanee. Dal gesto di perdono che già si annuncia, pronto a scendere sul malcapitato attentatore, mutando l’offesa in carezza, sarà comprensibile l’estensione del ricatto che ci apprestiamo a subire (e che abbiamo variamente meritato) per non essere riusciti a distogliere lo sguardo dalla pervasività di questa icona – o per non aver abbastanza sperimentato, come dice Raveggi, “la possibilità di riconoscerci diversamente dal potere più assoluto”.

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martedì 15 dicembre 2009

Copenhagen: Christiania la polizia perde la calma

Copenhagen. A Christiania la polizia perde la calma

Alberto Zoratti Fair

Delegati e manifestanti oltre ogni previsione mettono a dura prova i nervi dei poliziotti danesi, che nella notte tra lunedì e martedì hanno assalito la comune di Christiania e arrestato quasi duecento persone. Nella conferenza intanto la situazione non si sblocca.

Metti che sei una famosa scrittrice, nonché giornalista della rivista statunitense The Nation. Metti che per lavoro e per diletto decidi di andare a Copenhagen per seguire i lavori della Conferenza Onu sui cambiamenti climatici. Metti che per lavoro e per diletto finisci a fare un incontro pubblico a Christiania, la comune più famosa del mondo, e la polizia danese pensa bene di circondare la zona, inondarla con i gas lacrimogeni ed arrestare 194 persone.
E metti che, solo per pura fortuna, la tua testimonianza è l’unica in controcanto rispetto ai media mondiali. Se non ci fossi stata, sarebbe stato una sinfonia di un’unica nota.
Benvenuti nella civile Danimarca. In cui la polizia sta cominciando a perdere le staffe per le giornate di straordinario a cui sono sottoposti gli agenti, per stare dietro, seguire, controllare decine di migliaia di persone che hanno scelto di dire la loro sul cambiamento climatico.
Come se non bastasse, il sistema degli accrediti ufficiali è letteralmente crollato sotto il peso di oltre 35mila persone. Neanche i badge aggiuntivi ordinati in tutta fretta servono a coprire la domanda. Avranno pur diminuito gli accessi, ma per entrare alla mattina è necessario un calvario di mezz’ora nel freddo danese, con la polizia che cerca di gestire le masse umane e Greenpeace che offrendo caffè gratis ha scelto di proteggere un’altra specie, il delegato, da estinzione certa.
Tutto questo accade mentre i negoziati sono in un punto di stallo, con le posizioni del G77 e degli Stati uniti lontane anni luce. E con i Paesi industrializzati che non vogliono cedere su taglio delle emissioni e finanziamenti. Unico caso a parte, il Canada, che ha scelto una posizione di lanciare un piano ambizioso di tagli [40 per cento nel 2020]. Ma che parte da una posizione a dir poco discutibile, basti considerare la classifica dei grandi inquinatori nel quinto rapporto annuale presentato da Climate Action Network e Germanwatch al vertice di Copenhagen: se le emissioni vengono considerate in proporzione agli abitanti, la Cina, con il record di emissioni globali, è al 52mo posto, gli Stati Uniti sono al 53mo. Agli ultimi quattro posti l’Arabia Saudita, maglia nera, seguita da Canada, Kazakhstan e Australia.
L’Italia? Non sfigura tra i meno impegnati, con un’ottima 44 ma posizione su 57. Vediamo la ministra per l’ambiente Stefania Prestigiacomo e il governo italiano, aldilà delle briciole, cosa saranno disposti a fare.
Intanto tra i negoziatori europei serpeggia un certo fastidio per l’atteggiamento poco politicamente corretto dei Paesi del sud del mondo. Il rischio, a loro modo di vedere, è di non raggiungere un accordo da poter firmare il 18 dicembre, quando i Capi di stato faranno la loro sfilata nella fredda Copenhagen.
A Cancun, in Messico, durante la ministeriale della Wto nel 2003, si sottolineava che piuttosto che un pessimo accordo, meglio nessun accordo. Dopo le green room per le trattative ristrette, l’atteggiamento dei Paesi industrializzati ed i blocchi contrapposti, anche questa analogia con la Wto fa, sinceramente, preoccupare.

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domenica 13 dicembre 2009

L’anniversario della strage di Piazza Fontana

Riaprire le indagini

di Carlo Lucarelli

L’anniversario della strage di Piazza Fontana, un anniversario importante che sarà ricordato in tante altre occasioni, più complete di questa. Io vorrei aggiungere una cosa.
Abbiamo uno strana percezione di quell’evento che ce lo fa considerare un insondabile mistero. Non è così. Di quello che è successo quel 12 dicembe 1968, di cosa lo ha preceduto e del contesto in cui si inquadra sappiamo molto. Molto rimane da sapere ma nella sua struttura e in molti suoi dettagli la storia è abbastanza chiara: una strage organizzata nell’ambito della strategia della tensione, compiuta dalla destra eversiva e coperta dai servizi segreti italiani e americani. Mancano ancora molte cose, i nomi degli assassini e dei loro madanti in una sentenza, per esempio – e non è poco - ma molto si sa. Se gli studenti interrogati dai sondaggi ancora la attribuiscono alle Brigate Rosse o al terrorismo islamico, è solo perché manca un immaginario narrativo e divulgativo che solo adesso stiamo costruendo.
Ma vorrei andare oltre. Dall’ultima sentenza, di novità sulla strage ne sono uscite parecchie. Novità importanti. Gente che ha parlato, da oscuri attivisti a figure di primo piano come il generale Maletti. Ci sono libri che anche se discussi e discutibili in alcune loro tesi aggiungono tanti dettagli, come il libro di Paolo Cucchiarelli. C’è, soprattutto, il tempo, che è passato e rende le testimonianze più disponbili.
Insomma, è arrivato il momento di fare qualcosa di più. Riaprire le indagini e trovare anche quelle verità che ancora mancano. Lo chiedono i parenti delle vittime, lo chiedono le vittime stesse e lo chiediamo anche tutti noi, che pure se non c’eravamo sentiamo ancora aperta quella ferita.



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La deriva psichiatrica dei dittatori

Ha ragione Barbara Spinelli quando dice al Fatto che la deriva psichiatrica dei dittatori non è di nessun aiuto per le vittime delle dittature.
Berlusconi non è ancora Mussolini (là fu tragedia, qua è farsa) ma gli interrogativi sull’equilibrio mentale del premier non mancano. Veronica, nella famosa lettera di predivorzio raccontava di aver chiesto invano ad amici e cortigiani di stare vicini al marito perché “non stava bene”.
Ieri, sul Corriere della Sera, benché sapientemente occultata, colpiva una frase del presidente emerito della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi a proposito delle “sortite inqualificabili” del premier. Si è chiesto Ciampi, personalità di misuratissimo linguaggio se Berlusconi sia “pienamente padrone di sé”.
Domanda che in qualche modo contiene già la risposta. Non essere in sé significa perdere il controllo dei propri nervi e delle proprie parole. Può accadere a tutti nella vita. Più preoccupante se questa improvvisa furia si manifesta nella persona di un presidente del Consiglio mentre interviene in un consesso internazionale.
Perché ancora di più se ascoltati dal vivo gli attacchi del premier appaiono effettivamente come li ha definiti Napolitano, e cioè “violenti”.
Ovvero: come di chi si comporta “con istintiva e incontrollata aggressività” (Devoto-Oli).
Ora, l’aggressività di Berlusconi non è più affar suo ma è affar nostro nel momento in cui le accuse scagliate contro il capo dello Stato e la Corte costituzionale, oltre a farci ridere dietro da tutto il mondo, possono creare nel paese un clima eversivo verso le più alte istituzioni.
E se fosse proprio questo il disegno? E se in quella follia ci fosse del metodo?

DA : Il Fatto Quotidiano

ANTONIO PADELLARO

CONDIVIDO PIENAMENTE E PUBBLICO
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venerdì 11 dicembre 2009

Perché abbiamo lasciato le nostre terre e siamo venuti a Copenhagen...


Perché abbiamo lasciato le nostre terre e siamo venuti a Copenhagen

Henry Saragih Via Campesina

Pubblichiamo il discorso di Henry Saragih, coordinatore generale di Via Campesina, all'apertura di Klimaforum, organizzato dalla società civile a Copenaghen in concomitanza con il vertice sul clima.

Noi, il movimento contadino internazionale La Via Campesina, veniamo a Copenhagen da tutti e cinque gli angoli del mondo, lasciando i nostri terreni agricoli, i nostri animali, le nostre foreste, e anche le nostre famiglie nei villaggi.
Perché è così importante per noi, arrivati a questo punto?
Ci sono un certo numero di ragioni. In primo luogo, il cambiamento climatico ci colpisce già gravemente. Porta inondazioni, siccità ed epidemie, che sono alla base di cattivi raccolti. Questi cattivi raccolti non dipendono dagli agricoltori. Al contrario, è chi inquina ad aver causato le emissioni che distruggono i cicli naturali. Così, i piccoli agricoltori sono venuti qui per dire che non pagheranno per gli errori di chi inquina.
Agli inquinatori chiediamo di affrontare le proprie responsabilità. Dati recenti mostrano chiaramente che l’agricoltura industriale e il sistema alimentare globalizzato sono responsabili per una percentuale tra il 44 e il 57 per cento del totale delle emissioni di gas serra a livello mondiale. Ciò significa che il nostro sistema alimentare è un grande agente inquinante. La domanda a cui dobbiamo rispondere ora è: come possiamo risolvere il caos climatico e la fame, e assicurare una vita migliore per gli agricoltori, quando il settore agricolo sta contribuendo a più della metà del totale delle emissioni?
Noi crediamo che alla radice del problema ci sia il modello industriale di agricoltura e agroalimentare, dato che le percentuali menzionate in precedenza provengono dalla deforestazione e dalla conversione delle foreste in piantagioni di monocolture, entrambe effettuate da Corporations dell’Agribusiness e non da parte dei piccoli agricoltori.
Le grosse emissioni di metano da parte dell’agricoltura sono anche dovute all’uso di urea, un fertilizzante petrolchimico diffuso con la «rivoluzione verde» e sostenuto dalla Banca mondiale.
Allo stesso tempo, la liberalizzazione del commercio agricolo promosso dagli accordi di libero scambio e dall’Organizzazione mondiale del commercio contribuisce alle emissioni di gas e all’effetto serra a causa della trasformazione dei prodotti alimentari e del trasporto del cibo in tutto il mondo.
Se vogliamo veramente affrontare la crisi dei cambiamenti climatici, l’unico modo che abbiamo è fermare l’agricoltura industriale, la quale non solo ha fortemente contribuito alla crisi climatica, ma ha anche massacrato i piccoli agricoltori del mondo. Milioni di contadini, uomini e donne provenienti da tutto il mondo, sono stati cacciati dalle loro terre. Milioni di altri subiscono violenze ogni anno a causa di conflitti per la terra in Africa, Asia e America Latina.
Porre fine all’agricoltura industriale è l’unica strada che possiamo percorrere. Prendendo l’agricoltura dalla grandi multinazionali agro-alimentare e mettendola nelle mani dei piccoli agricoltori, siamo in grado di ridurre della metà le emissioni globali di gas serra. Questo è ciò che ci proponiamo, e che chiamiamo Sovranità alimentare. E per raggiungere questo obbiettivo abbiamo bisogno di movimenti sociali che lavorino e lottino insieme per porre fine alle false soluzioni che sono oggi sul tavolo dei negoziati sul clima.

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giovedì 10 dicembre 2009

Editoria. Mediacoop: «Bonaiuti batta un colpo»

Editoria. Mediacoop: «Bonaiuti batta un colpo»

Mediacoop

Dopo l'agguato del ministro Tremonti, il sottosegretario Paolo Bonaiuti, formalmente competente sull'editoria, non ha ancora detto una parola.

All’interno del Governo il Sottosegretario on Paolo Bonaiuti ha la competenza specifica sul dipartimento dell’editoria e della informazione della Presidenza del Consiglio ma in tutta la vicenda che riguarda la Legge Finanziaria ed il Fondo per l’editoria non ha ancora detto una parola. Eppure gran parte dei media, in questi giorni, ne hanno diffusamente parlato.
Nei giorni scorsi il Ministro Tremonti ha presentato un emendamento che sopprime il carattere di diritto soggettivo dei contributi all’editoria. Approvato dalla Commissione Bilancio della Camera, unitamente al maxiemendamento che riscrive la Legge Finanziaria è molto probabile che in queste ore, attraverso l’ennesimo voto di fiducia, venga definitivamente approvato. Si tratta di una decisione gravissima che mette a rischio di chiusura, sin dai primi mesi del prossimo anno, 95 testate – quotidiane e periodiche – con la perdita del lavoro per circa 2000 giornalisti e 2500 poligrafici. Generale e forte è stata la protesta delle testate cooperative, non profit, di partito, dei CDR delle testate,della Federazione nazionale della stampa, di Mediacoop e per certi versi della Fieg.
Il Ministro Tremonti – nel corso di una telefonata con il Presidente della Camera, on. Fini – riferiscono alcuni giornali – «ha condiviso la necessità di recuperare questo diritto, con uno strumento legislativo che il Governo sceglierà. Il ripristino non sarà indiscriminato. il Governo valuterà i casi più macroscopici di abuso».
Se rappresenta un fatto positivo il ripensamento del Ministro dell’economia c’è da chiedersi, però, come sia possibile che in una materia così delicata il governo possa attribuirsi una competenza specifica fino ad oggi riservata al Parlamento, possa decidere con un decreto legge ignorando il lavoro ed i provvedimenti in itinere. Da circa un anno, infatti, sono intercorse audizioni parlamentari dei diretti interessati, il Sottosegretario Bonaiuti ha redatto il testo del regolamento di cui all’articolo 44 del decreto legge 112/98, il Governo lo ha approvato ed in questi giorni è all’esame del Consiglio di Stato. Detto regolamento provvede a riscrivere criteri di ammissibilità ai contributi, specifica i soggetti ammissibili e, anche se ancora in modo insufficiente, inizia un’opera di rigore e pulizia. Per uscire da questa situazione, che rischia di assestare un colpo ferale al pluralismo ed alla dimensione del sistema della informazione italiano, che di debba: 1] ripristinare il diritto soggettivo; 2] avere di fronte il 2010 per redigere una nuova legge di riforma dell’editoria; 3] portare il regolamento, una volta esaminato dal Consiglio di Stato, nelle commissioni di merito di Camera e Senato; 4] stanziare le risorse necessarie per l’erogazione dei contributi.
Sarebbe ingiusto, sbagliato ed incostituzionale che il governo decidesse nella sua autonomia e solitudine le testate che devono sopravvivere e quelle che devono chiudere.

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mercoledì 9 dicembre 2009

Emergenza umanitaria a Rosarno

Emergenza umanitaria a Rosarno

Antonello Mangano www.terrelibere.org

Sono più di mille gli africani giunti nella Piana per la raccolta delle arance. Come ogni inverno, da vent’anni, è emergenza umanitaria. In centinaia vivono vicino all’inceneritore, in un ex stabilimento destinato alla raffinazione dell’olio di oliva e poi abbandonato. Ora nei silos di metallo ci dormono i ghanesi. Gli africani sono vittime dell’economia mafiosa e delle leggi razziste. Fiumi di denaro accanto alla povertà più estrema, promesse senza seguito vicino a una violenza senza interruzioni

«Cosa facciamo con una tonnellata di marijuana?», si chiedono i carabinieri della compagnia di Vibo Valentia, dopo aver passato molte ore a raccogliere l’erba messa ad essiccare tra i capannoni e i magazzini. Siamo nell’azienda agricola di proprietà del direttore dell’«Istituto vendite giudiziarie» del tribunale. La soluzione che segna la fine del più grande sequestro della zona, avvenuto quindici giorni fa, è semplice e pittoresca: i tre camion strapieni di droga partono dalle campagne di Francica e si fermano di fronte all’inceneritore di Gioia Tauro, gestito dalla multinazionale francese Veolia e obiettivo di una lunga campagna dei movimenti ambientalisti. Sei milioni di euro letteralmente in fumo. Gli africani sono lì, a due passi, di fronte a questo strano ed enorme incastro di parallelepipedi grigi e azzurri che brucia i rifiuti della Calabria e delle regioni circostanti.
Ormai sono in 700 nella città africana che dall’estate in poi si è popolata in seguito allo sgombero della ex Cartiera, la fabbrica abbandonata che da una ventina d’anni dava l’illusione di un tetto ai raccoglitori africani impegnati a duellare con l’inverno rosarnese. Sono ghanesi, ivoriani, sudanesi, maliani, togolesi, burkinabé. Non tutti sono irregolari: molti hanno il permesso per motivi umanitari, e tanti ne possiedono uno in scadenza, perché erano al Nord ed hanno perso il lavoro. Un licenziamento che li ha proiettati direttamente qui, in questo limbo a metà tra Africa ed Europa.
Quest’area si chiama Opera Sila, Arssa o Esac. Sono agli acronimi degli enti per l’agricoltura, agenzie per lo sviluppo che avevano impiantato qui uno stabilimento per la raffinazione dell’olio. Uffici e capannoni, binari e grandi contenitori. Tutto abbandonato, come la vicina area industriale, una sequenza di strisce d’asfalto ortogonali, lampioni ed erbacce che rappresenta il più grande monumento italiano allo spreco di denaro pubblico. Gli africani hanno questo brutto vizio, in Campania come in Calabria: si concentrano in questi edifici diroccati, che le erbacce ed il tempo lentamente consegnerebbero alla dimenticanza, e senza volerlo ci sbattono in faccia la tendenza nazionale al latrocinio. Ci costringono a riflettere sulle carriere costruite incolonnando promesse, ci fanno immaginare solenni inaugurazioni, stanziamenti cospicui, tagli di nastri, discorsi a base di volani di sviluppo che si tramutano in auto di lusso, mogli in pelliccia, e lacrime amare di lavoratori ingannati e costretti a partire su una cuccetta a sei posti di un Espresso diretto a Milano o a Torino.
«Io dormo qui», dice Stephan, indicando l’oblò del silos che dovrebbe essere pieno di ottimo olio calabrese frutto di ulivi secolari e che invece è diventato la sua stanza. Ha sistemato le sue coperte all’interno del cilindro di metallo, e sta preparando la cena con un cucinino smaltato bianco ed una bombola a gas. «Lamb soup», precisa. Pomodoro e agnello, cottura a fuoco lento accompagnata da spezie tritate col barattolo di vetro della conserva. Se questo è un uomo, viene da pensare. Costretto a dormire in un cilindro di metallo alto venti metri. Con un documento in tasca e qualche euro in più potrebbe affittarsi un posto letto, ma la legge prevede il sequestro dell’immobile per una locazione ad un irregolare. Il sistema economico della Piana è scientificamente organizzato per assicurare profitti a molti zeri a pochi e la miseria per tutti gli altri, compresi i piccoli produttori che negli anni passati conobbero l’orgoglio della rivolta e che oggi sembrano rassegnati alla sopraffazione. I decreti da Reich imposti da tristi politici delle province padane da un lato, l’economia malata di mafia e ignoranza dall’altro. Gli africani lì in mezzo.


Italia Uno.
«Italia Uno!», ride Mohamed, anche lui ghanese, dopo avermi concesso il permesso di fotografarlo. Alcuni non ne possono più di essere ripresi e poi dimenticati, nuovamente oggetti, ancora merce, questa volta nel mercato della comunicazione. Altri contrattano: «Ok, ma stampi le foto e ce le fai avere». Mohamed, invece, ha ancora voglia di scherzare in questo delirio di capannoni dal tetto sfondato, cucine con la bombola, tende da camping, silos vuoti, binari interrotti, sveglie all’alba, inceneritori francesi, chilometri sulla nazionale, giornate di lavoro durissimo, fango e stivali, promesse di politicanti perennemente in campagna elettorale e solo due motivi per distrarsi e sperare: Dio e la televisione, che condividono un salone attrezzato con sedie di plastica, un pulpito, uno schermo ed una parabolica. I volontari della chiesa pentecostale non sono conviti di questa commistione tra sacra scrittura e ballerine scosciate, ed hanno deciso di porvi rimedio con una scatola gialla di chiodi provenienti dalla Romania, un martello e alcune assi di legno. Stanno costruendo la nuova chiesa, aperta a tutti, precisano: cattolici, evangelici, musulmani. Una decina di persone si danno da fare per inchiodare i legni della base ed innalzare i pilastri. La tv vince, quindi, il salone sarà destinato allo svago, Dio deve farsi più in là. Pino, il volontario che ha dato il via ai lavori, mi contraddice: «Gli africani non salveranno nessuno, solo Dio può». «Ma Dio ha bisogno di strumenti». Sembra convincersi, e batte con più forza col suo martello.
I sudanesi, invece, hanno fatto da soli, costruendo con teli blu di plastica una tenda che resisterebbe benissimo anche nel Sahara. All’interno, grazie ad una parabola, si vedono i canali di Kartoum. In fondo un piccolo spaccio con generi alimentari, e a ferro di cavallo tappeti e divani per bere insieme il tè verde. I sudanesi hanno esperienza: ormai sono dei professionisti del lavoro stagionale. Molti fanno base a Palermo e girano in automobile le campagne del Sud inseguendo il lavoro. Hanno il permesso di soggiorno come rifugiati politici e per questo stanno meglio degli altri, per esempio possono spostarsi più facilmente, senza temere controlli, senza tremare di fronte ad ogni divisa.
Arriva un furgoncino, pieno di cassette gialle. Due galline cinque euro. Finiranno arrostite qualche metro più in là. Nello spiazzo alcuni giocano a calcio, altri sono intenti a riparare automobili dalle targhe più varie, da Matera a Pistoia. All’ingresso c’è uno spaccio messo sù dai due ghanesi che sono arrivati qui da più tempo, sulla destra lo stabile messo meglio [ha le finestre sfondate, ma il tetto c’è e ci sono le stanze]. Un’agghiacciante «X Mas» ed una svastica meriterebbe subito una mano di vernice, per fortuna la scritta precede l’arrivo degli africani, serve solo a ricordare che qui oltre alla corruzione, all’inquinamento, alla mafia ed all’umidità ci sono pure i fascisti. Quando si dice non farsi mancare nulla.
Inerzia grigia. Per loro non sarà una novità: in gran parte dell’Africa le piccole élite al potere vivono nel lusso sfrenato condannando alla fame più estrema la maggioranza del popolo. Potrà essere una sorpresa scoprire che in questo lembo meridionale dell’Europa le cose funzionano allo stesso mondo. I rivoli dei bilanci, gli interstizi dei fondi, le provvidenze europee e tutto quello che si riesce a raccattare dallo Stato sono l’ossessione dei politici locali, perennemente col cappello in mano quando sono rivolti verso Roma o Bruxelles, arroganti e chiusi quando le risorse vanno trasformate prima in clientele, quindi in voti, infine in lussi senza felicità. Si sapeva da mesi che l’emergenza sarebbe arrivata, puntuale come l’inverno. E nessuno ha fatto nulla. La scorsa stagione era trascorsa con bagni chimici installati e poi tolti, cisterne inviate e ritirate, fiumi di denaro spediti, non rendicontati, non spediti. Tanti piccoli interventi non risolutori, circondati dai progetti a cinque zeri che seguono costanti il loro iter, incuranti dei tempi stringenti dell’emergenza umanitaria.
Il progetto Assi [Azioni di sviluppo sociale per immigrati], partito un anno fa grazie ai soldi del «Fondo Lire Unrra», prevede interventi in tutta la provincia che oggi si concretizzano in otto infopoint distribuiti sul territorio [«mediazione linguistica e culturale; consulenza legale e sanitaria; orientamento al lavoro»]. «Ci sono 200 mila euro disponibili e non sono ancora stati spesi. Maroni è venuto a Reggio ed ha fatto la sua bella figura, ha promesso i soldi, li ha mandati e ora questi soldi non si possono spendere?», denuncia l’Osservatorio migranti, riferendosi ai fondi del «Pon sicurezza» gestiti dal ministro leghista.
Nel frattempo, gli africani stanno facendo da soli. L’area si basa sull’autorganizzazione e una semplice regola. Si entra solo con una tenda, per evitare i cubi di cartone che alla Cartiera portarono all’incendio. Ma i posti si stanno esaurendo, qua e là ci sono cumuli di eternit, tutti gli immobili hanno il tetto o le finestre sfondate e sta per arrivare il freddo. Sono forti gli africani, sia moralmente che fisicamente. Ma non è facile resistere cinque mesi al fumo dei rami bruciati per riscaldarsi, all’umidità delle cinque di mattina, agli antiparassitari irrorati nelle campagne o alle notti passate in casolari diroccati. I volontari diffondono la notizia della circolare del ministero, che annulla [o chiarisce] le disposizioni precedenti sui «medici-spia» che avrebbero dovuto denunciare gli irregolari. Non si fidano, i ragazzi. Sanno che è facile farsi mare in campagna, o tornando dal lavoro. Ma chi non ha i documenti in regola ha paura lo stesso. Forse si farà medicare da un compagno, forse si farà accompagnare al pronto soccorso. Non tutti vivono qui. Molti africani sono alla «Rognetta», il rudere di un ex stabilimento di trasformazione del succo d’arancia, nel centro di Rosarno. Altri alla «Collina», due casolari con il tetto sfondato in mezzo a campi di ulivi nei pressi di Rizziconi. Ovunque la società civile, fin dall’estate, porta generi di prima necessità.
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OROSCOPO
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Film d’azione.
Una Panda nera fa un primo giro dell’isolato. Poi un secondo. I quattro giovani a bordo rallentano e guardano dentro un locale, «Accademia Texas Hold’em» dice l’insegna. Siamo a Gioia Tauro, sono le 21 di un sabato sera di fine novembre. I carabinieri notano le manovre e pensano: è un sopralluogo. Tra poco ci sarà una rapina. Arrivano i rinforzi, da entrambe le parti: una seconda Panda nera ed altre gazzelle della compagnia di Taurianova. I rapinatori vengono arrestati, sono rosarnesi, due di loro braccianti agricoli. In macchina numerosi armi e quattro passamontagna modello «Mephisto», cioè neri e con tre piccoli fori. I carabinieri sequestrano anche un cd-rom masterizzato, col pennarello avevano scritto «Misto ‘ndrangheta», intitolando così la compilation di mp3 contenente «’A vinditta veni i luntanu», «A mugghieri du capubastuni», «Pi nu sgarbu all’onorata», «Cu sgarra paga». I giovani ascoltavano quindi le lugubri cantilene mai mutate nel tempo che celebrano coltellate, omertà e vendette implacabili. I loro «colleghi» napoletani, almeno, preferiscono melodie a base di destini infami e amori travagliati. La rapina non avrà luogo. Sarebbe stata una scena alla Tarantino, quattro invasati col passamontagna che urlano e puntano le «Herstal» calibro 7.65 d una piccola folla di giocatori terrorizzati. Un normale sabato sera della Piana.
Biagio Vecchio sta per uscire dalla sua officina, per oggi la giornata è finita. Siamo all’inizio di novembre. Meccanico, 67 anni, soprattutto nonno ed omonimo del giovane che due mesi prima fa uccise Antonio Marano, venti anni, al termine di un litigio concluso a colpi di pistola automatica. Dopo qualche giorno Marano si presenta ai carabinieri di Vibo Valentia per ammettere le sue responsabilità. Ma non è bastato. Il killer aspetta il nonno di fronte all’officina, pochi colpi, poi sale nell’auto dove un complice aspetta col motore acceso. Vendetta trasversale, niente da capire. Tutto consueto.
Deve essere emozionante entrare in uno stadio che si chiama «Giovanni Paolo II». Il presidente del Rosarno, per qualche tempo, non potrà farlo, perché è stato colpito da Daspo, la misura «irrogata» – secondo il burocratese della polizia – dalla Questura di Reggio Calabria al termine di una rissa scoppiata per una partita del campionato di serie D, disputato a metà ottobre al campo di Bocale, periferia reggina. «Meglio morire in piedi che vivere in ginocchio», commenta il massimo dirigente. E ricorda le attività di valenza sociale svolte, «per esempio, quando ci recammo dalle suore, vittime di alcuni atti intimidatori, per mostrare la nostra vicinanza».
Insomma, non siamo in paradiso. Eppure è così che lo definisce un quotidiano locale. «Gli africani hanno trovato qui il loro eldorado». Dopo lo sgombero estivo della Cartiera, lo stesso giornale scrisse: da oggi, «la strada tra San Ferdinando e Rosarno non farà più paura ai viaggiatori assidui che percorrevano quel breve tratto di carreggiata con l’ansia di incontrare un ‘nero’».

QUELLO KE NN DICE NESSUNO E ' KE UN LAVORATORE ISCRITTO ALLE LISTE DELL'AGRICOLTURA HA DIRITTO AD UN ASSEGNO KE PERCEPIRA' L'ANNO SUCESSIVO , IN BASE ALLE GIORNATE LAVORATE L'ANNO PRECEDENTE , SICURAMENTE I RAGAZZI STRANIERI NON LO SANNO ED OVVIAMENTE GLI ISCRITTI ALLE LISTE SARANNO GLI ABITANTI DEL LUOGO , KE FACENDO ESEGUIRE IL LAVORO AGLI IMMIGRATI PAGATI POKI EURI , L'ASSEGNO LO PRENDONO GLI ABITANTI SENZA SFORZO ,,,,,,,,,,,,, ECCO PERKE GLI IMMIGRATI VENGONO TENUTI ILLEGALI ,,,,,,,,,,,,,,,,,,

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lunedì 7 dicembre 2009

Spatuzza fa il nome di Berlusconi


Spatuzza parla in aula. E fa il nome di Berlusconi

Giuliano Santoro

Al processo contro il senatore Pdl Marcello Dell'Utri, il pentito racconta la strategia stragistica degli anni novanta e la ricerca di nuovi equilibri nel rapporto tra politica e mafia attraverso l'ascesa di Berlusconi: «Graviano mi disse che ci avevano messo il paese nelle mani». Berlusconi cancella all'ultimo momento la visita in Calabria.

Mancano pochi minuti alle 13 quando la desposizione del pentito Gaspare Spatuzza al processo a carico del senatore Marcello Dell’Utri, in corso a Torino nell’aula bunker davanti alla Corte d’Appello di Palermo, si fa il nome del presidete del consiglio. Dopo l’aertura dedicata alle schermaglie tattiche e al tentativo della difesa di Dell’Utri di rinviare la deposizione, Spatuzza entra in aula e racconta la storia che già era trapelata nei giorni scorsi: la strategia stragista degli anni che precedettero la rapida ascesa di Berlusoni al potere non sarebbe frutto solo della mano mafiosa ma anche di una precisa tattica volta a destabilizzare il potere nel momento in cui la Democrazia cristiana affondava nella palude di Tangentopoli e la mafia cercava nuovi equilibri, nuovi riferimenti politici.
«Ho fatto parte dagli anni ottanta al Duemila di un’associazione terroristico-mafiosa denominata Cosa nostra – ha detto Spatuzza all’inizio della lunga deposizione – Dico terroristica per quello che mi consta personalmente, perché dopo gli attentati di via D’Amelio e Capaci, ci siamo spinti oltre». E poi: «Quando avviene la strage di Capaci noi abbiamo gioito vigliaccamente, quando c’è stato l’attentato a Borsellino ripeto vigliaccatamente abbiamo gioito». In precedenza Spatuzza aveva detto che a fine 1993 c’era stato un incontro con Giuseppe Graviano durante il quale venne incaricato di fare un attentato a Roma, quello poi fallito all’Olimpico. A quella richiesta il pentito obietta che «che ci stavamo portando un po’di morti che non ci appartengono: 5 morti a Milano, 5 morti a Firenze tra cui quella bellissima bambina». A quel punto Graviano riferisce a Spatuzza che «è bene che ci portiamo un po’ di morti chi si deve muovere si dà una mossa». Spaventosi i particolari sul famigerato attentato allo stadio Olimpico. «Era gia’ tutto pronto per l’attentato allo stadio Olimpico di Roma per uccidere i carabinieri – racconta Spatuzza – ma all’ultimo minuto quando Benigno premette il telecomando, fortunatamente, grazie a Dio, il telecomando non funzionò. Benigno continuò a premere il telecomando ma non succedeva niente per l’Olimpico dovevamo usare una tecnica esplosiva che non avevano mai usato neppure i talebani, mettendo tondini di ferro, oltre all’esplosivo, per aumentare la deflagrazione». Spatuzza ricorda che l’attentato andava fatto «al termine della partita all’Olimpico. Dopo il fallito attentato tornammo a Palermo».
Poi, in un’escalation di tensione, si arriva al momento clou, davanti a 200 giornalisti di mezzo mondo. «Nel ‘94 incontrai Giuseppe Graviano in un bar in Via Veneto, aveva un atteggiamento gioioso, ci siamo seduti e disse che avevamo chiuso tutto e ottenuto quello che cercavamo grazie alla serietà delle persone che avevano portato aavnti quella storia. Mi vennero fatti due nomi tra cui quello di Berlusconi. Io chiesi se era quello di Canale 5 e mi disse: sì. C’era pure un altro nostro paesano. Grazie alla serietà di queste persone ci avevano messo il paese nelle mani». «Di Berlusconi sapevo che era il proprietario di Canale 5», risponde Spatuzza, che poi alla domanda se era a conoscenza di interessi politici di Berlusconi e Dell’Utri in quel momento risponde di no, così come dice di non aver chiesto altre spiegazioni su quell’affermazione di Graviano.
Spatuzza ha anche fatto riferimento all’«endorsement mafioso» nei confronti dei socialisti, alla fine degli anni ottanta. Periodo in cui in effetti ci fu un boom di consensi, in Sicilia, per il Psi di Craxi. Rispondendo ad una domanda del procuratore generale di Palermo che gli chiede «chi sono i quattro crasti socialisti» a cui poco prima aveva fatto riferimento, Spatuzza risponde «non so se si trattava delle elezioni nazionali dell’88 o dell’89 ma sono stato incaricato di impegnarmi a sostenere quattro candidati socialisti. All’epoca capolista era Claudio Martelli, poi Fiorino e altri che ora non ricordo. A Brancaccio facemmo di tutto per farli eleggere e i risultati si videro, facemmo Bingo».
Nel frattempo, Berlusconi annunciava la strategia difensiva ai membri del governo nel corso del Consiglio di ministri, «Sono accuse che si commentano da sole, ma in Italia non c’è nessuno disposto a credere a queste assurdità». Lo stesso faceva Dell’Utri dall’aula bunker: «La mafia ha tutto l’interesse a buttare giù un governo che sta lottando contro Cosa Nostra come nessun altro aveva mai fatto prima – ha detto Dell’Utri – Gaspare Spatuzza non è un pentito dell’antimafia ma un pentito della mafia».
Berlusconi, che aveva fatto cancellare per «legittimo impedimento» l’udienza odierna del processo Mills a Milano, si è poi chiuso nella sua abitazione privata di Palazzo Grazioli e ha cancellato la visita in Calabria. Dove era atteso per l’inaugurazione di un tratto della autostrada Salerno-Reggio Calabria e soprattuto per l’annuncio della candidato del Pdl alla presenza della Regione per le elezioni del marzo prossimo: è in atto un duro scontro ancora senza vincitori tra l’ex-An Giuseppe Scopelliti, sindaco di Reggio, e il medico personale di mamma Rosa Berlusconi, Bernardo Misaggi. Ma evidentemente le emergenze del premier adesso sono altre.

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venerdì 4 dicembre 2009

Il movimento dei sindaci

Il movimento dei sindaci

Gianni Belloni


200 sindaci, in gran parte veneti, l’hanno annunciato ieri a Padova: il 9 dicembre manifesteranno a Roma. Le lamentazioni sono note. I comuni sono sul lastrico, complici il «patto di stabilità» [che impone un tetto di spesa anche in presenza di disponibilità finanziaria], i tagli ai trasferimenti statali, la mancata sostituzione dell’unica tassa federalista, l’Ici, abolita dal governo di centrodestra.
Non è la prima manifestazione dei sindaci a Roma: il primo ottobre dell’anno scorso sfilarono in 300. L’accoglienza fu gelida, ci fu anche qualche problema con la polizia per l’accesso del «corteo» a piazza Montecitorio, e la proposta di trasferire il 20 per cento dell’Irpef agli enti locali è rimasta lettera morta.
Dall’anno scorso la crisi sociale si è approfondita: secondo un recente studio dell’Associazione comuni italiani [Anci] il 65 per cento dei comuni ha ridotto le rette e le tariffe dei servizi per le famiglie colpite da problemi occupazionali e, mediamente, le spese sociali sono aumentate dell’8 per cento rispetto al 2008. La domanda di servizi sociali crescerà quest’anno del 20 per cento. Ciò richiederebbe un impegno ulteriore di 1,6 miliardi di euro complessivi, a fronte di una contrazione dei bilanci comunali di 3 miliardi l’anno per i prossimi tre anni. Questi i dati.
Quello politico, di dato, dice che la Lega, che vede come il fumo degli occhi il movimento dei sindaci, è riuscita ad imbrigliare il discorso federalista facendone cattiva retorica e pessima ideologia. Per questo i sindaci dovrebbero allearsi con chi la crisi la subisce: sulla mancanza di reddito, sull’esclusione, sullo scadimento dei beni comuni, gli enti locali potrebbero avere un ruolo prezioso.

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mercoledì 2 dicembre 2009

Haaretz: Ue e lo stato palestinese

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. Haaretz: «l'Ue pronta a riconoscere lo stato palestinese»
[1 Dicembre 2009]
Ecco di seguito il testo integrale della bozza di documento preparato dalla presidenza di turno dell'Ue, la Svezia, sul processo di pace in Medio Oriente, lo stato palestinese e i negoziati di pace. Il testo è in inglese. Il documento è stato pubblicato dal quotidiano israeliano Haaretz.

Il quotidiano israeliano Haaretz pubblica in esclusiva sul suo sito web un documento della presidenza svedese dell’Ue. Secondo il quotidiano, «la bozza di documento chiede la divisione di Gerusalemme tra Israele e un futuro stato palestinese e implica che l’Ue riconoscerebbe la dichiarazione unilaterale palestinese di nascita dello stato».
Il documento recita al punto numero 1:

«Il Consiglio dell’Unione europea è seriamente preoccupato per lo stallo del processo di pace in Medio Oriente. L’Unione europea chiede l’urgente ripresa dei negoziati che conducano, in una cornice temporale concordata, alla soluzione di due stati, con un indipendente, democratico, contiguo e sostenibile stato di Palestina che comprenda la Cisgiordania e Gaza e con Gerusalemme est come capitale, accanto, in pace e sicurezza, allo Stato di Israele. Una pace complessiva, che è fondamentale interesse dell’Ue e delle altri parti della regione, deve essere raggiunto sulla base delle rilevanti risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu, dei principi di Madrid, compreso terra in cambio di pace, la Roadmap, degli accordi precedenti raggiunti tra le parti e dell’Iniziativa di pace araba».

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martedì 1 dicembre 2009

La battaglia di Seattle

La battaglia di Seattle

Pierluigi Sullo


Qualche giorno fa, con mia sorpresa, ho visto che Sky [la tv satellitare] trasmetteva un film intitolato «La battaglia di Seattle». Il film poteva vantare nel cast attori assai noti, come Charlize Theron e Ray Lotta, e raccontava le giornate della Wto, nella città statunitense, di dieci anni fa: la ricorrenza è in questi giorni. Film un po’ ingenuo, però ben fatto e soprattutto certo delle ragioni dei manifestanti. Fu allora che il mondo scoprì come l’Organizzazione mondiale del commercio e altre istituzioni internazionali decidevano per nostro conto senza nemmeno dircelo. E lo scoprì grazie a un movimento nuovo nel modo di esprimersi, di organizzarsi, di tenere insieme le sue differenze. Era l’annuncio del nuovo secolo, che si sarebbe aperto con il Forum sociale mondiale di Porto Alegre, con il G8 di Genova e con il movimento globale contro la guerra.
Guardando il film, quei tempi mi sono sembrati lontanissimi: i movimenti di allora hanno rapidamente mutato natura, come il virus dell’H1N1, e si fa fatica a riconoscerne le tracce. Genova, poi, ha rappresentato, per il movimento del nuovo secolo, quel che Piazza Fontana è stata per il ’68: la perdita dell’innocenza, come ha detto qualcuno. Non bastava dire le cose giuste, per cambiare il mondo: il potere reagisce, ed è violento. Però se abbiamo un grande movimento dell’acqua e per i beni comuni, una diffusione enorme di focolai di economia sociale, movimenti cittadini di resistenza alle aggressioni dello «sviluppo» al territorio e di sperimentazione neo-democratica, una trama «clandestina» che si oppone al razzismo, se abbiamo tutto questo, cioè una speranza, lo dobbiamo a quelli che a Seattle, nel 1999, cominciarono a dire che un altro mondo è possibile.

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