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sabato 6 giugno 2009

Resistenza contadina

Resistenza contadina

Giovanni Carrosio ricercatore presso l'Università di Trieste


In tutto il mondo migliaia di persone hanno ricominciato a lavorare la terra e a creare reti. Una recensione del nuovo libro del sociologo olandese Jan Douwe van del Ploeg, che spiega come e perché i contadini nonostante tutto non si estinguono

L’agricoltura mondiale è in crisi. Per la prima volta nella storia dell’umanità, essa si manifesta in una triplice forma: come ulteriore sfruttamento del lavoro, come crisi agro-ambientale e come rottura nei confronti della società. La prima forma di crisi, quella storica, è data dalla contrapposizione di interessi tra il modo di organizzare la produzione agricola e le aspirazioni di chi abita e lavora la terra. Da qui, le lotte contadine contro il latifondo e i tentativi di riforma agraria in diversi paesi del mondo. La crisi agro-ambientale, invece, prende forma quando l’agricoltura si organizza e sviluppa attraverso una sistematica distruzione degli ecosistemi. La diffusione globale di modelli capitalistici e imprenditoriali di organizzare i processi produttivi in agricoltura porta il conflitto tra produzione di cibo e conservazione dell’ambiente su tutto il pianeta. La rottura con la società, infine, avviene nel momento in cui le aspirazioni dei consumatori, che sempre più richiedono cibi salubri e di qualità, si scontrano con gli scandali alimentari legati all’agroindustria.

È l’emergere dell’impero, come principio ordinatore che sempre più governa la produzione, la distribuzione e il consumo di cibo, a rendere così complessa la crisi e ad acutizzarla. Ciò avviene perché l’ordine imperiale, fondato sull’espansione territoriale e sull’accumulazione senza fine, impone ovunque sfruttamento ecologico e socio-economico. Questa crisi complessa e multidimensionale non si scatena soltanto dall’alto verso il basso, ma dà vita ad una erosione delle sostenibilità economiche delle stesse imprese agricole e degli imperi capitalistici alimentari. Le imprese capitalistiche che riescono a superare la crisi, non tutte ce la fanno o ce la faranno, puntano sullo sviluppo di una ulteriore modernizzazione ed industrializzazione agricola, finendo per acutizzarla ancora di più sul lungo periodo.

Ma un segnale di speranza c’è. I contadini non si stanno estinguendo. Anzi, sia nei paesi industrializzati che in quelli in via di sviluppo assistiamo a complessi e importanti processi di ri-contadinizzazione. La persistenza dei contadini, la nascita di nuove forme di ruralità, la conversione di imprese agricole tradizionali verso modelli di produzione eco-compatibili danno vita ad una alternativa possibile alla pervasività imperiale. Il superamento della crisi può passare soltanto da qui. È questa la tesi dell’ultima fatica del sociologo olandese Jan Douwe van der Ploeg (The New Peasantries. Struggles for Autonomy and Sustainability in an Era of Empire and Globalization), che sostanzia le sue argomentazioni utilizzando un patrimonio trentennale di ricerche sul campo, condotte soprattutto in Italia, Olanda e Perù.

L’alterità contadina ha i suoi tratti specifici nella lotta per l’autonomia, che trova espressione nell’auto-organizzazione dei processi produttivi e nell’auto-governo sostenibile delle risorse. Sono questi gli elementi fondamentali che distinguono l’azienda contadina dall’agricoltura capitalistica. Quest’ultima, invece, fonda il suo modello produttivo sulla dipendenza tecno-produttiva dall’industria e sull’utilizzo indiscriminato delle risorse naturali. Ma quella contadina non è soltanto una lotta per l’autonomia, è una resistenza spesso silenziosa alla ricerca della sostenibilità eco-sociale.

- Lotta, resistenza e sostenibilità -

Lotta per l’autonomia, resistenza e sostenibilità. Sono questi i tre concetti chiave, strettamente interrelati, sui quali si muove la ricerca di van der Ploeg. Il punto di partenza dell’analisi sono i places of production. Quei luoghi dove lavoro e produzione sono localizzati e interagiscono con l’ambiente naturale, prendendone le forme e a loro volta provocando dei mutamenti, in un processo coevolutivo che viene definito co-produzione.

Ed è proprio nei luoghi di produzione, e nei modelli organizzativi adottati, che van der Ploeg, rifacendosi anche alla tradizione dell’operaismo italiano, individua le forme di resistenza contadine. La resistenza non solo come protesta, manifestazione di dissenso, sciopero, ma come routine produttiva, fatta di ritmi, patti di cooperazione, modalità di scambio tra contadini, e anche materiali, macchinari e metodi utilizzati nei processi produttivi. Questa forma di resistenza è onnipresente nell’agricoltura contemporanea: svariate forme di agricoltura alternative a quella industrializzata, conservazione sul campo delle varietà e delle razze locali tradizionali, rilocalizzazione, processi di sviluppo rurale endogeni e partecipati, riduzione degli input esterni. La resistenza risiede in tutte le forme di alterazione, siano esse in continuità con il passato o di nuova natura, volte a contrastare l’ordine capitalistico che domina la nostra società. Forme di resistenza molteplici e irriducibili a un unico modello, perché, come ormai insegnano le pratiche altermondialiste, proiettate ad incidere sulla dimensione locale, ma con un senso di responsabilità globale, e perciò diversificate perché devono operare in condizioni differenti. Ci sono echi Negriani nel definire la resistenza come forma di produzione e di azione, non soltanto come reazione. E proprio da Negri, van der Ploeg riprende l’idea di soggetto costituente, in questo caso di una nuova ruralità, rappresentato da quelle moltitudini contadine non riducibili a categoria e pratiche granitiche.

Nelle campagne, la resistenza è strettamente legata alla difesa e alla creazione di vecchi e nuovi spazi di autonomia e la produzione di autonomia è conseguenza diretta delle forme di resistenza.

Van der Ploeg si contrappone ad una visione classica che la scienza sociale ha dato della condizione contadina. Vittime dello sviluppo, soggetti sociali costretti da rapporti di dipendenza, marginali rispetto ai grandi processi di modernizzazione e di sviluppo. Si tratta di una sola faccia della medaglia. I contadini stanno resistendo e lottando per mantenere e creare forme di autonomia sociale, politica e nel controllo delle risorse, e lo fanno introducendo una varietà di risposte innovative negli spazi di produzione. Centrale nella ricerca di autonomia è la ricostruzione dei cicli ecologici nelle aziende e sui territori. La reincorporazione dei processi produttivi nell’ambiente naturale implica la riduzione della dipendenza dai mercati esterni, sotto forma di input di produzione (macchinari, agenti chimici, flussi tecno-finanziari, conoscenza), per un nuovo patto con la terra e con il territorio locale.

- La ricostituzione della ruralità e il principio contadino -

La ricostituzione della ruralità e la nuova centralità contadina rappresentano un paradigma emergente, il solo che potrà risolvere o contrastare l’acutizzarsi della crisi agraria in tutte le sue forme. La strada sarà lunga e difficile, ma dei segnali in questo senso si leggono sia nei paesi poveri che nelle aree industrializzate del pianeta. Il paradigma dello sviluppo rurale in contrapposizione alla modernizzazione agricola che faticosamente si sta affermando in Europa ne è un segnale, seppure ancora debole. Ma soprattutto, è la conversione di molte imprese agricole, che recuperano un modello di produzione contadino per far fronte alla crisi di competitività, a far pensare ad un processo in nuce che potrà avere una portata considerevole. Sono le politiche agricole che devono saper cogliere questi segnali, dare strumenti economici e legittimazione alle nicchie di innovazione che si stanno diffondendo a macchia di leopardo.

L’alterità del principio contadino sempre di più dimostra la propria efficacia nel coniugare le sostenibilità economiche, ecologiche e sociali e nel rimarginare le fratture e le crisi prodotte dall’agroindustria. Da sempre indomito ad ogni tentativo di marginalizzazione, silenzioso resiste, costruisce nuovi spazi di autonomia, produce alternative. È il modello della responsabilità contrapposto a quello della catastrofe.

Jan Dowe van der Ploeg insegna sociologia rurale presso l’università di Wageningen (Olanda), è un riferimento centrale per gli studiosi di sociologia e politica agraria in Europa. Coordina un ampio gruppo di ricercatori che è riconosciuto a livello internazionale come “Scuola di Wageningen”. La sua attività ha direttamente influenzato il riorientamento della Politica Agricola Comunitaria verso lo sviluppo rurale e l’introduzione di politiche innovative a livello regionale. Tra le altre sue più recenti pubblicazioni si segnalano: Living Countryside. Rural Development processes in Europe: the State of the Art, Elsevier, Doetinchem 2002; The Virtual Farmer, Van Gorcum, Assen 2003; Seeds of Transition. Essays on novelty production, niches and regimes in agriculture, Van Gorcum, Assen 2004

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4 commenti:

  1. Interessante: devo provare ad approfondire questi argomenti.

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  2. ok , se li trovi di tuo interesse x' no , ciao

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  3. era ora che i contadini tornassero a farsi sentire! non dimentichiamo mai che tutte le grandi rivoluzioni portavano in mano la zappa! scrissi qualcosa a proposito un pò di tempo fa. leggi se ti va, nel mio blog "la teoria della zappa". ma la domanda è sempre la stessa? siamo pronti? o è una specie di selezione naturale in cui saranno eliminati quelli che la zappa non sanno nemmeno com'è fatta?

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  4. ma la domanda è sempre la stessa? siamo pronti? o è una specie di selezione naturale in cui saranno eliminati quelli che la zappa non sanno nemmeno com'è fatta?
    .
    E' la stessa domanda ke mi faccio , io .........sob

    RispondiElimina

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